Archive pour le 18 novembre, 2007

Pope Benedict XVI talks to relatives of the victims of a bomb attack against Italian forces in Nassiriya

Pope Benedict XVI talks to relatives of the victims of a bomb attack against Italian forces in Nassiriya dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI talks to relatives of the victims of a bomb attack against Italian forces in Nassiriya, Iraq four years ago, at the end of his weekly general audience in Saint Peter’s square at the Vatican November 14, 2007. REUTERS/Osservatore Romano (VATICAN)

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Benedetto XVI Udienza di Mercoledì 22 marzo 2006 sul tema degli Apostoli

 from:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060322_it.html

 

  

BENEDETTO XVI 

UDIENZA GENERALE  

Piazza San Pietro
Mercoledì, 22 marzo 2006
 

  

Gli Apostoli, testimoni e inviati di Cristo

 

 

Cari fratelli e sorelle,

 

 la Lettera agli Efesini ci presenta la Chiesa come una costruzione edificata « sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù » (2, 29). Nell’Apocalisse il ruolo degli Apostoli, e più specificamente dei Dodici, è chiarito nella prospettiva escatologica della Gerusalemme celeste, presentata come una città le cui mura « poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello » (21, 14). I Vangeli concordano nel riferire che la chiamata degli Apostoli segnò i primi passi del ministero di Gesù, dopo il battesimo ricevuto dal Battista nelle acque del Giordano. 

Stando al racconto di Marco (1, 16-20) e di Matteo (4, 18-22), lo scenario della chiamata dei primi Apostoli è il lago di Galilea. Gesù ha da poco cominciato la predicazione del Regno di Dio, quando il suo sguardo si posa su due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori, impegnati nel loro lavoro quotidiano. Gettano le reti, le riassettano. Ma un’altra pesca li attende. Gesù li chiama con decisione ed essi con prontezza lo seguono: ormai saranno « pescatori di uomini » (cfr Mc 1, 17; Mt 4, 19). Luca, pur seguendo la medesima tradizione, ha un racconto più elaborato (5, 1-11). Esso mostra il cammino di fede dei primi discepoli, precisando che l’invito alla sequela giunge loro dopo aver ascoltato la prima predicazione di Gesù e sperimentato i primi segni prodigiosi da lui compiuti. In particolare, la pesca miracolosa costituisce il contesto immediato e offre il simbolo della missione di pescatori di uomini, ad essi affidata. Il destino di questi « chiamati », d’ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù. L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un « esperto » di Gesù. 

Proprio questo aspetto è messo in evidenza dall’evangelista Giovanni fin dal primo incontro di Gesù con i futuri Apostoli. Qui lo scenario è diverso. L’incontro si svolge sulle rive del Giordano. La presenza dei futuri discepoli, venuti anch’essi, come Gesù, dalla Galilea per vivere l’esperienza del battesimo amministrato da Giovanni, fa luce sul loro mondo spirituale. Erano uomini in attesa del Regno di Dio, desiderosi di conoscere il Messia, la cui venuta era annunciata come imminente. Basta ad essi l’indicazione di Giovanni Battista che addita in Gesù l’Agnello di Dio (cfr Gv 1, 36), perché sorga in loro il desiderio di un incontro personale con il Maestro. Le battute del dialogo di Gesù con i primi due futuri Apostoli sono molto espressive. Alla domanda: « Che cercate? », essi rispondono con un’altra domanda: « Rabbì (che significa Maestro), dove abiti? ». La risposta di Gesù è un invito: « Venite e vedrete » (cfr Gv 1, 38-39). Venite per poter vedere. L’avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro. Vedono dove abita e cominciano a conoscerlo. Essi infatti non dovranno essere annun-ciatori di un’idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno « stare » con Gesù (cfr Mc 3, 14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l’evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (cfr 1 Gv 1,3). 

A chi saranno inviati gli Apostoli? Nel Vangelo Gesù sembra restringere al solo Israele la sua missione: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele » (Mt 15, 24). In maniera analoga egli sembra circoscrivere la missione affidata ai Dodici: « Questi Dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: « Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele »" (Mt 10, 5s.). Una certa critica moderna di ispirazione razionalistica aveva visto in queste espressioni la mancanza di una coscienza universalistica del Nazareno. In realtà, esse vanno comprese alla luce del suo rapporto speciale con Israele, comunità dell’alleanza, nella continuità della storia della salvezza. Secondo l’attesa messianica le promesse divine, immediatamente indirizzate ad Israele, sarebbero giunte a compimento quando Dio stesso, attraverso il suo Eletto, avrebbe raccolto il suo popolo come fa un pastore con il gregge: « Io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda… Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro » (Ez 34, 22-24). Gesù è il pastore escatologico, che raduna le pecore perdute della casa d’Israele e va in cerca di esse, perché le conosce e le ama (cfr Lc 15, 4-7 e Mt 18, 12-14; cfr anche la figura del buon pastore in Gv 10, 11ss.). Attraverso questa « raccolta » il Regno di Dio si annuncia a tutte le genti: « Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi » (Ez 39, 21). 

