di Sandro Magister: Benedetto XVI invoca il giudizio di Dio su questo mondo. Per amor di giustizia

sono interessanti i link proposti da Magister, dal sito: 

 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/189547

 

  

Benedetto XVI invoca il giudizio di Dio su questo mondo. Per amor di giustizia

 

 In un botta e risposta con i preti di Roma, il papa rilancia una tesi capitale della sua enciclica sulla speranza. In antitesi alle moderne utopie. E poi rimette in discussione le messe celebrate con grandi folle

di Sandro Magister  

ROMA, 11 febbraio 2008 – Anche quest’anno papa Benedetto XVI ha incontrato i preti e i diaconi di Roma per il tradizionale appuntamento d’inizio Quaresima.

E anche questa volta ha risposto, improvvisando, alle loro domande.

L’incontro è avvenuto a porte chiuse la mattina di giovedì 7 febbraio nell’Aula delle Benedizioni, che si trova sopra l’ingresso della basilica di San Pietro. Le domande sono state dieci, su altrettanti argomenti.

Ad esempio, un prete dell’India che tornerà presto in patria ha chiesto al papa perché e come evangelizzerà gli induisti se già « il Concilio Vaticano II dice che c’è un seme di luce anche nelle altre fedi ».

Un altro sacerdote ha chiesto: « Come educare alla ricerca e alla contemplazione di quella vera bellezza che, come scriveva Dostoevskij, salverà il mondo? ».

Un altro ha denunciato il silenzio caduto sulle verità ultime: giudizio, inferno, paradiso. Ha lamentato che « nei catechismi della conferenza episcopale italiana usati per l’insegnamento della nostra fede ai ragazzi non si parla mai di inferno, mai di purgatorio, una sola volta di paradiso, una sola volta di peccato e soltanto del peccato originale ». E ha chiesto: « Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli la redenzione di Cristo? ».

Un altro ancora, che si era recato a Loreto con i giovani della sua parrocchia per la veglia e la messa con Benedetto XVI, ha detto d’aver riscontrato « una certa distanza tra il papa e i giovani » e uno stacco ancor più forte tra la solennità della messa e il sentimento di partecipazione delle centinaia di migliaia di giovani là convenuti. Finendo con la domanda: « Come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la sua solennità con il sentimento, l’affetto e l’emotività delle masse dei giovani chiamati a parteciparvi? ».

Qui di seguito sono riportate due delle dieci risposte del papa.

Quella sulle verità dimenticate del giudizio, dell’inferno, del paradiso.

E quella sui problemi posti dalle messe celebrate con grandi folle.

Come già in precedenti occasioni simili, improvvisando le sue risposte Benedetto XVI fa trapelare nel modo più trasparente i suoi personali pensieri e sentimenti.

__________

Giudizio, inferno, paradiso. Le verità da ritrovare

D. – Mancando queste parti essenziali del credo, non Le sembra che crolli la redenzione di Cristo?

R. – Lei ha parlato, giustamente, di temi fondamentali della fede che purtroppo appaiono raramente nella nostra predicazione. Nell’enciclica « Spe salvi » ho voluto proprio parlare anche del giudizio ultimo, universale, e in questo contesto anche di purgatorio, inferno e paradiso. Penso che noi tutti siamo ancora sempre colpiti dall’obiezione dei marxisti, secondo cui i cristiani hanno solo parlato dell’aldilà e hanno trascurato la terra. Così noi vogliamo dimostrare che realmente ci impegniamo per la terra e non siamo persone che parlano di realtà lontane, che non aiutano la terra.

Ora, benché sia giusto mostrare che i cristiani lavorano per la terra — e noi tutti siamo chiamati a lavorare perché questa terra sia realmente una città per Dio e di Dio — non dobbiamo dimenticare l’altra dimensione. Senza tenerne conto, non lavoriamo bene per la terra.

Mostrare questo è stato uno degli scopi fondamentali per me nello scrivere l’enciclica. Quando non si conosce il giudizio di Dio, quando non si conosce la possibilità dell’inferno, del fallimento radicale e definitivo della vita, non si conosce la possibilità e la necessità della purificazione. Allora l’uomo non lavora bene per la terra perché perde alla fine i criteri, non conosce più se stesso, non conoscendo Dio, e distrugge la terra. Tutte le grandi ideologie hanno promesso: noi prenderemo in mano le cose, non trascureremo più la terra, creeremo il mondo nuovo, giusto, corretto, fraterno. Invece, hanno distrutto il mondo. Lo vediamo con il nazismo, lo vediamo anche con il comunismo, che hanno promesso di costruire il mondo così come avrebbe dovuto essere e, invece, hanno distrutto il mondo.

