Archive pour le 15 février, 2008

San Paolo Apostolo – lo metto perché sto continuando a studiare i suoi scritti

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Riflessione di monsignor Ravasi sulla nuova preghiera per gli ebrei

dal sito:

http://www.zenit.org/article-13495?l=italian

14/02/2008 

 

Riflessione di monsignor Ravasi sulla nuova preghiera per gli ebrei 

 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 14 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la riflessione dell’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, circa la modifica, voluta da Benedetto XVI, alla preghiera per gli ebrei che si recitava nella liturgia del Venerdì Santo prima del Concilio Vaticano II. 

L’articolo è apparso su “L’Osservatore Romano” del 15 febbraio. 

* * *

 

 Un giorno Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Gesù di Nazaret rispose:  « Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi ». Il rapporto tra gli Ebrei e questo loro « fratello maggiore », come l’aveva curiosamente chiamato il filosofo Martin Buber, è stato sempre intenso e tormentato, riflettendo anche la ben più complessa e travagliata relazione tra ebraismo e cristianesimo. Forse sia pure nella semplificazione della formula è suggestiva la battuta di Shalom Ben Chorin nel suo saggio dal titolo emblematico Fratello Gesù (1967):  « La fede di Gesù ci unisce ai cristiani, ma la fede in Gesù ci divide ». 

Abbiamo voluto ricreare questo fondale, in realtà molto più vasto e variegato, per collocarvi in modo più coerente  il nuovo Oremus  et  pro Iudaeis per la Liturgia del Venerdì Santo. Non c’è bisogno di ripetere che si tratta di un intervento su un testo già codificato e di uso specifico, riguardante la Liturgia del Venerdì Santo secondo il Missale Romanum nella stesura promulgata dal beato Giovanni XXIII, prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Un testo, quindi, già cristallizzato nella sua redazione e circoscritto nel suo uso attuale, secondo le ormai note disposizioni contenute nel motu proprio papale Summorum Pontificum dello scorso luglio. 

All’interno, dunque, del nesso che unisce intimamente l’Israele di Dio e la Chiesa cerchiamo di individuare le caratteristiche teologiche di questa preghiera, in dialogo anche con le reazioni severe che essa ha suscitato in ambito ebraico. La prima è una considerazione « testuale » in senso stretto:  si ricordi, infatti, che il vocabolo textus rimanda all’idea di un « tessuto » che è elaborato con fili diversi. Ebbene, la trentina di parole latine sostanziali dell’Oremus è totalmente frutto di una « tessitura » di espressioni neotestamentarie. Si tratta, quindi, di un linguaggio che appartiene alla Scrittura Sacra, stella di riferimento della fede e dell’orazione cristiana. 

Si invita innanzitutto a pregare perché Dio « illumini i cuori », così che anche gli Ebrei « riconoscano Gesù Cristo come salvatore di tutti gli uomini ». Ora, che Dio Padre e Cristo possano « illuminare gli occhi e la mente » è un auspicio che san Paolo già destina agli stessi cristiani di Efeso di matrice sia giudaica sia pagana (1, 18; 5, 14). La grande professione di fede in « Gesù Cristo salvatore di tutti gli uomini » è incastonata nella Prima lettera a Timoteo (4, 10), ma è anche ribadita in forme analoghe da altri autori neotestamentari, come, ad esempio, il Luca degli Atti degli Apostoli che mette in bocca a Pietro questa testimonianza davanti al Sinedrio:  « In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati » (4, 12). 

A questo punto ecco l’orizzonte che la preghiera vera e propria delinea:  si chiede a Dio, « che vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità », di far sì « che, con l’ingresso della pienezza delle genti nella Chiesa, anche tutto Israele sia salvo ». In alto si leva la solenne epifania di Dio onnipotente ed eterno il cui amore è come un manto che si allarga sull’intera umanità:  egli, infatti si legge ancora nella Prima lettera a Timoteo (2, 4) « vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità ». Ai piedi di Dio si muove, invece, come una grandiosa processione planetaria, che è fatta di ogni nazione e cultura e che vede Israele quasi in una fila privilegiata, con una presenza necessaria. È ancora l’apostolo Paolo che conclude la celebre sezione del suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani, dedicata al popolo ebraico, l’olivo genuino sul quale noi siamo stati innestati, con questa visione la cui descrizione è « intessuta » su citazioni profetiche e salmiche:  l’attesa della pienezza della salvezza « è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti; allora tutto Israele sarà salvato come sta scritto:  Da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà da Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro quando distruggerò i loro peccati » (11, 25-27). 

