Archive pour octobre, 2007

Leggere i segni dei tempi

Giovanni Paolo II
Lettera apostolica Novo millenio ineunte, 6/01/2001, § 55-56 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

Leggere i segni dei tempi

Nella condizione di più spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, il dialogo interreligioso è importante anche per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione che hanno rigato di sangue tanti periodi nella storia dell’umanità. Il nome dell’unico Dio deve diventare sempre di più, qual è, un nome di pace e un imperativo di pace.

Ma il dialogo non può essere fondato sull’indifferentismo religioso, e noi cristiani abbiamo il dovere di svilupparlo offrendo la testimonianza piena della speranza che è in noi (cfr 1 Pt 3,15)… Il dovere missionario, d’altra parte, non ci impedisce di andare al dialogo intimamente disposti all’ascolto. Sappiamo infatti che, di fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni e di implicazioni per la vita e la storia dell’uomo, la Chiesa stessa non finirà mai di indagare, contando sull’aiuto del Paraclito, lo Spirito di verità (Gv 14,17), al quale appunto compete di portarla alla « pienezza della verità » (Gv 16,13).

Questo principio è alla base non solo dell’inesauribile approfondimento teologico della verità cristiana, ma anche del dialogo cristiano con le filosofie, le culture, le religioni. Non raramente lo Spirito di Dio, che « soffia dove vuole » (Gv 3,8), suscita nell’esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo a comprendere più profondamente il messaggio di cui sono portatori. Non è stato forse con questa umile e fiduciosa apertura che il Concilio Vaticano II si è impegnato a leggere i « segni dei tempi » (Gaudium et spes, §4)? Pur attuando un operoso e vigile discernimento, per cogliere i « veri segni della presenza o del disegno di Dio » (§11), la Chiesa riconosce che non ha solo dato, ma anche «ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano» (§44). Questo atteggiamento di apertura e insieme di attento discernimento il Concilio lo ha inaugurato anche nei confronti delle altre religioni.

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L’Annunciazione

L'Annunciazione dans immagini sacre nsimambote_kim02

http://www.liberliber.it/iniziativespeciali/1998/bibbia/autori/nsimambote.htm

Publié dans:immagini sacre |on 25 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

BEIT SAHUR ED IL CAMPO DEI PASTORI

dal sit0 « Santuari Cristiani » in Terra Santa:

 

http://198.62.75.4/www1/ofm/sites/TSbcampo_It.html

 

BEIT SAHUR ED IL CAMPO DEI PASTORI 


Ad est di Betlemme, a circa 2 km. dal centro abitato, si trova il villaggio di Beit Sahur, la casa dei guardiani, di coloro che vigilano. Si può raggiungerlo anche a piedi, proseguendo per la strada della Grotta del Latte.

Già al tempo di S. Elena si trovava qui una chiesa dedicata agli Angeli che avevano annunciato ai pastori la nascita del Redentore. Dopo alterne e combattute vicende, vennero costruite, nel secolo scorso, una canonica ed una scuola, in attesa di poter avere anche una chiesa. Nel frattempo, il culto, prima tenuto in una grotta chiamata Mihwara, si svolgeva in ambienti provvisori della casa parrocchiale.

Infine, nel 1950, fu inaugurata la chiesa che oggi vediamo, opera dell’architetto A. Barluzzi, dedicata alla Madonna di Fatima ed a S. Teresa di Lisieux. Alla edificazione contribuirono non poco gli abitanti del luogo, eredi della generosità di Booz.

L’elegante portico della chiesa ha tre archi a sesto acuto e la facciata è coronata in alto da uno snello motivo di archetti, che si prolunga sui muri laterali. L’interno è diviso in tre navate da due file di quattro colonne ciascuna. 1 fusti delle colonne, di pietra rosa locale, a prima vista un po’ tozzi, sono resi affusolati mediante un semplice espediente ottico: i tamburi che li compongono hanno, dalla base al capitello, altezza decrescente. Gli archi a sesto acuto, molto stretti, creano l’illusione che l’interno sia più lungo del vero. Molto originali sono i capitelli, massicci ma non pesanti.

Particolarmente degno di nota è l’altar maggiore, vero gioiello dell’arte scultorea palestinese, che, malgrado le dimensioni, più che una scultura in pietra sembra una miniatura di avorio. Tra il paliotto (parte frontale e lati) ed il gradino, abbiamo 15 scene, dall’Annunciazione della Vergine, all’arrivo in Egitto della Sacra Famiglia. Nella parte centrale del gradino, all’altezza del tabernacolo, si vedono le 4 statuine degli Evangelisti mentre nella parte superiore i dodici Apostoli circondano la figura del Cristo.

Autori dell’opera furono Issa Zmeir, betlemita, e Abdullah Haron, betsahurino.

Beit Sahur si stende in mezzo ai così detti ‘campi di Booz’; in uno di questi si trovavano i pastori nella notte gloriosa della Natività.

« L’angelo disse loro: Non temete! Ecco , vi porto una lieta novella che sarà di grande gioia per tutto il popolo: Oggi nella città di Davide è nato un salvatore che è il Cristo Signore » (Luca 2, 10-11).

Sebbene le parole del Vangelo -non permettano di stabilire esattamente il luogo dell’apparizione angelica. pure l’antica tradizione lo ha fissato in località Siyar e1-Ghanam, il Campo dei Pastori, poco discosto da Beit Sahur.
Gli scavi effettuati da P. Virgilio Corbo, ofm, nel 1951-52 hanno sondato più a fondo dei precedenti (C. Guarmani, 1859) le rovine, dando a queste una datazione precisa.

Le traccie di vita nelle grotte, risalenti ai periodi erodiano e romano, i resti di frantoi antichissimi, reperiti sotto le fondamenta di due monasteri, dimostrano senza possibilità di dubbio, che il luogo era abitato all’epoca della nascita di Gesù a Betlemme. Lo studioso ha avuto sottomano materiale sufficiente per poter parlare di una piccola comunità agricola.