Nelle visite « ad limina » dei vescovi di paesi ex comunisti, vedo sempre di nuovo come in quelle terre siano rimasti distrutti non solo il pianeta, l’ecologia, ma soprattutto e più gravemente le anime. Ritrovare la coscienza veramente umana, illuminata dalla presenza di Dio, è il primo lavoro di riedificazione della terra. Questa è l’esperienza comune di quei paesi. La riedificazione della terra, rispettando il grido di sofferenza di questo pianeta, si può realizzare soltanto ritrovando nell’anima Dio, con gli occhi aperti verso Dio.

Perciò lei ha ragione: dobbiamo parlare di tutto questo proprio per responsabilità verso la terra, verso gli uomini che oggi vivono. Dobbiamo parlare anche e proprio del peccato come possibilità di distruggere se stessi e così anche altre parti della terra.

Nell’enciclica ho cercato di dimostrare che proprio il giudizio ultimo di Dio garantisce la giustizia. Tutti vogliamo un mondo giusto. Ma non possiamo riparare tutte le distruzioni del passato, tutte le persone ingiustamente tormentate e uccise. Solo Dio stesso può creare la giustizia, che deve essere giustizia per tutti, anche per i morti. E, come dice Adorno, un grande marxista, solo la risurrezione della carne, che lui ritiene irreale, potrebbe creare giustizia. Noi crediamo in questa risurrezione della carne, nella quale non tutti saranno uguali.

Oggi si è abituati a pensare: che cosa è il peccato? Dio è grande, ci conosce, quindi il peccato non conta, alla fine Dio sarà buono con tutti. È una bella speranza. Ma c’è la giustizia e c’è la vera colpa. Coloro che hanno distrutto l’uomo e la terra non possono sedere subito alla tavola di Dio insieme con le loro vittime.

Dio crea giustizia. Dobbiamo tenerlo presente. Perciò mi sembrava importante scrivere nell’enciclica anche sul purgatorio, che per me è una verità così ovvia, così evidente e anche così necessaria e consolante, che non può mancare.

Ho cercato di dire: forse non sono tanti coloro che si sono distrutti così, che sono insanabili per sempre, che non hanno più alcun elemento sul quale possa poggiare l’amore di Dio, non hanno più in se stessi un minimo di capacità di amare. Questo sarebbe l’inferno.

D’altra parte, sono certamente pochi – o comunque non troppi – coloro che sono così puri da poter entrare immediatamente nella comunione di Dio.

Moltissimi di noi sperano che ci sia qualcosa di sanabile in noi, che ci sia una finale volontà di servire Dio e di servire gli uomini, di vivere secondo Dio. Ma ci sono tante e tante ferite, tanta sporcizia. Abbiamo bisogno di essere preparati, di essere purificati. Questa è la nostra speranza: anche con tante sporcizie nella nostra anima, alla fine il Signore ci dà la possibilità, ci lava finalmente con la sua bontà che viene dalla sua croce. Ci rende così capaci di essere in eterno per Lui.

E così il paradiso è la speranza, è la giustizia finalmente realizzata. E ci dà anche i criteri per vivere, perché questo tempo sia in qualche modo paradiso, sia una prima luce del paradiso. Dove gli uomini vivono secondo questi criteri, appare un po’ di paradiso nel mondo, e questo è visibile.

Mi sembra anche una dimostrazione della verità della fede, della necessità di seguire la strada dei comandamenti, di cui dobbiamo parlare di più. Questi sono realmente indicatori di strada e ci mostrano come vivere bene, come scegliere la vita. Perciò dobbiamo anche parlare del peccato e del sacramento del perdono e della riconciliazione. Un uomo sincero sa che è colpevole, che dovrebbe ricominciare, che dovrebbe essere purificato. E questa è la meravigliosa realtà che ci offre il Signore: c’è una possibilità di rinnovamento, di essere nuovi. Il Signore comincia con noi di nuovo e noi possiamo ricominciare così anche con gli altri nella nostra vita.

