Archive pour le 20 février, 2008

Giotto: angelo

Giotto: angelo dans immagini sacre giotto

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Publié dans:immagini sacre |on 20 février, 2008 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi : I MEDIATORI DELL’INFINITO

dal sito: 

http://www.cisf.it/fc05/0502fc/0502fc78.htm

di Gianfranco Ravasi

TRADIZIONE
L’ANGELO
NELLA BIBBIA E NELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE
 

I MEDIATORI DELL’INFINITO  

All’improvviso s’incrina il soffitto, le crepe s’allargano e da un varco aperto, in mezzo ai calcinacci s’affaccia un volto radioso: «Un angelo! Pensai. Tutto il giorno vola verso di me e io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parlerà». In realtà l’angelo scompare senza proferire parola e Kafka, che incastona questa angelofania nei suoi Diari, lascia aperto il dilemma reiterato nei secoli, destinato sia a cogliere il delicato e misterioso « brusio » (P.L. Berger) dell’angelo sia a dissolverne la presenza in sogno, anche se con nostalgia e con un rigurgito di fede, come confessava Czeslaw Milosz: «Vi ho tolto le vesti bianche, / le ali e perfino l’esistenza, / tuttavia io vi credo, messaggeri». 

L’angelo, però, ha come sua culla generativa per la civiltà occidentale soprattutto le Sacre Scritture. Dalla prima pagina coi «Cherubini e la fiamma della spada folgorante», posti a guardia del giardino dell’Eden (Genesi 3,24), fino alla folla angelica che popola l’Apocalisse, l’intera Bibbia è animata dalla presenza di queste figure sovrumane, ma non divine, la cui realtà era nota anche alle culture circostanti a Israele, sia pure con modalità differenti. Il nome stesso ebraico, mal’ak (215 volte nell’Antico Testamento), e greco, ánghelos (175 volte nel Nuovo Testamento), ne denota la funzione: significa, infatti, « messaggero ». Da qui si riesce a intuire la missione e, per usare un’espressione del filosofo Massimo Cacciari, la « necessità » (L’Angelo necessario è il titolo di una sua opera) di questa figura biblica, affermata ripetutamente dalla tradizione giudaica e cristiana, confermata dal magistero della Chiesa nei documenti conciliari (a partire dal Credo di Nicea del IV secolo) e papali, e accolta nella liturgia e nella pietà popolare. 

Vicini a Dio e all’uomo 

Il compito dell’angelo è sostanzialmente quello di salvaguardare la trascendenza di Dio, ossia il suo essere misterioso e « altro » rispetto al mondo e alla storia, ma al tempo stesso di renderlo vicino a noi comunicando la sua parola e la sua azione, proprio come fa il « messaggero ». È per questo che in alcuni casi l’angelo nella Bibbia sembra quasi ritirarsi per lasciare spazio a Dio che entra in scena direttamente. Così nel racconto del roveto ardente ad apparire a Mosè tra quelle fiamme è innanzitutto «l’angelo del Signore», ma subito dopo è «Dio che chiama dal roveto: Mosè, Mosè!» (Esodo 3,2-4). La funzione dell’angelo è, quindi, quella di rendere quasi visibili e percepibili in modo mediato la volontà, l’amore e la giustizia di Dio, come si legge nel Salterio: «L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva… Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede» (34,8; 91,11-12). Si ha qui l’immagine tradizionale dell’ »angelo custode », bene raffigurata nell’angelo Azaria-Raffaele del libro di Tobia. 

Segnali dell’unico mistero 

Il compito dell’angelo è quello del mediatore tra l’infinito di Dio e il finito dell’uomo e questa funzione la espleta anche per il Cristo. Come scriveva il teologo Hans Urs von Balthasar, «gli angeli circondano l’intera vita di Gesù, appaiono nel presepe come splendore della discesa di Dio in mezzo a noi; riappaiono nella Risurrezione e nell’Ascensione come splendore dell’ascesa in Dio». La loro è ancora una volta la missione di mettersi vicini all’umanità per svelare il mistero della gloria divina presente in Cristo in un modo che non ci accechi, come sarebbe con la luce divina diretta. 

