Archive pour le 8 février, 2008

Maria ed il Bambino Gesù

Maria ed il Bambino Gesù dans immagini sacre im0663b

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Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

«Fate questo in memoria di me». Vale a dire: «Vi prego, non dimenticatemi».

dal sito: 

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/g_biffi_giovedi_santo.htm

Giacomo Biffi 

Le cose di lassù 

Ripensando al Giovedì Santo – Ripensando al Venerdì Santo 

«Fate questo in memoria di me». Vale a dire: «Vi prego, non dimenticatemi». 

Come non sentirsi toccati e quasi trafitti nel cuore da questa implorazione, che il Figlio di Dio ci rivolge nell’imminenza di versare il suo sangue per noi e per tutti? 

In un momento di eccezionale rilevanza del suo cammino salvifico, la sera dell’ultima cena, all’inizio della sua tremenda sofferenza, « nell’ ora del suo passaggio da questo mondo al Padre » (cfr. Gv 13,1), egli fa appello alla nostra capacità di ricordare: «Fate questo in memoria di me». 

Ma come potremo dimenticarti, Signore Gesù? Come potremo scordare che, dopo un’esistenza tutta segnata dall’amore per noi, tu « ci hai amato sino alla fine » (cfr. Gv 13,1)? 

In questi giorni di raccoglimento ci viene spontaneo ripensare a come noi siamo facili a dissiparci e a lasciare che la nostra mente divaghi così spesso e così a lungo lontana dal pensiero di Cristo. E ci diventa allora naturale e doveroso arrossire dei troppi nostri giorni ingrati e distratti. 

La Chiesa, però, per fortuna non si dimentica, e riascoltando in ogni preghiera eucaristica questa suprema parola del suo Fondatore («ricordatevi di me») – riscopre continuamente, per così dire, la sua identità e la sua natura più incontestabile e vera. La Chiesa è, primariamente ed essenzialmente, una « memoria »: la memoria indefettibile del suo Salvatore; una memoria che, restando sempre viva e appassionata, risale da due millenni lungo la storia dispersa e sbadata degli uomini. 

«Fate questo in memoria di me». La Chiesa riesce a non dimenticarsi mai dello Sposo, che « l’ha amata e ha dato se stesso per lei » (cfr. Ef 5,25), appunto perché non tralascia mai di « fare questo »: l’eucaristia – nella quale tutta la vita ecclesiale si alimenta e si compendia – è, avanti ogni altro aspetto, una provvidenziale « memoria di Cristo »; una memoria così intensa e soprannaturalmente efficace da ripresentare nella realtà e mettere nelle nostre mani la persona adorabile dell’Unigenito del Padre – divenuto per riscattarci il figlio unico di Maria -; e anzi da consentirci di offrire, con lui, lo stesso sacrificio da cui siamo stati redenti. 

È una « memoria oggettiva », che si istituisce e si avvera per se stessa, quale che sia la nostra disattenzione; noi però dobbiamo impegnarci a « soggettivizzarla », cioè a tenerla il più possibile desta e consapevole dentro di noi, perché partecipare a una messa senza pensare esplicitamente a Cristo significa contraddire l’intrinseca natura del rito. 

Tale memoria non è tanto il richiamo a un’idea, a una teoria, a una dottrina: è il ricollocarci intenzionalmente al cospetto di una persona, che noi con gli occhi della fede percepiamo presente e vicina; di una persona che conta per noi, di una persona amata, di una persona che è il centro e il senso della nostra vita. 

Una riflessione come questa illumina tutti i nostri giorni e ce li fa comprendere nella loro verità. Poiché l’eucaristia è il vertice, il « tipo », la norma dell’intera esistenza cristiana, l’intera esistenza cristiana nel suo significato più profondo si configura come « memoria di Cristo ». 

Esistere da « cristiani », vuol dire prestare quotidianamente qualche attenzione a ciò che egli ha detto, a ciò che egli ha fatto, a ciò che egli è, sull’ esempio della Chiesa che non si stanca mai in ogni celebrazione di rileggere qualcuna delle parole del Signore e di contemplare qualche avvenimento della sua vita. 

