Archive pour janvier, 2008

Non si può parlare in modo generico di ortodossi e cattolici

22/01/2008, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-13245?l=italian

 

  

Non si può parlare in modo generico di ortodossi e cattolici 

Monsignor Fortino presenta gli Atti del IX Simposio Intercristiano di Assisi 

 

Di Mirko Testa

 

 ROMA, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Il dialogo fra cattolici e ortodossi non può essere portato avanti su presupposti generici, avverte monsignor Eleuterio Fortino, Sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. 

 Intervenendo, il 15 gennaio scorso, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, monsignor Fortino ha sottolineato la necessità di “superare lo stadio di parlare in modo generico di ortodossi e di cattolici”, perché “la precisione locale, temporale, culturale aiuta il dialogo stesso”. 

 A offrire lo spunto per questa riflessione è stata la presentazione degli Atti del IX Simposio Intercristiano, tenutosi ad Assisi dal 4 al 7 settembre 2005, e organizzato dall’Istituto Francescano di Spiritualità dell’ Antonianum e dal Dipartimento di Teologia della Facoltà teologica dell’Università Aristoteles di Tessalonica (Grecia). 

 Questa iniziativa promossa da due Facoltà teologiche si svolge ogni due anni e viene alternativamente ospitata dalla Chiesa ortodossa o dalla Chiesa cattolica, al fine di favorire la ricerca e la didattica allargando alle nuove generazioni l’impegno ecumenico e la ricerca dei mezzi più adeguati per la sua attuazione. 

Nel volume dal titolo “L’Eucaristia nella tradizione orientale e occidentale, con speciale riferimento al dialogo ecumenico” (2005), curato da Luca Bianchi, si susseguono quattordici interventi, affidati alternativamente a un cattolico e a un ortodosso su tematiche affini; le relazioni seguono come filo conduttore quello storico e muovono dai testi neotestamentari per arrivare alle implicazioni nell’attuale movimento ecumenico. 

Nel suo discorso monsignor Fortino ha da subito messo in rilievo le diverse forme e connotazioni della ricerca della piena comunione fra cattolici e ortodossi, “che vanno dalle relazioni fraterne, fra Chiese locali, fra monasteri, fra istituzioni caritatevoli, agli scambi culturali, alle collaborazioni universitarie, alle varie forme di dialogo strutturato”. 

Inoltre, ha aggiunto che oltre al dialogo teologico ufficiale attraverso la Commissione mista internazionale – istituita nel 1979 – fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, cioè con l’insieme delle Chiese autocefale ortodosse, vi sono dialoghi cattolico-ortodossi nazionali come quello negli Stati Uniti d’America, in Francia e in Germania. 

“Oggi – ha continuato – il dialogo è aperto fra la Chiesa cattolica e la ‘Chiesa ortodossa’ , cioè considerando l’insieme delle Chiese ortodosse una realtà unica, e ciò è possibile perché l’ortodossia per quanto riguarda la fede e la tradizione canonica fondamentale è unica, nonostante le sue autocefalie”. 

“L’autocefalia si riferisce alla gestione amministrativa e organizzativa e non al dogma – ha spiegato –. Ma è anche vero che le varie Chiese autocefale hanno iniziative proprie, anche nelle relazioni ecumeniche”. 

“I soggetti implicati in questi nostri simposi sono di natura accademica e per quanto riguarda la Facoltà teologica di Tessalonica si tratta di una realtà greca”, ha affermato. 

Monsignor Fortino ha quindi tenuto a precisare che le divergenze tra cattolici e ortodossi non possono essere esclusivamente risolte a livello teologico: “Esse investono vari campi, tra cui quello delle mentalità diffuse tra i fedeli che occorre indirizzare alla comprensione reciproca e alla comunione nella verità e nella carità”. 

E’ in tale contesto dinamico e nell’ambito dei contatti universitari, ha spiegato, che il Simposio intercristiano si caratterizza per il tentativo di identificare quello che cattolici e ortodossi hanno già in comune per viverlo concretamente insieme. 

Tra l’altro, ha ricordato, lo stesso Documento preparatorio al dialogo teologico ufficiale cattolico-ortodosso attirava l’attenzione su questo problema, affermando esplicitamente che “quando si esaminano i problemi esistenti, bisogna distinguere tra le divergenze compatibili con la comunione nell’Eucaristia e quelle non compatibili, che esigono una soluzione e un comune accordo”. 