L’angelo è un segno dell’Unico che dev’essere adorato, Dio; è solo un indice puntato verso l’unico mistero, quello divino; è un mediatore al servizio dell’unico perfetto Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Signore: «A quale degli angeli», si chiede la Lettera agli Ebrei (1,5), «Dio ha detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato?». È, quindi, pericolosa la deriva a cui ha condotto il movimento New Age con l’immissione di elementi magicoesoterici e di « misteriose presenze » nella concezione degli angeli. 

L’angelo può per questa via sconfinare paradossalmente in demonio. Il tema della caduta degli angeli, in verità, è molto caro alla tradizione giudaica e cristiana, ma ha una presenza solo allusiva nella Bibbia: ad esempio, c’è la Lettera di Giuda che parla di «angeli che non conservarono la loro dignità, ma lasciarono la propria dimora» (v. 6); oppure ci si può riferire alla seconda Lettera di Pietro che presenta «gli angeli che avevano peccato, precipitati negli abissi tenebrosi dell’inferno» (2,4). Ciò che è netta è l’affermazione biblica della presenza oscura di Satana che cerca proprio di spezzare quel dialogo di vita e di amore tra Dio e l’umanità che l’angelo, invece, favorisce e sostiene. Non per nulla il poeta madrileno Pedro Salinas nel suo Angelo smarrito cantava: «Le mani di chi ama / terminano in angeli».

 

 Gianfranco Ravasi 

 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 20 février, 2008 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: Sant’Agostino, precursore della vera laicità

20/02/2008, dal sito:

 

http://www.zenit.org/article-13551?l=italian 

 

Benedetto XVI: Sant’Agostino, precursore della vera laicità 

 

Intervento all’Udienza generale del mercoledì 

 

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 20 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale nell’Aula Paolo VI, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. 

Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato nuovamente sulla figura di Sant’Agostino. 

 

Cari fratelli e sorelle, 

dopo la pausa degli esercizi spirituali della settimana scorsa ritorniamo oggi alla grande figura di sant’Agostino, sul quale già ripetutamente ho parlato nelle catechesi del mercoledì. E’ il Padre della Chiesa che ha lasciato il maggior numero di opere, e di queste oggi intendo parlare brevemente. Alcuni degli scritti agostiniani sono d’importanza capitale, e non solo per la storia del cristianesimo ma per la formazione di tutta la cultura occidentale: l’esempio più chiaro sono le Confessiones, senza dubbio uno dei libri dell’antichità cristiana tuttora più letti. Come diversi Padri della Chiesa dei primi secoli, ma in misura incomparabilmente più vasta, anche il Vescovo d’Ippona ha infatti esercitato un influsso esteso e persistente, come appare già dalla sovrabbondante tradizione manoscritta delle sue opere, che sono davvero moltissime. 

Lui stesso le passò in rassegna qualche anno prima di morire nelle Retractationes e poco dopo la sua morte esse vennero accuratamente registrate nell’Indiculus (« elenco ») aggiunto dal fedele amico Possidio alla biografia di sant’Agostino, Vita Augustini. L’elenco delle opere di Agostino fu realizzato con l’intento esplicito di salvaguardarne la memoria mentre l’invasione vandala dilagava in tutta l’Africa romana e conta ben milletrenta scritti numerati dal loro Autore, con altri « che non si possono numerare, perché non vi ha apposto nessun numero ». Vescovo di una città vicina, Possidio dettava queste parole proprio a Ippona – dove si era rifugiato e dove aveva assistito alla morte dell’amico – e quasi sicuramente si basava sul catalogo della biblioteca personale di Agostino. Oggi, sono oltre trecento le lettere sopravvissute del Vescovo di Ippona e quasi seicento le omelie, ma queste in origine erano moltissime di più, forse addirittura tra le tremila e le quattromila, frutto di un quarantennio di predicazione dell’antico retore che aveva deciso di seguire Gesù e di parlare non più ai grandi della corte imperiale, ma alla semplice popolazione di Ippona. 