E Gesù segue proprio questo filo profetico. Il primo passo è la « raccolta » del popolo di Israele, perché così tutte le genti chiamate a radunarsi nella comunione col Signore, possano vedere e credere. Così, i Dodici, assunti a partecipare alla stessa missione di Gesù, cooperano col Pastore degli ultimi tempi, andando anzitutto anche loro dalle pecore perdute della casa d’Israele, rivolgendosi cioè al popolo della promessa, il cui raduno è il segno di salvezza per tutti i popoli, l’inizio dell’universalizzazione dell’Alleanza. Lungi dal contraddire l’apertura universalistica dell’azione messianica del Nazareno, l’iniziale restringimento ad Israele della missione sua e dei Dodici ne diventa così il segno profetico più efficace. Dopo la passione e la risurrezione di Cristo tale segno sarà chiarito: il carattere universale della missione degli Apostoli diventerà esplicito. Cristo invierà gli Apostoli « in tutto il mondo » (Mc 16, 15), a « tutte le nazioni » (Mt 28, 19; Lc 24, 47, « fino agli estremi confini della terra » (At 1, 8). E questa missione continua. Continua sempre il mandato del Signore di riunire i popoli nell’unità del suo amore. Questa è la nostra speranza e questo è anche il nostro mandato: contribuire a questa universalità, a questa vera unità nella ricchezza delle culture, in comunione con il nostro vero Signore Gesù Cristo. 

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La fede, “lotta e sottomissione”, spiega l’Arcivescovo Bruno Forte

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12562?l=italian 

 

La fede, “lotta e sottomissione”, spiega l’Arcivescovo Bruno Forte 

In apertura dei lavori della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles 

 

LEEDS, venerdì, 16 novembre 2007 (ZENIT.org).- La fede è “lotta e sottomissione”, ha spiegato Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, rivolgendosi il 12 novembre ai Vescovi di Inghilterra e del Galles a Leeds con un intervento sul tema “Religione e Libertà. Le realtà terrestri non sono svalutate dal Sacro”.

“Come possono credenti e non credenti, e i credenti di diverse fedi, incontrarsi e dialogare nella verità viste le sfide del panorama attuale?”, si è chiesto l’Arcivescovo.

“I credenti – ha osservato – sono chiamati ad andare oltre ogni riduzione del cristianesimo a un’ideologia, e ad essere sinceramente attenti agli altri in tutta la loro dignità, qualunque sia il loro credo”.

Credere, ha proseguito l’Arcivescovo Forte, “è essere fatti prigionieri dal Totalmente Altro”, “diventare prigionieri dell’Invisibile”.

“Il pensiero di chi crede non sostiene di avere una spiegazione per qualsiasi cosa, di gettare luce su tutto, ma vive piuttosto come di notte, carico di aspettativa, sospeso tra la prima e l’ultima venuta del Signore, già rafforzato, sicuramente, dalla luce che è venuta nell’oscurità, e tuttavia desideroso dell’alba”, ha osservato.

“Il pensiero del credente non è ancora totalmente illuminato dal giorno, che appartiene a un altro tempo e a un altro luogo, ma riceve abbastanza luce per portare il peso del mantenere la fede”.

I non credenti, osserva monsignor Forte, “vivono nello stesso stato di ricerca e attesa”.

Questo, ovviamente, “a condizione che il loro ‘non credo’ sia più di un’etichetta, che sia il frutto della loro esperienza di sofferenza e di lotta con Dio e del fatto di non riuscire a credere in Lui”.

“Il vero non credere – ha rivelato infatti il presule – non è una negazione facile, con pochi effetti sulla persona interessata. Il serio e riflettuto non credere, attento alle vere domande del mondo e della vita, significa sofferenza; è una passione per la verità che paga un prezzo personale per l’amaro coraggio di non credere”.

Chi non crede e vive questa condizione in modo responsabile “è consapevole dell’acuto dolore dell’assenza, sentendosi orfano, profondamente abbandonato”, ha commentato l’Arcivescovo.

