Archive pour le 8 octobre, 2007

Gli Angelus sconosciuti di papa Benedetto

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/170485

 

  

Gli Angelus sconosciuti di papa Benedetto

 

Sconosciuti nel senso che i media li ignorano in ciò che sono principalmente: la spiegazione del Vangelo della messa del giorno. All’infuori dei presenti, quasi nessuno lo sa. Eccone un assaggio: le ultime sette « piccole omelie » papali della domenica mezzogiorno

di Sandro Magister

ROMA, 8 ottobre 2007 – Le parole che Benedetto XVI pronuncia ogni domenica mezzogiorno prima e dopo la preghiera dell’Angelus – nel tempo pasquale il « Regina Coeli » – sono tra le più seguite dai media.

Quasi sempre, però, i media rilanciano, delle parole del papa, solo quelle che hanno attinenza con situazioni od eventi di attualità, specie politici.

Ad esempio, domenica 30 settembre, la Birmania, le due Coree e l’Africa subsahariana. La domenica precedente i giudizi sul capitalismo e la « logica del profitto ». La domenica precedente ancora il protocollo di Montreal sul buco dell’ozono…

Da ciò che dicono e scrivono i media, gli ascoltatori e i lettori ricavano l’impressione che il papa abbia dedicato l’intero suo messaggio al tema citato.

Ma non è così. Quasi sempre alle questioni d’attualità poi enfatizzate dai media Benedetto XVI dedica solo pochi rapidi cenni, nei saluti in più lingue che rivolge ai fedeli terminata la preghiera dell’Angelus.

Il vero e proprio messaggio è prima della preghiera. Ed è – salvo rare eccezioni – una breve omelia sul Vangelo e le altre letture della messa del giorno.

È questa piccola omelia ciò che principalmente ascoltano i fedeli che accorrono ogni volta numerosi all’appuntamento di domenica mezzogiorno col papa, a Roma in piazza San Pietro e d’estate a Castel Gandolfo.

Sono testi inconfondibilmente pensati e scritti da papa Joseph Ratzinger. In alcuni casi è facile notare delle similitudini con il suo libro « Gesù di Nazaret », là dove questo parla del medesimo brano del Vangelo.

Come nelle catechesi del mercoledì Benedetto XVI sta descrivendo man mano la vita della Chiesa impersonata dagli Apostoli ai Padri, così negli Angelus della domenica egli presenta ai fedeli la figura di Gesù.

Ma c’è di più. La via scelta ogni domenica dal papa per accedere a Gesù è la stessa che ogni fedele cattolico percorre partecipando alla messa di quella stessa domenica.

È una scelta chiaramente voluta, tipica della visione di questo papa. Il Vangelo commentato da Benedetto XVI all’Angelus non è « sola Scriptura », non è un libro nudo. È il Verbo che prende carne – il corpo e il sangue di Gesù – nella liturgia del giorno.

Per elevare a livelli accettabili la qualità media dei milioni di omelie pronunciate ogni domenica in tutto il mondo, i preti cattolici non avrebbero di meglio che mettersi alla scuola degli Angelus di Benedetto XVI.

Ecco qui di seguito un saggio di questa sua predicazione: le ultime sette « piccole omelie » da lui dedicate al Vangelo della messa del giorno, domenica dopo domenica.

La parabola del povero Lazzaro

30 settembre 2007, XXVI domenica del tempo ordinario, anno C

Oggi il Vangelo di Luca presenta la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (Luca 16,19-31). Il ricco impersona l’uso iniquo delle ricchezze da parte di chi le adopera per un lusso sfrenato ed egoistico, pensando solamente a soddisfare se stesso, senza curarsi affatto del mendicante che sta alla sua porta. Il povero, al contrario, rappresenta la persona di cui soltanto Dio si prende cura: a differenza del ricco, egli ha un nome, Lazzaro, abbreviazione di Eleazaro, che significa appunto « Dio lo aiuta ». Chi è dimenticato da tutti, Dio non lo dimentica; chi non vale nulla agli occhi degli uomini, è prezioso a quelli del Signore. Il racconto mostra come l’iniquità terrena venga ribaltata dalla giustizia divina: dopo la morte, Lazzaro è accolto « nel seno di Abramo », cioè nella beatitudine eterna; mentre il ricco finisce « all’inferno tra i tormenti ». Si tratta di un nuovo stato di cose inappellabile e definitivo, per cui è durante la vita che bisogna ravvedersi, farlo dopo non serve a nulla.