Inoltre, a Siyar el-Ghanam esistono i resti di una torre di guardia, ora incorporati nell’ospizio francescano.

Morta Rachele, Giacobbe « parti e rizzò le tende al di là di Migdal-Eder » (Gen 35, 21), al di là della ‘torre del gregge’. 1 Targumin localizzarono questa torre a est di Betlemme, specificando che in quel luogo il Messia sarebbe stato annunciato. La tradizione talmudica indicava la stessa regione e la tradizione cristiana, dopo la nascita di nostro Signore, accettò e mantenne la localizzazione.

S. Girolamo vede la torre a « circa mille passi (romani) da Betlemme », e aggiunge che là gli angeli avevano annunciato ai pastori la nascita del Redentore.

Quanto rimane dell’insediamento agricolo e della torre di guardia spiega molto bene una espressione del testo originale greco di Luca. Secondo i più qualificati esegeti (tra cui M. J. Lagrange), il verbo impiegato da Luca non significa che i pastori « passavano la notte all’aperto », bensì che « vivevano nella campagna ».

Gli scavi hanno rintracciato l’esistenza di due monasteri, uno del IV-V sec., l’altro del VI sec. Del primo abbiamo le fondazioni dell’abside della chiesa e di vari muri. Nel VI sec. la chiesa venne demolita e ricostruita nello stesso posto, con l’abside leggermente spostata verso est.

Del secondo monastero abbiamo egualmente parti dell’abside sui muri di numerosi ambienti. P. Corbo ha la netta sensazione che molte pietre del IV sec., riusate nell’abside della chiesa del VI sec., provengano dalla basilica constantiniana della Natività.

Il luogo dove si trovano i monasteri non è il più felice della zona, dato che è in pendenza. Il fatto che la seconda chiesa sia stata edificata esattamente sopra la prima conferma ulteriormente che un particolare ricordo era collegato al luogo.

Il monastero del VI sec. fu distrutto verso l’VIII sec. dai Musulmani, che cercarono perfino di cancellare i segni cristiani scalpellando e abradendo le pietre sui quali si trovavano.

Tra i vani del secondo monastero ne sono stati identificati alcuni, adibiti a scopi particolari: portineria, panetteria con grande macina di basalto, refettorio, frantoi, grotta-cantina, stalla. Sono stati portati alla luce anche il sistema di canalizzazione e diverse cisterne.

Il Santuario attuale fu costruito nel 1953-54 su progetto dell’arch. A. Barluzzi. Sia la posa della prima pietra che l’inaugurazione ebbero luogo il giorno di Natale.

Il Santuario sorge sul roccione che domina le rovine. Esso rappresenta un accampamento di pastori: un poligono a dieci lati, cinque dritti e cinque sporgenti e inclinati verso il centro, a forma di tenda. La luce, che penetra generosamente dalla cupola in vetrocemento, inonda l’interno richiamando alla mente la luce vivissima che apparve ai pastori.

L’alto-rilievo in bronzo, sull’architrave della porta, è dello scultore D. Cambellotti, che ha creato anche il portale, le quattro statue di bronzo che reggono l’altar maggiore, posto al centro della cappella, i candelieri e le croci. L’arch. U. Noni ha affrescato le tre absidi e lo scultore A. Minghetti ha curato l’esecuzione dei 10 angeli di stucco della cupola.

 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 25 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Il Rosario cresce anche nel mondo secolarizzato (Parte II)

dal sito:

 

 http://www.zenit.org/article-12316?l=italian 

 

Il Rosario cresce anche nel mondo secolarizzato  (Parte II) 

Intervista al sacerdote domenicano Ennio Staid 

 

ROMA, giovedì, 25 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Molti giovani in Italia sono distanti emotivamente da Maria perché – anche a causa di un certo tipo di clero – non la conoscono come “’donna’ dall’esperienza umana e religiosa”, sostiene un esperto del Rosario, padre Ennio Staid.

Allo stesso tempo, avverte il sacerdote domenicano, esiste sempre una mentalità che predilige l’attivismo e l’azione alla preghiera.

La prima parte dell’intervista è stata pubblicata il 24 ottobre.

La preghiera del Rosario ci fa pensare a Maria. Potrebbe indicarci in sintesi quali sono le chiavi per comprendere il Mistero grande di una donna che è stata fondamentale per l’incarnazione, l’educazione e la realizzazione della storia della salvezza nella persona di Gesù Cristo?

Padre Staid: Comprendere il mistero di Maria significa riuscire a entrare nel mistero della Incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Il Credo, con cui i cristiani esprimono il contenuto della fede, recita: “nacque da Maria Vergine”.

E’ questa un’affermazione per molti sconcertante, ma il dato rivelato rimane nella sua provocazione. I credenti accettano e credono a un intervento personale di Dio e di conseguenza all’adesione totale di fede operata da parte di Maria. La sua grandezza sta non tanto nel partorire, quanto nell’accettare un piano che la sua ragione non comprende.

Non credo vi siano preghiere o studi che possano far comprendere il Mistero che rimane tale, ma la preghiera insieme alla Madre di Gesù ci fa dire: “Non comprendo ma conservo nel cuore”. San Tommaso D’Aquino definisce la fede come “un assenso dato dall’intelligenza alla verità divina sotto la spinta della volontà mossa dalla grazia di Dio”.

Nella fede come nella preghiera (qualsiasi preghiera), prima o poi si fa l’esperienza del silenzio di Dio, della sua discrezione. La fede e di conseguenza la preghiera non sono il gettone magico che una volta inserito nel juke-box ci fa sentire la voce di Dio.