Quanto ai credenti, per monsignor Forte “sono chiamati a mettere in discussione la loro fede e a riscoprire la lotta con Dio come parte del loro amore per Lui”.

“Essere umani, essere liberi significa partire per un viaggio: gli esseri umani sono in un esodo, chiamati permanentemente a uscir fuori da sé, a mettersi in discussione, a cercare una casa”.

Se gli uomini sono quindi “per costituzione pellegrini nella vita”, “la vera tentazione è smettere di viaggiare, sentire di essere arrivati, non pensare più a se stessi come a pellegrini in questo mondo, ma padroni”.

Questo ragionamento può essere applicato anche alla vita di fede: la tentazione, in questo caso come nel precedente, è fermarsi.

La fede, ha continuato l’Arcivescovo, è “lotta e sottomissione”, lotta perché “non è il riposo di una certezza posseduta”, sottomissione perché “nel combattimento arriva il momento in cui si capisce che il perdente in realtà vince, e quindi ci si arrende a Lui”.

La fede diventa quindi “autoabbandono e dimenticanza di sé e la gioia di affidarsi alle braccia dell’Amato”.

Se la fede è davvero tutto questo, i credenti non cercheranno segni visibili che mostrino la fedeltà del Dio in cui credono. “Crederanno in Lui anche quando la risposta alle vere domande della sofferenza umana rimangono nascoste nel Suo silenzio”.

Bisogna dire “no” a una fede statica “fatta di confortevole tolleranza, che si difende condannando gli altri perché non sa come vivere la sofferenza dell’amore”, e dire “sì” a una fede che si interroga, “capace di iniziare ogni giorno ad affidarsi agli altri, a vivere l’esodo senza ritorno, viaggiando sempre verso il Mistero di Dio, svelato e nascosto nella Sua Parola”.

In tutto questo contesto, “il dialogo tra credenti e non credenti può essere compreso come un esercizio di rispetto reciproco e una testimonianza di libertà religiosa”, oltre ad “una delle principali e più arricchenti sfide nelle culture caratterizzate dalla mancanza di credo e dall’indifferenza religiosa”.

 

 

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Benedetto XVI: “In ogni genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12577?l=italian 

 

Benedetto XVI: “In ogni genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo”

 Discorso introduttivo alla preghiera mariana dell’Angelus 

 

ROMA, domenica, 18 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI nell’introdurre la preghiera dell’Angelus, recitata insieme ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle! 

Nell’odierna pagina evangelica, san Luca ripropone alla nostra riflessione la visione biblica della storia e riferisce le parole di Gesù, che invitano i discepoli a non avere paura, ma ad affrontare difficoltà, incomprensioni e persino persecuzioni con fiducia, perseverando nella fede in Lui. « Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni – dice il Signore -, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine » (Lc 21,9). Memore di questo ammonimento, sin dall’inizio la Chiesa vive nell’attesa orante del ritorno del suo Signore, scrutando i segni dei tempi e mettendo in guardia i fedeli da ricorrenti messianismi, che di volta in volta annunciano come imminente la fine del mondo. In realtà, la storia deve fare il suo corso, che comporta anche drammi umani e calamità naturali. In essa si sviluppa un disegno di salvezza a cui Cristo ha già dato compimento nella sua incarnazione, morte e risurrezione. Questo mistero la Chiesa continua ad annunciare ed attuare con la predicazione, con la celebrazione dei sacramenti e la testimonianza della carità. 

Cari fratelli e sorelle, raccogliamo l’invito di Cristo ad affrontare gli eventi quotidiani confidando nel suo amore provvidente. Non temiamo per l’avvenire, anche quando esso ci può apparire a tinte fosche, perché il Dio di Gesù Cristo, che ha assunto la storia per aprirla al suo compimento trascendente, ne è l’alfa e l’omega, il principio e la fine (cfr Ap 1,8). Egli ci garantisce che in ogni piccolo ma genuino atto di amore c’è tutto il senso dell’universo, e che chi non esita a perdere la propria vita per Lui, la ritrova in pienezza (cfr Mt 16,25). 