Questa parabola si presta anche ad una lettura in chiave sociale. Rimane memorabile quella fornita proprio quarant’anni fa dal Papa Paolo VI nell’enciclica « Populorum progressio ». Parlando della lotta contro la fame, egli scrisse: « Si tratta di costruire un mondo in cui ogni uomo possa vivere una vita pienamente umana, dove il povero Lazzaro possa assidersi alla stessa mensa del ricco » (n. 47). A causare le numerose situazioni di miseria sono – ricorda l’enciclica – da una parte « le servitù che vengono dagli uomini » e dall’altra « una natura non sufficientemente padroneggiata » (ibid.). Purtroppo certe popolazioni soffrono di entrambi questi fattori sommati. Come non pensare, in questo momento, specialmente ai paesi dell’Africa subsahariana, colpiti nei giorni scorsi da gravi inondazioni? Ma non possiamo dimenticare tante altre situazioni di emergenza umanitaria in diverse regioni del pianeta, nelle quali i conflitti per il potere politico ed economico vengono ad aggravare realtà di disagio ambientale già pesanti. L’appello cui allora diede voce Paolo VI: « I popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza » (Populorum progressio, 3), conserva oggi tutta la sua urgenza. Non possiamo dire di non conoscere la via da percorrere: abbiamo la Legge e i Profeti, ci dice Gesù nel Vangelo. Chi non vuole ascoltarli, non cambierebbe nemmeno se qualcuno dai morti tornasse ad ammonirlo.

La Vergine Maria ci aiuti ad approfittare del tempo presente per ascoltare e mettere in pratica questa parola di Dio. Ci ottenga di diventare più attenti ai fratelli in necessità, per condividere con loro il tanto o il poco che abbiamo, e contribuire, incominciando da noi stessi, a diffondere la logica e lo stile dell’autentica solidarietà.

La parabola dell’amministratore scaltro

23 settembre 2007, XXV domenica del tempo ordinario, anno C

Questa mattina ho reso visita alla diocesi di Velletri. [...] Nel corso della solenne Celebrazione eucaristica, commentando i testi liturgici, ho avuto modo di soffermarmi a riflettere sul retto uso dei beni terreni, un tema che in queste domeniche l’evangelista Luca, in vari modi, ha riproposto alla nostra attenzione. Raccontando la parabola di un amministratore disonesto ma assai scaltro, Cristo insegna ai suoi discepoli quale è il modo migliore di utilizzare il denaro e le ricchezze materiali, e cioè condividerli con i poveri procurandosi così la loro amicizia, in vista del Regno dei cieli. « Procuratevi amici con la disonesta ricchezza – dice Gesù – perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne » (Luca 16,9). Il denaro non è « disonesto » in se stesso, ma più di ogni altra cosa può chiudere l’uomo in un cieco egoismo. Si tratta dunque di operare una sorta di « conversione » dei beni economici: invece di usarli solo per interesse proprio, occorre pensare anche alle necessità dei poveri, imitando Cristo stesso, il quale – scrive san Paolo – « da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povertà » (2 Corinti 8,9). Sembra un paradosso: Cristo non ci ha arricchiti con la sua ricchezza, ma con la sua povertà, cioè con il suo amore che lo ha spinto a darsi totalmente a noi.

Qui potrebbe aprirsi un vasto e complesso campo di riflessione sul tema della ricchezza e della povertà, anche su scala mondiale, in cui si confrontano due logiche economiche: la logica del profitto e quella della equa distribuzione dei beni, che non sono in contraddizione l’una con l’altra, purché il loro rapporto sia bene ordinato. La dottrina sociale cattolica ha sempre sostenuto che l’equa distribuzione dei beni è prioritaria. Il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico. Giovanni Paolo II così scrisse nell’enciclica « Centesimus annus »: « La moderna economia d’impresa comporta aspetti positivi, la cui radice è la libertà della persona, che si esprime in campo economico come in tanti altri campi » (n. 32). Tuttavia, egli aggiunse, il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica (cfr ivi, 35). L’emergenza della fame e quella ecologica stanno a denunciare, con crescente evidenza, che la logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra ricchi e poveri e un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo e sostenibile.