Essa ci mette in contatto con l’invisibile. Perché stupirci allora se non lo si vede? La preghiera pone in dialogo con l’Inaccessibile, l’Assoluto; perché allora meravigliarsi se Dio risponde al nostro richiamo come Dio? Imitare Maria significa aver compreso cosa significa pregare e seguire Colui che invita i suoi a “pregare sempre senza stancarci mai”. In fondo anche noi siamo chiamati, come Maria, ad accogliere il Figlio di Dio nella fede e, come lei, a ridonarlo.

La devozione popolare per la Vergine Maria, la recita del Rosario, sono pratiche che hanno una grande diffusione tra la gente. Tale pratica, almeno negli ultimi decenni, non sembra però molto diffusa tra il clero e nei giovani. E’ solo un’impressione o la situazione sta cambiando? E in che direzione?

Padre Staid: L’obiezione che si fa al Rosario è sempre la stessa: “Non è meglio lavorare un’ora per il fratello bisognoso che dire una sfilza di Ave Maria?”. Tra l’altro il lavoro è qualcosa di tangibile, di controllabile, di nostro, mentre la preghiera è qualcosa di assolutamente incontrollabile.

È in questa realtà psicologica che ci si deve muovere con i piedi di piombo per non rompere ciò che vi è di buono nell’animo della gente semplice. Il discorso sulla preghiera in genere e sul Rosario in particolare va ritrovato e rinnovato. Nessun chirurgo è dichiarato bravo e valido soltanto perché va in giro per vari atenei a dettare dotte lezioni, ma acquista stima quando lo si vede esercitare in maniera eccellente la chirurgia: solo allora le sue conferenze hanno una validità perché si vedono gli ammalati da lui operati guariti.

Così avviene per noi che parliamo spesso di preghiera mentre ci affoghiamo nell’azione, contraddicendo con la vita le nostre parole. Un discorso sulla preghiera è tanto più valido quanto più colui che lo fa vive coerentemente ciò che annuncia.

Altro fattore importante, dovendo presentare la figura della Beata Vergine, è la necessità di focalizzare la figura della Madonna sul piano redentivo di Cristo. Maria ha un senso e una funzione importantissimi nella Chiesa, ed è errato separarla da questa e farne quasi una quarta persona della Trinità. Non è una dea e la sua giusta collocazione non nuoce al culto a lei attribuito, ma la rafforza e dà a questa creatura il posto che le compete nel piano della salvezza (cfr. VIII capitolo della Lumne Gentium).

La direzione da prendere, secondo il mio modesto parere, è quella di non calcare mai la mano per muovere troppo il sentimento: è necessario ricordare che la Madonna non è la parte sentimentale della nostra preghiera. Solo quando si sarà focalizzato il problema della necessità della preghiera e verrà spiegato il significato e la funzione della Vergine nel mistero di Cristo si potrà parlare del Rosario.

Inoltre è importante sapere che il Rosario non è propriamente una preghiera rivolta a Maria, ma una preghiera con Maria. Non è quindi una preghiera mariana ma è una preghiera cristologica. I misteri che esso propone mettono al centro un solo personaggio: Cristo Gesù. Il Rosario ci permette di guardare, contemplare il Figlio di Dio con gli occhi di Maria. Si prende la sua mano e con lei si scorre la vita di Gesù.

Tempo fa ho pubblicato un’indagine fatta in Italia tesa a verificare il rapporto dei giovani, preti compresi, con la figura di Maria. I giovani intervistati (400) secondo un criterio statistico in tutta la penisola mi hanno dato 256 risposte valide. L’età degli intervistati oscillava dai 18 ai 25 anni. L’indagine mi ha presentato uno spaccato in cui i giovani appaiono distanti da Maria, distanti emotivamente, indifferenti dal punto di vista culturale-pastorale, perfino, taluni, distanti per presa di posizione intellettuale, d’impronta filosofico-sociale.

Questi non sanno che farsene di una Vergine eccelsa, culmine di tutti i privilegi, che proprio per la sua esclusiva perfezione non agisce come modello, paradigma, stimolo, ideale. D’altro canto, nella prassi pastorale quotidiana da parte di un certo tipo di clero, prassi talvolta ben lungi dal mettere in atto le preziose indicazioni della riflessione mariologica della Chiesa, non si cerca di stare al passo coi tempi nel dimenticare Maria?

Ho constatato che note come mansuetudine, umiltà, tenerezza di cuore sono perdenti perché vissute come pericolose, come annullamento passivo della propria personalità. Questi giovani rifiutano, dunque, Maria? No: semplicemente non hanno riflettuto e non è stata loro presentata in piena luce la storia della salvezza. Non la conoscono come “donna” dall’esperienza umana e religiosa compromettente e difficile, non la conoscono come la Madre il cui figlio è stato il mistero di tutta la sua vita. Cioè non conoscono realmente Maria, modello dei cristiani come il Concilio Vaticano II e la Marialis cultus hanno cercato di presentarcela. 

 

Publié dans:ZENITH |on 25 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Il Rosario cresce anche nel mondo secolarizzato (Parte I)

dal sito: 

 

http://www.zenit.org/article-12313?l=italian

 

Il Rosario cresce anche nel mondo secolarizzato  (Parte I) 

Intervista al sacerdote domenicano Ennio Staid, esperto della preghiera 

 

ROMA, mercoledì, 24 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Nell’Angelus di domenica 7 ottobre, il Santo Padre Benedetto XVI ha chiesto di recitare il Rosario per la pace nelle famiglie e nel mondo, ricordando che “è la consegna che la Madonna ha lasciato anche in diverse sue apparizioni”.

“Penso, in particolare, a quella di Fatima avvenuta 90 anni fa – ha precisato il Pontefice –. Ai tre pastorelli Lucia, Giacinta e Francesco, presentandosi come ‘la Madonna del Rosario’, raccomandò con insistenza di recitare il Rosario tutti i giorni, per ottenere la fine della guerra”.