Il Sottosegretario del Dicastero per l’unità dei cristiani ha quindi ammesso l’esistenza di “una moltitudine di sviluppi dovuti a condizioni storiche che sono unilateralmente prevalse sia in Oriente che in Occidente”, e che non costituiscono elementi “indifferenti per la comunione all’Eucaristia”, cioè per il ristabilimento della piena comunione. 

Il Decreto sull’ecumenismo, Unitatis Redintegratio, ricordava tuttavia “con quanto amore i cristiani di Oriente celebrano la Sacra Liturgia, specialmente quella eucaristica fonte della vita della Chiesa e pegno della gloria futura”, e sottolineava come proprio in virtù dei sacramenti della successione apostolica, del ministero e dell’Eucarista, essi “restano ancora uniti con noi da strettissimi vincoli”. 

“Nel frattempo cattolici e ortodossi, in modo coerente con le proprie corrette teologie ma in modo oggettivamente scandaloso, celebrano separatamente l’Eucaristia”, ha osservato con rammarico monsignor Fortino. 

Anche se la Chiesa cattolica, ha aggiunto, proprio con il Decreto sull’ecumenismo “ha previsto che per il bene delle anime, in date circostanze, è possibile una certa communicatio in sacris, ma mai la concelebrazione eucaristica”. 

Il principio espresso è infatti che “la comunicazione in cose sacre non la si deve considerare come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per il ristabilimento dell’unità dei cristiani” e “dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della chiesa e dalla partecipazione ai mezzi di grazia”. 

Infine, ha concluso, questa divisione “non deve scoraggiare ma piuttosto spronare al dialogo, alla preghiera e alla cooperazione e avvicinarci a quel giorno benedetto ‘in cui – secondo le parole dell’Enciclica Ut Unum Sint – sarà raggiunta la piena unità nella fede e potremo celebrare nella concordia la santa eucaristia del Signore’”. 

 

Publié dans:ecumenismo, ZENITH |on 23 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 23 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Cristo guarisce la paralisi delle nostre membra e dei nostri cuori

du site: 

http://www.levangileauquotidien.org/

San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 148 ; PL 52, 596

Cristo guarisce la paralisi delle nostre membra e dei nostri cuori

L’incarnazione di Cristo non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano. La nascita di Cristo non fu dettata dalla necessità ma da una libera scelta… Fu un sacramento di fede, fu la restaurazione della salvezza umana. Colui che senza nascere aveva formato l’uomo da un intatto limo (Gen 2,7), quando egli stesso nacque, formò un uomo da un intatto corpo. La mano che si era degnata di prendere del fango per plasmare il nostro corpo, si degnò di prendere anche la carne per la nostra restaurazione…

O uomo, perché hai di te un concetto così basso, quando sei tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te?…

Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell’età per restaurare l’unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l’uomo, perché l’uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello Spirito divino chi aveva soltanto un’anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio perché nulla più rimanga nell’uomo di ciò che in lui v’è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 23 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

The sermon on the mount

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The sermon on the mount / Le sermon sur la montagne / 15 MAITRE CHRIST EXPLAINING THE DOCTRINE ON GOD S  –

http://www.artbible.net/3JC/Mat0501_07_Sermon_Mount/index.htm
    

Publié dans:immagini sacre |on 22 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Solo la provvidenza può spiegare il funzionamento del mondo

dal sito:

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20030218_giovanni-crisostomo_it.html 

Solo la provvidenza può spiegare il funzionamento del mondo 

« Si interrogano gli ingrati e gli insensati: «Non dovrebbe esser proprio della bontà di Dio concedere per tutti uguaglianza di onori?». Dimmi, o ingrato, quali sono le cose che tu affermi non esser proprie della bontà di Dio, e che cosa intendi per «uguaglianza di onori»? Uno è storpio da fanciullo, un altro diventa pazzo ed è invasato da un demonio; un altro, che giunge al limite della vecchiaia, ha trascorso tutta la vita nella povertà; un altro in gravissime malattie: sono queste le opere della provvidenza? Uno è sordo, un altro muto; uno è povero; un altro, infame e scellerato e pieno d’innumerevoli vizi, guadagna denaro e mantiene meretrici e fannulloni, possiede una casa bellissima e conduce una vita senza mai lavorare. E raccolgono molti esempi del genere, tessendo un lungo discorso contro la provvidenza di Dio. 

