Archive pour novembre, 2007

Sant’Andrea Apostolo

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IL MATTUTINO DI GIANFRANCO RAVASI – 30/11/2007: IL PENSIERO DELLA MORTE

dal sito: 

http://www.avvenire.it/

 

  

30/11/2007

IL MATTUTINO DI GIANFRANCO RAVASI 

 

IL PENSIERO DELLA MORTE 

 

La morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo. Eccoci giunti alla fine del mese di novembre, un tempo che – a causa della solennità del 2 novembre – è stato connesso tradizionalmente ai defunti e ai cimiteri. Vorrei, perciò, concludere anch’io con un «pensiero sulla morte». In realtà, il testo che ho citato contiene una diversa espressione: «il pensiero della morte» ed è altra cosa. Ma prima di tutto assegniamo la citazione al suo autore, uno scrittore così turbato e travolto da quel pensiero da essere finito suicida in un albergo nel caldo di un agosto torinese del 1950. Si tratta di Cesare Pavese e la considerazione molto pertinente è desunta dal suo diario, Il mestiere di vivere, pubblicato postumo nel 1952. Sì, è proprio vero: tante volte c’è forse sfuggita la frase «Meglio morire che tirare avanti così!», nella convinzione di trovare finalmente pace e riposo. Ma quando si pensa seriamente alla morte, allora la musica cambia. Un fremito gelido s’insinua in noi, se ci immaginiamo distesi nel rigor mortis. Il pensiero di una realtà così «naturale» com’è il morire ci sconvolge e disturba il nostro quieto vivere, tant’è vero che si fa di tutto per cacciare dalla nostra mente questa meta a cui siamo votati e che forse non è poi così remota come vorremmo. Eppure già il grande Montaigne invitava a «pre-meditare la morte» come principio di libertà. Questa riflessione, infatti, eliminerebbe tante servitù, ci darebbe una scala diversa dei valori, ci libererebbe da paure inutili e da meschinità, ci fortificherebbe nell’agire in modo giusto, degno e pieno. Il pensiero della morte è, quindi, un «disturbatore» necessario.

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30 novembre: Sant’ Andrea Apostolo

 dal sito:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/22000

 

Sant’ Andrea Apostolo 

30 novembre 

Bethsaida di Galilea – Patrasso (Grecia), ca. 60 dopo Cristo 

Andrea, già discepolo di Giovanni Battista, fratello di Pietro, gli comunicò la scoperta del Messia. Entrambi furono chiamati dal Maestro sulle rive del lago per diventare ‘pescatori di uomini’. Nel prodigio della moltiplicazione dei pani segnala a Gesù il fanciullo dei cinque pani e dei due pesci. Egli stesso insieme a Filippo riferisce che alcuni Greci vogliono vedere Gesù. Crocifisso a Patrasso secondo la tradizione, è particolarmente venerato nella Chiesa greca. (Mess. Rom.) 

Patronato: Pescatori 

Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco 

Emblema: Croce decussata, Rete da pescatore 

Martirologio Romano: Festa di sant’Andrea, Apostolo: nato a Betsaida, fratello di Simon Pietro e pescatore insieme a lui, fu il primo tra i discepoli di Giovanni Battista ad essere chiamato dal Signore Gesù presso il Giordano, lo seguì e condusse da lui anche suo fratello. Dopo la Pentecoste si dice abbia predicato il Vangelo nella regione dell’Acaia in Grecia e subíto la crocifissione a Patrasso. La Chiesa di Costantinopoli lo venera come suo insigne patrono. 

Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: « Ecco l’agnello di Dio! ». Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: « Abbiamo trovato il Messia! ». Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale « fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa” ». Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: « Seguitemi, vi farò pescatori di uomini » (Matteo 4,18-20).
Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo « con grande potenza e gloria » (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione.
E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: « Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen ». Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre.
Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso. 
 