Anche se nel mondo moderno a volte non piace il fedele che prega il Rosario e all’interno della stessa Chiesa c’è chi teme l’accusa di devozionismo, sono centinaia di milioni i fedeli che ogni giorno lo recitano.

Per comprendere la realtà di questa preghiera che attraversa in tutte le sue parti la Chiesa cattolica, ZENIT ha intervistato un grande esperto del Rosario, il sacerdote domenicano Ennio Staid.

Padre Staid vive attualmente a Novara, dove ha fondato una fraternità domenicana di presbiteri e di laici – uomini e donne. Scopo della fraternità è far prendere coscienza del fatto che anche i laici sono chiamati ad annunciare il Vangelo, soprattutto in quest’epoca in cui mancano presbiteri.

Alla base della pratica spirituale della fraternità c’è la recita e la diffusione del Rosario.

Il mondo moderno soffre di secolarizzazione, e Maria non sembra sempre troppo amata, ma sono miliardi le Ave Maria e i Rosari recitati ogni giorno nel mondo. Può darci un’idea di quanto è diffusa e di come cresce la recita del Rosario?

Padre Staid: Che il mondo soffra di secolarizzazione è vero, ma è altrettanto vero che esso sente un grande bisogno di trascendenza, di silenzio, di contatto con il divino. Molti cercano di dare delle risposte al perché della vita. Si ha bisogno di sapere da dove si viene, dove si va e che senso ha il vivere.

E nonostante i tanti problemi che affliggono i credenti, credo che ancora molti recitino il Rosario, ma il Rosario non è un punto di partenza nel cammino della fede. Per me è un punto di arrivo. Voglio dire che quando uno riesce davvero a pregare con il Rosario significa che ha già compiuto una buona parte del cammino di fede.

Non so dire se e quanto sia diffuso il Rosario. Come non so dire, come chiede Gesù, se al suo ritorno vi sarà ancora la fede sulla terra. Certo è che se al suo ritorno glorioso vi sarà ancora la fede, allora tra i fedeli vi saranno i devoti di Maria e fruitori di questa splendida e semplice preghiera.

Senza preghiera la fede non esiste, perché significa dare l’assenso della nostra ragione ad un’idea più o meno giusta di Dio. Si filosofeggia più o meno coscientemente su un’entità astratta che non incide sulle nostre giornate, sulla nostra vita. Il Cardinale Newman definì il Rosario “un credo fatto preghiera” e chi prega sa di non parlare a vuoto, di non affidare al vento parole e pensieri, ma è cosciente di essere alla presenza, non tanto di qualcuno, ma di uno che è Unico, Eterno, Tutto.

Una certa cultura moderna, diffusa anche in ambito cattolico, non ama il Rosario, perché lo considera espressione popolare e conservatrice. Cosa pensa in proposito?

Padre Staid: Ogni tanto, qua o là, si sente parlare di un ritorno al devozionismo, si critica il Papa perché, così dicono alcuni, vuole tornare al passato e vuole far risorgere pratiche tradizionali considerate alienanti. Purtroppo fra alcuni cristiani vi è chi ha già pronto un certo numero di etichette fatte, comperate a buon mercato sulle bancarelle d’una teologia di moda che si è messa in vendita prima di verificare se stessa. E le attacca a tutto ciò che non rientra nei propri modelli mentali.

Così il Rosario è spesso bollato per devozionismo o riformismo sconsiderato. A costoro vorrei dire che un cristianesimo senza devozioni non è avallato dall’esperienza di nessun santo, né dall’insegnamento autorevole della Chiesa. Dove si è tentato, e si tenta, questo cristianesimo impopolare, inumano, senza cuore, ha creato solo dei disastri nella fede.

Certo il Rosario non è l’essenza della fede o della vita cristiana, ma esso si rivela ovunque anche oggi come un ausilio importante per proteggere e sviluppare la fede nel cuore del Popolo di Dio. Papa Giovanni XXIII diceva che “il Rosario è un esercizio avvincente, insostituibile di preghiera. Con esso si rende omaggio alla SS. Trinità; si invoca il Padre celeste per impetrarne l’assistenza e i doni; si fa appello alla possente intercessione della Madre di Dio”.

“Con il Rosario le mani si congiungono: quelle innocenti dei bambini, quelle tremanti dei vecchi, quelle robuste dei lavoratori: dalle varie parti del mondo s’innalza una vera salmodia, che, in un certo qual modo, può ben stare accanto all’Ufficio Divino recitato dai monaci” (Discorsi e messaggi I, 796).

Può darci un’idea di com’è nata la preghiera del Rosario, come si è diffusa nel mondo e quanto è attuale?

Padre Staid: Se a qualcuno interessa conoscere più dettagliatamente la storia del Rosario mi permetto di rimandarlo a ciò che ho scritto alla voce Rosario del nuovo dizionario di Mariologia delle edizioni Paoline. Comunque il fondamento biblico-teologico di questo ausilio mariano va ricercato nel parallelismo cristologico Adamo-Cristo (I Cor 15,45-47; Rom 5,12-14), che è anche implicitamente parallelismo mariologico. Accanto al nuovo Adamo (Cristo), c’è la nuova Eva (Maria), il nuovo aiuto simile (adiutorium simile sibi – Gen 2,18) all’uomo nuovo.

Maria è immagine della Chiesa e nella nuova creazione la collaboratrice di Gesù Cristo nell’opera della salvezza. Premesso ciò, la devozione al soccorso mariano sorge ben presto nel popolo cristiano, soprattutto quando esso si trova sotto le minacce di gravi pericoli per la fede e la sopravvivenza della Chiesa. Si sviluppano già nel IV secolo il “Sub tuum Praesidium” (sotto la tua protezione) e nel secolo successivo l’inno “Akatistos”, che esprimono il ricorso fiducioso del popolo alla Madre di Gesù.

