Archive pour octobre, 2007

Benedetto XVI presenta la figura di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano

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10/2007
 
http://www.zenit.org/article-12305?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano

Intervento all’Udienza generale

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 24 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in piazza San Pietro, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano.

* * *

Cari fratelli e sorelle,

il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita.

Ambrogio non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant’anni, essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile, assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica. Verso il 370 fu inviato a governare le province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne acclamato dal popolo Vescovo di Milano.

Fino a quel momento Ambrogio era il più alto magistrato dell’Impero nell’Italia settentrionale. Culturalmente molto preparato, ma altrettanto sfornito nell’approccio alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì nell’ambiente latino la meditazione delle Scritture avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica della lectio divina. Il metodo della lectio giunse a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio, che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana: «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale – dice il Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti – affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini» (I misteri 1,1). In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di Ambrogio – che rappresenta il nucleo portante della sua ingente opera letteraria – parte dalla lettura dei Libri sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere in conformità alla divina Rivelazione.

E’ evidente che la testimonianza personale del predicatore e il livello di esemplarità della comunità cristiana condizionano l’efficacia della predicazione. Da questo punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni di sant’Agostino. Egli era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano, scettico e disperato, e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo. Una Chiesa capace di resistere alle prepotenze dell’imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del 386 erano tornati a pretendere la requisizione di un edificio di culto per le cerimonie degli ariani. Nell’edificio che doveva essere requisito – racconta Agostino – «il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni è preziosa, perché segnala che qualche cosa andava muovendosi nell’intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi dell’eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni 9,7).

Dalla vita e dall’esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre sermone dell’Africano, che meritò di essere citato parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei Verbum: «E’ necessario – ammonisce infatti la Dei Verbum al n. 25 – che tutti i chierici e quanti, come i catechisti, attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, « affinché non diventi – ed è qui la citazione agostiniana – vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro »». Aveva imparato proprio da Ambrogio questo « ascoltare di dentro », questa assiduità nella lettura della Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la Parola di Dio.

Cari fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona patristica», che, interpretata alla luce di quello che abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore» della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un incontro certamente di grande importanza nella storia della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente impegnato con catervae di persone piene di problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era sempre una lunga fila che aspettava di parlare con Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza. Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi (cfr Confess. 6,3).

Di fatto, nei primi secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità singolare di lettura e di familiarità con le Scritture. Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il cuore si impegna a raggiungere l’intelligenza della Parola di Dio – ecco «l’icona» di cui andiamo parlando -, si può intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei cuori.

Così, stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte «per mestiere». Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene, scrittore particolarmente apprezzato da Ambrogio – egli deve essere come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace.

Come l’apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio – che mai si stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis!; Cristo è tutto per noi!» – rimane un autentico testimone del Signore. Con le sue stesse parole, piene d’amore per Gesù, concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus est nobis! Se vuoi curare una ferita, egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se sei nelle tenebre, egli è la luce… Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in lui!» (De virginitate 16,99). Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così beati e vivremo nella pace.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo ora un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i membri del Servizio di animazione missionaria comunitaria–Movimento per un mondo migliore, suscitato dallo zelo sacerdotale di Padre Riccardo Lombardi, e mentre li incoraggio a proseguire nel loro apostolato intenso e capillare, auspico che il loro impegno contribuisca efficacemente alla nuova evangelizzazione. Saluto poi i componenti dell’Associazione Nazionale Famiglie degli Emigrati, ed auguro che questo incontro ravvivi in ciascuno sentimenti di fede e di profonda comunione ecclesiale. Il mio pensiero va inoltre ai rappresentanti degli Istituti Don Orione, di Chirignano e di Santa Maria La Longa, come pure all’Associazione Cardio-trapiantati italiani, che esorto a testimoniare con le loro iniziative la gioia che scaturisce dalla solidarietà e dall’aiuto reciproco specialmente nei momenti di difficoltà.

Infine mi rivolgo ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Oggi la liturgia ci ricorda il Vescovo sant’Antonio Maria Claret, che si adoperò con costante generosità per la salvezza delle anime. La sua gloriosa testimonianza evangelica sostenga voi, cari giovani, nel cercare di essere ogni giorno fedeli a Cristo; incoraggi voi, cari ammalati, a seguire il Signore con fiducia nel tempo della sofferenza; aiuti voi, cari sposi novelli, a fare della vostra famiglia il luogo dove cresce l’amore verso Dio e verso i fratelli.

