Archive pour le 4 février, 2008

SS. NOME DI MARIA

SS. NOME DI MARIA dans immagini sacre

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=69950&dispsize=Original

Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi : Otto Volte Beati

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi5.htm

 

  

di Gianfranco Ravasi 

Otto Volte Beati 

«Chi non ha letto il Discorso della Montagna » (Matteo 5-7), afferma lo scrittore francese Francois Mauriac (1 885-1970), «non è in grado di sapere cosa sia il cristianesimo». E le Beatitudini con cui il discorso si apre (5,3-10) sono forse la pagina più alta e celebre di Matteo. In otto frasi solenni e paradossali vengono proclamati ‘beati » gli sconfitti e gli infelici della storia: «Beati i poveri in spirito… Beati gli afflitti… Beati i miti… Beati gli affamati e assetati di giustizia… Beati i misericordiosi… Beati i puri di cuore… Beati gli operatori di pace… Beati i perseguitati per la giustizia … ».
Una nona beatitudine – «Beati voi quando v’insulteranno … » – è in realtà una specie di commento all’ottava e ultima beatitudine. Fondamentali sono la prima e la sesta che coinvolgono ‘spirito » e « cuore’. Nel linguaggio biblico questi due vocaboli non significano intimità o vaga spiritualità, bensì la profondità della coscienza che è sorgente dell’essere e dell’agire di tutta la persona. Ciò che esige Gesù dal suo discepolo (e per Matteo « discepolo’ è sinonimo di « cristiano’) è una tensione totale e assoluta, è un atteggiamento totale di donazione, di distacco e di amore e non soltanto alcune opere da compiere in alcune ore della vita. Non per nulla Gesù dichiara: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste» (5,48).
Questa pagina potente e delicata ha lasciato una traccia anche in chi era lontano dalla fede, come confesserà lo scrittore ateo francasse André Gide che nell’opera Nuovi nutrimenti (1935) riconoscerà la forza dirornpente delle parole di Cristo, anche là dove egli sembra invocare la scelta masochistica dell’afflizione: « Interpreta male questa parola chi vi vede un incoraggiamento a piangere». in realtà è un appello a sperare nella vera consolazione, ritrovando « conforto » nel senso originario del termine, cioè fortezza e forza.
Ora noi vorremmo solo evocare l’ingresso delle Beatitudini nella musica. Faremo, tra i tanti, solo due esempi. Il primo è quello del francese César Frank (1882-1890) che, per ben dieci anni, lavorerà a un immenso oratorio musicale intitolato appunto Us Béatitudes, apprezzato da Débussy e distribuito nell’arco di due ore. Stupende sono le parti in cui Cristo si presenta in scena come protagonista per offrire una parola che valichi i secoli e «faccia rinascere la speranza». Ma un cenno particolarmente intenso vorrei riservare al massimo musicista italiano vivente, Goffredo Petrassi, a cui sono legato da amicizia e venerazione profonda. Nel 1968 egli ha commentato musicalmente le Beatitudines come «testimonianza per Martin Luther King»: in soli 12 minuti cinque strumenti e un basso (o un baritono) offrono un testo musicale spoglio, dotato di estrema semplicità, densità e purezza. Speriamo che venga riproposto all’ascolto e alla meditazione in qualche esecuzione! 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

di Pinchas Lapide: Brani tratti da: « Il discorso della Montagna »

dal sito: 

 

http://www.nostreradici.it/

 

  

di Pinchas Lapide 

(biografia) 

 

Pinchas Lapide (1922-1997), console d’Israele a Milano negli anni ’60, è stato una grande figura di esegeta neotestamentario ebreo, che molto si è adoperato per il dialogo ebraico cristiano. Il suo libro «Il discorso della montagna» – ritraducendo il greco del testo neotestamentario nella lingua d’origine – ricostruisce l’ambiente storico e spirituale in cui venne pronunciato il più dirompente dei discorsi di Gesù e fornisce una versione inedita delle beatitudini evangeliche. Ne pubblichiamo alcuni brani significativi che mostrano consistenza e attualità soprattutto in momenti di crisi quali quelli che stiamo oggi attraversando. Da essi emerge con grande chiarezza la connessione inscindibile tra ebraismo e cristianesimo, nonché la continuità e novità dell’insegnamento di Gesù

———————————————————– 

Brani tratti da: « Il discorso della Montagna » 

Comandamento dell’odio per il nemico?            

Alla citazione frammentaria di Mt. 5,43 relativa al cosiddetto «amore per il prossimo» fa subito seguito l’accenno a un comando di odio per il nemico che è impossibile possa provenire da Gesù in persona. Si tratta del singolare imperativo «odia il tuo nemico!», che smentisce l’ethos di tutta quanta la Bibbia. 

La supposizione recentemente formulata – secondo la quale questo «odio per il nemico» si riferirebbe alla regola della setta di Qumran (1QS 1,3 s.) dove si parla di «odio contro tutti i figli delle tenebre» (cioè tutti gli avversari dell’ordine) – sembrerebbe un po’ tirata per i capelli, in quanto entrambe le introduzioni «avete inteso» e «è detto» vengono usate sia nel discorso della montagna sia nella letteratura rabbinica per introdurre tradizioni bibliche. 

All’epoca di Gesù la setta di Qumran era ancora troppo recente, troppo distante e troppo piccola per poter essere considerata in Galilea una norma – o un’antinorma – conosciuta. 

Ciò ha nel frattempo incontrato il consenso generale. Un esempio per tutti è qui fornito dalla cattolica Bibbia di Gerusalemme che, a proposito dell’odio per il nemico che a quanto pare verrebbe imposto, riconosce: «La seconda parte di questo comandamento… non si trova, tale e quale, nella legge né si potrebbe trovare».(3) 

Ancor più esplicito è Ethelbert Stauffer che per la sua famigerata degiudaizzazione di Gesù, al tempo di Hitler poteva considerarsi al di sopra di ogni sospetto di filosemitismo: «Da sempre la sinagoga ha giustamente protestato contro Mt. 5,43. Non esiste una legge che prescriva l’odio per il nemico, né nell’Antico Testamento né nel Talmud. 