Nel VI secolo San Germano di Costantinopoli parla di una presenza di Maria in mezzo a noi, che si manifesta come potenza e che copre dall’alto i fedeli. Dello stesso periodo è l’invocazione “Auxilium christianorum” (aiuto dei cristiani) che passerà poi nelle litanie lauretane. All’inizio del secondo millennio sorgono l’Ave Maria e i salteri della Vergine, che più tardi si chiameranno Rosario, che si legherà indissolubilmente al mistero dell’ausilio mariano, arma della fede.

Certamente il saluto angelico era conosciuto prima. Esso è contenuto nel Vangelo e costituiva fino al secolo VII l’antifona offertoriale della quarta domenica d’avvento, domenica che aveva una particolare accentuazione mariana. Mi sembra di cogliere in quel periodo la novità della ripetizione devota dell’Ave, analoga alla coeva ripetizione dei Pater, per 150 volte, in contrappunto col salterio davidico.

Questi salteri, dei Pater o delle Ave, erano nei monasteri sostitutivi del salterio biblico per i monaci illetterati. L’Ave Maria era conosciuta e recitata solo nella sua prima parte evangelica contenente il saluto dell’angelo e la benedizione di Elisabetta. Il nome di Gesù e l’Amen finale verranno introdotti solo verso la fine del sec. XV, quando nel 1483 si diffonderà l’uso del recitare il Santa Maria.

La storia del Rosario si intreccia ormai nella storia dell’aiuto mariano alla Chiesa, alle Nazioni cristiane, al Papa. A Lourdes e alla Salette Maria si affaccia come il grande segno, come una promessa di vittoria, come una sicura speranza e a Fatima si proclama: “Io sono la Madonna del Rosario”.

[Giovedì, la seconda parte dell'intervista] 

 

Publié dans:ZENITH |on 25 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Ceanothus_Celestial_Blue

Ceanothus_Rubins_Blue dans immagini buon...notte, giorno

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« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra »

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Trattato su San Luca, 7:131-132 ; SC 52

« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra »

« Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso ». Il Signore vuole che siamo vigilanti, attenti in ogni momento alla venuta del Salvatore…Ma poiché il guadagno è misero, e debole il merito quando soltanto il timore del supplizio impedisce di perdersi, mentre l’amore ha un valore superiore, il Signore stesso…infiamma il nostro desiderio di acquistare Dio quando dice : « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra ». Non certo il fuoco che distrugge, bensì quello che produce la volontà buona, quello che rende migliori i vasi d’oro della casa del Signore, consumando il fieno e la paglia (1 Cor 3, 12), divorando tutta la vanità del mondo, accumulata dalla passione del piacere terreno, opera della carne che deve perire.

Questo fuoco divino bruciava le ossa dei profeti, come dichiara Geremia : « C’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa ». (Ger 20, 9). Infatti c’é un fuoco del Signore, di cui si dice : « Davanti a lui cammina il fuoco » (Sal 96, 3). Il Signore stesso è un fuoco « che arde senza consumarsi » (Es 3, 2). Il fuoco del Signore è luce eterna ; le lucerne dei credenti si accendono a questo fuoco : « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese » (Lc 12, 35). Una lucerna è necessaria perché i giorni di questa vita sono ancora notte. Il Signore stesso, secondo la testimonianza dei discepoli di Èmmaus, aveva messo questo fuoco nel loro cuore : « Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture ? » (Lc 24, 32) Ci mostrano con evidenza qual’è l’azione di questo fuoco, che rischiara il profondo del cuore dell’uomo. Perciò il Signore verrà con il fuoco (Is 66, 15) per consumare i vizi nel momento della risurrezione, per colmare con la sua presenza i desideri di ciascuno, e proiettare la sua luce sui meriti e i misteri.

Publié dans:catechesi del mercoledì |on 25 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

Sant’Antonio Maria Claret

Sant'Antonio Maria Claret dans immagini sacre

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=29850&start=0

Publié dans:immagini sacre |on 24 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

di Sant’Ambrogio: In cosa consiste la felicità dell’uomo

 

di Sant’Ambrogio, dal sito: 

 

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010605_ambrogio_it.html

 

In cosa consiste la felicità dell’uomo 

  

 1. « Nel libro precedente abbiamo trattato dei doveri che giudicavamo attinenti all’onestà, nella quale nessuno ha mai dubitato sia posta la vita felice che la Scrittura chiama vita eterna. Lo splendore dell’onestà è così grande che la tranquillità della coscienza e la certezza d’ essere senza colpa, che ne conseguono, rendono felice la vita. Come il sole, una volta sorto, nasconde il globo lunare e la luce delle altre stelle, così il fulgore dell’onestà, quando brilla di una bellezza autentica ed incorrotta, oscura tutte le altre cose che, secondo il piacere dei sensi, sono ritenute buone o, secondo il giudizio del mondo, sono stimate motivo di onore e di gloria.   

2. Certamente felice è tale vita che non si valuta secondo i giudizi altrui, ma con autonomo giudizio si intuisce per mezzo del proprio sentimento interiore. Non cercando giudizi popolari come ricompensa ne temendoli come pena, quanto meno segue la gloria, tanto più si eleva sopra di essa. Coloro infatti che cercano la gloria, ottengono, quale ombra dei beni futuri, una tale ricompensa di beni presenti che è di ostacolo alla vita eterna, perché nel Vangelo sta scritto: In verità vi dico, hanno ricevuto la loro ricompensa. Ciò si dice evidentemente, di coloro che sono smaniosi di divulgare, quasi a suon di tromba, la loro generosità verso i poveri. Similmente è detto di coloro che digiunano per ostentazione: Hanno ricevuto la loro ricompensa.   