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno
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« Il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate »

Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa
Commento sul Diatèssaron, 18,15 ; SC 121, 325

« Il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate »

« Nessuno conosce quell’ora, neanche gli angeli, neppure il Figlio » (Mt 24, 36). Gesù disse questo per impedire che i discepoli lo interrogassero ancora sul tempo della sua venuta. « Non spetta a voi » disse, « conoscere i tempi e i momenti » (At 1, 7). Egli nascose la cosa perché fossimo vigilanti e ognuno di noi ritenesse che il fatto può accadere ai nostri stessi giorni. Se infatti fosse stato rivelato il tempo della sua venuta, il suo avvento sarebbe rimasto senza mordente, né la sua manifestazione avrebbe costituito oggetto di attesa delle nazioni e dei secoli. Disse perciò semplicemente che sarebbe venuto, ma non determinò il tempo, e così ecco che in tutte le generazioni e nei secoli si mantiene viva la speranza del suo arrivo.

Benché infatti il Signore abbia indicato i segni della sua venuta, tuttavia non si comprende la loro ultima scadenza, poiché attraverso molteplici mutazioni essi vennero, passarono e sono tuttora in atto. La sua ultima venuta infatti è simile alla prima. Come lo attendevano i giusti e i profeti, perché pensavano che si sarebbe rivelato ai loro giorni, così oggi i fedeli desiderano accoglierlo, ognuno nel proprio tempo, appunto perché egli non indicò chiaramente il giorno della sua visita; ciò soprattutto perché nessuno pensasse sottomesso a costrizione e a tempi colui che ha il libero dominio dei ritmi e dei tempi.

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San Giovanni da Capestrano

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Un passo importante verso il dialogo della verità: così, padre Samir Khalil Samir sulla Lettera dei dotti musulmani al Papa e ai capi cristiani

dal sito: 

 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=162808

 

Un passo importante verso il dialogo della verità: così, padre Samir Khalil Samir sulla Lettera dei dotti musulmani al Papa e ai capi cristiani 

 

Ha destato ampia eco la Lettera inviata da 138 dotti musulmani a Benedetto XVI e agli altri leader cristiani. In questi giorni, il Consiglio Ecumenico delle Chiese ha espresso apprezzamento per la Lettera, nella quale si ritrova il tentativo di un sincero dialogo tra cristiani e musulmani. Proposito, questo, ben visibile fin dall’impostazione del documento. A sottolinearlo è il padre gesuita Samir Khalil Samir, docente di Storia della cultura araba e islamologia all’Università Saint Joseph di Beirut, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – C’è un aspetto positivo fondamentale: tutta la struttura della Lettera è chiaramente impostata sull’amore di Dio-amore dell’uomo, del prossimo. Questa impostazione non è assolutamente tradizionale nel modo di pensare e nella struttura mentale e teologica islamica. E’ propriamente cristiano dire amore di Dio, mentre è una espressione rarissima nella tradizione musulmana. Si tratta, quindi, di un atto di buona volontà, di ricerca per trovare un terreno comune.

 
D. – Quali sono gli elementi di novità che lei ha riscontrato nella Lettera?

 
R. – Gli aspetti nuovi positivi sono numerosi. Anzitutto riguardo alla prima Lettera inviata al Papa, che era un po’ critica, questa Lettera non mostra alcuna critica. E’ una proposta di ricerca di ciò che è comune tra le due religioni. Già nel titolo, infatti, viene ripresa dal Corano una delle parole più belle dove Maometto parla ai cristiani, dicendo loro: “Mettiamoci d’accordo almeno su una cosa e cioè sull’unicità di Dio”. Un’altra cosa da notare è che si è allargato il gruppo: da 38 della prima Lettera sono, infatti, diventati 138. Un altro aspetto positivo, che si può notare, è che nel gruppo ci sono parecchi studiosi laici e, quindi, non più soltanto imam e religiosi. Questo è molto importante, perché prende in considerazione la realtà dell’Islam, che non deve essere solo rappresentata dagli imam e dai religiosi, anche perché questo rischierebbe di dare una impostazione più dura.

 
D. – Questa Lettera può, dunque, rappresentare l’occasione per l’inizio di un salto di qualità nel dialogo fra cristiani e musulmani?

