Archive pour le 26 février, 2008

Cornelis Brugge – Crowning Maria

Cornelis Brugge - Crowning Maria dans immagini sacre Cornelis_Brugge_Crowning_Maria

http://www.casa-in-italia.com/artpx/flem/flem.htm

Publié dans:immagini sacre |on 26 février, 2008 |Pas de commentaires »

Verso Pasqua: La Terra Santa chiama, i cattolici rispondono

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/home_it.htm 

VERSO PASQUA 

Inviata una lettera ai vescovi di tutto il mondo.
La sfida: un «movimento di carità
» che aiuti davvero i cristiani e, insieme,
promuova pace e giustizia per tutti gli abitanti della tormentata regione.
 

La Terra Santa chiama, i cattolici rispondono    

La «Colletta del Venerdì Santo»
a sostegno delle comunità cristiane, nei luoghi della vita terrena di Gesù:
il cardinale Sandri rilancia l’appello, a nome del Papa. 

Da Roma, Mimmo Muolo 


(« Avvenire », 16/2/’08) 

Le diocesi di tutto il mondo sono invitate a sostenere la comunità cattolica di « Terra Santa ». Il nuovo appello, rivolto a nome del Papa, è contenuto in una « Lettera » inviata dal cardinale Leonardo Sandri ai vescovi dei cinque continenti, in vista della tradizionale « Colletta » del Venerdì Santo. Un’iniziativa, scrive il prefetto della « Congregazione per le Chiese orientali » nella « missiva » (pubblicata integralmente da « L’Osservatore Romano »), che «assume uno speciale rilievo». Essa, infatti, «è collocata dai Sommi Pontefici in un giorno tanto significativo per attestare la comune appartenenza alla Terra che nel fluire della storia rimane la « silenziosa testimone della vita terrena del Salvatore », secondo una felice espressione di Papa Benedetto XVI».
Sandri auspica a tal proposito che l’invito «riceva costante accoglienza da parte di tutte le Chiese locali, perché possa crescere il movimento di carità» coordinato, «per mandato del Papa», dalla « Congregazione » di cui è prefetto. Il fine della « Colletta » è infatti, quello di «garantire alla Terra Santa, in modo ordinato ed « equo », il sostegno necessario alla vita ecclesiale ordinaria e a particolari necessità». Tra «le urgenze da affrontare», la « Lettera » ricorda «l’inarrestabile fenomeno dell’emigrazione, che rischia di privare le comunità cristiane delle migliori risorse umane. Nulla dobbiamo lasciare di intentato per garantire che, accanto alle « monumentali » testimonianze storiche del cristianesimo, siano sempre le comunità vive a celebrare il mistero di Cristo, nostra pace».
Per questo il porporato esorta alla preghiera «costante e tenace» per la pace. È infatti «l’assenza di una stabile pace ad acuire nei « Luoghi Santi » antichi problemi e povertà e a generarne di nuovi. I cristiani che vi abitano – scrive Sandri – meritano, pertanto, la prioritaria attenzione della Chiesa cattolica e delle altre Chiese e comunità ecclesiali, le quali hanno sempre bisogno del vivente carisma delle origini e della singolare vocazione ecumenica e « interreligiosa » di cui essi sono portatori».
Attraverso i risultati della « Colletta », dunque, «la comunità latina raccolta attorno al
« Patriarcato di Gerusalemme » e alla « Custodia Francescana », ma anche le altre Chiese orientali cattoliche, secondo prudenti e collaudate norme pontificie, potranno beneficiare della carità di tutti i cattolici, non in termini occasionali, bensì con la sufficiente sicurezza e continuità che consenta di guardare con speranza al futuro». Gli effetti, però, non si limitano alla comunità cattolica. Tramite essa, infatti, ricorda ancora la « Lettera », «la carità si espanderà senza distinzione religiosa, culturale e politica, soprattutto a favore delle giovani generazioni che, per citare solo il più apprezzato tra i servizi ad esse offerti, potranno continuare ad usufruire della qualificata e diffusa opera educativa cattolica».
Il cardinale conclude «presentando, fin da ora, la profonda gratitudine del Santo Padre per il sostegno a una causa di così vitale importanza per la Chiesa e per l’umanità. È un grazie condiviso – scrive – dalla nostra Congregazione e da tutte le Comunità latine e orientali di Terra Santa».
In effetti costante è stata, specie negli ultimi tempi, l’attenzione di Benedetto XVI alle necessità di tali Chiese. Il 9 giugno 2007, durante la visita alla « Congregazione per le Chiese Orientali » nel 90° di fondazione, auspicò: «Possano le Chiese e i discepoli del Signore rimanere là dove li ha posti per nascita la « Divina Provvidenza »; là dove meritano di rimanere per una presenza che risale agli inizi del cristianesimo. Nel corso dei secoli essi si sono distinti per un amore incontestabile e inscindibile alla propria fede, al proprio popolo e alla propria terra». A distanza di pochi giorni, poi, per altre due volte – il 17 giugno da
Assisi e il 21 giugno 2007, nel corso dell’udienza alla « Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali » (« Roaco ») – il Papa ripeté il suo appello per la pace in Medio Oriente.
I sussidi vengono distribuiti alle diocesi, agli ordini religiosi e ad altre istituzioni ecclesiastiche presenti in Libano, Siria, Iraq, Giordania, Egitto e particolarmente in Israele e nei « Territori palestinesi ». Nella distribuzione degli aiuti, speciale attenzione viene data alle istituzioni educative, quali le scuole cattoliche e l’
« Università di Betlemme ». Inoltre, nel corso del 2007, sono stati anche destinati 500mila dollari per la realizzazione di dieci appartamenti a Betlemme e altri 500mila per la ricostruzione di una scuola « melchita » a Maghar.
 