Publié dans:Santi |on 30 novembre, 2007 |2 Commentaires »

Il predicatore del Papa: “Tutto passa. Dio solo resta »

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12732?l=italian 

 

Il predicatore del Papa: “Tutto passa. Dio solo resta » 

Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima 

 

ROMA, venerdì, 30 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima, I Domenica di Avvento. 

  

* * * 

  Isaia 2, 1-5; Romani 13, 11-14; Matteo 24, 37-44 

  Vegliate!  

  Inizia oggi il primo anno del ciclo liturgico triennale, detto anno A. Ci accompagna in esso il Vangelo di Matteo. Alcune caratteristiche di questo Vangelo sono: l’ampiezza con cui sono riportati gli insegnamenti di Gesù (i famosi discorsi, come quello della montagna), l’attenzione al rapporto Legge–Vangelo (il Vangelo è la « nuova Legge »). È considerato il Vangelo più « ecclesiastico » per il racconto del primato a Pietro e per l’uso del termine Ecclesia, Chiesa, che non si incontra negli altri tre Vangeli. 

  La parola che si staglia su tutte, nel Vangelo di questa prima domenica di Avvento, è: « Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà…State pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’uomo verrà! ». Ci si chiede a volte perché Dio ci nasconde una cosa così importante com’è l’ora della sua venuta, che per ognuno di noi, singolarmente preso, coincide con l’ora della morte. La risposta tradizionale è: « Perché fossimo vigilanti, ritenendo ognuno che il fatto può accadere ai suoi giorni » (S. Efrem Siro). Ma il motivo principale è che Dio ci conosce; sa quale terribile angoscia sarebbe stata per noi conoscere in anticipo l’ora esatta e assistere al suo lento e inesorabile approssimarsi. È quello che più spaventa di certe malattie. Più numerosi sono oggigiorno quelli che muoiono per malattie improvvise di cuore, che quelli che muoiono dei cosiddetti « mali brutti ». Eppure, quanta più paura fanno queste ultime malattie, perché ci sembra che tolgano quell’incertezza che ci permette di sperare. 

  L’incertezza dell’ora non deve spingerci a vivere da spensierati, ma da persone vigilanti. Se l’anno liturgico è ai suoi inizi, l’anno civile volge al suo termine. Un’ottima occasione, questa, per dare spazio a una riflessione sapienziale sul senso della nostra esistenza. La stessa natura in autunno ci invita a riflettere sul tempo che passa. Quello che il poeta Giuseppe Ungaretti diceva dei soldati in trincea sul Carso, durante la prima guerra mondiale, vale per tutti gli uomini: « Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie ». Cioè, in procinto di cadere da un momento all’altro. « Vàssene il tempo -diceva il nostro Dante Alighieri- e l’uom non se n’avvede », il tempo scorre e l’uomo non se ne accorge. 

  Un filosofo antico ha espresso questa fondamentale esperienza con una frase rimasta celebre: panta rei, cioè: tutto scorre. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi, cosiddetti palinsesti, si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo uno dopo l’altro. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i giornali e i telegiornali di oggi -di me, di te, di tutti noi- cosa resterà da qui a qualche anno o decennio? Nulla di nulla. L’uomo non è che « un disegno creato dall’onda sulla spiaggia del mare che l’onda successiva cancella ». 

  Vediamo cosa ha da dirci la fede a proposito di questo dato di fatto che tutto passa. « Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno » (1 Gv 2, 17). C’è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c’è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la volontà di Dio, cioè credere, aderire a Dio. In questa vita noi siamo come persone su una zattera trasportata dalla corrente di un fiume in piena verso il mare aperto, da cui non c’è ritorno. A un certo punto, la zattera si viene a trovare vicino alla riva. Il naufrago dice: « O ora o mai più! » e spicca il salto sulla terra ferma. Che respiro di sollievo quando sente la roccia sotto i suoi piedi! È la sensazione che ha spesso colui che arriva la fede. Potremmo ricordare, a conclusione di questa riflessione, le parole che S. Teresa d’Avila ha lasciato come una specie di testamento spirituale: « Niente ti turbi, niente ti spaventi. Tutto passa. Dio solo resta ». 