Che dunque? Non vi è nessuna provvidenza? Che cosa rispondiamo loro? Se fossimo greci e ci dicessero che il mondo è retto da qualcuno, anche noi diremmo loro le stesse cose: Perché non c’è nessuna provvidenza? Perché mai, allora, voi avete il culto degli dèi e adorate demoni ed eroi? Infatti, se esiste una provvidenza, essa si prende cura di tutto. Se vi fossero alcuni, cristiani o anche greci, che si scoraggiassero e vacillassero, che cosa diremmo loro? Tante cose, dimmi, ti prego, sarebbero dunque sorte buone per caso? La luce del giorno, l’ordine predisposto nelle cose, il movimento circolare degli astri, l’eguale corso dei giorni e delle notti, l’ordine della natura tanto nelle piante quanto negli animali e negli uomini? Chi è mai, domando, colui che governa tutte queste cose? Se nessuno le dirige ed esse dipendono tutte da se stesse, chi ha mai fatto questa volta così grande e bella, il cielo appunto, collocato tutt’intorno alla terra e anche sopra le acque? Chi dà alle stagioni dei frutti? Chi ha posto tanta vita nei semi e nelle piante? Ciò che avviene per caso, infatti, è assolutamente disordinato; ciò che presenta ordine e armonia, invece, è stato prodotto con ingegno. 

Infatti, ti chiedo, quelle cose che da noi avvengono per caso, non sono piene di grande confusione, tumulto e turbamento? E non parlo soltanto di quanto avviene per caso, ma anche di ciò che è fatto da qualcuno, ma senza criterio. Ad esempio, vi siano legna e pietre, e vi sia anche la calce; ora, un uomo inesperto nell’arte di costruire, servendosi di questi, si accinga a edificare e a compiere qualcosa: costui non manderà forse in rovina e non distruggerà ogni cosa? E ancora, si dia una nave senza nocchiero, provvista di tutto quanto una nave debba possedere, tranne il nocchiero: potrebbe forse navigare? E la terra stessa, che è tanto estesa, posta com’è al di sopra delle acque, potrebbe rimanere tanto tempo immobile, se non vi fosse qualcuno in grado di sorreggerla? E tutto ciò è forse ragionevole? Non è ridicolo pensare queste cose?… 

Se volessimo esporre esaurientemente, in tutto e per tutto, fin nei dettagli, tutte quelle cose della provvidenza, non ci basterebbero tutti i secoli. Domanderò, infatti, a chi abbia chiesto ciò: queste cose avvengono grazie alla provvidenza o senza la provvidenza? Se rispondesse: «Non sono della provvidenza», gli domanderei ancora: Come dunque sono state fatte? Ma non potrebbe rispondere in alcun modo. A maggior ragione, perciò, non devi investigare con curiosità intorno alle cose umane. Perché? Poiché l’uomo è l’essere più illustre e onorevole di tutti, e tutte le cose sono state create per lui, non lui per esse. 

Se dunque non conosci la sapienza e il governo della provvidenza riguardo all’uomo, in che modo potresti mai scoprire quali siano le sue ragioni? Dimmi un po’, perché mai essa ha creato l’uomo così piccolo e così distante dall’altezza del cielo al punto che dubiti di quelle cose che si mostrano dall’alto? Perché le regioni australi e boreali sono inabitabili? Dimmi, perché la notte è stata fatta più lunga d’inverno e più corta in estate? Perché tanto freddo? Perché il caldo? Perché la mortalità del corpo? E altre innumerevoli cose voglio sapere da te; se tu vorrai, non smetterò d’interrogarti perché tu possa replicarmi in tutto. 

Pertanto, la caratteristica più confacente alla provvidenza è questa: che le sue ragioni rimangano per noi ineffabili. Qualcuno, infatti, non avendo compreso il nostro pensiero, avrebbe potuto ritenere che l’uomo sia la causa di tutte le cose. «Tuttavia, direbbe qualcuno, quell’uomo è povero: e la povertà è un male». Ma che cos’è il male? Che cos’è la cecità, o uomo? Vi è un solo male: peccare; e solo di questo dobbiamo preoccuparci. Invece, tralasciando di scrutare le cause dei veri mali, ricerchiamo con curiosità altre cose. Perché nessuno di noi cerca mai di scoprire il motivo profondo per il quale ha peccato? È in mio potere di peccare, oppure no? Ma che bisogno c’è di usare un grande giro di parole? Cercherò tutto in me stesso: forse che sono riuscito qualche volta a vincere la passione? Ho vinto qualche volta l’ira per pudore o per timore umano? In tal modo, accertato questo, scoprirò che è in mio potere peccare. Nessuno si preoccupa di comprendere e di approfondire queste cose; al contrario, sconsideratamente, come si legge in Giobbe, l’uomo nuota disordinatamente nelle parole (Gb 11,12).«   