Publié dans:dalla Chiesa, Pasqua |on 26 février, 2008 |Pas de commentaires »

Il Papa al Congresso sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente”

25/02/2008, du site:

 

http://www.zenit.org/article-13617?l=italian

  

Il Papa al Congresso sul tema “Accanto al malato inguaribile e al morente” 

 

Organizzato dalla Pontificia Accademia per la Vita 

 

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 25 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo lunedì in udienza i partecipanti al Congresso sul tema « Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi« , indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XIV Assemblea generale dell’Accademia.  

  

 Cari fratelli e sorelle, 

con viva gioia porgo il mio saluto a voi tutti che partecipate al Congresso indetto dalla Pontificia Accademia per la Vita sul tema « Accanto al malato inguaribile e al morente: orientamenti etici ed operativi« . Il Congresso si svolge in connessione con la XIV Assemblea Generale dell’Accademia, i cui membri sono pure presenti a questa Udienza. Ringrazio anzitutto il Presidente Mons. Sgreccia per le sue cortesi parole di saluto; con lui ringrazio la Presidenza tutta, il Consiglio Direttivo della Pontificia Accademia, tutti i collaboratori e i membri ordinari, onorari e corrispondenti. Un saluto cordiale e riconoscente voglio poi rivolgere ai relatori di questo importante Congresso, così come a tutti i partecipanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Carissimi, il vostro generoso impegno e la vostra testimonianza sono veramente meritevoli di encomio. 

Già semplicemente considerando i titoli delle relazioni congressuali, si può percepire il vasto panorama delle vostre riflessioni e l’interesse che esse rivestono per il tempo presente, in special modo nel mondo secolarizzato di oggi. Voi cercate di dare risposte ai tanti problemi posti ogni giorno dall’incessante progresso delle scienze mediche, le cui attività risultano sempre più sostenute da strumenti tecnologici di elevato livello. Di fronte a tutto questo, emerge l’urgente sfida per tutti, e in special modo per la Chiesa, vivificata dal Signore risorto, di portare nel vasto orizzonte della vita umana lo splendore della verità rivelata e il sostegno della speranza. 