Tra l’altro, rievocare ciò che Gesù è significa anche conoscere sempre meglio ciò che siamo noi, dal momento che ogni uomo è una icona di Cristo – la sua immagine imperfetta ma autentica e viva come Cristo è l’immagine autentica, viva e perfetta del Padre. 

In Cristo noi sappiamo chi siamo e quale ultimo traguardo ci aspetti: se egli è « Salvatore », allora noi non siamo degli « autonomi », siamo dei « salvati da lui »; se egli è un crocifisso, allora ci rendiamo conto che la strada della croce è anche la nostra strada; se egli è risorto e glorioso, allora siamo certi che il nostro definitivo destino è la pienezza della vita eterna e la gloria; se egli è Figlio, noi siamo figli in lui dello stesso Padre celeste; se egli è l’uomo realizzato pienamente, allora ogni valore e ogni positività umana ci avvicina e ci conforma a lui; se egli è « Dio vero da Dio vero », allora un’ arcana ma effettiva partecipazione alla natura divina è, nella vita di grazia, la nostra impreveduta ricchezza. 

L’uomo del nostro tempo è afflitto da una tristezza ineludibile e da un sottile sentimento di angoscia, soprattutto perché è « smemorato »: non ricorda più la sua origine e la sua mèta; ha dimenticato che cosa è venuto a fare sulla terra; ha perso di vista chi propriamente egli sia entro la variegata famiglia delle creature ignare. 

Da questo stato di alienazione ci scampa il ricordo di Cristo. 

«Fate questo in memoria di me»: la possibilità di vivere sul serio da uomini – cioè di essere ancora in grado di ragionare, di sperare, di trascorrere nella serenità e nella gioia i nostri anni – è, come si vede, il prezioso regalo dell’Ultima Cena del Signore. 

In cena Domini. Gesù ha voluto iniziare l’azione decisiva della nostra redenzione nel contesto di un banchetto. 

È in fondo il riconoscimento positivo di una realtà consueta e preziosa, com’è nella nostra quotidianità una tavola imbandita. Un gruppo di persone che si radunano attorno a una mensa esprimono sempre, almeno implicitamente, una volontà di comunione, un desiderio di qualche momento di tranquilla amicizia, una ricerca di serenità e di concordia. Il cibo e la bevanda presi insieme sono sempre stati in ogni cultura segno di connessione sociale, garanzia di solidarietà, testimonianza di pace. 

È dunque innegabile il valore umano del pranzo, e il Signore l’ha sottolineato, accettando spesso gli inviti che gli venivano rivolti e facendo dell’ esperienza conviviale il contesto per qualcuna delle sue più suggestive parabole. 

Quando arriva la sua « ora » – l’ora di passare da questo mondo al Padre – egli prende questa umanissima realtà del banchetto e la carica di una grazia inaudita. La sua cena non è più solo segno, diventa segno efficace, cioè sacramento. Così nasce l’ eucaristia. 

L’eucaristia ci è data come dono di un amore che arriva al massimo dell’intensità (Gv 13,1: «li amò sino alla fine»). E ci è data perché esprima e attui la vita di incorporazione che fa di noi una sola cosa con Cristo. 

Nell’eucaristia l’atto umile e abituale del pasto acquista anche una valenza ultraterrena e ultratemporale: è infatti figura e anticipazione del banchetto celeste. Noi siamo esortati a compiere senza interruzione questo rito «fino a che egli venga» (1 Cor 11,26), ci dice san Paolo; cioè fino a che l’avvento del Figlio di Dio alla fine dei secoli farà sfociare il fiume oscuro e inquieto del tempo nel mare calmo e scintillante della divina eternità, consumando i nostri segni sacramentali nella verità svelata della gloria. 