Giovanni Crisostomo, Omelie sulla lettera agli Efesini, 19,3-4 

Publié dans:meditazioni |on 22 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Cerchi Picasso, trovi il sacro

Cerchi Picasso, trovi il sacro  dans Approfondimenti pica1

dal sito:

 http://www.gliscritti.it/index.html 

Cerchi Picasso, trovi il sacro
di Olivier Clément (ripreso dalle pagine di Agorà in Avvenire del 26.02.1998)

 Non so se, in Picasso, una certa religiosità sia volontaria, o se sia qualcosa che gli si è imposto senza premeditazione. Ma ugualmente la ricerca di una trascendenza è il modo in cui egli ha voluto entrare nella storia e corrispondere alla tragedia dei suoi tempi. Picasso, infatti, è soprattutto l’artista delle due guerre mondiali (e della seconda più che della prima) e rappresenta una sorta di agonia o di morte per l’Europa; ma poi le apre sentieri di resurrezione.
Qualche esempio. Picasso nel periodo della guerra aderisce al partito comunista: non perché fosse un militante, bensì perché vi vedeva una sorta di fraternità e di grande speranza per l’umanità; ciò non gli impedì affatto di essere un pittore “religioso”. Certo, ciò che Picasso ha dipinto e che aveva valore religioso, soprattutto nell’ultima parte della sua vita, è piuttosto di una religiosità mediterranea, pagana; lo si vede molto bene dallo slancio vitale espresso nelle tauromachie o magari in certe figure erotiche. Ma questo sentimento panico di esaltazione della vita e della sua potenza è in realtà una danza vitale che può anche trovar posto nella gioia della resurrezione cristiana: era questo, infine, ciò che Picasso cercava.
Anche il tema del volto nel pittore spagnolo ha risvolti interessanti. L’artista compie uno sforzo di scomposizione e di ricomposizione dei volti assolutamente stupefacente. Picasso ha previsto e mostrato i visi che si sarebbero visti quando dai campi nazisti uscirono i sopravvissuti. A seconda dei periodi della sua vita, egli dipingeva la donna come essere malvagio e ingannatore, ovvero la raffigurava nella pienezza della femminilità e della maternità.
Il comunismo, il vitalismo, i volti costituiscono in Picasso un tentativo di rispondere alle tragedie della storia. L’artista cercava la via della trascendenza attraverso il mistero della donna, dell’amore e del grande slancio vitale. Nelle ceramiche che realizzò alla fine della vita, per esempio, si sentono curiosi echi cretesi che suonano quasi nostalgia del paradiso, di una vita primordiale sulla quale soffia lo spirito. Ma si tratta di una ricerca incompiuta. Nella sua vita Picasso non trovò una risposta sicura; egli è passato a fianco dello spirituale, l’ha presentito, ma non vi è mai entrato davvero. Anche nella sua opera più famosa, Guernica . Io sono colpito da alcuni segni di speranza e di trascendenza che si trovano in quell’immensa tela. Nel 1936 Guernica, la città santa dei Paesi baschi, fu distrutta dall’aviazione tedesca. Era giorno di festa, la folla si assiepava. Ci furono duemila morti. Consapevoli o meno, gli artisti spesso profetizzano. Picasso profetizzò dipingendo Guernica. Il contrasto delle ideologie, gli stimoli di odio e di violenza che annunciavano un nuovo conflitto avevano, dagli inizi degli anni Trenta, strappato il pittore a ricerche puramente estetiche. Guernica, epopea funebre, è una delle maggiori testimonianze sulla tragedia del nostro secolo, e anzitutto sulla “guerra dei trent’anni” che l’ha percorsa dal 1914 al 1945, aprendo la porta al nichilismo contemporaneo. La tonalità generale è quella del lutto; il niente assorbe tutti i colori e restano solo dei neri, dei grigi profondi, e quel biancore mortuario in attesa, forse, di metamorfosi…