 
R. – Sì, certamente! Intanto perché c’è una iniziativa che non comincia con il difendersi contro chiunque. Si tratta di una iniziativa serena e il clima sereno è fondamentale, per tutti quanti. Penso che dovremmo ora passare dalla controversia al dialogo critico, laddove critico significa che non ammetto tutto ciò che l’altro mi dice, ma lo critico secondo i miei criteri, così come lui mi critica secondo i suoi criteri fin quando, insieme, troviamo dei criteri comuni. Talvolta si dice che Papa Benedetto XVI ha preso una linea dura riguardo all’Islam. Io dico “no”, ritengo che abbia assunto in tutto ciò che fa uno sguardo critico. Noi dobbiamo capire bene, perché questo rappresenta uno dei grandi malintesi: la critica non è mancanza di amore.

 
D. – Quindi, padre Samir, si può dire che si cominciano a vedere i primi frutti di quello straordinario discorso di Benedetto XVI a Ratisbona?

 
R. – Questo discorso è improntato fondamentalmente al dialogo. Alcuni mi dicevano che quel discorso ha rappresentato un grande errore perché da quel momento il dialogo è diventato impossibile. No, io credo che il dialogo sia passato da una specie di cortesia nelle parole, da una specie di dialogo diplomatico, che non è il vero dialogo perché basta un niente e si può rompere, ad un primo passo per dire che vogliamo offrire al mondo un progetto. Per questo io posso dire, quindi, la mia posizione, che può magari essere anche critica, su un punto e non certo su tutto, così come tu puoi dirmi la tua su qualche punto del cristianesimo e così facendo andiamo avanti. Un dialogo fatto, dunque, di amore e di verità. Mi auguro che questo documento sia veramente considerato come un primo passo di dialogo per continuare il più possibile in questa linea
 

Publié dans:Approfondimenti |on 23 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Il Cardinal Ruini esorta le suore a navigare su Internet e a scrivere sui blog

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12295?l=italian

 

 

Il Cardinal Ruini esorta le suore a navigare su Internet e a scrivere sui blog

 ROMA, martedì, 23 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Il Cardinale Camillo Ruini, vicario per la diocesi di Roma, ha auspicato che le religiose utilizzino di più gli strumenti che la tecnologia informatica mette a disposizione di tutti nel mondo della comunicazione.

“Suore, navigate su internet e scrivete sui blog”, ha esortato prendendo la parola mercoledì scorso nell’aula magna della Pontificia Università Urbaniana nel corso dell’assemblea diocesana dell’Unione Superiori Maggiori d’Italia (USMI), che a Roma rappresenta 1.287 comunità e oltre 22.000 suore.

“Un sacerdote di Novara mi ha riferito che il tema ‘Gesù’ è molto dibattuto sui blog dai ragazzi. Il loro approccio però è impostato da libri distruttivi oggi molto diffusi, e non dal testo di Benedetto XVI su ‘Gesù di Nazaret’”, ha spiegato il Cardinal Ruini, secondo quanto riportato dal settimanale della diocesi di Roma “RomaSette”.

“Quale sarà tra dieci anni l’idea di Cristo se queste idee dovessero avere la meglio? – si è chiesto –. Io non mi intendo di Internet, ma specialmente le giovani suore dovrebbero entrare nei blog per correggere le opinioni dei ragazzi e mostrare loro il vero Gesù”.

Le suore, ha sottolineato il Cardinale, possono fare molto in questa “nuova forma di apostolato”.

L’obiettivo per il programma annuale dell’USMI della diocesi di Roma, d’altronde, è proclamare che “Gesù è il Signore, educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza”.

“L’emergenza educativa – ha ricordato il Cardinal Ruini – è al centro delle preoccupazioni di Benedetto XVI, per il quale l’educazione alla fede coincide con il servizio alla società, perché formare alla fede significa formare la persona umana”.

“Solo dando motivazioni al vivere si sconfigge il nichilismo e si dà valore alla persona umana – ha osservato –. Valore che si misura a partire da Cristo, dal fatto che Dio stesso si è fatto uomo”.

Più delle tecniche di educazione, per il porporato, conta la testimonianza dell’educatore e il suo contenuto.