Questo aspetto del rinnovamento, della restituzione del nostro essere dopo tante cose sbagliate, dopo tanti peccati, è la grande promessa, il grande dono che la Chiesa offre. E che, per esempio, la psicoterapia non può offrire. La psicoterapia oggi è così diffusa e anche necessaria di fronte a tante psichi distrutte o gravemente ferite. Ma le possibilità della psicoterapia sono molto limitate: può solo cercare un po’ di riequilibrare un’anima squilibrata. Ma non può dare un vero rinnovamento, un superamento di queste gravi malattie dell’anima. E perciò rimane sempre provvisoria e mai definitiva.

Il sacramento della penitenza ci dà l’occasione di rinnovarci fino in fondo con la potenza di Dio — « ego te absolvo » — che è possibile perché Cristo ha preso su di sé questi peccati, queste colpe. Mi sembra che questa sia proprio oggi una grande necessità. Possiamo essere risanati. Le anime che sono ferite e malate, come è l’esperienza di tutti, hanno bisogno non solo di consigli ma di un vero rinnovamento, che può venire solo dal potere di Dio, dal potere dell’Amore crocifisso. Mi sembra questo il grande nesso dei misteri che alla fine incidono realmente nella nostra vita. Dobbiamo noi stessi rimeditarli e così farli arrivare di nuovo alla nostra gente.

__________

Le messe celebrate con grandi folle. I pro e i contro

D. – Come conciliare il tesoro della liturgia in tutta la sua solennità con il sentimento, l’affetto e l’emotività delle masse di giovani chiamati a parteciparvi?

R. – È un grande problema quello delle liturgie alle quali partecipano masse di persone. Ricordo che nel 1960, durante il grande congresso eucaristico internazionale di Monaco, si cercava di dare una nuova fisionomia ai congressi eucaristici, che sino ad allora erano stati soltanto atti di adorazione. Si voleva mettere al centro la celebrazione dell’Eucaristia come atto della presenza del mistero celebrato.

Ma subito nacque la domanda su come fosse possibile. Per adorare, si diceva, lo si può fare anche a distanza; ma per celebrare è necessaria una comunità limitata che possa interagire con il mistero, dunque una comunità che deve essere assemblea attorno alla celebrazione del mistero.

Erano molti quelli contrari alla celebrazione dell’Eucaristia all’aperto con centomila persone. Dicevano che non era possibile proprio per la struttura stessa dell’Eucaristia, che esige la comunità per la comunione. Erano anche grandi personalità, molto rispettabili, quelle contrarie a questa soluzione.

Ma poi il professor Jungmann, grande liturgista, uno dei grandi architetti della riforma liturgica, ha creato il concetto di « statio orbis », cioè è tornato alla « statio Romae » dove proprio nel tempo della Quaresima i fedeli si raccolgono in un punto, la « statio », come i soldati per Cristo, e poi vanno insieme all’Eucaristia. Se questa, ha detto, era la « statio » della città di Roma, il luogo dove la città di Roma si riunisce, allora questa è la « statio orbis », il luogo di raccolta del mondo.

È da quel momento che abbiamo le celebrazioni eucaristiche con la partecipazione delle masse. Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta.

Anche un’altra domanda ho fatto, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore. Sono domande. E così si è presentata a lei, a Loreto, la difficoltà nel partecipare a una celebrazione di massa durante la quale non è possibile che tutti siano ugualmente coinvolti. Si deve dunque scegliere un certo stile per conservare quella dignità che è sempre necessaria per l’Eucaristia; la comunità non è uniforme e l’esperienza della partecipazione all’avvenimento è diversa; per alcuni è certamente insufficiente. Ma a Loreto la cosa non è dipesa da me, piuttosto da quanti si sono occupati della preparazione.

Si deve dunque riflettere bene su cosa fare in queste situazioni [...]. Rimane il problema fondamentale, ma mi sembra che, sapendo che cosa è l’Eucaristia, anche se non si ha la possibilità di un’attività esteriore come si desidererebbe per sentirsi compartecipi, vi si entra con il cuore, come dice l’antico imperativo nella Chiesa, creato forse proprio per quelli che stavano dietro nella basilica: « In alto i cuori! Adesso tutti usciamo da noi stessi, così tutti siamo con il Signore e siamo insieme ». Non nego il problema, ma se seguiamo realmente questa parola « In alto i nostri cuori » troveremo tutti, anche in situazioni difficili ed a volte discutibili, la vera partecipazione attiva. 

Publié dans : Sandro Magister |le 11 février, 2008 |Pas de Commentaires »

Vous pouvez laisser une réponse.

Laisser un commentaire

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31