Tutta la metà destra della composizione è consacrata all’orrore senza speranza. Vi si ritrovano, ma in una sintesi del tutto nuova, i temi già familiari all’artista della corrida, della statua antica spezzata, e soprattutto del Minotauro, simbolo della violenza, al quale Picasso aveva appena consacrato una serie di stupende acqueforti. Una corrida in Spagna, limita e nobilita la violenza attraverso la bellezza e il simbolo. Essa significa in effetti la vittoria dell’umano sul bestiale, dello spirito sul caos, della luce sulle tenebre (il toro, secondo l’arte mesopotamica, è la bestia della notte). Qui è tutto il contrario. Siamo in presenza di una corrida capovolta. Il cavallo, animale nobile, guida delle anime nelle vecchie mitologie, è trafitto, ferito a morte, e si contorce in un urlo di dolore. L’uomo è identificato nella statua antica di un guerriero morto, la spada spezzata. Una mano si abbandona sull’arma inutile: che cosa avrebbe potuto una spada, arma di guerra “a misura d’uomo”, contro gli Stukas apocalittici? L’altra mano, aperta sulla morte, è segnata sul palmo da una sorta di stella, ultima luce nella notte, ora spenta.
Due immagini di morte e di disperazione incorniciano il mostro vincitore. A sinistra una madre grida, con il bambino morto tra le braccia. A destra pure un uccello folgorato grida l’orrore, con un movimento verticale della testa analogo a quello che tiene ritto il capo della donna. Il toro, un vero Minotauro, impassibile e trionfante, “simboleggia la brutalità e l’oscurità”, ha detto Picasso. Corpo notturno, testa di luce violenta, artificiale, che prolunga l’illuminazione dell’enorme luce elettrica accesa in cima alla tela: lampada dei proiettori e degli interrogatori. La testa è voltata, indifferente. Che cosa gli importa l’agonia del cavallo e dell’uccello, simboli di libertà e di fuga, di tutto ciò che nell’uomo supera l’uomo? Che gl’importa del guerriero vinto, del bambino morto, della donna disperata e in rivolta? Egli è pura opacità della volontà di potenza, la coda ritta come una bandiera orgogliosa. Testa non di bruto, tuttavia, ma d’intelligenza fredda e perversa. Egli si volta, ma vede un essere allo stesso tempo di potenza e di conoscenza.
Così nella metà sinistra della composizione, tutto è perduto. E’ il regno della distruzione, del distruttore. La metà destra è completamente diversa, se si esclude la sua estremità dove una casa brucia. In alto una donna si tende, la testa, le braccia si tendono, non più nella rivolta e nell’odio – sembra – ma nell’implorazione. Il braccio immenso, braccio della donna e insieme fiume celeste, regge una lampada arcaica, o meglio la brandisce, afferma una fiamma piccola ma protetta: il fuoco della vita, della grazia di essere, il fuoco che riscalda e illumina. Sarà l’angelo della luce e della vita? E non sarà proprio da questa fiamma che la bestia si distoglie? Più sopra una donna si protende versa tale luce, in uno slancio di stupore e di gratitudine: sì, questo fuoco esiste, niente può spegnerlo. Di modo che la composizione è attraversata da una grande diagonale di speranza.
Tutto si riassume, in cima al quadro, nello scontro tra le due luci: l’artificiale e la naturale, il lampo elettrico e l’umile fiamma. La prima si espande in orizzontale, circondata da raggi crudeli. Occhio vuoto con, al centro, un nodo irridente di filamenti. L’altra è verticale, la fiamma sale tra due ricettacoli dalle forme dolci, femminili. Nel cuore di questo cuori di brace, un punto oscuro, un punto soltanto: forse la trascendenza, il punto da cui tutto si dispiega, il seme. Perché la luce cade sull’elsa della spada spezzata e si vede crescere dal metallo, timido, appena accennato e tuttavia decisivo, tuttavia unica vittoria, un fiore. 

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Il Presidente della CEI: l’Italia ha bisogno di speranza

22/01/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13235?l=italian 

Il Presidente della CEI: l’Italia ha bisogno di speranza

“La Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il cammino” 

Di Antonio Gaspari

 ROMA, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Questo lunedì, a Roma, nel corso della prolusione al Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), il Cardinale Angelo Bagnasco ha commentato l’enciclica di Benedetto XVI, “Spe salvi”, sottolineando che l’Italia di oggi ha urgente bisogno di speranza. 