Quando si spegne una vita in età avanzata, o invece all’alba dell’esistenza terrena, o nel pieno fiorire dell’età per cause impreviste, non si deve vedere in ciò soltanto un fatto biologico che si esaurisce, o una biografia che si chiude, bensì una nuova nascita e un’esistenza rinnovata, offerta dal Risorto a chi non si è volutamente opposto al suo Amore. Con la morte si conclude l’esperienza terrena, ma attraverso la morte si apre anche, per ciascuno di noi, al di là del tempo, la vita piena e definitiva. Il Signore della vita è presente accanto al malato come Colui che vive e dona la vita, Colui che ha detto: « Sono venuto perchè abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza » (Gv 10,10), « Io sono la Resurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore vivrà, (Gv 10,25) e « Io lo resusciterò nell’ultimo giorno » (Gv 6,54). In quel momento solenne e sacro, tutti gli sforzi compiuti nella speranza cristiana per migliorare noi stessi e il mondo che ci è affidato, purificati dalla Grazia, trovano il loro senso e si impreziosiscono grazie all’amore di Dio Creatore e Padre. Quando, al momento della morte, la relazione con Dio si realizza pienamente nell’incontro con « Colui che non muore, che è la vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita; allora viviamo » (Benedetto XVI, Spe salvi, 27). Per la comunità dei credenti, questo incontro del morente con la Sorgente della Vita e dell’Amore rappresenta un dono che ha valore per tutti, che arricchisce la comunione di tutti i fedeli. Come tale, esso deve raccogliere l’attenzione e la partecipazione della comunità, non soltanto della famiglia dei parenti stretti, ma, nei limiti e nelle forme possibili, di tutta la comunità che è stata legata alla persona che muore. Nessun credente dovrebbe morire nella solitudine e nell’abbandono. Madre Teresa di Calcutta aveva una particolare premura di raccogliere i poveri e i derelitti, perchè almeno nel momento della morte potessero sperimentare, nell’abbraccio delle sorelle e dei fratelli, il calore del Padre. 

Ma non è soltanto la comunità cristiana che, per i suoi particolari vincoli di comunione soprannaturale, è impegnata ad accompagnare e celebrare nei suoi membri il mistero del dolore e della morte e l’alba della nuova vita. In realtà, tutta la società mediante le sue istituzioni sanitarie e civili è chiamata a rispettare la vita e la dignità del malato grave e del morente. Pur nella consapevolezza del fatto che « non è la scienza che redime gli uomini » (Benedetto XVI, Spe salvi, 26), la società intera e in particolare i settori legati alla scienza medica sono tenuti ad esprimere la solidarietà dell’amore, la salvaguardia e il rispetto della vita umana in ogni momento del suo sviluppo terreno, soprattutto quando essa patisce una condizione di malattia o è nella sua fase terminale. Più in concreto, si tratta di assicurare ad ogni persona che ne avesse bisogno il sostegno necessario attraverso terapie e interventi medici adeguati, individuati e gestiti secondo i criteri della proporzionalità medica, sempre tenendo conto del dovere morale di somministrare (da parte del medico) e di accogliere (da parte del paziente) quei mezzi di preservazione della vita che, nella situazione concreta, risultino « ordinari ». Per quanto riguarda, invece, le terapie significativamente rischiose o che fossero prudentemente da giudicare « straordinarie », il ricorso ad esse sarà da considerare moralmente lecito ma facoltativo. Inoltre, occorrerà sempre assicurare ad ogni persona le cure necessarie e dovute, nonché il sostegno alle famiglie più provate dalla malattia di uno dei loro componenti, soprattutto se grave e prolungata. Anche sul versante della regolamentazione del lavoro, solitamente si riconoscono dei diritti specifici ai familiari al momento di una nascita; in maniera analoga, e specialmente in certe circostanze, diritti simili dovrebbero essere riconosciuti ai parenti stretti al momento della malattia terminale di un loro congiunto. Una società solidale ed umanitaria non può non tener conto delle difficili condizioni delle famiglie che, talora per lunghi periodi, devono portare il peso della gestione domiciliare di malati gravi non autosufficienti. Un più grande rispetto della vita umana individuale passa inevitabilmente attraverso la solidarietàs concreta di tutti e di ciascuno, costituendo una delle sfide più urgenti del nostro tempo. 