Non è improbabile che qui Gesù sia ricorso al verbo ebraico «odiare» nella sua seconda accezione, molto meno forte, e che ci è nota attraverso due dei suoi logia. 

Riguardo alle condizioni per seguirlo Gesù dice ai discepoli: «Se uno viene a me e non odia suo padre e sua madre, sua moglie e i suoi figli, e persino la sua stessa vita, costui non può essere mio discepolo» (Lc. 14,26). Riguardo alla dinamica morire-divenire, nel discorso di commiato afferma: «Chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv. 12,25). 

Qui il verbo «odiare» ha il significato biblico di stimare poco, amare meno, come ad esempio nell’oracolo di Dio: «Ho amato Giacobbe, ma ho odiato Esaù» (Mal. I, 2-3 e Rom. 9,13). Il medesimo significato si evince dal passo che si riferisce all’uomo con due mogli, «una che egli ama, e una che odia» (Deut. 21,15). A questo proposito il Talmud pone la domanda retorica: « Vi sono forse davanti a Dio gli amati e gli odiati ?» Jebamot 23a). 

Questa lettura meno drastica dell’intento dichiarativo di Gesù non è certo da respingere, tuttavia sia la tradizione biblica a cui qui ci si riferisce, sia il contesto interno di questa supertesi non appoggerebbero questa eventualità. Sembrerebbe dunque più opportuno attribuire quest’affermazione denigratoria al redattore finale di Matteo, il quale non si lascia sfuggire occasione per inserire nel suo originale battute polemiche e frecciate antigiudaiche. Questa ipotesi trova sostegno anche nel parallelo lucano del cosiddetto discorso della pianura, dove questo «odio» non riceve menzione alcuna. 

Il sentimento opposto all’odio per il nemico è molto più familiare all’ebraismo. Hillel il Saggio, che molti studiosi considerano uno dei maestri del giovane Gesù, insegnava ai suoi discepoli: «Annovera tra gli scolari di Aronne colui che ama la pace e aspira alla pace, colui che ama le creature e fa loro conoscere la Torà» (Abot l, 12), affermazione che include chiaramente sia l’amico sia il nemico. 

Nei Proverbi di Salomone è scritto: «Non rallegrarti per la caduta del tuo nemico, e se egli soccombe non gioisca il tuo cuore!» (Prov. 24,17). Dal versetto i rabbi traggono questa conclusione: «Nella Scrittura sta scritto per tre volte che in occasione della festa delle capanne bisogna gioire (Deut. 16,14 e 15; Lev. 23,40). Ma per la festa della pasqua, sebbene essa celebri la liberazione del popolo, la gioia non è menzionata in nessun passo della Scrittura. Perché? Perché in tale occasione hanno perso la vita gli egiziani «nemici» (Pesiqta rab Kahana 189a). Neppure tra le accuse che Giobbe formula contro se stesso manca questo problema di coscienza: «Ho gioito forse della disgrazia di chi mi odia e ho esultato perché lo ha colpito la sventura? No, io non ho permesso alla mia bocca di peccare maledicendo la sua anima con una imprecazione!» (Giob. 31,29 s.). 

Qui è detto chiaro e tondo che il nemico è proprio colui che mi odia, dunque il mio nemico soggettivo, che oggi è mio avversario ma domani non deve esserlo più; e comunque egli non cessa di essere il mio rea’, neppure se agisce male nei miei confronti. Sta scritto infatti: «Non vendicarti e non serbare rancore!» (Lev. 19,18). E più chiaramente ancora: «Non dire: voglio ricambiare il male! Confida nel Signore ed egli ti aiuterà» (Prov. 20,22). 

Salomone ripete per chi è duro d’orecchi: «Non dire: come ha fatto a me così io farò a lui; io renderò a ciascuno come si merita» (Prov. 24,29). E se poco più avanti è detto (25,22): «Il Signore ti ricompenserà», i rabbi leggono in modo diverso l’ultimo verbo (jashlim invece di jeshalem) spiegando così l’aggiunta: «II Signore lo porterà alla pace con te» (Midrash Prov. 25,22). E a proposito dei nemici mortali di Israele nella Bibbia si dice: «Non avrai in abominio l’idumeo; è tuo fratello. Non disprezzerai l’egiziano, perché tu sei stato forestiero nel suo paese» (Deut. 23,8). 

In qualità di viceré d’Egitto, Giuseppe dice ai suoi fratelli contriti: « Voi avevate pensato di farmi del male, ma Dio ha pensato di farlo diventare un bene»; questo «bene» riceve immediatamente una spiegazione: «per mantenere in vita un popolo numeroso» (Gen. 50,20), espressione che si riferisce agli egiziani stessi. 

Nella letteratura rabbinica l’universalità dell’amore per il prossimo spesso include esplicitamente «colui che odia»: «Non dire: amerò coloro che mi amano, e odierò coloro che mi odiano, ma ama tutti!» (Testamento di Gad 6). 

A questo divieto di rivalsa i rabbi associano l’esaltazione dell’umile padronanza di sé, che pongono sullo stesso piano dell’amore per Dio: «Riguardo a coloro che vengono umiliati e non umiliano, che ascoltano le loro ingiurie e non rispondono, che agiscono per amore e gioiscono per il castigo, di costoro è detto (Giud. 5,31): ‘Coloro che amano Dio sono come il sorgere del sole nel suo splendore’» (Joma 23a; Gittin 36b). 