3. È proprio dell’onestà, dunque, o esercitare la misericordia o digiunare in segreto, perché appaia che si cerca la ricompensa unicamente da Dio, non anche dagli uomini. Chi la vuole dagli uomini, ha già la sua ricompensa; chi la chiede a Dio, ha la vita eterna che può esserci data unicamente dal Creatore dell’eternità, come afferma il ben noto passo: In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso. Con maggior chiarezza, la Scrittura chiamò vita eterna la vita felice, per non lasciarne la valutazione ai giudizi degli uomini, ma per affidarla invece al giudizio di Dio.   

II. 4. I filosofi posero la felicità, alcuni nell’assenza del dolore, come Ieronimo, altri nella scienza, come Erillo, il quale, sentendola lodare mirabilmente da Aristotele e da Teofrasto, la considerò sommo bene, mentre essi la esaltarono come un bene, non come l’unico bene. Altri la dissero piacere, come Epicuro, altri, come Callifonte e, dopo di lui, Diodoro, la intesero così da aggiungere l’uno al piacere, l’altro all’assenza di dolore la partecipazione dell’onestà, pensando che senza di questa non possa esistere vita felice. Zenone Stoico affermò che il solo e sommo bene consiste nell’onestà; Aristotele, invece, e Teofrasto e gli altri peripatetici sostennero che la felicità consiste bensì nella virtù, cioè nell’onestà, ma che la felicità di questa è resa completa anche dai beni del corpo e da quelli esteriori.   

5. La Scrittura divina invece pose la vita eterna nella conoscenza di Dio e nel premio delle opere buone. Di entrambe le affermazioni abbiamo la testimonianza evangelica. Così disse il Signore della conoscenza di Dio: Questa è la vita eterna, che conoscano te solo vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo. E a proposito delle opere così rispose: Ognuno che lascerà la casa e i fratelli o le sorelle o il padre o la madre o i figli o i campi per il mio nome, riceverà il centuplo e possiederà la vita eterna« 

 

 S. AMBROGIO, I doveri, II, I [1-3] – II [4-5].  

  

Preghiera   

Ti supplico, Signore,
dammi la felicità da sempre cercata,
struggente desiderio,
inappagato sogno.  

Felicità che è pace del cuore,
frutto di vita onesta,
sguardo misericorde sul cosmo.  

Felicità che è gioia della conoscenza,
disvelamento saporoso del mistero,
cammino senza inciampo verso la pienezza.  

Felicità che è bellezza,
armonia delle forme,
inebriante cascata di luce.  

Felicità che è amore corrisposto,
riposo dell’amante nell’amato,
ebbrezza reciproca,
parola divenuta silenzio,
silenzio mutato in verginale sguardo.  

Ma, Signore,
se tu sei la Pace,
se tu, la Sapienza,
se tu, la Bellezza,
se tu, l’Amore,
perché cerco la felicità fuori di te?
e se tu sei in me,
perché la cerco fuori di me?  

Ti supplico, Signore,
manifestati a me tu che vivi in me:
la tua pace inondi il mio cuore,
lo rallegri la tua luminosa sapienza,
lo diletti la tua trasparente bellezza,
arda del tuo amore, che placa e consuma.  

Manifestati a me tu che vivi in me:
perché comprenda che tu sei la sola Felicità,
posseduta fin d’ora,
seme immarcescibile che fiorirà nei secoli senza confini.

 ADAMUS, episc. Jennesis
sec. XII 

  

a cura della Pontificia Facoltà Teologica « Marianum 

 

Publié dans:Santi |on 24 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio di Mons. Bruno Forte

dal sito:

http://www.santamelania.it/ 

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio 

di Mons. Bruno Forte    

Nel testo che segue Mons. Bruno Forte – Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto – traccia per così dire i caratteri di un’autentica esperienza di fede cristiana, che è nello stesso tempo continuo stupore delle “grandi cose” che il Signore compie per noi, e ricerca, inquietudine di fronte alle opere di Dio, al Suo silenzio, all’altro da noi che ci è prossimo nel nostro cammino. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
 
 

28/08/2007
  


La fede è esperienza dello stupore dinanzi alla sorprendente novità con cui l’amore divino ci raggiunge: stupore della gratuità di questo amore, ma anche stupore della nostra indegnità a riceverlo, timore davanti all’Amato trascendente e sovrano che si china sulla Sua creatura. Lo stupore della fede è allora al tempo stesso coscienza della nostra finitudine, del dolore e del niente che siamo, e riconoscimento delle « meraviglie » che il Dio vivo viene a compiere fra noi e per noi; è apertura alle sorprese che la Sua promessa ci prepara ed è turbamento davanti all’umiltà con cui il dono più grande è stato offerto agli uomini nell’abbandono della Croce. Stupore di sé, stupore davanti a Dio: tali sono i tratti dello stupore della fede, nel suo nascere, nel suo svilupparsi, nel suo farsi comunicazione e dono di vita e di bellezza ad altri. 

A) Stupiti di sé davanti al divino Altro 

L’esperienza della finitudine accomuna tutti gli abitatori del tempo, specialmente in questa stagione post-moderna, seguita al tramonto dei « grandi racconti » ideologici e dell’ottimismo che essi ispiravano: il dolore dell’abbandono, la sofferenza dell’assenza di senso, la mancanza di un orizzonte rispetto a cui orientare le scelte del vivere e del morire, sono altrettanti volti dell’attuale condizione umana. Questo senso di addio, di lungo addio, questa fragilità e debolezza, sono il luogo in cui tutti, credenti e non credenti, eredi dell’ideologia, critici o orfani di essa, si ritrovano spiazzati da quanto in questa crisi epocale dell’insorgente post-modernità andiamo vivendo. Questo senso di smarrimento, di disagio, di bisogno di patria, questo dolore dell’abbandono, può essere evaso, nascosto, fuggito: si può tentare di essere non pensanti, e dunque negligenti di fronte alla condizione del naufragio. Ma nel momento in cui si pensa e si è coscienti, la lama di questo dolore del mondo non può non interrogarci tutti, rendendoci più aperti alla ricerca, più accomunati nell’esperienza e nel bisogno dell’Altro che ci aiuti a uscire dalla prigionia delle solitudini e dei frammenti. La grande categoria che tutti ci provoca non è allora l’identità, ma l’alterità, nello stupore che essa suscita in noi, segnati come siamo dalla coscienza del nostro essere finito. 