Un’orazione, quindi, che risponde al metodo compositivo classico nella cristianità:  « tessere » le invocazioni sulla base della Bibbia così da intrecciare intimamente credere e pregare (è un’interazione tra le cosiddette lex orandi e lex credendi). A questo punto possiamo proporre una seconda riflessione di indole più strettamente contenutistica. La Chiesa prega per aver accanto a sé nell’unica comunità dei credenti in Cristo anche l’Israele fedele. È ciò che attendeva come grande speranza escatologica, cioè come approdo ultimo della storia, san Paolo nei capitoli della Lettera ai Romani (capitoli 9-11) a cui sopra accennavamo. È ciò che lo stesso Concilio Vaticano II proclamava quando, nella costituzione sulla Chiesa, affermava che « quelli che non hanno ancora accolto il Vangelo in vari modi sono ordinati ad essere il popolo di Dio, e per primo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale è nato Cristo secondo la carne, popolo in virtù dell’elezione carissimo a ragione dei suoi padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili » (Lumen gentium, n. 16). 

Questa intensa speranza è ovviamente propria della Chiesa che ha al centro, come sorgente di salvezza, Gesù Cristo. Per il cristiano egli è il Figlio di Dio ed è il segno visibile ed efficace dell’amore divino, perché come aveva detto quella notte Gesù a « un capo dei Giudei », Nicodemo « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, e non lo ha mandato per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui » (cfr Giovanni, 3, 16-17). È, dunque, da Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio di Israele, che promana l’onda purificatrice e fecondatrice della salvezza, per cui si può anche dire in ultima analisi, come fa il Cristo di Giovanni, che « la salvezza viene dai Giudei » (4, 22). L’estuario della storia sperato dalla Chiesa è, quindi, radicato in quella sorgente. 

Lo ripetiamo:  questa è la visione cristiana ed è la speranza della Chiesa che prega. Non è una proposta programmatica di adesione teorica né una strategia missionaria di conversione. È l’atteggiamento caratteristico dell’invocazione orante secondo il quale si auspica anche alle persone che si considerano vicine, care e significative, una realtà che si ritiene preziosa e salvifica. Scriveva un importante esponente della cultura francese del Novecento, Julien Green, che « è sempre bello e legittimo augurare all’altro ciò che è per te un bene o una gioia:  se pensi di offrire un vero dono, non frenare la tua mano ». Certo, questo deve avvenire sempre nel rispetto della libertà e dei diversi percorsi che l’altro adotta. Ma è espressione di affetto auspicare anche al fratello quello che tu consideri un orizzonte di luce e di vita. 

È in questa prospettiva che anche l’Oremus in questione pur nella sua limitatezza d’uso e nella sua specificità può e deve confermare il nostro legame e il dialogo con « quel popolo con cui Dio si è degnato di stringere l’Antica Alleanza », nutrendoci « della sua radice di olivo buono su cui sono innestati i rami dell’olivo selvatico che siamo noi Gentili » (Nostra aetate, n. 4). E come pregherà la Chiesa nel prossimo Venerdì Santo secondo la liturgia del Messale di Paolo VI, la comune e ultima speranza è che « il popolo primogenito dell’alleanza con Dio possa giungere alla pienezza della redenzione ».

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI, ZENITH |on 15 février, 2008 |Pas de commentaires »

…l’elogio della «debolezza».

dal sito: 

http://www.atma-o-jibon.org/italiano/home_it.htm  

INTERVISTA 

Esce un libro di Vittorino Andreoli che tesse l’elogio della «debolezza».


Un «j’accuse» verso i potenti che calpestano i diritti e la dignità degli altri.
A colloquio con l’autore. 