 

Publié dans:Padre Cantalamessa, ZENITH |on 30 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 30 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Sant’Andrea, apostolo del mondo greco

Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 14/06/06 (© Libreria Editrice Vaticana)

Sant’Andrea, apostolo del mondo greco

La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia… A Gerusalemme, poco prima della Passione erano venuti nella città santa anche alcuni Greci… venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù… Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture… In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.

Tradizioni molto antiche vedono in Andrea…, l’apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.

 

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 30 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Maria ed Elisabetta

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Fine XV-inizio XVI
Cristoforo Caselli realizza il dipinto dedicato alla Visitazione di Maria Vergine ad Elisabetta, conservata nella cappella Bernieri (prima a destra entrando).

http://www.cattedrale.parma.it/page.asp?IDData=15844&IDCategoria=500&IDSezione=2379

Publié dans:immagini sacre |on 29 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

di Giovanni Paolo I: La Chiesa è madre

ho dimenticato di segnare il sito, ma poi lo metto:

La Chiesa è madre

 

Mia madre mi diceva quand’ero grandetto: da piccolo sei stato molto ammalato: ho dovuto portarti da un medico all’altro e vegliare notti intere; mi credi? Come avrei potuto dire: mamma non ti credo? Ma sì che credo, credo a quello che mi dici, ma credo specialmente a te. E così è nella fede. Non si tratta solo di credere alle cose che Dio ha rivelato ma a Lui, che merita la nostra fede, che ci ha tanto amato e tanto fatto per amore nostro. Difficile è anche accettare qualche verità, perché le verità della fede son di due specie: alcune gradite, altre ostiche al nostro spirito. Per esempio, è gradito sentire che Dio ha tanta tenerezza verso di noi, più tenerezza ancora di quella che ha una mamma verso i suoi figlioli, come dice Isaia. Com’è gradito e congeniale… Con altre verità, invece, si fa fatica. Dio deve castigare; se proprio io resisto. Egli mi corre dietro, mi supplica di convertirmi ed io dico: no!, quasi sono io a costringerlo a castigarmi. Questo non è gradito. Ma è verità di fede. E c’è un’ultima difficoltà, la Chiesa. San Paolo ha chiesto: Chi sei Signore? – Sono quel Gesù che tu perseguiti.
Una luce, un lampo ha attraversato la sua mente. Io non perseguito Gesù, manco lo conosco: perseguito invece i cristiani. Si vede che Gesù e i cristiani, Gesù e la Chiesa sono la stessa cosa: inscindibile, inseparabile.
Leggete San Paolo: «Corpus Christi quod est Ecclesia». Cristo e Chiesa sono una sola cosa. Cristo è il Capo, noi, Chiesa, siamo le sue membra. Non è possibile aver la fede, e dire io credo in Gesù, accetto Gesù ma non accetto la Chiesa. Bisogna accettare la Chiesa, quella che è, e come è questa Chiesa? Papa Giovanni l’ha chiamata «Mater et Magistra». Anche maestra. San Paolo ha detto: «Ognuno ci accetti come aiuti di Cristo ed economi e dispensatori dei suoi misteri».