E ancora in anni recenti le scoperte di un gruppo di lettere e di alcune omelie hanno arricchito la nostra conoscenza di questo grande Padre della Chiesa. « Molti libri – scrive Possidio – furono da lui composti e pubblicati, molte prediche furono tenute in chiesa, trascritte e corrette, sia per confutare i diversi eretici sia per interpretare le sacre Scritture ad edificazione dei santi figli della Chiesa. Queste opere – sottolinea il Vescovo amico – sono tante che a stento uno studioso ha la possibilità di leggerle ed imparare a conoscerle » (Vita Augustini, 18, 9). 

Tra la produzione letteraria di Agostino – quindi più di mille pubblicazioni suddivise in scritti filosofici, apologetici, dottrinali, morali, monastici, esegetici, antieretici, oltre appunto le lettere e le omelie – spiccano alcune opere eccezionali di grande respiro teologico e filosofico. Innanzi tutto bisogna ricordare le già menzionate Confessiones, scritte in tredici libri tra il 397 e il 400 a lode di Dio. Esse sono una specie di autobiografia nella forma di un dialogo con Dio. Questo genere letterario riflette proprio la vita di sant’Agostino, che era un vita non chiusa in sé, dispersa in tante cose, ma vissuta sostanzialmente come dialogo con Dio e così una vita con gli altri. Già il titolo Confessiones indica la specificità di questa autobiografia. Questa parola confessiones nel latino cristiano sviluppato dalla tradizione dei Salmi ha due significati, che tuttavia si intrecciano. Confessiones indica, in primo luogo, la confessione delle proprie debolezze, della miseria dei peccati; ma, allo stesso tempo, confessiones significa lode di Dio, riconoscimento a Dio. Vedere la propria miseria nella luce di Dio diventa lode a Dio e ringraziamento perché Dio ci ama e ci accetta, ci trasforma e ci eleva verso se stesso. Su queste Confessiones che ebbero grande successo già durante la vita di sant’Agostino, lui stesso ha scritto: « Esse hanno esercitato su di me tale azione mentre le scrivevo e l’esercitano ancora quando le rileggo. Vi sono molti fratelli ai quali queste opere piacciono » (Retractationes, II, 6): e devo dire che anch’io sono uno di questi «fratelli». E grazie alle Confessiones possiamo seguire passo passo il cammino interiore di quest’uomo straordinario e appassionato di Dio. Meno diffuse ma altrettanto originali e molto importanti sono poi le Retractationes, composte in due libri intorno al 427, nelle quali sant’Agostino, ormai anziano, compie un’opera di « revisione » (retractatio) di tutta la sua opera scritta, lasciando così un documento letterario singolare e preziosissimo, ma anche un insegnamento di sincerità e di umiltà intellettuale. 

Il De civitate Dei – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritto tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L’occasione era il sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. Tanti pagani ancora viventi, ma anche molti cristiani, avevano detto: Roma è caduta, adesso il Dio cristiano e gli apostoli non possono proteggere la città. Durante la presenza delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio cristiano, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant’Agostino con questa grandiosa opera, il De civitate Dei, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede. 

Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé « sino all’indifferenza per Dio », e amore di Dio « sino all’indifferenza per sé », (De civitate Dei, XIV, 28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant’Agostino, di una importanza permanente. Altrettanto importante è il De Trinitate, opera in quindici libri sul principale nucleo della fede cristiana, la fede nel Dio trinitario, scritta in due tempi: tra il 399 e il 412 i primi dodici libri, pubblicati a insaputa di Agostino, che verso il 420 li completò e rivide l’intera opera. Qui egli riflette sul volto di Dio e cerca di capire questo mistero del Dio che è unico, l’unico creatore del mondo, di noi tutti, e tuttavia, proprio questo unico Dio è trinitario, un cerchio di amore. Cerca di capire il mistero insondabile: proprio l’essere trinitario, in tre Persone, è la più reale e più profonda unità dell’unico Dio. Il De doctrina Christiana è invece una vera e propria introduzione culturale all’interpretazione della Bibbia e in definitiva allo stesso cristianesimo, che ha avuto un’importanza decisiva nella formazione della cultura occidentale. 