 L’ultima virtù, la fragilità   «Non gli uomini della guerra fanno la storia, ma quelli veramente saggi».
«Gandhi non è stato « premier » e Gesù si è lasciato crocifiggere». 

Lucia Bellaspiga
(« Avvenire », 25/1/’08) 

Vittorino Andreoli, uno dei più autorevoli psichiatri italiani, punto di riferimento per comprendere drammi umani e comportamenti estremi, è un uomo « fragile ». Una « contraddizione »? Un colpo di scena? Niente affatto: «Ho dedicato il mio tempo alla follia, alla sofferenza che sdoppia le identità e fa di un uomo uno « schizofrenico ». Un lavoro che molti ritengono esclusivo dei forti, degli uomini di ferro… Ebbene, se ho aiutato i miei matti è grazie alla mia fragilità». L’uomo potente, « granitico », non dà spazio agli altri perché non ha crepe, solo il fragile sa comprendere e amare i « frammenti » di un uomo spezzato e metterli insieme. Perché è di vetro e sa frangersi lasciando entrare l’amore. « L’uomo di vetro » è l’ultimo libro di Andreoli (« Rizzoli », 180 pagine, 12 euro), un inno sincero a «la forza della fragilità» (è il « sottotitolo »), e una feroce denuncia di potenti e « tracotanti »: loro sì i veri deboli. 

Una lucida « disamina » del mondo d’oggi ma anche un libro altamente « autobiografico ». 

«Ma questo fa parte dell’essere psichiatra: non posso parlare degli altri se non mi metto in gioco. Questo libro è nato dalla mole impressionante di interventi che mi vengono chiesti: ho capito che la gente mi percepisce come il grande « luminare », l’uomo forte, così ho sentito il bisogno di rivendicare la mia fragilità. È lei che mi permette di essere un medico». 

Un « elogio della fragilità » va decisamente « controcorrente », oggi. 

«Ci hanno a lungo insegnato a nascondere le nostre paure, ci hanno detto che piangere è una debolezza. La realtà è opposta: solo l’uomo fragile prova l’amore, l’amicizia, la solidarietà, perché ha bisogno dell’altro e lo ammette. Il potente crede di bastare a se stesso e così non sa amare: l’uomo di ferro è freddo, evita il confronto, se si lega all’altro è per « sottometterlo ». Non c’è nulla di più simile alla fragilità dell’amore, quando ami non sei più capace di vivere senza l’amato, lo invochi, ti senti incompleto. I due si cercano ed è bellissima l’idea che l’amore sia lo scambio di due fragilità». 

« Socraticamente » lei identifica il fragile con l’uomo saggio, colui che sa di non essere perfetto. Al contrario oggi il « tracotante » vince. 

«È vero, io conosco molti saggi ma non sono noti a un mondo che si lascia colpire solo dai potenti, da chi fa « baccano », spesso con le armi per conquistare terre e uomini. Il potente si fonda sulla cultura del nemico, si regge solo su un « antagonista » da eliminare, per lui l’altro è solo un pericolo. Il saggio invece non ama il potere, desidera solo vivere sereno e la serenità ha come premessa di non avere nemici. Non teme nulla, e per questo è deriso dal potente, fieramente circondato da « guardie del corpo » che gettano occhiate in giro per individuare nemici nascosti ovunque». 

Un’immagine molto reale, non « metaforica ». 

«L’avanzamento delle società, checché se ne dica, è nelle mani dei saggi, mai dei politici con i loro missili intelligenti o le mine antiuomo. Sono stati i saggi antichi a rimanere seduti la notte a osservare le stelle, mentre i potenti andavano a « depredare ». Finché dominerà la logica della guerra e il sistema della conquista, anche se tutti la definiscono difesa, sarà segno inequivocabile che la saggezza è estranea al mondo e che i saggi sono uomini sereni ma emarginati. Eppure sono loro i veri forti, mentre i potenti vivono nella paura e si difendono con la violenza». 