La sera del più grande dono d’amore è però anche la sera del tradimento. Non riusciremmo a cogliere tutto lo spessore del Giovedì Santo se ci dimenticassimo di quest’ombra inspiegabile e tragica che incombe sull’ultima cena del Signore: l’eucaristia entra nella vicenda umana «in qua nocte tradebatur» (cfr. 1 Cor 11,23: «nella notte in cui Gesù veniva tradito»). Egli si è lasciato « consegnare » (tradere) ai suoi nemici, sicché ha voluto patire – tra tutte le sofferenze anche quella amara e pungente dell’ingratitudine e dell’infedeltà. 

Siamo così costretti a rievocare, insieme con la straripante generosità del Signore, anche la tremenda possibilità dell’uomo di rifiutarsi a tanto amore. Bisogna sempre temere di se stessi; e, se pur ci pare di voler bene al nostro Salvatore, non dobbiamo mai tralasciare di pregare con trepidazione, perché ci sia concessa sino alla fine dei nostri giorni la grazia della perseveranza e di un cuore sempre riconoscente. 

Quella sera a Gerusalemme, nello stesso cenacolo e alla stessa tavola, si affrontarono l’amore di Dio e l’egoismo dell’uomo. 

Ma vinse l’amore, questo ci dice l’eucaristia. Il buio era sceso, e il principe delle tenebre già si era posto all’opera. Ma nell’eucaristia Dio si è così avvicinato all’uomo, che da allora nessuno più deve sentirsi solo e abbandonato di fronte alle forze del male. 

Il Signore – ci ha detto l’evangelista Giovanni – ci ha amati sino alla fine, sino al colmo, sino al vertice dell’amore. 

Il vertice dell’amore è stato il raggiungerci e il venirci a prendere dove eravamo, persi e accecati nella notte mondana: «avendo amato i suoi che erano nel mondo» (cfr. Gv 13,1). Il vertice dell’amore è stato il condividere la nostra sorte di peccatori condannati a morire, fino a consumare tutta la sua esistenza umana nel sacrificio sanguinoso del Calvario. Il vertice dell’amore è stato il consegnarsi come agnello pasquale alla crudeltà del carnefice; e, prima ancora, consegnarsi alla perfidia del discepolo, all’ odio dei capi del suo popolo, alla viltà del magistrato romano, che pure avrebbe dovuto difendere le ragioni della giustizia. 

Il vertice dell’amore è stato soprattutto il mettersi totalmente al servizio della nostra salvezza e del nostro vero bene. Il vertice dell’amore è stato segnatamente il donarsi in cibo e bevanda, perché tutti i redenti dal suo dolore fossero nutriti, compaginati in un solo corpo, resi intimi a lui sino alla fine dei secoli. 

Rendici attivi costruttori tra gli uomini di una fraternità nuova; fa che dall’assidua partecipazione al tuo convito d’amore « attingiamo pienezza di carità e di vita ». 

Così siamo stati amati, così ancora il Signore continua ad amarci. 

Quando arriva – e presto o tardi arriva per tutti il momento dello sconforto, del pessimismo, delle tentazioni contro la speranza, ricordiamoci di questo amore: chi è stato amato in questo modo dall’Unigenito del Padre non può non avere, dopo ogni prova, un destino di gioia. 

Quando batte l’ora della solitudine – e tutti a un certo punto hanno l’impressione di essere collocati in disparte dalla vita, di essere relegati ai margini dell’esistenza e soprattutto di essere soli – richiamiamo il pensiero del Giovedì Santo: non è mai solo chi è stato ed è così desiderato e ricercato dal Signore dell’universo, della storia, dei cuori. 

«Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15). Insegnaci, Gesù, l’arte di amare; la tua arte di amare davvero: senza egoismi, senza ambiguità, senza calcoli. Aiutaci a restare e a progredire alla tua scuola di servizio e di donazione.

Publié dans:meditazioni |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

Predicatore del Papa: Cristo ha vinto Satana per liberarci

08/02/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13432?l=italian

Predicatore del Papa: Cristo ha vinto Satana per liberarci 

Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima 

ROMA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia -, alla liturgia di domenica prossima, I di Quaresima.