Poiché ogni rivalsa prende a modello del proprio agire il comportamento altrui, in fondo a soffrirne sono due esseri fatti a immagine di Dio: tu e tuo fratello. La conclusione è evidente: «Quanti vengono tormentati e non tormentano; odono la loro infamia e non ribattono; agiscono per amore e si rallegrano per il dolore, sono questi ad amare Dio!» (Shabbat 88b). Tuttavia, poiché «colui che odia» non può restare eternamente un nemico, ma potrebbe essere semplicemente vittima di un sentimento involontario, mutevole come tutte le cose umane, rabbi Natan ne trae questa conseguenza costruttiva: 

«Chi è l’eroe più grande del paese?». Egli stesso risponde a questa sua domanda pedagogica: «Colui che conquista l’amore del suo nemico» (Abot de-r. Natan 23). Non si tratta certo di qualcosa al di fuori della portata dell’uomo, come ribadiscono i rabbi osservando che la differenza tra «nemico» (‘ojeb) e «amante» (‘oheb) risiede in un’unica lettera. La domanda è: perche non dovremmo riuscire a trasformare uno jod in un he

Infine l’intimidazione rabbinica – pienamente in linea con Gesù – ammonisce: «Chi odia il suo rea’ fa parte di coloro che spargono il sangue» (Derek Eres rabba II). 

Un esempio per tutti chiarisce come vadano tradotti nella pratica quotidiana principi così elevati: interpretando Es. 21,1 s. il Talmud stabilisce che si deve salvare il ladro che si introduce nottetempo in una casa e che per sventatezza finisce in pericolo di vita, anche se così facendo si deve profanare il sabato (Sanhedrin 72b). Rabbi Nehonja insegnava a pregare ai suoi discepoli: «La tua volontà sia… che non nasca nel cuore di nessun uomo l’odio per noi, che nessuno sia geloso di noi e che noi non siamo gelosi di nessuno… e che tutte le nostre opere siano a te gradite come suppliche» (jBerakot 4,7d). Di spirito analogo, la preghiera di Mar Bar Rabina è talmente significativa da meritare di essere ripetuta ancora oggi per ben tre volte durante la liturgia sinagogale: «Mio Dio, proteggi la mia lingua dal demonio e le mie labbra dal proferire inganni. E nei confronti di coloro che mi maledicono, ammutolisci la mia anima, e la mia anima sia come polvere per tutti» (Berakot I7a). Che non ci si accontenti della preghiera è testimoniato da un veterano di guerra giudaico del primo secolo: «Bisogna trattare con bontà anche il nemico (sconfitto)», sostiene Giuseppe per esperienza propria (Contra Apionem 2,28,209). 

Ma l’aiuto, l’assistenza e la premura per il nemico compaiono già nel primo libro di Mosè: Abramo prega per Abimelek, il re di Gerar, che gli aveva portato via la moglie Sara (Gen. 20,17), e implora la guarigione del suo avversario. Giuseppe perdona i fratelli, che lo avevano venduto come schiavo, «li consolò e parlò amichevolmente con loro» (Gen. 50,18-21). 

Per cinque volte Mosè prega per la prosperità del faraone e degli stessi egiziani, che avevano tenuto sottomesso per secoli il popolo d’Israele e infine avrebbero voluto annientarlo: «Il faraone disse: Vi lascerò partire …, ma non andate troppo lontano e pregate per me! Mosè rispose: …Pregherò il Signore perché domani i mosconi si ritirino dal faraone e dal suo popolo… E il Signore fece come aveva pregato Mosè» (Es. 8,24-27). Solo che per l’ennesima volta il faraone lo ingannò, poi chiese perdono, e dopo l’eliminazione di ciascuna delle prime nove piaghe regolarmente ruppe la parola data: ciò nonostante Mosè fece intercessione per lui e per il suo popolo, e venne ascoltato. 

Giobbe, provato dalla sofferenza, prega parimenti per i falsi amici che gli propinano ipocrite parole di consolazione, «e il Signore esaudì Giobbe» (Giob. 42,9). 

La stessa cosa avviene per il giovane Davide, che risparmia il re Saul quando lo ha tra le mani, inerme, sebbene più volte questi avesse cercato di farlo uccidere. «Io non ho peccato contro di te», dice il pastorello al suo mortale nemico e sovrano, «tu invece mi dai la caccia per prendermi la vita» (1 Sam. 24,12). Che con questa sua magnanimità Davide non costituisse un’eccezione tra i sovrani d’Israele è testimoniato dalla storia del re degli aramei Ben-Hadad, che combatte per anni guerre contro Israele finché il re Acab riuscì a sconfiggerlo e a mettere in fuga il suo esercito. La narrazione prosegue così: «Ben-Hadad fuggì in città e si nascose… Allora i suoi ministri gli dissero: Ecco, abbiamo sentito che i re della casa d’Israele sono re clementi’:.. Forse ti lascerà in vita… E si recarono dal re d ‘Israele e dissero: Il tuo servo Ben-Hadad ti manda a dire: Lasciami in vita! …Ma Acab disse: …Egli è mio fratello! …Allora Ben-Hadad si recò da lui. E Acab lo lasciò salire sul suo carro…, concluse con lui un’alleanza e lo lasciò andare» (1Re 20,30-34). 

Dopo che Geremia ha inutilmente predicato nella sua città natale la pacifica sottomissione a Nabucodonosor, re di Babilonia, la città santa viene distrutta, il tempio ridotto in macerie e «il popolo che era rimasto nella città venne soggiogato come bestiame e deportato in prigionia» (2 Re 25,8 ss.). 

Intorno all’anno 594 a.C. il profeta scrive «ai deportati», ai quali i dominatori babilonesi chiedevano di «cantare e di gioire di cuore» (Sal. 137,3). «Cercate il meglio della città (Babilonia) in cui vi ho fatto deportare!». Così parla Dio attraverso la sua bocca, per poi chiedere agli esiliati di intercedere per i loro oppressori: «E pregate il Signore per essa! Dal suo benessere infatti dipende il vostro benessere» (Ger. 29,7). 