Il Presidente della CEI ha ripercorso i ragionamenti dell’enciclica mostrando come, ad un certo punto del cammino dell’umanità, le due grandi idee-forza, la ragione e la libertà, si sono come sganciate da Dio, per diventare autonome e contribuire all’edificazione di un “regno dell’uomo” praticamente contrapposto al Regno di Dio. 

“Il Papa – ha spiegato il Cardinale Bagnasco – evidenzia il diffondersi di una mentalità materialista, che ha fatalmente illuso e deluso”. 

Secondo l’Arcivescovo di Genova, “al cristianesimo d’oggi intimidito di fronte ai successi della scienza, e per questo spesso ripiegato solamente in ambito educativo e caritativo, s’impone una ricentratura sul suo essenziale, per far scaturire da qui una nuova capacità propositiva”. 

A questo proposito, il Presidente della CEI ha detto: “Non credo di sbagliare se dico che è l’Italia, in particolare, ad avere oggi bisogno della speranza”, perché “questo Paese, che profondamente amiamo, si presenta sempre più sfilacciato, frammentato al punto da apparire ridotto addirittura ‘a coriandoli’, avvertono gli esperti”. 

L’Arcivescovo di Genova ha fatto riferimento al Rapporto Censis 2007 in cui si avverte che “un’inerzia di fondo … è la cifra più profonda della nostra attuale società”. In essa “si propende a pensare che la colpa di tutto … sia da ricondurre a una complessa e comune incapacità di costruire uno sviluppo partecipato”. 

Di fronte ad una “paura del futuro e un senso di fatalistico declino” e ad una “sfiducia diffusa e pericolosa” il porporato sottolinea che ai Vescovi interessa “guardare più in profondità, alla crisi interiore che è in parte causa e radice della stessa crisi pubblica”. 

Pur tenendo conto delle tante testimonianze di bene che prendono forma sul territorio e che rappresentano un indizio di possibile ripresa e capacità di futuro, il Cardinale Bagnasco, richiamando la“Spe salvi”, sostiene che, “seppur avessimo tante piccole o anche grandi speranze che ci mantengono in cammino, ma non conoscessimo Dio, saremmo pur sempre privi della grande speranza, quella che deve superare tutto il resto”. 

“La Chiesa – ha sottolineato l’Arcivescovo di Genova – non vuole e non cerca il potere. Con la sua testimonianza pubblica e grazie alla capillarità della sua presenza vicina alla gente, la Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il cammino, a recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare un orizzonte comune”. 

Il Cardinale Bagnasco si è quindi detto convinto che “a fronte di tanti sforzi che pure vengono condotti, e che hanno bisogno di più energia per affermarsi, c’è davvero bisogno di una speranza più grande delle altre, che possa dare la direzione al cammino futuro”. 

buona notte

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Garden Party, Hybrid Tea Rose

http://www.geocities.com/TheTropics/Island/6801/mark/marks.html

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 22 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

« Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato »

du site: 

http://www.levangileauquotidien.org/

Papa Benedetto XVI
Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, 74 (© Libreria Editrice Vaticana)

« Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato »

È particolarmente urgente in questo nostro tempo ricordare che il giorno del Signore è anche il giorno del riposo dal lavoro. Ci auguriamo vivamente che esso sia riconosciuto come tale anche dalla società civile, così che sia possibile essere liberi dalle attività lavorative, senza venire per questo penalizzati. I cristiani, infatti, non senza rapporto con il significato del sabato nella tradizione ebraica, hanno visto nel giorno del Signore anche il giorno del riposo dalla fatica quotidiana.

Ciò ha un suo preciso senso, perché costituisce una relativizzazione del lavoro, che viene finalizzato all’uomo: il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. È facile intuire la tutela che da ciò viene offerta all’uomo stesso, che risulta così emancipato da una possibile forma di schiavitù. Come ho avuto modo di affermare, « il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione dell’uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell’umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l’uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita ». È nel giorno consacrato a Dio che l’uomo comprende il senso della sua esistenza ed anche dell’attività lavorativa.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 22 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Sant’Agnese

Sant'Agnese dans immagini sacre

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=22350&dispsize=Original

Publié dans:immagini sacre |on 21 janvier, 2008 |Pas de commentaires »
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