Come ho ricordato nell’Enciclica Spe salvi, « la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana » (n. 38). In una società complessa, fortemente influenzata dalle dinamiche della produttività e dalle esigenze dell’economia, le persone fragili e le famiglie più povere rischiano, nei momenti di difficoltà economica e/o di malattia, di essere travolte. Sempre più si trovano nelle grandi città persone anziane e sole, anche nei momenti di malattia grave e in prossimità della morte. In tali situazioni, le spinte eutanasiche diventano pressanti, soprattutto quando si insinui una visione utilitaristica nei confronti della persona. A questo proposito, colgo l’occasione per ribadire, ancora una volta, la ferma e costante condanna etica di ogni forma di eutanasia diretta, secondo il plurisecolare insegnamento della Chiesa. 

Lo sforzo sinergico della società civile e della comunità dei credenti deve mirare a far sì che tutti possano non solo vivere dignitosamente e responsabilmente, ma anche attraversare il momento della prova e della morte nella migliore condizione di fraternità e di solidarietà, anche là dove la morte avviene in una famiglia povera o nel letto di un ospedale. La Chiesa, con le sue istituzioni già operanti e con nuove iniziative, è chiamata ad offrire la testimonianza della carità operosa, specialmente verso le situazioni critiche di persone non autosufficienti e prive di sostegni familiari, e verso i malati gravi bisognosi di terapie palliative, oltre che di appropriata assistenza religiosa. Da una parte, la mobilitazione spirituale delle comunità parrocchiali e diocesane e, dall’altra, la creazione o qualificazione delle strutture dipendenti dalla Chiesa, potranno animare e sensibilizzare tutto l’ambiente sociale, perché ad ogni uomo che soffre e in particolare a chi si avvicina al momento della morte, siano offerte e testimoniate la solidarietà e la carità. La società, per parte sua, non può mancare di assicurare il debito sostegno alle famiglie che intendono impegnarsi ad accudire in casa, per periodi talora lunghi, malati afflitti da patologie degenerative (tumorali, neurodegenerative, ecc.) o bisognosi di un’assistenza particolarmente impegnativa. In modo speciale, si richiede il concorso di tutte le forze vive e responsabili della società per quelle istituzioni di assistenza specifica che assorbono personale numeroso e specializzato e attrezzature di particolare costo. E’ soprattutto in questi campi che la sinergia tra la Chiesa e le Istituzioni può rivelarsi singolarmente preziosa per assicurare l’aiuto necessario alla vita umana nel momento della fragilità. 

Mentre auspico che in questo Congresso Internazionale, celebrato in connessione con il Giubileo delle apparizioni di Lourdes, si possano individuare nuove proposte per alleviare la situazione di quanti sono alle prese con le forme terminali della malattia, vi esorto a proseguire nel vostro benemerito impegno di servizio alla vita in ogni sua fase. Con questi sentimenti, vi assicuro la mia preghiera a sostegno del vostro lavoro e vi accompagno con una speciale Benedizione Apostolica.

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI, ZENITH |on 26 février, 2008 |Pas de commentaires »

Monsignor Bruno Forte: il “villaggio globale” cerca Dio

26/02/2008, du site:

 

http://www.zenit.org/article-13622?l=italian 

 

Monsignor Bruno Forte: il “villaggio globale” cerca Dio 

 

Sia nelle società postmoderne che in quelle povere 

 

BARCELLONA, martedì, 26 febbraio 2008 (ZENIT.org).- L’Arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, ha sottolineato l’importanza del fatto che la Chiesa sia presente “nel villaggio globale” e parli di Dio sia nelle società postmoderne occidentali che in quelle povere dei Paesi del sud del mondo e tra le persone di altre religioni. 