Maria Santissima, che nel Magnificat proclama: il Signore « ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote » (Luca 1,53), aiuti i cristiani ad usare con saggezza evangelica, cioè con generosa solidarietà, i beni terreni, ed ispiri ai governanti e agli economisti strategie lungimiranti che favoriscano l’autentico progresso di tutti i popoli.

La parabola del figliol prodigo

16 settembre 2007, XXIV domenica del tempo ordinario, anno C

Oggi, la liturgia ripropone alla nostra meditazione il capitolo 15 del Vangelo di Luca, una delle pagine più alte e commoventi di tutta la Sacra Scrittura. È bello pensare che nel mondo intero, dovunque la comunità cristiana si raduna per celebrare l’eucaristia domenicale, risuona in questo giorno, questa buona notizia di verità e di salvezza: Dio è amore misericordioso. L’evangelista Luca ha raccolto in questo capitolo tre parabole sulla misericordia divina: le due più brevi, che ha in comune con Matteo e Marco, sono quelle della pecora smarrita e della moneta perduta; la terza, lunga, articolata e propria a lui solo, è la celebre parabola del Padre misericordioso, detta abitualmente del « figliol prodigo ». In questa pagina evangelica sembra quasi di sentire la voce di Gesù, che ci rivela il volto del Padre suo e Padre nostro. In fondo, per questo Egli è venuto nel mondo: per parlarci del Padre; per farlo conoscere a noi, figli smarriti, e risuscitare nei nostri cuori la gioia di appartenergli, la speranza di essere perdonati e restituiti alla nostra piena dignità, il desiderio di abitare per sempre nella sua casa, che è anche la nostra casa.

Le tre parabole della misericordia Gesù le raccontò perché i farisei e gli scribi parlavano male di Lui, vedendo che si lasciava avvicinare dai peccatori e addirittura mangiava con loro (cfr Luca 15, 1-3). Allora Egli spiegò, con il suo tipico linguaggio, che Dio non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte. La vera religione consiste allora nell’entrare in sintonia con questo Cuore « ricco di misericordia », che ci chiede di amare tutti, anche i lontani e i nemici, imitando il Padre celeste che rispetta la libertà di ciascuno ed attira tutti a sé con la forza invincibile della sua fedeltà. Questa è la strada che Gesù mostra a quanti vogliono essere suoi discepoli: « Non giudicate, non condannate, perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato. Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro » (Luca 6, 36-38). In queste parole troviamo indicazioni assai concrete per il nostro quotidiano comportamento di credenti.

Nel nostro tempo, l’umanità ha bisogno che sia proclamata e testimoniata con vigore la misericordia di Dio. Intuì quest’urgenza pastorale, in modo profetico, l’amato Giovanni Paolo II, che è stato un grande apostolo della divina misericordia. Al Padre misericordioso dedicò la sua seconda enciclica, e lungo tutto il suo pontificato si fece missionario dell’amore di Dio a tutte le genti. Dopo i tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001, che oscurarono l’alba del terzo millennio, egli invitò i cristiani e gli uomini di buona volontà a credere che la misericordia di Dio è più forte di ogni male, e che solo nella Croce di Cristo si trova la salvezza del mondo. La Vergine Maria, madre di misericordia, che ieri abbiamo contemplato addolorata ai piedi della Croce, ci ottenga il dono di confidare sempre nell’amore di Dio e ci aiuti ad essere misericordiosi come il Padre nostro che è nei cieli.

La porta stretta

26 agosto 2007, XXI domenica del tempo ordinario, anno C


L’odierna liturgia ci propone una parola di Cristo illuminante e al tempo stesso sconcertante. Durante la sua ultima salita verso Gerusalemme, un tale gli chiede: « Signore, sono pochi quelli che si salvano? ». E Gesù risponde: « Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno » (Luca 13, 23-24). Che significa questa « porta stretta »? Perché molti non riescono ad entrarvi? Si tratta forse di un passaggio riservato solo ad alcuni eletti? In effetti, questo modo di ragionare degli interlocutori di Gesù, a ben vedere è sempre attuale: è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegi o di sicurezze. In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è « stretta ». Non ci sono privilegiati. Il passaggio alla vita eterna è aperto a tutti, ma è « stretto » perché è esigente, richiede impegno, abnegazione, mortificazione del proprio egoismo.