A tener viva tale prospettiva ci invitano con singolare efficacia le persone consacrate, che hanno posto senza riserve la loro vita a servizio del Regno di Dio. Tra queste vorrei ricordare particolarmente quelle chiamate alla contemplazione nei monasteri di clausura. Ad esse la Chiesa dedica una Giornata speciale mercoledì prossimo, 21 novembre, memoria della presentazione al Tempio della Beata Vergine Maria. Tanto dobbiamo a queste persone che vivono di ciò che la Provvidenza procura loro mediante la generosità dei fedeli. Il monastero, « come oasi spirituale, indica al mondo di oggi la cosa più importante, anzi alla fine l’unica cosa decisiva: esiste un’ultima ragione per cui vale la pena vivere, cioè Dio e il suo amore imperscrutabile » (Heiligenkreuz, 9 settembre 2007). La fede che opera nella carità è il vero antidoto contro la mentalità nichilista, che nella nostra epoca va sempre più estendendo il suo influsso nel mondo. 

Ci accompagna nel pellegrinaggio terreno Maria, Madre del Verbo incarnato. A Lei chiediamo di sostenere la testimonianza di tutti i cristiani, perché poggi sempre su una fede salda e perseverante. 

  


[Dopo l'Angelus:] 

Nei giorni scorsi un tremendo ciclone ha colpito il sud del Bangladesh, causando numerosissime vittime e gravi distruzioni. Nel rinnovare l’espressione del mio profondo cordoglio alle famiglie e all’intera nazione, a me tanto cara, faccio appello alla solidarietà internazionale, che già si è mossa per far fronte alle immediate necessità. Incoraggio a porre in atto ogni possibile sforzo per soccorrere questi fratelli così duramente provati. 

Si apre oggi in Giordania l’8ª Assemblea degli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione sul divieto di impiego, stoccaggio, produzione e trasferimento delle mine antiuomo e sulla loro distruzione. Di tale Convenzione, adottata dieci anni or sono, la Santa Sede è tra i principali promotori. Esprimo pertanto di cuore il mio augurio e il mio incoraggiamento per il buon esito della conferenza, affinché questi ordigni, che continuano a seminare vittime, tra cui molti bambini, siano completamente banditi. 

Oggi pomeriggio verrà beatificato a Novara il venerabile Servo di Dio Antonio Rosmini, grande figura di sacerdote e illustre uomo di cultura, animato da fervido amore per Dio e per la Chiesa. Testimoniò la virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello, ma ciò che lo rese maggiormente noto fu il generoso impegno per quella che egli chiamava « carità intellettuale », vale a dire la riconciliazione della ragione con la fede. Il suo esempio aiuti la Chiesa, specialmente le comunità ecclesiali italiane, a crescere nella consapevolezza che la luce della ragione umana e quella della Grazia, quando camminano insieme, diventano sorgente di benedizione per la persona umana e per la società. 

Saluto i pellegrini di lingua italiana. In particolare i giovani della Fondazione « Nicolò Galli », il coro « Don Lorenzo Perosi » di Valbrona, i fedeli della parrocchia « Cuore Immacolato di Maria » in Brindisi, i rappresentanti delle Cooperative di ispirazione cristiana e i membri della Comunità di Sant’Egidio provenienti dal Continente africano. A tutti auguro una buona domenica! 

 

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno

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« Questo vi darà occasione di render testimonianza »

Giovanni Paolo II
Omelia per la commemorazione dei testimoni della fede del secolo XX, 7 maggio 2000

« Questo vi darà occasione di render testimonianza »

L’esperienza dei martiri e dei testimoni della fede non è caratteristica soltanto della Chiesa degli inizi, ma connota ogni epoca della sua storia. Nel secolo ventesimo, poi, forse ancor più che nel primo periodo del cristianesimo, moltissimi sono stati coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti cristiani, in ogni Continente, nel corso del Novecento hanno pagato il loro amore a Cristo anche versando il sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione vecchie e recenti, hanno sperimentato l’odio e l’esclusione, la violenza e l’assassinio. Molti Paesi di antica tradizione cristiana sono tornati ad essere terre in cui la fedeltà al Vangelo è costata un prezzo molto alto. Nel nostro secolo « la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti » (Tertio millennio adveniente, 37)

Sono testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore e di tante prove. Il mio sacerdozio, fin dalle sue origini, « si è iscritto nel grande sacrificio di tanti uomini e di tante donne della mia generazione » (Dono e Mistero, p. 47). L’esperienza della seconda guerra mondiale e degli anni successivi mi ha portato a considerare con grata attenzione, l’esempio luminoso di quanti, dai primi anni del Novecento sino alla sua fine, hanno provato la persecuzione, la violenza, la morte, per la loro fede e per il loro comportamento ispirato alla verità di Cristo.

E sono tanti! La loro memoria non deve andare perduta.

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