“La parola della fede deve mirare a questa triplice direzione per parlare il più possibile il linguaggio del tempo reale”, ha detto. 

Monsignor Forte ha pronunciato questo lunedì una lezione nell’atto centrale per celebrare il 40° anniversario della Facoltà di Teologia della Catalogna, al quale sono intervenuti anche il Nunzio del Papa in Spagna, l’Arcivescovo Manuel Monteiro de Castro, l’Arcivescovo di Barcellona, il Cardinale Lluís Martínez Sistach, e il presidente della Generalitat della Catalogna, José Montilla. 

“Nel nord, come nel sud del mondo, di fronte al villaggio postmoderno, come di fronte al rovescio della storia e alla sfida delle varie religioni, alla teologia cristiana si chiede di continuare a vivere la doppia e unica fedeltà, al tempo e all’Eterno, al presente degli uomini e al domani di Dio, in compagnia del popolo scelto dal Signore per essere in mezzo ai popoli la Chiesa dell’amore, la comunità della speranza più forte del dolore e della morte”, ha detto. 

Sul nord del mondo, il teologo ha avvertito che “il pensiero debole della condizione postmoderna non riconosce senso a nulla” e che “il vero esilio non inizia quando si abbandona la patria, ma quando non si ha più nel cuore alcuna nostalgia della patria”. 

“Nel clima di decadentismo, tutto cospira per portare gli uomini a non pensare più, a fuggire dallo sforzo e dalla passione del vero, per abbandonarsi a ciò che si può godere immediatamente – ha aggiunto –. Questo è il volto tragico della crisi di coscienza europea alla fine del ‘secolo breve’: siamo malati di assenza, spesso troppo senza speranza perché ci manca la verità, siamo diventati incapaci di amare”. 

Il teologo ha anche sottolineato “segnali di speranza” come una “specie di ricerca del senso perduto”, una “riscoperta dell’altro” e anche dell’“Ultimo”: “la necessità di una base, di senso, di orizzonti ultimi, di una patria ultima che non sia quella seduttrice, manipolatrice e violenta dell’ideologia”, che provoca un “conflitto tra la verità e la maschera”. 

Per monsignor Forte, la teologia cristiana nel nord del mondo è una “teologia della narrazione e dell’analogia, volta a evocare l’ineffabile nel rispetto per la sua ineffabilità e allo stesso tempo a farsi carico dei limiti e delle speranza prodotti dalla ragione moderna e dalle avventure della differenza”. 

A questa teologia “si chiede di inquietare il presente, denunciando i suoi idoli, ma anche le cadute nella negatività senza speranza; si chiede che si mantenga, come dovrebbe mantenersi tutta la Chiesa, in unione con il Crocifisso”. 

Di fronte alla nostalgia dell’Altro, sembra profilarsi l’esigenza di una teologia che narri, che parli di Dio raccontando l’amore che ci ha manifestato in Gesù Cristo e che pensi a quell’amore più grande con la discrezione dell’analogia; si tratta di una teologia fortemente anti-ideologica”, ha aggiunto. 

Quanto alla teologia “dal rovescio della storia”, che ha come interlocutore “l’enorme situazione di miseria in cui vive la maggior parte dell’umanità”, monsignor Forte ha alluso a “una ricerca e un desiderio di Dio che non portano fuori dalla storia, ma alla rottura, non alla solitudine di un intimismo egoista, ma alla compagnia dei poveri e dei crocifissi di questo mondo”. 