Per questo, il Cardinale ha fatto appello alla “creatività” degli educatori di fede per trovare le occasioni di diffondere il libro di Benedetto XVI, che dimostra la “saldezza della fede” nel Gesù storico dei Vangeli e fonda l’identità del cristiano nel suo incontro con la persona di Gesù Cristo.

Una di queste occasioni, ricorda “RomaSette”, sarà l’incontro “Dialoghi in cattedrale” – che si svolgerà il 13 novembre a San Giovanni in Laterano – tra l’Arcivescovo Gianfranco Ravasi e il giornalista Giuliano Ferrara.

Ci sono poi le scuole cattoliche, in cui “le suore possono testimoniare Cristo in tutti gli insegnamenti, nelle scienze, nella storia e perfino nella letteratura italiana, in un inscindibile connubio di fede e cultura”.

“La vostra creatività deve trovare strade nuove per la sfida vocazionale, che deve evolversi di pari passo con la società”, ha detto il Cardinal Ruini alle quasi 450 suore presenti.

“Ciò vale in modo speciale per il mondo femminile che è cambiato profondamente e per il quale le religiose devono trovare nuovi linguaggi”, ha aggiunto.

Il porporato ha proposto tre linee-guida per l’azione dell’USMI per l’anno 2007/2008: educazione, vocazioni e missioni.

“Nelle nostre azioni agisce lo Spirito di Gesù Cristo e senza Cristo il mondo diventa sempre più povero di scopi”, ha concluso. 

 

Publié dans:ZENITH |on 23 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

di Sandro Magister: L’enciclica contro i « modernisti » compie cent’anni. Ma sottovoce

dal sito: 

 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/172543

 

L’enciclica contro i « modernisti » compie cent’anni. Ma sottovoce

 

 Niente celebrazioni ufficiali per il centenario della « Pascendi ». Bruciano i « metodi indegni » con cui si combatté quella battaglia. Ma le questioni al centro di quello scontro sono tuttora aperte. E il libro « Gesù di Nazaret » ne è una prova

di Sandro Magister 

ROMA, 23 ottobre 2007 – L’anniversario è scivolato via in silenzio, in Vaticano, senza commemorazioni ufficiali. Ma le questioni affrontate cento anni fa dall’enciclica « Pascendi Dominici Gregis » di san Pio X « sugli errori del modernismo » sono giudicate tuttora attuali. Il riserbo è dovuto piuttosto alle modalità pratiche con cui si mosse la Chiesa di un secolo fa: modalità ritenute sbagliate dalle autorità della Chiesa di oggi.

Questo ha detto il nuovo direttore dell’ »Osservatore Romano », il professor Giovanni Maria Vian, nella prima importante intervista rilasciata dopo la sua nomina:

« Pio X fu un grande papa riformatore, che sulla questione modernista capì benissimo quale era la posta in gioco e i pericoli per la fede della Chiesa. Purtroppo la sua fama è ora legata per lo più ai modi con cui il modernismo venne combattuto, spesso con metodi indegni della causa che si intendeva difendere ».

E questo dicono i due unici articoli sulla « Pascendi » usciti nelle ultime settimane su organi di stampa controllati dalla gerarchia della Chiesa: « La Civiltà Cattolica », la rivista dei gesuiti di Roma stampata con l’autorizzazione previa delle autorità vaticane, e « Avvenire », il quotidiano di proprietà della conferenza episcopale italiana.

Su « Avvenire » il teologo Corrado Pizziolo ha sottolineato la perdurante attualità delle questioni centrali affrontate dall’enciclica.

Su « La Civiltà Cattolica », invece, lo storico gesuita Giovanni Sale, nel ricostruire la genesi e gli sviluppi di quel documento, ne ha evidenziato gli elementi ritenuti più caduchi: lo schema troppo « dottrinario », il tono troppo « duro e censorio », la successiva applicazione « eccessivamente integralista e intransigente ». 

* * * 


Padre Sale smentisce che dei gesuiti siano stati gli effettivi scrittori della « Pascendi ». Ne indica gli autori materiali nel cardinale Vivès y Tuto, cappuccino, e in padre Lemius dei missionari di Maria Immacolata. Conferma però che « uno dei maggiori ispiratori dal punto di vista teologico e culturale » dell’enciclica fu proprio un gesuita della « Civiltà Cattolica », padre Enrico Rosa.