Ora, è proprio nello stupore della fede che l’alterità si presenta nella maniera più alta e più forte: chi crede è toccato dall Altro, vive cioè l’incontro con Dio come indeducibile Presenza, come Assenza che inquieta. Questo stupore è certo antico quanto il pensiero: meraviglia e timore, dicevano i primi pensatori greci, è la passione del filosofo. Tuttavia – come ricordava Karl Barth nel « canto del cigno », che fu la sua Introduzione alla teologia evangelica – lo stupore più grande e irriducibile è la condizione propria di chi crede e credendo si pone in pensiero: « A chi non provasse stupore, quando in un modo o nell’altro ha a che fare con la teologia – o a chi dopo un certo tempo non fosse più capace di stupirsi – o a chi non provasse tanto maggior stupore quanto più si occupa di teologia, bisognerebbe consigliare di prender qualche distanza da essa e di riflettere spregiudicatamente su che cosa essa sia, affinché possa ancora succedergli che lo stupore per la teologia gli rinasca dentro al punto da non abbandonarlo più e anzi di diventare sempre più forte in lui ». 

La meraviglia è sapere di non poter possedere l’Altro, è umile confessione di chi non si ferma al tranquillo possesso, ma si lascia raggiungere e provocare dall’Altro che viene all’idea e cambia la vita. 

È a sua volta testimone di questa meraviglia F.W.J. Schelling, il filosofo della grande crisi rispetto al « sistema dell’Idealismo » da lui stesso proposto in gioventù, il quale non esita ad affermare nell’opera della maturità dedicata alla Filosofia della rivelazione: « È una sentenza nota di Platone: la passione del filosofo è la meraviglia. Se questa sentenza è vera e profonda, allora la filosofia, invece di essere limitata a ciò che deve essere compreso come necessario, sentirà piuttosto la tendenza a trapassare da ciò che essa deve riguardare come necessario, che pertanto non provoca nessuna meraviglia, a ciò che sta fuori e al di sopra di ogni esame e conoscenza necessari; essa non troverà nessuna pace, prima di essere arrivata a qualcosa che sia degno di una assoluta meraviglia ». Meraviglia è, dunque, sapere di avere a che fare con l’ignoto, indeducibile e irriducibile alla nostra presa: stupore è l’esperienza della pura e forte alterità dell’Altro che viene a noi. 

Questo Altro il credente lo esperisce non soltanto nella forma di un ascolto intellettuale, ma anche nella forma della preghiera, esperienza « mistica », perché data dall’alto, aperta all’Altro. Il prendere coscienza dell’Altro che viene a noi nella fede è stare su quella soglia, dove timore e tremore si uniscono a meraviglia e stupore: la coscienza umile della distanza che ci separa dall’Altro nell’atto del suo dono produce l’esperienza dell’agonia propria della fede. Agonica è l’esperienza dell’alterità irriducibile: se l’Altro è Dio, il rapporto all’Altro non può che essere E]ywv, lotta, che cerca di varcare l’abissale distanza. Agonia, insomma. è sperimentare fino in fondo l’alterità, è vivere in sé la frontiera. È questa la ragione più profonda della compresenza della fede e della non credenza in ciascuno di noi, perché tutti, nel momento in cui siamo non negligenti nel pensare e accettiamo di confrontarci fino in fondo con l’Altro, viviamo l’inquietudine di questa inafferrabile Trascendenza. Non si dà solo un esistere davanti all’Altro, che viene a noi e che ci turba, ma anche un esistere con l’Altro nella lotta: proprio così, però, la fede è amore, l’agonia è »agàpe » in cui vince chi perde, chi si lascia vincere dall’Assalitore divino, come Giacobbe al guado dello Yabbok (cf. Gen 32). 

Questa esperienza stupita ed agonica sfocia in un atto fondamentale: la decisione. Decidersi nell’atto di fede è non solo un esistere davanti all’Altro e con l’Altro, stupiti di sé, stupiti per Lui, ma anche un esistere per l’Altro e per gli altri. Gli altri non sono semplice produzione del nostro pensiero, o limite e sfida della nostra libertà e delle nostre scelte: essi sono anche e soprattutto esigenza morale, fondamento dell’esistere eticamente responsabile. Responsabilità è farsi carico d’altri davanti all’Altro sovrano che in essi ci chiama: lo stupore della fede coglie così l’altro prossimo e vicino nella luce dell’Altro divino, e lo riconosce come l’altro cui ci invia la caritas evangelica, l’altro del comandamento simile al primo, che è il comandamento dell’amore del prossimo. La fede supera lo stupore della propria indegnità nel dono d’amore di sé a Dio e agli altri. Ciò che nel vivere l’atto di fede sperimenta la condizione umana è, allora, la coscienza di uno smarrimento, di una debolezza e di una fragilità, che può essere accolta come sfida a fuggire, a cadere e, dunque, a non decidersi per l’Altro, o può esser vissuta come provocazione a una scelta non negligente, che abbia il coraggio dello stupore e viva il dramma dell’agonia, e si assuma la responsabilità verso Dio e verso gli altri nel primato dell’amore. 