Ancora una volta, come nelle scorse domeniche, il Vangelo ci invita a considerare il futuro che ci attende e al quale ci dobbiamo preparare durante il nostro pellegrinaggio sulla terra. La salvezza, che Gesù ha operato con la sua morte e risurrezione, è universale. Egli è l’unico redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale. Ma ad un’unica e uguale condizione: quella di sforzarsi di seguirlo ed imitarlo, prendendo su di sé, come Lui ha fatto, la propria croce e dedicando la vita al servizio dei fratelli. Unica e universale, dunque, è questa condizione per entrare nella vita celeste. Nell’ultimo giorno – ricorda ancora Gesù nel Vangelo –non è in base a presunti privilegi che saremo giudicati, ma secondo le nostre opere. Gli « operatori di iniquità » si troveranno esclusi, mentre saranno accolti quanti avranno compiuto il bene e cercato la giustizia, a costo di sacrifici. Non basterà pertanto dichiararsi « amici » di Cristo vantando falsi meriti: « Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze » (Luca 13, 26). La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di vivere: si esprime con la bontà del cuore, con l’umiltà, la mitezza e la misericordia, l’amore per la giustizia e la verità, l’impegno sincero ed onesto per la pace e la riconciliazione. Questa, potremmo dire, è la « carta d’identità » che ci qualifica come suoi autentici « amici »; questo è il « passaporto » che ci permetterà di entrare nella vita eterna.

Cari fratelli e sorelle, se vogliamo anche noi passare per la porta stretta, dobbiamo impegnarci ad essere piccoli, cioè umili di cuore come Gesù. Come Maria, sua e nostra Madre. Lei per prima, dietro il Figlio, ha percorso la via della croce ed è stata assunta nella gloria del cielo, come abbiamo ricordato qualche giorno fa. Il popolo cristiano la invoca quale « Ianua Coeli », porta del cielo. Chiediamole di guidarci, nelle nostre scelte quotidiane, sulla strada che conduce alla « porta del cielo ».

« Sono venuto a portare la divisione »

19 agosto 2007, XX domenica del tempo ordinario, anno C


C’è un’espressione di Gesù, nel Vangelo di questa domenica, che attira ogni volta la nostra attenzione e richiede di essere ben compresa. Mentre è in cammino verso Gerusalemme, dove lo attende la morte di croce, Cristo confida ai suoi discepoli: « Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione ». E aggiunge: « D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera » (Luca 12,51-53). Chiunque conosca minimamente il Vangelo di Cristo, sa che è messaggio di pace per eccellenza; Gesù stesso, come scrive san Paolo, « è la nostra pace » (Efesini 2,14), morto e risorto per abbattere il muro dell’inimicizia e inaugurare il Regno di Dio che è amore, gioia e pace. Come si spiegano allora queste sue parole? A che cosa si riferisce il Signore quando dice di essere venuto a portare – secondo la redazione di san Luca – la « divisione », o – secondo quella di san Matteo – la « spada » (Matteo 10,34)?

Questa espressione di Cristo significa che la pace che Egli è venuto a portare non è sinonimo di semplice assenza di conflitti. Al contrario, la pace di Gesù è frutto di una costante lotta contro il male. Lo scontro che Gesù è deciso a sostenere non è contro uomini o poteri umani, ma contro il nemico di Dio e dell’uomo, Satana. Chi vuole resistere a questo nemico rimanendo fedele a Dio e al bene deve necessariamente affrontare incomprensioni e qualche volta vere e proprie persecuzioni. Perciò, quanti intendono seguire Gesù e impegnarsi senza compromessi per la verità devono sapere che incontreranno opposizioni e diventeranno, loro malgrado, segno di divisione tra le persone, addirittura all’interno delle loro stesse famiglie. L’amore per i genitori infatti è un comandamento sacro, ma per essere vissuto in modo autentico non può mai essere anteposto all’amore di Dio e di Cristo. In tal modo, sulle orme del Signore Gesù, i cristiani diventano « strumenti della sua pace », secondo la celebre espressione di san Francesco d’Assisi. Non di una pace inconsistente e apparente, ma reale, perseguita con coraggio e tenacia nel quotidiano impegno di vincere il male con il bene (cfr Romani 12,21) e pagando di persona il prezzo che questo comporta.