A giudizio di padre Rosa – e di Pio X – il modernismo era « un cristianesimo nuovo che minacciava di sopprimere l’antico ». Per contrastarlo bisognava colpirlo nella sua radice filosofica, nell’errore dal quale derivavano tutti gli altri errori nella teologia, nella morale, nella cultura, nella vita pratica. L’errore fondamentale attribuito ai modernisti era di negare alla ragione la capacità di conoscere la verità; per cui tutto – anche la religione, anche il cristianesimo – si riduceva a esperienza soggettiva.

Padre Sale fa notare, però, che i modernisti non accettarono mai questo schema interpretativo:

“Secondo essi il movimento di riforma delle scienze religiose, come era chiamato da loro, non era iniziato partendo da determinate teorie filosofiche, bensì dalla critica storica e dalla nuova esegesi della Sacra Scrittura. Essi cioè ponevano a fondamento della loro svolta non la filosofia, bensì la storia, o meglio la storia sacra, liberata dalle adulterazioni e restituita alla sua genuinità originaria, attraverso il nuovo metodo storico-critico ».

Inoltre, padre Sale scrive che la tendenza modernista non si estese mai alle masse popolari come invece temevano padre Rosa e Pio X:

« Il movimento dei ‘novatori’ (almeno quello dottrinale e teologico) rimase confinato entro cerchie ristrette di studiosi cattolici, per lo più giovani preti o seminaristi ».

Ciò però non trattenne « alcune forze conservatrici cattoliche », negli anni successivi alla « Pascendi », dallo scatenare dentro la Chiesa « una violenta polemica antimodernista, spesso con pochi scrupoli ». Il più attivo in questa campagna fu un prelato della curia vaticana, monsignor Umberto Benigni, che si mosse – annota padre Sale – « con l’approvazione e benedizione dello stesso papa ».

Su Benigni e sul « Sodalitium Pianum » da lui creato – una sorta di centrale spionistica nella Chiesa dell’epoca, correntemente chiamata « la Sapinière » – ha scritto studi fondamentali lo storico francese Émile Poulat. 

* * * 


Diverso è l’approccio alla « Pascendi » che don Corrado Pizziolo, professore di teologia e vicario generale a Treviso, la diocesi natale di san Pio X, fa su « Avvenire ».

Egli richiama l’attenzione soprattutto su due questioni che erano al centro dello scontro tra Pio X e i modernisti. Per mostrare quanto esse siano ancora attuali.

La prima questione riguarda l’esegesi biblica. Secondo i modernisti, in particolare Alfred Loisy, l’esegesi scientifica applicata alla Bibbia è la sola che accerta cose sicure e verificabili. La lettura di fede, invece, « non è reale: è una lettura puramente soggettiva, frutto del sentimento religioso ».

Scrive Pizziolo:

« La condanna decretata dal magistero antimodernista concerne non l’esegesi scientifica in quanto tale, ma la dichiarata opposizione, professata dal modernismo, tra la fede e la storia, tra l’esegesi teologica e l’esegesi scientifica ». Tale opposizione « continua a proporsi ancor oggi come una questione con cui fare i conti. Non si spiegherebbe altrimenti perché, cento anni dopo, Benedetto XVI dedichi la premessa del suo recente libro su Gesù di Nazareth proprio a ricordare il valore e i limiti del metodo storico-critico, insistendo sulla necessità di un’esegesi scientifica illuminata dalla fede ».

La seconda questione riguarda la rivelazione divina. I modernisti identificavano tale rivelazione in un’esperienza puramente interiore, nel sentimento religiose o mistico.

L’enciclica « Pascendi » ribadì invece che la rivelazione viene da Dio, è Dio che parla all’uomo. E con ancor più forza il Concilio Vaticano II, nella costituzione « Dei Verbum », sottolineò che tale comunicazione si identifica nella persona di Gesù Cristo.

« Tuttavia – scrive Pizziolo – tale apparente ovvietà non è affatto da dare oggi per scontata. La sensibilità della cultura anche religiosa attuale tende ad equiparare tutte le religioni esistenti, ponendole tutte sullo stesso piano. Non riappare forse l’idea che la religione – ogni religione, quindi anche il cristianesimo – non sia altro che il prodotto dello spirito umano? Che la cosiddetta ‘rivelazione’ non sia altro che una generica e inesprimibile esperienza del trascendente, esclusivamente frutto del sentimento religioso? ».