B) Stupiti dal Dio che viene 

Allo stupore di sé la fede unisce lo stupore davanti a Dio: in verità, la sfida suprema che impegna il pensiero e la vita è proprio la questione di Dio. Ora, c’è un pensiero della fede che interpreta il genitivo « di Dio » in senso meramente oggettivo, parlando di Dio come dell’oggetto, rispetto al quale argomentare. È il pensiero che riduce Dio ad ente di cui disporre, interpretando il Suo Mistero come la suprema fra le cose, intorno a cui argomentare e di cui servirsi senza più alcuno stupore. Scrive Lutero di questo tipo di fede: « Non è degno di essere chiamato teologo colui che consi­dera la natura invisibile di Dio comprensibile per mezzo delle sue opere, ma colui che comprende la natura di Dio, visibile e volta verso il mondo, per mezzo della passione e della croce ». La conoscenza della fede non risolve in sé gli abissi divini, che restano oltre ogni nostra presa, ma si fonda su quanto Dio ha reso visibile e accessibile della propria vita e del proprio mistero nella Sua rivelazione: il Dio di spalle, non il Dio contemplato in volto della futura visione beatifica, il Dio che si offre nella passione e nella croce del Signore, non il Dio senza oscurità di una presunta comprensione totale, è il Dio della fede. Mentre dunque la ragione umana scruta il mistero di Dio con i propri strumenti e a partire dagli oggetti creati, rischiando di farne un semplice oggetto di cui disporre, la ragione illuminata dalla fede obbedisce alla Parola rivelata, non si appaga di quanto ha raggiunto, ma cerca di intendere sempre di più quanto ha contemplato. 

La conoscenza della fede non elimina allora lo stupore di fronte all’immensità divina, anzi lo accresce: proprio così essa contesta le presunzioni di un sapere che voglia dire tutto di Dio, catturandone gli abissi nelle proprie misure. La fede sa di avere a che fare con il « Deus adveniens », con il Dio vivo: il suo oggetto, prima di essere qualcosa di possedibile, è Qualcuno inafferrabile e santo. Chi crede afferma il primato di Dio e solo a Lui vuol dare gloria con tutta la carica di stupore che l’agire divino può suscitare per le forme e le vie scelte dall’Eterno per rivelarsi e comunicarsi agli uomini. In questo senso il conoscere della fede sta e resta appeso alla parola e al silenzio della Croce. Non di meno, però, per la ragione è importante mantenere aperta la questione del Dio vivo: anche per essa la verità non va pensata soltanto come oggetto, ma pure come soggetto. Questo significa che il pensiero deve aprirsi ad accogliere e tollerare in se stesso la potente tensione della vita, rinunciando a disporre dell’oggetto, specialmente dell’oggetto supremo, come cosa, per avere a che fare con esso con lo stupore che si confa all’agire del Dio vivente. E Dio è il Dio vivo se è l’Altro irriducibile alle nostre catture: è quanto la fede chiede alla ragione di rispettare. 

A sua volta la fede è chiamata a non ignorare l’esercizio critico dell’intelligenza, il protagonismo della ricerca umana nel pensiero: una conoscenza della fede che presumesse di essere parola creata dall’evento della Parola increata, senza alcuna mediazione dell’attività critica della ragione, sarebbe manifestamente falsa. L’umanità di Dio – in cui crede il discepolo del Verbo fatto carne – consiste anche in questo, che il Logos si presti ad essere detto e pensato dalla ragione umana, e perciò accetti di essere mediato dai diversi possibili approcci che l’intelligenza può elaborare, fermo restando il nocciolo irriducibile di resistenza che il pensiero di Dio come Dio vivente oppone ad ogni identificazione dell’Assoluto con la fragilità del soggetto storico. Stupore della fede e stupore della ragione vengono così a corrispondersi: se certamente non si può dire che non ci sia filosofia senza cristianesimo, parimenti non si può negare che nel contesto storico dell’Occidente, il cui ethos è così fortemente marcato dal fatto cristiano, ogni discorso filosofico si misura con il dato della rivelazione ebraico-cristiana, vitalmente trasmessa dalla comunità ecclesiale. 

In questo senso si può affermare che la Croce di Cristo è stupore anche per il filosofo: lottare con Dio è al tempo stesso la debolezza e la forza del credente, ma è anche la forza e la debolezza del pensatore, che usi della sua ragione senza negligenze. Dal sorgere della luce al cadere della notte, sta qui la dignità del pensiero, la sua vocazione e il suo compito. Dove Dio questiona come l’assalitore notturno dell’esperienza di Giacobbe al guado, dove Dio è il « Deus vivens et adveniens », lì l’uomo è veramente preso dallo stupore e vivo nella sfida. Lì vince chi, perdendo si affida e confessa: « Veramente sei un Dio nascosto, Dio d’Israele Salvatore » (Is 45,15). La Croce del Risorto si offre allora come il contenuto supremo del pensiero della fede, la suprema teologia, proprio perché è il luogo dello stupore assoluto: solo in quell’evento si proclama la morte della morte! E in un mondo che resta bisognoso di salvezza, nonostante tutto e al di là di ogni naufragio, una simile sfida è troppo alta per essere messa da parte. Davanti all’avvento divino nell’umiltà e nell’abbandono della Croce, bisogna prendere posizione, decidersi. Come scriveva significativamente Luigi Pareyson, filosofo che non ha mai rinunciato a coniugare lo stupore della ragione e quello della fede, davanti al Dio cristiano non si può « restare indifferenti. Bisogna scegliere o per o contro. Non c’è via di mezzo… Non ci si può sottrarre: il faut choisir ». Lo stupore è la condizione propria di questa scelta: che non è solo scelta di pensiero, ma anche e inseparabilmente scelta di vita, in cui si incontrano meraviglia e timore, fascino del Dio che si dona nell’amore e coscienza della propria indegnità di fronte a un simile dono di purissima gratuità. Solo chi ha attraversato il fuoco di questa scelta, entra nel mondo della fede e può comunicarne ad altri l’esperienza vivificante, dono che stupisce e cambia il cuore e la vita. 

  

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