La Vergine Maria, regina della pace, ha condiviso fino al martirio dell’anima la lotta del suo Figlio Gesù contro il Maligno, e continua a condividerla sino alla fine dei tempi. Invochiamo la sua materna intercessione, perché ci aiuti ad essere sempre testimoni della pace di Cristo, mai scendendo a compromessi con il male.

I servi vigilanti

12 agosto 2007, XIX domenica del tempo ordinario, anno C


La liturgia di questa XIX domenica del tempo ordinario ci prepara, in qualche modo, alla solennità dell’Assunzione di Maria al cielo che celebreremo il prossimo 15 agosto. Essa infatti è tutta orientata verso il futuro, verso il cielo, dove la Vergine Santa ci ha preceduti nella gioia del paradiso. In particolare, la pagina evangelica, proseguendo il messaggio di domenica scorsa, invita i cristiani a distaccarsi dai beni materiali in gran parte illusori, e a compiere fedelmente il proprio dovere con una costante tensione verso l’alto. Il credente resta desto e vigilante per essere pronto ad accogliere Gesù quando verrà nella sua gloria. Attraverso esempi tratti dalla vita quotidiana, il Signore esorta i suoi discepoli, cioè noi, a vivere in questa disposizione interiore, come quei servi della parabola che sono in attesa del ritorno del loro padrone. « Beati quei servi – Egli dice – che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Luca 12, 37). Dobbiamo dunque vegliare, pregando e operando il bene.

È vero, sulla terra siamo tutti di passaggio, come opportunamente ci ricorda la seconda lettura dell’odierna liturgia, tratta dalla Lettera agli Ebrei. Essa ci presenta Abramo in abito di pellegrino, come un nomade che vive in una tenda e sosta in una regione straniera. A guidarlo è la fede. « Per fede – scrive l’autore sacro – Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava (Ebrei 11, 8). La sua vera meta era infatti « la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso » (11, 10). La città a cui si allude non è in questo mondo, ma è la Gerusalemme celeste, il paradiso. Era ben consapevole di ciò la primitiva comunità cristiana che si considerava quaggiù « forestiera » e chiamava i suoi nuclei residenti nelle città « parrocchie », che significa appunto colonie di stranieri, in greco « pàroikoi » (cfr 1 Pietro 2, 11). In questo modo i primi cristiani esprimevano la caratteristica più importante della Chiesa, che è appunto la tensione verso il cielo. L’odierna liturgia della Parola vuole pertanto invitarci a pensare « alla vita del mondo che verrà », come ripetiamo ogni volta che con il Credo facciamo la nostra professione di fede. Un invito a spendere la nostra esistenza in modo saggio e previdente, a considerare attentamente il nostro destino, e cioè quelle realtà che noi chiamiamo ultime: la morte, il giudizio finale, l’eternità, l’inferno e il paradiso. E proprio così noi assumiamo la responsabilità per il mondo e costruiamo un mondo migliore.

La Vergine Maria, che dal cielo veglia su di noi, ci aiuti a non dimenticare che qui, sulla terra, siamo solo di passaggio, e ci insegni a prepararci ad incontrare Gesù che « siede alla destra di Dio Padre Onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti ».

Le cose di lassù

5 agosto 2007, XVIII domenica del tempo ordinario, anno C

Nell’odierna XVIII domenica del tempo ordinario, la parola di Dio ci stimola a riflettere su come debba essere il nostro rapporto con i beni materiali. La ricchezza, pur essendo in sé un bene, non va considerata un bene assoluto. Soprattutto non assicura la salvezza, anzi potrebbe persino comprometterla seriamente. Proprio da questo rischio Gesù, nell’odierna pagina evangelica, mette in guardia i suoi discepoli. È saggezza e virtù non attaccare il cuore ai beni di questo mondo, perché tutto passa, tutto può finire bruscamente. Il tesoro vero che dobbiamo ricercare senza sosta per noi cristiani sta nelle « cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra del Padre ». Ce lo ricorda quest’oggi San Paolo nella Lettera ai Colossesi, aggiungendo che la nostra vita « è ormai nascosta con Cristo in Dio » (cfr 3, 1-3).