Gli eventi storici diedero ragione a Geremia: la preghiera degli esiliati venne esaudita, e la diaspora babilonese conobbe uno dei maggiori periodi di fioritura nella storia ebraica. 

Giustamente il sinodo regionale della Chiesa Evangelica in Renania nel regolamento dell’11.1.1980 «Per il rinnovamento del rapporto tra cristiani ed ebrei» conclude: «Nella tradizione ebraica e in quella cristiana l’amore di Dio abbraccia tutte le sue creature. In quanto immagine di Dio e suo partner, l’uomo deve improntare il suo agire a questo modello divino». Nell’ebraismo e nel cristianesimo, perciò, egli non può «sottrarre il suo amore al prossimo, neppure se questi è il suo nemico, perché anche il nemico è una creatura amata di Dio. Non deve quindi stupire se nell’ebraismo già prima di Gesù, contemporaneamente a lui e dopo di lui all’uomo si comanda di amare il suo nemico… Non è dunque giustificato affermare che soltanto Gesù, ‘attraverso il precetto dell’amore per il nemico’, avrebbe liberato da ogni limite il comandamento dell’amore per il prossimo». 

E comunque va sottolineato che, nonostante i numerosi paralleli e analogie nella letteratura ebraica che allargano l’amore per il prossimo sino a includere anche i più distanti, e che proclamano tutte le creature di Dio degne di amore, tuttavia non vi è nel patrimonio educativo ebraico un solo comando esplicito riguardante l’amore per il nemico. Quindi l’imperativo «amate i vostri nemici!» nel linguaggio dei teologi è un lascito strettamente gesuanico. 

È forse diventato anche un atteggiamento pratico caratteristico dei cristiani, come lasciano intendere numerose prediche e conferenze ? Cercando casi dimostrabili di amore per i nemici, il teologo Ethelbert Stauffer ne ha trovati solo quattro: «Gesù stesso, che già in croce riusciva a pregare: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!» (Lc. 23,34). Il martire Stefano, che muore dicendo: «Signore, non imputare: loro questo peccato!» (Atti 7,60). Giacomo, fratello di Gesù, che nell’ora della morte prega così: «lo prego, Signore, Dio, Padre, perdona loro perche non sanno quello che fanno». 

L ‘ultimo caso è più recente: «Il 20 ottobre 1958 la Grande Camera Penale del Tribunale del Voivodato di Varsavia apre il processo contro il Gauleiter (4) Erich Koch. L’ accusato viene tradotto dal carcere di Varsavia. Il primo giorno di udienza Koch dichiara: ‘Se sono ancora in vita lo devo esclusivamente a una grande donna, la dottoressa della prigione, dott.ssa Kaminska’. La dott.ssa Kaminska è ebrea».(5) 

Volendo essere franchi, bisogna aggiungere che anche gli altri tre erano ebrei! E non sono rimasti gli unici. Tanti sopravvissuti ai campi di concentramento hanno cercato scrivendo di dare uno sfogo ai loro sentimenti repressi, e la breve poesia dell’ebrea Ilse Blumenthal Weiss ne è un chiaro esempio: 

Non riesco a odiare
mi picchiano, mi prendono a calci.
Non riesco a odiare.
Posso solo espiare,
per te e per me.
Non riesco a odiare
mi strangolano.
Mi tirano pietre.
Non riesco a odiare.
Posso solo piangere
amaramente. 

Ad Auschwitz, Jules Isaac, lo storico e pedagogo ebreo francese, perse la famiglia intera. Ciononostante, nel 1947 con l’opera Jesus und Israel riuscì a porre la prima pietra di un’intesa tra ebrei e cristiani. Fu proprio questo libro a indurre successivamente papa Giovanni XXIII – a quell’epoca ancora nunzio a Parigi – a inserire il rapporto tra chiesa ed ebraismo nell’ordine del giorno del concilio Vaticano II. L’ultimo capitolo del volume si conclude con una domanda aperta: «Il bagliore del forno crematorio di Auschwitz è per me il faro che guida tutti i miei pensieri. Oh, fratelli miei ebrei, e anche voi, fratelli miei cristiani, non credete che esso si confonda con un altro bagliore, quello della croce sul Golgota?».(6) 

Leo Baeck è stato l’ultima grande mente del rabbinato tedesco. Per tre volte gli fu offerta la possibilità di emigrare per mettere in salvo sé e la famiglia. Per tre volte rifiutò l’offerta, che gli appariva come una fuga dalla sua missione. Volle rimanere con il suo popolo in qualità di maestro «finché anche un solo ebreo rimarrà in Germania», come si narrerà in seguito in una storia del lager. Le SS lo impiegarono come cavallo da tiro per tirare ogni giorno il carro carico dei secchi delle latrine. 

Ciononostante, in baracche di legno, in magazzini o a cielo aperto, ogni sera teneva conferenze su Platone e Kant, su Isaia, Giobbe e Gesù – un discorso della montagna, durato anni, proveniente dal fondovalle dell’abbandono, che con fermezza testimoniava la buona novella di entrambi i testamenti: «Il nostro Padre nei cieli non è morto – anche se uomini a sua immagine sono diventati dei bruti!». Quando i russi liberarono il campo di concentramento di Theresienstadt, di cui fino all’ultimo egli rimase il fulcro spirituale, rabbi Baeck faceva parte, per caso o per provvidenza, dei prigionieri – 9.000 su 140.000 – che riuscirono a sopravvivere agli orrori del lager. 