Pur con tutta la sua umiltà, Agostino certamente fu consapevole della propria statura intellettuale. Ma per lui, più importante del fare grandi opere di respiro alto, teologico, era portare il messaggio cristiano ai semplici. Questa sua intenzione più profonda, che ha guidato tutta la sua vita, appare da una lettera scritta al collega Evodio, dove comunica la decisione di sospendere per il momento la dettatura dei libri del De Trinitate, « perché sono troppo faticosi e penso che possano essere capiti da pochi; per questo urgono di più testi che speriamo saranno utili a molti » (Epistulae, 169, 1, 1). Quindi più utile era per lui comunicare la fede in modo comprensibile a tutti, che non scrivere grandi opere teologiche. La responsabilità acutamente avvertita nei confronti della divulgazione del messaggio cristiano è poi all’origine di scritti come il De catechizandis rudibus, una teoria e anche una prassi della catechesi, o il Psalmus contra partem Donati. I donatisti erano il grande problema dell’Africa di sant’Agostino, uno scisma volutamente africano. Essi affermavano: la vera cristianità è quella africana. Si opponevano all’unità della Chiesa. Contro questo scisma il grande Vescovo ha lottato per tutta la sua vita, cercando di convincere i donatisti che solo nell’unità anche l’africanità può essere vera. E per farsi capire dai semplici, che non potevano comprendere il grande latino del retore, ha detto: devo scrivere anche con errori grammaticali, in un latino molto semplificato. E lo ha fatto soprattutto in questo Psalmus, una specie di poesia semplice contro i donatisti, per aiutare tutta la gente a capire che solo nell’unità della Chiesa si realizza per tutti realmente la nostra relazione con Dio e cresce la pace nel mondo. 

In questa produzione destinata a un pubblico più largo riveste un’importanza particolare la massa delle omelie, spesso pronunciate ‘a braccio’, trascritte dai tachigrafi durante la predicazione e subito messe in circolazione. Tra queste, spiccano le bellissime Enarrationes in Psalmos, molto lette nel medioevo. Proprio la prassi di pubblicazione delle migliaia di omelie di Agostino – spesso senza il controllo dell’autore – spiega la loro diffusione e successiva dispersione, ma anche la loro vitalità. Subito infatti le prediche del vescovo d’Ippona diventavano, per la fama del loro autore, testi molto ricercati e servivano anche per altri Vescovi e sacerdoti come modelli, adattati a sempre nuovi contesti. 

La tradizione iconografica, già in un affresco lateranense risalente al VI secolo, rappresenta sant’Agostino con un libro in mano, certo per esprimere la sua produzione letteraria, che tanto influenzò la mentalità e il pensiero cristiani, ma per esprimere anche il suo amore per i libri, per la lettura e la conoscenza della grande cultura precedente. Alla sua morte non lasciò nulla, racconta Possidio, ma « raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici », soprattutto quelli delle sue opere. In queste, sottolinea Possidio, Agostino è « sempre vivo » e giova a chi legge i suoi scritti, anche se, conclude, « io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente » (Vita Augustini, 31). Sì, anche per noi sarebbe stato bello poterlo sentire vivo. Ma è realmente vivo nei suoi scritti, è presente in noi e così vediamo anche la permanente vitalità della fede alla quale ha dato tutta la sua vita.