Conclude Pizziolo:

« Alla luce di questi brevi cenni si può comprendere l’importanza dei temi toccati dall’enciclica ‘Pascendi’. Essa affronta i fondamenti della fede cattolica, in un momento storico in cui apparivano messi seriamente in discussione. Va certamente detto che i problemi sollevati dagli autori accusati di modernismo erano problemi reali: il rapporto tra fede e storia e tra fede e scienza; la relazione tra coscienza umana e rivelazione di Dio; il rapporto tra il linguaggio umano del dogma e la verità soprannaturale che esso esprime; il senso di un’autorità nella Chiesa… Ma va anche affermato che molte delle soluzioni che venivano prospettate non erano compatibili con la fede cattolica. Di qui la doverosa necessità di un intervento del magistero.

« Possiamo anche aggiungere che il magistero del tempo non disponeva di una teologia adeguata per affrontare le questioni che la nuova cultura moderna suscitava. In questo senso l’intenzione dell’enciclica non fu quella di risolvere tutti i problemi in questione, ma quella di ribadire l’identità e l’integralità della fede cattolica, riassegnando alla teologia il compito di ripensare le tematiche in questione. Un frutto di questa rinnovata riflessione possiamo certamente riconoscerlo nel Concilio Vaticano II, senza però pensare che tutti gli interrogativi sorti nel periodo modernistico abbiano trovato adeguata e definitiva soluzione. Essi rimangono, in buona parte, ancora molto attuali e richiedono nuovi sforzi di riflessione. Si tratterà però, alla luce dell’insegnamento della ‘Pascendi’, di uno sforzo che dovrà compiersi nel pieno rispetto dell’identità della fede e della tradizione di quel popolo di Dio che è la Chiesa ».

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L’enciclica di Pio X « Pascendi Dominici Gregis » dell’8 settembre 1907, nella versione italiana ufficiale:

> « L’officio di pascere il gregge del Signore… »

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L’articolo di Giovanni Sale su « La Civiltà Cattolica » del 6 ottobre 2007:

> A un secolo dall’enciclica contro il modernismo

__________

L’articolo di Corrado Pizziolo su « Avvenire » del 5 settembre 2007:

> Modernismo, quale eredità? A cento anni dall’enciclica « Pascendi »

__________

L’intervista di Giovanni Maria Vian a « 30 Giorni », citata nel servizio:

> Vian: « Il confronto delle idee è sempre positivo »

Vian, nuovo direttore dell’ »Osservatore Romano », è professore di filologia patristica e specialista della storia del papato contemporaneo. Suo nonno, Agostino Vian, era molto amico di Pio X, il papa della « Pascendi ».

 

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buona notte

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Vegliare nello Spirito Santo

San Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
Discorso sul Cantico dei cantici n°17, 2

Vegliare nello Spirito Santo

Dobbiamo essere vigilanti e attenti all’opera della salvezza che sta operandosi in noi, perché con mirabile finezza e con la delicatezza di un’artista divino, il Santo Spirito compie continuamente questa opera nel più intimo del nostro essere. Non ci sia mai tolta senza che ce ne accorgiamo, questa unzione che ci insegna tutto, e non ci colga mai all’improvviso la sua venuta. Invece occorre tener lo sguardo sempre in agguato e il cuore spalancato per ricevere questa benedizione generosa del Signore. In quali stati d’animo vuole trovarci lo Spirito? « Siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze ». Non torna mai a mani vuote dalla mensa celeste e da tutte le gioie che essa prodiga.

Occorre dunque vegliare e pregare in ogni momento, perché non sappiamo a che ora lo Spirito verrà, né a che ora andrà via di nuovo. Lo Spirito viene e va (Gv 3, 81); se stiamo in piedi grazie a lui, quando si ritira, cadiamo inevitabilmente, ma senza spezzarci, perché il Signore ci trattiene per la sua mano. E lo Spirito non cessa di fare vivere questa alternanza di presenza e di assenza a quelli che sono spirituali, o piuttosto a quelli che vuole rendere spirituali. Per questo li visita all’alba, poi improvvisamente li mette alla prova.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 23 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Basilica di San Paolo fuori le mura

Basilica di San Paolo fuori le mura dans Chiese SanPaolo-facciata-727x968-75dpi

http://www.carlopetrini.it/Marzia/index.htm

Publié dans:Chiese |on 22 octobre, 2007 |Pas de commentaires »
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