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno!» (Lc. 23,34). Così pregò un tempo per i suoi torturatori rabbi Jeshua sulla croce romana. Nel 1945 rabbi Baeck mise in campo tutta la sua influenza personale per proteggere i sorveglianti e tutto il corpo di guardia da atti di vendetta e non appena si fu ripreso spiritualmente e fisicamente, fu tra i primi a promuovere la riconciliazione fra tedeschi ed ebrei. La sua preghiera, che risale ai primi anni del dopoguerra, non ha bisogno di commento: 

«Sia pace agli uomini di cattiva volontà, e sia posta fine a ogni vendetta e a ogni discorso di punizione e castigo… È impossibile misurare le atrocità; esse sono al di là di ogni confine della comprensione umana, e innumerevoli sono i martiri… Perciò, o Dio, non misurare con la bilancia della giustizia le loro sofferenze, per non imputarle ai loro boia chiedendone un conto terribile, ma agisci diversamente! Accredita piuttosto ai boia e ai delatori e ai traditori e a tutti i malvagi e metti loro in conto tutto il coraggio e la forza d’animo degli altri, il loro accontentarsi, la loro nobile dignità, il loro tacito impegnarsi malgrado tutto, la speranza che non si dà per vinta, e il coraggioso sorriso che ha fatto asciugare le lacrime, e tutti i sacrifici, tutto l’amore ardente, …tutti i cuori tormentati e straziati che però sono rimasti saldi e sempre fiduciosi, di fronte alla morte e nella morte, sì, anche le ore della debolezza più profonda… Tutto ciò, o Dio, deve contare davanti a te come riscatto per il perdono della colpa, deve contare per una risurrezione della giustizia – deve contare tutto il bene, e non il male. E che nel ricordo dei nostri nemici noi non siamo più le loro vittime, non più il loro incubo e fantasma, ma piuttosto il loro aiuto, perché cessi il loro furore… Solo questo si esige da loro e che noi, una volta che tutto sia finito, possiamo tornare a vivere come uomini tra uomini, e che scenda di nuovo la pace su questa povera terra, sugli uomini di buona volontà, e che la pace scenda anche sugli altri».(7) 

Tutto ciò che ci ha lasciato Itzchaq Katznelson, ebreo credente, direttore del ginnasio cittadino di Lodz, è una poesia intitolata Il dolore dell’ultimo ebreo. Essa fu scritta lungo la strada per Maidanek sul retro di tre buste, e sebbene l’autore sapesse che la sua meta finale sarebbe stata la camera a gas, non un pensiero di vendetta, non una parola d’odio uscì dalle sue labbra. Ciò che è riuscito a trasmetterci suona piuttosto come una teologia della sofferenza espiatrice vicaria che irradia tutta la sua grandezza d’animo. Ecco che cosa scrive: 

Salito sulla croce è il mio popolo,
che espia per la colpa del mondo.
Se mai il mio è stato un popolo eletto
perché soffrisse per altri
allora adesso, allora adesso! 

poiché non è ancora mai morto un ebreo
purificato come ciascuno di quelli che ci appaiono piccoli
a Varsavia, a Vilnius o a Wohlhynien.
Perché da ogni ebreo grida inorridito
un Geremia – ognuno è un asso quanto a delusione – che piange per tutti. 

Durante la prima intervista rilasciata da Menachem Begin al giornalista tedesco Hans-Joachim Schilde, che si svolse a Gerusalemme il 3 novembre 1978, al primo ministro fu chiesto: «Ma dopo Auschwitz lei riesce ancora a credere in Dio?». Rispose: «Sì, ci riesco, perché Auschwitz è la nostra offerta per la giustizia di Dio in questo mondo. Credo nella direzione di Dio nella politica. Se Hitler non avesse sterminato gli ebrei, avrebbe forse vinto la guerra. Se non ci fosse la divina provvidenza, Hitler avrebbe costruito per primo la bomba atomica… e in tal caso il nostro mondo sarebbe un unico immenso carcere. Sarebbe cominciata l’era delle tenebre… In questa lotta per la sopravvivenza dell’umanità, noi ebrei abbiamo offerto il sacrificio maggiore… Forse era il prezzo da pagare per non far vincere Hitler». 

Il Salmo 109, attribuito a Davide, parla di nemici spietati. Il v. 4 proclama: «poiché io li amo, loro mi sono ostili; io però prego». Il midrash rabbinico applica questa espressione al destino di dolore di tutto Israele: «Invece di amarmi, essi mi odiano», così dice Israele alle nazioni. «Dovreste amarci, perché abbiamo offerto per voi settanta sacrifici nel tempio di Gerusalemme; ma voi non ci amate, anzi, ci odiate; ciononostante noi preghiamo per voi!» (Midrash e Jalqut Shimoni su Sal. 109,4). 

Se l’amore concreto per il nemico appartiene al cuore del cristianesimo, allora talvolta mi è difficile capire chi sia più vicino a Gesù, se i fratelli carnali dell’ebraismo, oppure i discepoli battezzati che provengono dal mondo dei gentili. (8) 

 

(3) Bologna 1974, nota a Mt. 5,43.

(4) [Capo dell'organizzazione nazionalsocialista di un distretto]. 

(5) Die Botschaft Jesu,Bern 1959,146. 

(6) Jesus und Israel, Wien 1968,463. 

(7) Leo Baeck in Angst-Sicherung-Geborgenheit, di Th. Bevet, Bielefeld 1975 

(8) Un esempio contemporaneo, simile a quelli citati, può essere Padre Massimiliano
     Kolbe, morto nel campo di Oswiipcim nel 1941 e, più recenti ancora, numerosi casi di
     missionari uccisi in Africa [n.d.r]
 

 

Publié dans:ebraismo |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

Il Cardinal Tettamanzi ai divorziati: “La Chiesa non vi ha dimenticati! »

dal sito:

http://www.cardinalrating.com/cardinal_113__article_6591.htm

 

  

Il Cardinal Tettamanzi ai divorziati: “La Chiesa non vi ha dimenticati! »
Jan 26, 2008 


“Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, lettera dell’Arcivescovo di Milano.

MILANO, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Non poter accedere alla comunione eucaristica non significa essere esclusi dalla vita della Chiesa, ha ricordato l’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Dionigi Tettamanzi.