Quando il povero Papa, quando i vescovi, i sacerdoti propongono la dottrina, non fanno altro che aiutare Cristo. Non è una dottrina nostra, è quella di Cristo; dobbiamo solo custodirla, e presentarla. Io ero presente quando Papa Giovanni ha aperto il Concilio l’11 ottobre 1962. Ad un certo punto ha detto: Speriamo che con il Concilio la Chiesa faccia un balzo avanti. Tutti lo abbiamo sperato; però balzo avanti, su quale strada? Lo ha detto subito: sulle verità certe ed immutabili. Non ha neppur sognato Papa Giovanni che fossero le verità a camminare, ad andare avanti, e poi, un po’ alla volta, a cambiare. Le verità sono quelle; noi dobbiamo camminare sulla strada di queste verità, capendo sempre di più, aggiornandoci, proponendole in una forma adatta ai nuovi tempi. Anche Papa Paolo aveva lo stesso pensiero. La prima cosa che ho fatto, appena fatto Papa, fu di entrare nella Cappella privata della Casa Pontificia; lì in fondo Papa Paolo ha fatto fare due mosaici: San Pietro e San Paolo: San Pietro che muore, San Paolo che muore; ma sotto San Pietro ci sono le parole di Gesù: Pregherò per te, Pietro, perché non venga mai meno la tua fede. Sotto San Paolo, che riceve il colpo di spada: ho consumato la mia corsa, ho conservato la fede. Voi sapete che nell’ultimo discorso del 29 giugno, Paolo VI ha detto: dopo quindici anni di pontificato, posso ringraziare il Signore; ché ho difeso, ho conservato la fede.
E’ madre anche la Chiesa. Se è continuatrice di Cristo e Cristo è buono: anche la Chiesa deve essere buona; buona verso tutti; ma se per caso, qualche volta ci fossero nella Chiesa dei cattivi? Noi ce l’abbiamo, la mamma. Se la mamma è malata, se mia madre per caso diventasse zoppa, io le voglio più bene ancora. Lo stesso, nella Chiesa: se ci sono, e ci sono, dei difetti e delle mancanze, non deve mai venire meno il nostro affetto verso la Chiesa… Un certo predicatore Mac Nabb, inglese, parlando ad Hyde Park, aveva parlato della Chiesa. Finito, uno domanda la parola e dice: belle parole le sue. Però io conosco qualche prete cattolico, che non è stato coi poveri e si è fatto ricco. Conosco anche dei coniugi cattolici che hanno tradito la loro moglie; non mi piace questa Chiesa fatta di peccatori. Il Padre ha detto: ha un po’ ragione, ma posso fare un’obiezione? – Sentiamo – Dice: scusa, ma sbaglio oppure il colletto della tua camicia è un po’ unto? – Dice: sì, lo riconosco. – Ma è unto, perché non hai adoperato il sapone, o perché hai adoperato il sapone e non è giovato a niente? No, dice, non ho adoperato il sapone. Ecco. Anche la Chiesa cattolica ha del sapone straordinario: vangelo, sacramenti, preghiera. Il vangelo letto e vissuto; i sacramenti celebrati nella dovuta maniera; la preghiera ben usata sarebbero un sapone meraviglioso capace di farci tutti santi. Non siamo tutti santi, perché non abbiamo adoperato abbastanza questo sapone. Vediamo di corrispondere alle speranze dei Papi, che hanno indetto e applicato il Concilio, Papa Giovanni, Papa Paolo. Cerchiamo di migliorare la Chiesa, diventando noi più buoni. Ciascuno di noi e tutta la Chiesa potrebbe recitare la preghiera ch’io sono solito recitare: Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri. 

Giovanni Paolo I 

 

Publié dans:Papi |on 29 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Myanmar/Birmania: il grido della libertà e le sue radici religiose

dal sito: 

http://www.gliscritti.it/index.html

Myanmar/Birmania: il grido della libertà e le sue radici religiose
di Aung San Suu Kyi 

I monaci buddisti sfilano in silenzio chiedendo la libertà di espressione e di riunione, protestando contro lo stato totalitario. Un popolo intero partecipa e li accompagna.
Presentiamo sul nostro sito un testo del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che invita a riflettere sulle radici di questo grido, sul ruolo della spiritualità nella protesta pacifica del popolo del Myanmar. Il brano è stato tradotto da Stefano Vecchia e pubblicato da Avvenire del 30/9/2007. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line del testo. 