Questa “teologia nella prassi liberatrice” permette, secondo il teologo, che sorgano una “nuova coscienza della fede” e una “consapevolezza del povero”, che constata l’ingiustizia del sistema e “progetta passi concreti e possibili di liberazione”, sempre “insieme agli altri, accanto a loro e per loro”. 

L’Arcivescovo ha quindi sottolineato il “necessario e urgente” dialogo del cristianesimo con le altre esperienze religiose dell’umanità, che attualmente si realizza in genere “sotto la bandiera dell’inclusivismo: mantenendo ferma la necessità di Cristo e della sua mediazione, si prende sul serio la possibilità universale della salvezza”. 

Monsignor Forte, membro della Commissione Teologia Internazionale, ha segnalato alcune delle varie tendenze che sorgono da questo concetto: “per alcuni, il cristianesimo rappresenta il compimento del valore delle altre religioni, che più che mediazioni salvifiche sono segnali di attesa; per altri, bisogna riconoscere una certa sacramentalità delle altre religioni; per altri ancora, infine, è determinante la distinzione tra storia generale e storia speciale della salvezza, in virtù della quale le religioni hanno il valore di una mediazione di trascendenza, che tuttavia viene realizzata pienamente solo nel cristianesimo”. 

La riflessione teologica sulle religioni, osserva Forte, “si presenta come un campo di ricerca sempre aperto e non poco problematico”, e “le religioni non cristiane contengono elementi autentici dell’autocomunicazione divina, il discernimento dei quali, tuttavia, è possibile per i discepoli di Cristo solo alla luce del criterio che è la rivelazione realizzata in Lui”. 

Da parte sua, il presidente della Generalitat della Catalogna Montilla ha approfittato dell’anniversario della Facoltà per “ricordare il prezioso apporto che il pensiero cristiano ha dato, per secoli, alla cultura del nostro Paese”. 

“La cultura cristiana è stata presente nella società catalana e riconoscere queste radici, lungi dal renderci prigionieri di alcunché, ci permette di guardare al futuro con speranza”, ha detto. 

Il Cardinale Martínez Sistach ha chiuso l’atto sottolineando che “l’articolazione del magistero e della riflessione teologica diventa essenziale in un momento in cui le idee corrono da una parte all’altra a gran velocità, e manca un discernimento ponderato per ricollocare e rinnovare il discorso credente ed evangelizzatore”. 

Publié dans:Bruno Forte, ZENITH |on 26 février, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno kitten-1

http://www.freephotos.se/browse_photos.asp?cat=1&order=date

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 26 février, 2008 |Pas de commentaires »

« Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12)

dal sito: 

http://levangileauquotidien.org/

San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelie sul vangelo di Matteo, n° 61

« Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12)

Due cose ci chiede Cristo: condannare i nostri peccati, perdonare quelli degli altri, fare la prima cosa a motivo della seconda, che allora sarà più facile; chi pensa, infatti, ai propri peccati, sarà meno severo riguardo al suo compagno di miseria. E perdonare non soltanto con la bocca, ma « di tutto cuore », per non rivolgere contro di noi la spada con la quale pensiamo di trafiggere gli altri. Che male può farti il tuo nemico, di paragonabile a quello che fai tu?… Se ti lasci andare allo sdegno e all’ira, sarai ferito non dall’ingiuria che lui ti ha fatta, bensì dal risentimento che ne provi tu.

Non dire dunque: « Egli mi ha oltraggiato, mi ha calunniato, mi ha accollato tante miserie ». Quanto più dici che ti ha fatto del male, tanto più mostri che ti ha fatto del bene, poiché ti ha dato l’occasione di purificarti dai tuoi peccati. Per cui, quanto più ti offende tanto più ti mette nello stato di ottenere da Dio il perdono delle tue colpe. Se infatti lo vogliamo, nessuno potrà nuocerci. Persino i nostri nemici ci rendono così un grande servizio… Considera dunque quanto trai vantaggio da una ingiustizia sopportata umilmente e con mitezza.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 26 février, 2008 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31