Il porporato lo afferma ne “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione (Centro Ambrosiano, 24 pagg., prezzo 3 euro).

L’“impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale”, ha osservato, non implica un giudizio “sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati”.

“Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori”, ha riconosciuto.
“È comunque errato ritenere che la norma regolante l’accesso alla comunione eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale”, perché “la vita cristiana ha il suo vertice nella partecipazione piena all’Eucaristia, ma non è riducibile soltanto al vertice”.

Per questo motivo, il Cardinal Tettamanzi ha chiesto ai divorziati risposati di “partecipare con fede alla Messa” pur non potendo comunicarsi, perché “la ricchezza della vita della comunità ecclesiale resta a disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa comunione”.

“Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello Spirito. Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio. Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva e una disponibilità a servire quanti hanno bisogno del vostro aiuto”, ha scritto.

“Penso anzitutto al grande compito educativo che come genitori molti di voi sono chiamati a svolgere e alla cura di relazioni positive da realizzare con le famiglie di origine. Penso poi alla testimonianza semplice, se pur sofferta, di una vita cristiana fedele alla preghiera e alla carità. E ancora penso anche a come voi stessi, a partire dalla vostra esperienza, potrete essere di aiuto ad altri che attraversano situazioni simili alle vostre”.

Partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, osserva, sarà “uno stimolo a intensificare nei vostri cuori l’attesa del Signore che verrà e il desiderio di incontrarlo di persona con tutta la ricchezza e la povertà della nostra vita”.

Il Cardinale afferma di aver scritto la Lettera per “aprire un dialogo per condividere un poco le gioie e le fatiche del nostro comune cammino”, “per provare ad ascoltare qualcosa del vostro vissuto quotidiano; per lasciarmi interpellare da qualcuna delle vostre domande; per confidare i sentimenti e i desideri che nutro nel mio cuore nei vostri confronti”.

“La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”, scrive a quanti hanno visto il loro matrimonio entrare in crisi. “Per la Chiesa e per me Vescovo, siete sorelle e fratelli amati e desiderati”.

Nelle persone che hanno vissuto una crisi del rapporto, osserva il porporato, “ci sono domande e sofferenze che vi appaiono spesso trascurate o ignorate dalla Chiesa”.

Quest’ultima, scrive, “non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe delle domande che vi toccano intimamente” e “sa che in certi casi non solo è lecito, ma addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, evitare traumi più profondi, custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze”.

Il Cardinal Tettamanzi riconosce che prima di prendere la decisione di porre fine a un matrimonio si sperimentano spesso “giorni di fatica a vivere insieme, nervosismi, impazienze e insofferenza, sfiducia reciproca, a volte mancanza di trasparenza, senso di tradimento, delusione per una persona che si è rivelata diversa da come la si era conosciuta all’inizio”.

La scelta di interrompere la vita matrimoniale, quindi, “non può mai essere considerata una decisione facile e indolore”, ma è spesso una conseguenza del fatto che “queste esperienze, quotidiane e ripetute, finiscono con il rendere la casa non più luogo di affetti e gioia, ma una pesante gabbia che sembra togliere la pace del cuore”.

La fine di un matrimonio, constata, “è anche per la Chiesa motivo di sofferenza e fonte di interrogativi pesanti: perché il Signore permette che abbia a spezzarsi quel vincolo che è il ‘grande segno’ del suo amore totale, fedele e indistruttibile?”.

“Quando questo legame si spezza, la Chiesa si trova in un certo senso impoverita, privata di un segno luminoso che doveva esserle di gioia e di consolazione”. 

Publié dans:dalla Chiesa |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno 001824

Une rose de procelaine, jardins de Balata, Martinique, Antilles

http://www.folp.free.fr/Search.php?getTheme=FLEURS%20OU%20FLEUR

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

« Videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla legione »

du site:

http://www.levangileauquotidien.org/

San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti

« Videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla legione »

Lo scopo del nostro combattimento, è trovare l’umiltà. I demoni, nostri nemici, sono caduti a causa della superbia e ci attirano nella loro caduta. Ma noi, fratelli, siamo umili, e allora vedremo la gloria del Signore già lì sulla terra (Mt 16,28), perché agli umili, il Signore si fa conoscere mediante lo Spirito Santo. L’anima che ha gustato la dolcezza dell’amore divino è interamente rigenerata e diviene del tutto differente ; ama il suo Signore e tende a lui con tutte le sue forze, giorno e notte.

Fino a un certo momento, si riposa nella pace in Dio, poi comincia a soffrire per il mondo. Il Signore misericordioso dà all’anima a volte il riposo in Dio, a volte un cuore doloroso per il mondo intero, affinché tutti gli uomini si pentano e giungano al Paradiso.

L’anima che ha conosciuto la dolcezza dello Spirito Santo desidera che tutti giungano alla stessa conoscenza, perché la mitezza del Signore non permette all’anima di essere egoista, ma le dà l’amore che zampilla dal cuore.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino: Discorso del Signore sulla Montagna

dal sito:

http://www.sant-agostino.it/italiano/montagna/index.htm 

Sant’Agostino 

IL DISCORSO DEL SIGNORE SULLA MONTAGNA

LIBRO PRIMO  

PRECETTI CHE ATTENGONO A REGOLARE LA VITA 

Spiegazione delle beatitudini (1, 1 – 5, 15) 

Il valore del Discorso sul monte. 