I Domenica di Quaresima 

Genesi 2, 7-9;3.1-7; Romani 5, 12-19; Matteo 4,1-11

 Il demonio, il satanismo e altri fenomeni connessi sono oggi di grande attualità, e inquietano non poco la nostra società. Il nostro mondo tecnologico e industrializzato pullula di maghi, stregoni di città, occultismo, spiritismo, dicitori di oroscopi, venditori di fatture, di amuleti, nonché di sette sataniche vere e proprie. Scacciato dalla porta, il diavolo è rientrato dalla finestra. Cioè, scacciato dalla fede, è rientrato con la superstizione.  

L’episodio delle tentazioni di Gesù nel deserto che si legge nella prima Domenica di Quaresima ci aiuta a fare un po’ di chiarezza su questo tema. Anzitutto, esiste il demonio? Cioè, la parola demonio indica davvero una qualche realtà personale, dotata di intelligenza e volontà, o è semplicemente un simbolo, un modo di dire per indicare la somma del male morale del mondo, l’inconscio collettivo, l’alienazione collettiva e via dicendo? Molti, tra gli intellettuali, non credono nel demonio inteso nel primo senso. Però si deve notare che grandi scrittori e pensatori, come Goethe, Dostoevskij hanno preso assai sul serio l’esistenza di satana. Baudelaire, che non era certo uno stinco di santo, ha detto che « la più grande astuzia del demonio è far credere che egli non esiste ». 

La prova principale dell’esistenza del demonio nei vangeli non è nei numerosi episodi di liberazione di ossessi, perché nell’interpretare questi fatti possono aver influito le credenze antiche sull’origine di certe malattie. Gesù che è tentato nel deserto dal demonio, questa è la prova. La prova sono anche i tanti santi che hanno lottato nella vita con il principe delle tenebre. Essi non sono dei « Don Chisciotte » che hanno lottato contro mulini a vento. Al contrario, erano uomini molto concreti e dalla psicologia sanissima. 

Se tanti trovano assurdo credere nel demonio è perché si basano sui libri, passano la vita nelle biblioteche o a tavolino, mentre al demonio non interessano i libri, ma le persone, specialmente, appunto, i santi. Cosa può saperne su Satana chi non ha mai avuto a che fare con la realtà di satana, ma solo con la sua idea, cioè con le tradizioni culturali, religiose, etnologiche su satana? Costoro trattano di solito questo argomento con grande sicurezza e superiorità, liquidando tutto come « oscurantismo medievale ». Ma è una falsa sicurezza. Come chi si vantasse di non aver alcuna paura del leone, adducendo come prova il fatto che lo ha visto tante volte dipinto o in fotografia è non si è mai spaventato. D’altra parte, è del tutto normale e coerente che non creda nel diavolo, chi non crede in Dio. Sarebbe addirittura tragico se qualcuno che non crede in Dio credesse nel diavolo!  

La cosa più importante che la fede cristiana ha da dirci non è però che il demonio esiste, ma che Cristo ha vinto il demonio. Cristo e il demonio non sono per i cristiani due principi uguali e contrari, come in certe religioni dualistiche. Gesù è l’unico Signore; Satana non è che una creatura « andata a male ». Se gli è concesso potere sugli uomini, è perché gli uomini abbiano la possibilità di fare liberamente una scelta di campo e anche perché « non montino in superbia » (cf. 2 Cor 12,7), credendosi autosufficienti e senza bisogno di alcun redentore. « Il vecchio Satana è matto – dice un canto spiritual negro. Ha sparato un colpo per distruggere la mia anima, ma ha sbagliato mira e ha distrutto invece il mio peccato ».  Con Cristo non abbiamo nulla da temere. Niente e nessuno può farci del male, se noi stessi non lo vogliamo. Satana, diceva un antico padre della Chiesa, dopo la venuta di Cristo, è come un cane legato sull’aia: può latrare e avventarsi quanto vuole; ma, se non siamo noi ad andargli vicino, non può mordere. Gesù nel deserto si è liberato da Satana per liberarci da satana! È la gioiosa notizia con cui iniziamo il nostro cammino quaresimale verso la Pasqua. 