Il Centro culturale Gli scritti (23/11/2007) 



Non c’è nulla che possa paragonarsi al coraggio della gente comune il cui nome resta anonimo e il cui sacrificio passa spesso inosservato. Il coraggio che osa senza riconoscimento è un coraggio che rende umili e ispira a ribadire la nostra fede nell’umanità. Tale coraggio io ho potuto vederlo settimana dopo settimana negli incontri con i miei sostenitori infaticabili che arrivano di buon mattino il sabato e la domenica e prendono posto davanti alla mia casa. Si siedono appoggiati alla staccionata su fogli di giornali o teli di plastica, cercando protezione dal sole all’ombra di un albero. Al culmine del monsone, costruiscono tettoie di plastico sotto cui si siedono affrontando anche piogge torrenziali con un spirito indomito e determinazione.

Sono i rappresentanti delle migliaia che partecipano alle nostre manifestazioni perché credono nell’importanza dei basilari diritti della democrazia: quello di associazione, di riunione e di espressione. Io sono incaricata di rispondere ai messaggi scritti che mi vengono consegnati e di discutere delle battaglie politiche che si sono succedute nel passato in Birmania e anche in altre parti del mondo. Spesso parlo anche della necessità di abituarsi a contraddire ordini arbitrari e di restare saldi e uniti davanti alle avversità. Uno dei messaggi che più frequentemente mando a quanti mi ascoltano è ricordare che né io, né la Lega nazionale per la democrazia possiamo portare la democrazia alla Birmania. La gente tutta deve essere coinvolta nel processo. La democrazia richiede sia responsabilità, sia diritti.

La forza e la volontà di proseguire viene dai birmani che ci avvicinano. Nei periodi in cui il potere mostra il volto più minaccioso, la folla è cresciuta di numero, come dimostrazione di solidarietà. Anche quando le autorità hanno bloccato l’accesso alla mia casa per prevenire i raduni, la gente si è avvicinata più che ha potuto per farci sapere che era determinata a continuare la battaglia per il diritto di riunirsi liberamente. Le nostre vite prendono un ritmo differente da coloro che, svegliandosi al mattino, non devono preoccuparsi di chi sia stato arrestato durante la notte e quali atti di palese ingiustizia potrebbero essere commessi contro la nostra gente durante la giornata.

La dimensione spirituale diventa particolarmente importante in una lotta in cui convinzione profonda e impegno mentale sono le armi principali contro la repressione armata. Le autorità ci accusano di fare un uso politico della religione, forse perché è quanto esse stesse stanno facendo o, forse, perché non possono riconoscere la natura a più dimensioni dell’uomo come essere sociale. Il nostro diritto alla libertà religiosa è sempre più minacciato dalla volontà delle autorità di oscurare le attività dell’opposizione.

La Birmania è un paese buddista ed è normale per i giovani buddisti birmani passare un certo periodo di tempo come novizi nei monasteri; inoltre, molti birmani che hanno passato i vent’anni entrano ancora nell’ordine religioso per periodi di varia durata come monaci ordinati a tutti gli effetti.

Nel caos dalla repressione politica, intimidazione, interferenza nel nostro diritto di pratica religiosa, noi birmani crediamo che coloro che condividono atti meritori si incontreranno ancora, legati da meriti comuni. È bene pensare che il futuro lo costruiremo in compagnia di coloro che hanno dimostrato di essere i più veri tra gli amici. Molti di quanti partecipano ai nostri incontri si erano già trovati qui otto anni fa per impegnarsi nella causa della democrazia e dei diritti umani, restando uniti – e io con loro nonostante le dure avversità. Molti sono oggi anche i volti assenti: i volti di coloro che sono morti, di altri che sono in carcere. È triste pensare a loro, ma il nostro impegno non si fermerà. 

Publié dans:Approfondimenti |on 29 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI presenta la figura di Sant’Efrem, il Siro

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12702?l=italian 

 

Benedetto XVI presenta la figura di Sant’Efrem, il Siro 

Catechesi per l’Udienza generale 

 

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 28 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale in piazza San Pietro, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. 

Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di Sant’Efrem, il Siro. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle, 

secondo l’opinione comune di oggi, il cristianesimo sarebbe una religione europea, che avrebbe poi esportato la cultura di questo Continente in altri Paesi. Ma la realtà è molto più complessa, poiché la radice della religione cristiana si trova nell’Antico Testamento e quindi a Gerusalemme e nel mondo semitico. Il cristianesimo si nutre sempre a questa radice dell’Antico Testamento. Anche la sua espansione nei primi secoli si è avuta sia verso occidente – verso il mondo greco-latino, dove ha poi ispirato la cultura europea – sia verso oriente, fino alla Persia, all’India, contribuendo così a suscitare una specifica cultura, in lingue semitiche, con una propria identità. Per mostrare questa pluriformità culturale dell’unica fede cristiana degli inizi, nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato di un rappresentante di questo altro cristianesimo, Afraate il saggio persiano, da noi quasi sconosciuto. Nella stessa linea vorrei parlare oggi di sant’Efrem Siro, nato a Nisibi attorno al 306 in una famiglia cristiana. Egli fu il più importante rappresentante del cristianesimo di lingua siriaca e riuscì a conciliare in modo unico la vocazione del teologo e quella del poeta. Si formò e crebbe accanto a Giacomo, Vescovo di Nisibi (303-338), e insieme a lui fondò la scuola teologica della sua città. Ordinato diacono, visse intensamente la vita della locale comunità cristiana fino al 363, anno in cui Nisibi cadde nelle mani dei Persiani. Efrem allora emigrò a Edessa, dove proseguì la sua attività di predicatore. Morì in questa città l’anno 373, vittima del contagio contratto nella cura degli ammalati di peste. Non si sa con certezza se era monaco, ma in ogni caso è sicuro che è rimasto diacono per tutta la sua vita ed ha abbracciato la verginità e la povertà. Così appare nella specificità della sua espressione culturale la comune e fondamentale identità cristiana: la fede, la speranza — questa speranza che permette di vivere povero e casto in questo mondo ponendo ogni aspettativa nel Signore — e infine la carità, fino al dono di se stesso nella cura degli ammalati di peste. 

Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica: la sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l’opera più ampia di Efrem. Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dall’inizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica. La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina. Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio. 

Non posso adesso presentare molto di lui, anche perchè la poesia è difficilmente traducibile, ma per dare almeno un’idea della sua teologia poetica vorrei citare in parte due inni. Innanzitutto, anche in vista del prossimo Avvento, vi propongo alcune splendide immagini tratte dagli inni Sulla natività di Cristo. Davanti alla Vergine Efrem manifesta con tono ispirato la sua meraviglia: 

« Il Signore venne in lei 

per farsi servo. 

Il Verbo venne in lei 

per tacere nel suo seno. 

Il fulmine venne in lei 

per non fare rumore alcuno. 

Il pastore venne in lei 

ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange. 

Poiché il seno di Maria 

ha capovolto i ruoli: 

Colui che creò tutte le cose 

ne è entrato in possesso, ma povero. 

L’Altissimo venne in lei (Maria), 

ma vi entrò umile. 

Lo splendore venne in lei, 

ma vestito con panni umili. 

Colui che elargisce tutte le cose 

conobbe la fame. 

Colui che abbevera tutti 

conobbe la sete. 

Nudo e spogliato uscì da lei, 

egli che riveste (di bellezza) tutte le cose » 

(Inno « De Nativitate« 11, 6-8). 

Per esprimere il mistero di Cristo Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nell’Eucaristia): 

« Fu chiudendo 

con la spada del cherubino, 

che fu chiuso 

il cammino dell’albero della vita. 

Ma per i popoli, 

il Signore di quest’albero 

si è dato come cibo 

lui stesso nell’oblazione (eucaristica). 

Gli alberi dell’Eden 

furono dati come alimento 

al primo Adamo. 