1. 1. Se qualcuno esaminerà con fede e serietà il discorso che nostro Signore Gesù Cristo ha proferito sulla montagna, come lo leggiamo nel Vangelo di Matteo, penso che vi riscontrerà la norma definitiva della vita cristiana per quanto attiene a un’ottima moralità. Non osiamo affermarlo alla leggera, ma lo deriviamo dalle parole stesse del Signore. Difatti il discorso si conchiude ad evidenziare che in esso vi sono tutti i precetti che attengono a regolare la vita. Dice infatti: Riterrò simile chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica a un uomo saggio che costruì la propria casa sulla roccia. Scese la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde perché era fondata sulla roccia. Riterrò poi chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica simile a un uomo stolto che costruì la propria casa sulla sabbia. Scese la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa rovinò e fu grande la sua rovina 1. Non ha detto soltanto: chi ascolta le mie parole, ma ha aggiunto: chi ascolta queste mie parole. Quindi, come ritengo, le parole che ha rivolto stando sul monte educano tanto efficacemente la vita di coloro che intendono viverle che essi sono paragonati a chi costruisce sulla roccia. Ho espresso questo pensiero affinché appaia che il discorso è al completo di tutte le norme dalle quali è regolata la vita cristiana. A suo luogo si tratterà di questo argomento più esaurientemente. 

Simbolismo del monte. 

1. 2. Ora l’inizio di questo discorso è enunciato con le parole: Avendo visto una grande folla, salì sul monte ed essendosi seduto, gli si avvicinarono i suoi discepoli e prendendo la parola li ammaestrava dicendo 2. Se si chiede che cosa simboleggia il monte, è buona l’interpretazione che simboleggi i più grandi precetti dell’onestà perché gli inferiori erano quelli che erano stati trasmessi ai Giudei. Tuttavia l’unico Dio, mediante i suoi santi profeti e ministri, secondo l’ordinatissima distribuzione dei tempi, ha dato precetti inferiori al popolo che era opportuno tenere ancora avvinto dal timore e, mediante il suo Figlio, i più alti al popolo che conveniva fosse reso libero nella carità. Poiché son dati ordinamenti più piccoli ai più piccoli e più grandi ai più grandi, son dati da lui perché egli soltanto sa offrire al genere umano la cura propria ai relativi tempi. E non c’è da meravigliarsi che sono dati ordinamenti più grandi per il regno del cielo e che sono stati dati più piccoli per il regno della terra dall’unico e medesimo Dio che ha creato il cielo e la terra. Di questa giustizia che è più alta si ha un detto del Profeta: La tua giustizia come i monti di Dio 3; e questo pensiero simboleggia convenientemente che dall’unico Maestro 4, il solo idoneo a insegnare tante verità, s’insegna sul monte. Inoltre insegna seduto perché attiene alla dignità del Maestro. Si avvicinano a lui i suoi discepoli affinché ad ascoltare le sue parole fossero più vicini col corpo coloro che aderivano più da vicino con lo spirito nell’osservare i precetti. Prese la parola e insegnava loro dicendo 5. La perifrasi con cui dice: e prendendo la parola con la riserva stessa fa pensare che il discorso sarebbe stato un po’ più lungo, a meno che forse l’aver detto che ora egli ha preso la parola non includa che egli stesso nel Vecchio Testamento era solito disporre a parlare i profeti. 

I poveri in spirito contro la superbia. 

1. 3. Ma ascoltiamo quel che dice: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 6. Troviamo scritto sul desiderio dei beni della terra: Sono tutti vanità e presunzione dello spirito 7. Ora la presunzione dello spirito significa arroganza e superbia. Di solito si dice anche che i superbi hanno un grande spirito e giustamente perché talora anche il vento viene denominato spirito. Si ha infatti nella Scrittura: Il fuoco, la grandine, la neve, il gelo, il vento di tempesta 8. Chi potrebbe ignorare che i superbi sono considerati gonfiati come se siano dilatati dal vento. V’è infatti anche il detto dell’Apostolo: La scienza gonfia, la carità edifica 9. Perciò giustamente nel passo sono indicati come poveri di spirito gli umili e quelli che temono Dio, che non hanno cioè uno spirito che gonfia. E non doveva assolutamente avere inizio d’altra parte la beatitudine perché dovrà giungere alla somma sapienza. Infatti inizio della sapienza è il timore del Signore 10, perché al contrario inizio di ogni peccato è la superbia 11. I superbi dunque desiderino e amino i regni della terra; ma beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 12

I mansueti e la terra. 

2. 4. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra 13, credo quella terra della quale si dice nei Salmi: Sei tu la mia speranza, il mio retaggio nella terra dei viventi 14. Simboleggia infatti una certa solidità e stabilità della eredità perenne, perché in essa l’anima mediante un buon sentimento riposa come in una propria dimensione allo stesso modo che il corpo sulla terra e da essa si nutre come d’un proprio cibo come il corpo dalla terra. Ed essa è il riposo e la vita dei santi. Sono miti quindi coloro che non acconsentono alla malvagità e non resistono al male ma vincono il male col bene 15. Litighino dunque i violenti e lottino per i beni della terra e del tempo, ma beati i miti, perché avranno in eredità la terra 16, quella da cui non possono esser espulsi. 

Il pianto e la consolazione. 

2. 5. Beati coloro che piangono perché saranno consolati 17. Il pianto è la tristezza per la perdita dei cari. Voltisi a Dio pèrdono quei beni, amati in questo mondo e che stringevano in un amplesso. Infatti non godono più di quelle cose, di cui prima godevano e fino a che non si produce in loro l’amore dei beni eterni sono addolorati da una certa mestizia. Saranno dunque consolati dallo Spirito Santo che soprattutto per questo è detto il Paraclito, cioè consolatore, affinché nel perdere la gioia nel tempo godano di quella eterna. 

Fame e sete della virtù. 

2. 6. Beati quelli che hanno fame e sete della virtù, perché saranno saziati 18. Qui afferma che essi amano il bene vero e inamissibile. Saranno dunque saziati di quel cibo, di cui il Signore stesso dice: Mio cibo è fare la volontà del Padre mio 19, e questo è virtù; e l’acqua è quella da cui, per chiunque la berrà, come egli stesso dice, scaturirà in lui una sorgente che zampilla alla vita eterna 20

Soccorrere ed essere soccorsi. 