Publié dans:Padre Cantalamessa |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana

08/02/2008, dal sito:
http://www.zenit.org/article-13433?l=italian 

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana 

Parla monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia 

di Antonio Gaspari

 ANKARA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- In una intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e Presidente della Conferenza Episcopale Turca (CET), ha illustrato i programmi e le finalità del giubileo paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) indetto dal Pontefice Benedetto XVI. 

Monsignor Padovese ha spiegato che “c’è un gran movimento per organizzare i viaggi dei pellegrini e del turismo nei luoghi paolini, ma la componente religiosa è quella trainante. La finalità è di risvegliare nei cristiani di Turchia e del mondo la coscienza della propria identità”. 

Il Vicario apostolico dell’Anatolia, che è anche un grande studioso della Chiesa delle origini, ha rilevato che San Paolo “ha dato un respiro universale alla realtà cristiana ed h messo in evidenza che il cristianesimo è novità più che continuità”. 

“Perché – ha aggiunto il presule – come diceva Tertulliano ‘cristiani non si nasce ma si diventa’ e Paolo ci aiuta a capire dove siamo e chi siamo. Paolo ricorda l’identità cristiana”. 

“Non si tratta solo della continuità della religione giudaica – ha continuato il Presidente della CET – i legami ci sono e vanno riconosciuti, però, l’incarnazione è un salto qualitativo enorme”, così come va al di là di ogni immaginazione “lo scandalo della Croce e la Resurrezione”. 

Secondo monsignor Padovese, il giubileo paolino “è un’occasione per far conoscere ai cristiani di tutto il mondo l’importanza dell’apostolo Paolo”, con particolare riferimento alla storia della sua missione svolta in Turchia. 

“In quei tempi – ha ricordato il Vicario apostolico – questa zona era più florida e ricca, un punto di incontro per culture, popoli e religioni che ha permesso l’inculturazione e l’espansione del cristianesimo”. 

L’Anno Paolino ha anche una grandissima valenza di carattere ecumenico. A questo proposito il Presidente della CET ha raccontato a ZENIT dell’incontro che si è svolto a Tarso il 25 gennaio scorso. 

Alla messa solenne svoltasi nella chiesa trasformata in museo, hanno concelebrato insieme a monsignor Padovese, il Vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, monsignor Gregorios Melki Urek, Vescovo siriaco di Adiyaman e monsignor Joseph Amis Abi Aad, Vescovo maronita di Aleppo. 

Era presente anche un gruppo di 16 religiosi francescani e tre sacerdoti secolari della provincia di Foggia, due segretari di Vescovi e diversi sacerdoti locali. Presenti anche diverse religiose e un gruppo numeroso di fedeli. 

Nel pomeriggio si è svolta la preghiera ecumenica per l’unità dei cristiani a cui si sono aggiunti sacerdoti della Chiesa ortodossa, il pastore evangelico di Adana, e un vasto gruppo di fedeli proveniente da Mersin, Adana e Iskenderun. 

Ed è proprio per dare un ulteriore impulso al dialogo ecumenico che la CET ha voluto coinvolgere anche le altre chiese nella preparazione dell’Anno Paolino. In questo contesto monsignor Padovese ha incontrato il Patriarca Bartolomeo I, il Matriarca armeno Mutafyan e il Metropolita siro ortodosso di Istambul. 

Le autorità turche si sono dette molto interessate all’Anno Paolino, “anche se – ha rilevato il Vicario Apostolico –, non hanno dato risposta alla richiesta di costruire una chiesa a Tarso dedicata a San Paolo”. 

La richiesta avanzata per la prima volta dall’Arcivescovo di Colonia, il Cardinale Joachim Meisner, è stata riproposta da monsignor Padovese, ma le autorità non si sono ancora pronunciate. 

Il Vicario Apostolico ha quindi preannunciato l’apertura del Giubileo di San Paolo, in un incontro che si svolgerà a Tarso il 21 giugno e a cui parteciperanno le autorità civili di Ankara, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e i dirigenti delle Chiese Ortodosse. 