Per noi, il giardiniere 

del Giardino in persona 

si è fatto alimento 

per le nostre anime. 

Infatti tutti noi eravamo usciti 

dal Paradiso assieme con Adamo, 

che lo lasciò indietro. 

Adesso che la spada è stata tolta 

laggiù (sulla croce) dalla lancia 

noi possiamo ritornarvi » 

(Inno 49,9-11). 

Per parlare dell’Eucaristia Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente, e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6). E’ l’immagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso: 

« Nel tuo pane si nasconde lo Spirito 

che non può essere consumato; 

nel tuo vino c’è il fuoco che non si può bere. 

Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino: 

ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra. 

Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace, 

che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia; 

né le dita l’hanno presa, né le labbra l’hanno inghiottita; 

ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose. 

Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori, 

ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane. 

Invece del fuoco che distrusse l’uomo, 

abbiamo mangiato il fuoco nel pane 

e siamo stati vivificati » 

(Inno « De Fide« 10,8-10). 

E ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede: 

« Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano, 

per poterla esaminare. 

Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato: 

aveva un solo aspetto da tutti i lati. 

(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, 

perché essa è tutta luce. 

Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, 

che non diventa opaco; 

e nella sua purezza, 

il simbolo grande del corpo di nostro Signore, 

che è puro. 

Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, 

che è indivisibile » 

(Inno « Sulla Perla » 1, 2-3). 

La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato. La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa. Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana. 

E’ importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio. Usando in modo sbagliato la sua libertà, l’uomo capovolge l’ordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna. Per Efrem, come non c’è Redenzione senza Gesù, così non c’è Incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo. 

Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di « cetra dello Spirito Santo », restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione. 

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:] 

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i religiosi Fatebenefratelli, le Suore della Carità Domenicane della Presentazione, i partecipanti alla Scuola di formazione promossa dal Movimento dei Focolari, i rappresentanti del Centro Italiano di Solidarietà di Viterbo e i fedeli provenienti da Cervia. Cari amici, auguro che la sosta presso i luoghi sacri vi rinsaldi nell’adesione a Cristo e alimenti la carità nelle vostre famiglie e nelle vostre comunità. Saluto gli incaricati della diffusione nel mondo de L’Osservatore Romano, accompagnati dal Direttore responsabile prof. Giovanni Maria Vian e dal Direttore generale Don Elio Torrigiani. Cari amici, vi ringrazio per il vostro impegno nel promuovere gli insegnamenti del Papa in tutto il mondo e vi accompagno con un particolare ricordo nella preghiera, perché il Signore vi ricolmi di copiosi doni spirituali. 

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. La figura dell’apostolo Andrea, la cui festa si celebrerà nei prossimi giorni, sia per voi, cari giovani, un modello di fedele e coraggiosa testimonianza cristiana. Sant’Andrea interceda per voi, cari ammalati, affinché la consolazione divina promessa da Gesù agli afflitti riempia i vostri cuori e vi fortifichi nella fede. E voi, cari sposi novelli, impegnatevi a corrispondere sempre al progetto di amore del quale Cristo vi ha resi partecipi con il sacramento del matrimonio.

 

 

[APPELLO DEL SANTO PADRE]

 

 Il 1° dicembre prossimo ricorrerà la Giornata Mondiale contro l’AIDS. Sono spiritualmente vicino a quanti soffrono per questa terribile malattia come pure alle loro famiglie, in particolare a quelle colpite dalla perdita di un congiunto. Per tutti assicuro la mia preghiera. 

Desidero, inoltre, esortare tutte le persone di buona volontà a moltiplicare gli sforzi per fermare la diffusione del virus HIV, a contrastare lo spregio che sovente colpisce quanti ne sono affetti, e a prendersi cura dei malati, specialmente quando sono ancora fanciulli. 

 

Publié dans:catechesi del mercoledì, ZENITH |on 29 novembre, 2007 |Pas de commentaires »
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