2. 7. Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia 21. Dice beati quelli che soccorrono gli infelici poiché a loro sarà dato in contraccambio di essere liberati dalla infelicità. 

Il cuore puro e la visione di Dio. 

2. 8. Beati quelli dal cuore puro perché vedranno Dio 22. Sono dunque molto stolti quelli che cercano Dio con gli occhi del corpo, poiché si vede col cuore, come è scritto in un altro passo: Cercatelo nella semplicità del cuore 23. Difatti un cuore puro è lo stesso che un cuore semplice. E come la luce del giorno si può vedere soltanto con gli occhi puri, così neanche Dio si vede se non è pura la facoltà con cui si vede. 

La pace in Dio. 

2. 9. Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio 24. Nella pace v’è la perfezione, perché in essa nulla è in contrasto; e quindi gli operatori di pace sono figli di Dio, perché nulla si oppone a Dio ed ovviamente i figli devono mantenere la somiglianza del Padre. Sono operatori di pace nel proprio essere coloro che, sottomettendo tutte le attività dell’animo alla ragione, cioè all’intelligenza e alla coscienza, e avendo dominato tutti gli impulsi sensuali, divengono regno di Dio. In esso le attività sono talmente ordinate al punto che nell’uomo domina quella la quale primeggia ed eccelle, senza che si oppongano le altre che sono comuni a noi e alle bestie. Così ciò che nell’uomo eccelle, cioè l’intelligenza e la ragione, sia sottomesso all’essere più alto che è la stessa Verità, l’Unigenito Figlio di Dio. Infatti l’uomo non riesce a dominare le cose inferiori se egli stesso non si sottomette all’Essere superiore. Ed è la pace che è data in terra agli uomini di buona volontà 25, è la vita del saggio al culmine della perfezione. Da questo regno, posto nel pieno della pace e dell’ordine, è stato cacciato fuori il principe di questo mondo 26 che domina su gli esseri privi di pace e di ordine. Organizzata e resa stabile questa pace, qualunque tipo di persecuzione susciti dall’esterno colui che è stato messo fuori, accresce la gloria che è secondo Dio, perché non demolisce nulla in quell’edificio, anzi con l’inefficienza delle proprie macchine da guerra fa capire la grande saldezza che è strutturata all’interno. Perciò continua: Beati coloro che soffrono persecuzione per l’onestà, perché di essi è il regno dei cieli 27

Riepilogo. 

3. 10. Sono dunque in tutto otto aforismi. Richiamandone altri si rivolge ai presenti con le parole: Sarete beati quando diranno male di voi e vi perseguiteranno 28. Esprimeva genericamente gli aforismi precedenti. Difatti non ha detto: Beati i poveri di spirito, perché vostro è il regno dei cieli, ma: perché è di essi 29; e non: Beati i miti, perché voi possederete la terra, ma: perché essi possederanno la terra 30 e così gli altri aforismi fino all’ottavo con cui ha detto: Beati quelli che soffrono persecuzione per l’onestà, perché di essi è il regno dei cieli 31. Dopo comincia a parlare rivolgendosi ai presenti, sebbene anche gli aforismi, che erano stati enunciati in precedenza, riguardavano anche coloro che, essendo presenti, ascoltavano; e questi, che sembrano enunciati in modo speciale per i presenti, riguardino anche coloro che erano assenti o che fossero vissuti in seguito. Perciò si deve considerare attentamente il numero degli aforismi. La beatitudine inizia dall’umiltà: Beati i poveri di spirito, cioè non gonfiati, quando l’anima si sottomette alla divina autorità, perché teme di andare alle pene dopo questa vita, sebbene le sembri eventualmente di essere beata in questa vita. Di conseguenza giunge alla conoscenza della Sacra Scrittura, però bisogna che in essa si mostri mite mediante la pietà, affinché non osi condannare ciò che ai profani sembra assurdo e si renda indocile con ostinate discussioni. Da ciò inizia a capire da quali limiti della vita presente essa è impedita mediante l’abitudine sensuale e i peccati. Quindi nel terzo grado, in cui v’è la scienza, si piange la perdita del sommo bene, perché ci si avvince ai beni infimi. Nel quarto grado v’è l’affanno perché in esso ci si applica con energia affinché la coscienza si svincoli da quegli oggetti, dai quali è avvinta con attrattiva esiziale. Quindi in esso si ha fame e sete dell’onestà ed è molto necessaria la fortezza, giacché non si lascia senza dolore ciò che si possiede con diletto. Al quinto si dà il consiglio di evadere a coloro che persistono nell’affanno perché se non si è aiutati da un essere superiore, non si è assolutamente capaci di districarsi dai tanti viluppi delle sofferenze. Ed è un giusto consiglio che chi vuol essere aiutato da un essere superiore, aiuti uno più debole nell’occorrenza in cui egli è più forte. Quindi: Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia. Al sesto grado si ha la purezza del cuore che dalla consapevolezza delle buone opere anela a contemplare il sommo bene che si può intuire soltanto con la mente pura e serena. Infine la settima è la stessa sapienza, cioè la contemplazione della verità che pacifica tutto l’uomo a ricevere l’immagine di Dio; ed essa si enuncia così: Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio. L’ottavo aforisma ritorna, per così dire, al primo perché mostra e giudica che è stato eseguito e compiuto. Difatti nel primo e nell’ottavo è stato nominato il regno dei cieli: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli; e: Beati coloro che soffrono persecuzioni per la virtù, perché di essi è il regno dei cieli. Difatti si ha nella Scrittura: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la penuria, il pericolo, la spada? 32. Sono sette dunque le beatitudini che portano a compimento, poiché l’ottava, quasi tornando ancora al principio, chiarisce e indica ciò che è stato compiuto, affinché attraverso questi gradi siano compiuti anche gli altri. 

 

Publié dans:Sant'Agostino |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31