C’è molto Machiavelli, qui… 

«Infatti Machiavelli deve educare il « Principe » al potere. Io la vedo come lui, ma dalla prospettiva opposta, io educherei all’amore: la nostra società è in « agonia », vive di dominio, di successo, di denaro, non c’è più tempo per piccole modifiche, è ora di « capovolgimenti » o andiamo a morire. Un’utopia? Può essere, certo i potenti non mollano, ma la vera storia è fatta tutta dai fragili, dai « perdenti »: Gandhi non è mai stato un « premier », Cristo si è lasciato crocifiggere, sono loro che cambiano il mondo». 

Un affascinante capitolo ci porta a individuare chi è uomo e chi no. 

«Non lo è chi aspira ad avere cose e « soggiogare » persone, chi non si vergogna della sua incoerenza e la chiama « flessibilità », chi violenta un bambino per una « convulsione » di piacere, chi pensa di essere perfetto e colloca tutti gli altri nella « pattumiera » del mondo: i campi di concentramento oggi sono nelle strade, dove circolano uomini senza essere visti. Chi lascia che dall’altra parte del mondo i bambini muoiano senza cibo e senza un farmaco perché lì non circola moneta di valore, chi non si cura della solitudine dei vecchi… Il mondo è pieno di « non uomini »». 

Chi è uomo, allora? 

«Chi sa cos’è il dolore perché ne è stato colpito e non ha dimenticato, chi non si ritiene onnipotente, chi sa gridare aiuto, cantare inni di speranza a un Signore che forse non c’è ma che sente il bisogno di pregare». 

Ma se la fragilità è la somma delle virtù, anche Dio non può che essere di vetro. 

«Quello che prego è un dio della fragilità, un dio « minore », che sappia amare e capire, un dio piccolo che aiuti con la propria paura, che affermi che questo mondo è malato.
Il dio dei « despoti » è freddo, irritabile, genera timore: io voglio un dio che abbia paura della morte anche se è eterno, che conosca l’angoscia, la voglia di accarezzare mentre si produce un lamento di dolore…». 

Ma questo è Gesù Cristo. 

«È certo lui l’immagine che più si avvicina alla mia fragilità: ha pianto, ha rimproverato Dio che è nei cieli, ha sofferto in croce, è stato insultato, ha agito nell’impotenza, è stato lasciato solo a sudare sangue nei « Getsemani ». È lui il mio Dio, ma l’incontro non è ancora avvenuto: ho aspettato tanto, mi sono « profumato » nell’attesa e ancora non è venuto nessuno. Il mio terrore? Morire senza aver capito nulla, senza la grazia che trasforma il dramma in benedizione. Un « aldilà » con un dio potente anziché fragile». 

Publié dans:Approfondimenti |on 15 février, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno autumn-gentian-0328

http://www.naturephoto-cz.com/plants.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 15 février, 2008 |Pas de commentaires »

« Se ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te… va’ a riconciliarti con lui »

dal sito:

http://levangileauquotidien.org/

San Cipriano (circa 200-258), vescovo di Cartagine e martire
Sul Padre nostro, 23

« Se ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te… va’ a riconciliarti con lui »

« Con la misura con la quale misurate, sarete misurati » (Mt 7,2). Quel servo che, pur avendo avuto dal padrone il condono di tutto il suo debito non volle usare la medesima bontà con il servo suo compagno, venne chiuso in prigione. Non volle essere indulgente col suo compagno di servitù, e perse la grazia fattagli dal Signore (Mt 18,23). Questo dovere viene ribadito fortemente da Cristo e confermato con tutto il peso della sua autorità. Egli dice : « Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli, perdoni a voi i vostri peccati » (Mc 11,25).

Dio vuole che siamo operatori di pace, concordi e unanimi nella sua casa. Quali ci fece con la seconda nascita, tali vuole che perseveriamo, cioè come rinati. Se siamo figli di Dio, rimaniamo nella pace di Dio ; e coloro che hanno un solo Spirito, abbiano pure un cuor solo e un’anima sola. Dio non accoglie il sacrificio di chi è in discordia, anzi comanda di ritornare indietro dall’altare e di riconciliarsi prima col fratello. Solo così le nostre preghiere saranno ispirate alla pace e Dio le gradirà. Il sacrificio più grande da offrire a Dio è la nostra pace e la fraterna concordia, è il popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 15 février, 2008 |Pas de commentaires »

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