 

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

 

 Rivolgo ora un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Canossiane qui convenute in occasione della loro Assemblea capitolare e le esorto ad essere sempre più presenze significative ovunque operano, distinguendosi per una intensa comunione e attiva cooperazione con i Pastori della Chiesa. Saluto con affetto i Seminaristi del Seminario Vescovile di Lugano, accompagnati dal Vescovo Mons. Pier Giacomo Grampa, e li incoraggio a dedicarsi con serio impegno alla propria formazione spirituale e teologica, necessaria per l’impegno apostolico che li attende. Saluto le Guide della Necropoli Vaticana, accompagnate dal Cardinale Angelo Comastri e da Mons. Vittorio Lanzani, ed esprimo il mio apprezzamento per il competente e generoso servizio che svolgono in favore dei pellegrini provenienti da tutto il mondo. Saluto i fedeli della Parrocchia San Giovanni Battista, in Dossena e i rappresentanti della Federazione Italiana Amici dei Musei

Saluto poi i fedeli delle Diocesi di Pavia e di Vigevano, guidati dai rispettivi Pastori Mons. Giovanni Giudici e Mons. Claudio Baggini, qui convenuti per ricambiare la visita, che ho avuto la gioia di compiere nel mese aprile dell’anno scorso in terra pavese e lomellina. Cari amici, ancora una volta vi ringrazio per l’affetto con cui mi avete accolto, ed auspico che da quel nostro incontro scaturisca per le vostre Comunità diocesane una rinnovata vitalità spirituale nella fedele e generosa adesione a Cristo e alla Chiesa. Guardate al futuro con speranza e lavorate con appassionata fiducia nella vigna del Signore! 

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, e agli sposi novelli. L’amicizia nei confronti di Gesù, cari giovani, sia per voi fonte di gioia e spinta a compiere scelte impegnative. L’amore per Cristo vi rechi conforto, cari malati, nei momenti difficili e vi infonda serenità. Cari sposi novelli, alla luce dell’amicizia con il Signore, impegnatevi a corrispondere alla vostra vocazione e missione con un amore reciproco e fedele. 

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Sant'Agostino, ZENITH |on 20 février, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno asclepias_speciosa2

Asclepias speciosa

http://www.ubcbotanicalgarden.org/potd/2006/03/asclepias_speciosa.php#001446

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 20 février, 2008 |Pas de commentaires »

« Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme »

dal sito: 

http://levangileauquotidien.org/

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Esposizione sul salmo 126 ; CCSL 40, 1859

« Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme »

Cosa significa: « Vano è per voi levarvi prima della luce » (Sal 126,2)?… La nostra luce è Cristo, il quale è risorto, ed è bene per te muovere i passi dietro a Cristo, non davanti a Cristo. Chi sono coloro che si muovono davanti a Cristo?… Coloro che pretendono essere altolocati quaggiù dove egli fu umile. Se pertanto desiderano la gloria là dove Cristo è glorificato, occorre che siano umili quaggiù. Diceva infatti il Signore rivolto a coloro che si erano uniti a lui mediante la fede, tra i quali siamo anche noi se, come loro, crediamo in Cristo con purezza di cuore: « Padre, voglio che quanti mi hai dati siano con me là dove sono io » (Gv 17,25). Grande dono, miei fratelli! Grande grazia, grande promessa!… Vuoi dunque essere là dove è Cristo nella gloria? Sii umile là dove egli fu umile.

« Non c’è discepolo più grande del maestro » (Mt 10,24)… Tali erano i figli di Zebedeo, i quali, prima di umiliarsi conformandosi alla passione del Signore, già si sceglievano il posto dove sedersi: uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra. Volevano « levarsi prima della luce », e perciò erano sul cammino verso la vanità. Ascoltando le loro intenzioni, il Signore li richiamò all’umiltà e disse loro: « Potete bere al calice dal quale io berrò? Io sono venuto ad umiliarmi e voi volete precedermi sognando le altezze? Dove cammino io, là occorre che mi seguiate – disse -; poiché se volete muovervi in una direzione diversa dalla mia, vano è per voi levarvi prima della luce. »

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 20 février, 2008 |Pas de commentaires »

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