In occasione del bimillenario di san Paolo, la CET ha pubblicato una Lettera pastorale in cui è scritto: « Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni ». 

Inoltre verranno ripubblicate le Lettere di San Paolo in lingua turca, con l’intento di svolgere uno studio approfondito utile ai cristiani ed ai cattolici in particolare. 

Monsignor Padovese ha poi rivelato l’intenzione di pubblicare un piccolo Catechismo paolino, che illustri come san Paolo affrontava i vari temi dell’identità cristiana. 

Sono già molte le richieste dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, di pellegrinaggi nei luoghi paolini e cioè Antiochia, Tarso, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, la Galazia e Colossi. A questo proposito, il Vicario apostolico si è detto convinto che ci sarà un flusso continuo di pellegrini. 

Dal punto di vista archeologico e storico, monsignor Padovese ha affermato che nel corso degli anni “il cristianesimo è stato cancellato tantissimo”, ma se si gratta sotto la superficie “si può trovare ancora molto della presenza cristiana”. 

“Nelle grandi città – ha fatto notare il Presidente della CET – tante chiese sono state perse e tante altre trasformate in moschee”. A Tarso per esempio “c’era una bellissima chiesa a pianta basilicale che attualmente è una moschea”. 

“Ma in periferia tracce del cristianesimo sono ancora visibili”, ha sottolineato il presule. “Ad Antiochia di Pisidia per esempio è stata ritrovata una chiesa dedicata a san Paolo, dove l’Apostolo fece il discorso sulla missionarietà”. 

Ad Efeso una archeologa austriaca ha messo in luce una grotta con dei graffiti e affreschi che ricordano il ciclo degli atti apocrifi di Paolo e Tecla. 

“D’altro canto – ha ricordato monsignor Padovese – è in Turchia dove san Paolo ha svolto prevalentemente il suo apostolato. Gli studiosi sostengono che su 10.000 miglia che Paolo avrebbe percorso, buona parte li ha percorsi in Turchia. E basterebbe prendere in mano gli Atti degli Apostoli per rendersi conto di quanto Paolo ha vissuto e percorso le terre dell’attuale Turchia”. 

Tra le tante iniziative, il Vicario apostolico dell’Anatolia ha menzionato anche l’idea di organizzare un pellegrinaggio internazionale per giovani a Tarso e Antiochia e il Pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia nel mese di ottobre. 

Publié dans:dalla Chiesa, ZENITH |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans Bibbia: commenti alla Scrittura

Pontellia

http://www.freefoto.com/browse/15-05-0?ffid=15-05-0

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

« Allora digiuneranno »

du site: 

http://levangileauquotidien.org/

San Leone Magno ( ?-circa 461), papa e dottore della Chiesa
Discorso 6 sulla quaresima, 1-2 ; SC 49, 56-58

« Allora digiuneranno »

Sempre, fratelli carissimi, « della grazia del Signore è piena la terra » (Sal 32,5).. Ma ora ci viene chiesto un completo rinnovamento dello spirito : sono i giorni dei misteri della redenzione umana e che precedono più da vicino le feste pasquali… È caratteristica infatti della festa di Pasqua che la Chiesa tutta goda e si rallegri per il perdono dei peccati : perdono che non si concede solo a coloro che rinascono nel battesimo, ma anche a coloro che già da lungo tempo sono annoverati tra i figli adottivi.

Certo è nel lavacro di rigenerazione che nascono gli uomini nuovi, ma tutti hanno il dovere del rinnovamento quotidiano : occorre liberarsi dalle incrostazioni proprie alla nostra condizione mortale. E poiché nel cammino della perfezione non c’è nessuno che non debba migliorare, dobbiamo tutti, senza eccezione, sforzarci perché nessuno nel giorno della redenzione si trovi ancora invischiato nei vizi dell’uomo vecchio.

Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggior sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati… A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di misericordia abbraccia molte opere buone. In ciò i fedeli possono trovarsi uguali, nonostante le disuguaglianze dei beni.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

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