A volgere lo sguardo verso « lassù », verso il Cielo, ci invita la solennità della Trasfigurazione del Signore, che celebreremo domani. Nel racconto evangelico della Trasfigurazione sul monte, ci è dato un segno premonitore, che ci permette di dare un fugace sguardo nel regno dei santi dove anche noi, al termine della nostra esistenza terrena, potremo partecipare alla gloria di Cristo, che sarà completa, totale e definitiva. Allora tutto l’universo sarà trasfigurato e si compirà finalmente il disegno divino della salvezza. Il giorno della solennità della Trasfigurazione resta legato alla memoria del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, che proprio qui, a Castel Gandolfo, nel 1978 completò la sua missione e fu chiamato ad entrare nella casa del Padre celeste. Il suo ricordo ci sia d’invito a guardare verso l’alto ed a servire fedelmente il Signore e la Chiesa, come lui ha fatto in anni non facili del secolo scorso.

Ci ottenga questa grazia la Vergine Maria, che oggi particolarmente ricordiamo, celebrando la memoria liturgica della dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore. Com’è noto, questa è la prima basilica dell’Occidente costruita in onore di Maria e riedificata nel 432 da papa Sisto III per celebrare la divina maternità della Vergine, dogma che era stato solennemente proclamato nel concilio ecumenico di Efeso l’anno precedente. La Vergine, che più di ogni altra creatura, ha partecipato al mistero di Cristo, ci sostenga nel nostro cammino di fede perché, come la liturgia ci invita a pregare quest’oggi, « operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a Dio ».

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La raccolta completa degli Angelus di Benedetto XVI, nel sito del Vaticano:

> Angelus / Regina Coeli 

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno 259

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Cristo cura l’umanità ferita

San Severio di Antiochia (circa 465-538), vescovo
Dicorsi, 89

Cristo cura l’umanità ferita

Infine un Samaritano passò… Cristo apposta dà il nome di Samaritano a se stesso…, di cui avevano detto, per oltraggiarlo: « Sei un Samaritano e hai un demonio » (Gv 8,48)… Il Samaritano viaggiatore, che era dunque Cristo – perché veramente viaggiava– ha visto l’umanità che giaceva a terra. Non è passato oltre, perché lo scopo che aveva dato al suo viaggio era di ‘visitarci » (Lc 1, 68.78); Per noi infatti egli è sceso sulla terra e da noi ha dimorato. Infatti non solo « è apparso sulla terra », ma « ha vissuto fra gli uomini » (Ba 3,38)…

Sulle nostre piaghe egli ha versato il vino, il vino della Parola, e poiché la gravità delle ferite non avrebbe sopportato tutta la sua forza, vi ha mescolato l’olio, la sua mitezza e il « suo amore per gli uomini » (Tt 3,4)… Poi ha condotto l’uomo a una locanda. Dà questo nome di locanda alla Chiesa, divenuta il luogo di abitazione e il rifugio di tutti i popoli… E, giunti alla locanda, il buon Samaritano ha mostrato alla persona che aveva salvato, una sollecitudine più grande ancora: Cristo in persona era nella Chiesa, concedendo ogni grazia… E al padrone della locanda, simbolo degli apostoli e dei pastori e dottori che li hanno succeduti dona, al momento di partire, cioè di salire in cielo, due denari perché abbia cura del malato. Con questi due denari, intendiamo i due Testamenti, l’Antico e il Nuovo, quello della Legge e dei Profeti, e quello che ci è stato dato dai vangeli e dagli scritti degli apostoli. Tutti e due sono dello stesso Dio e portano la sola immagine dell’unico Dio del Cielo – così come le monete d’argento portano l’immagine del re – e imprimono nei nostri cuori la stessa immagine regale mediante le sante parole, poiché un solo e medesimo Spirito le ha pronunciate… Sono le due monete di un solo re, date nello stesso tempo e allo stesso modo da Cristo al padrone della locanda.

Nell’ultimo giorno, i pastori delle sante chiese diranno al Maestro al suo ritorno: « Signore, mi hai consegnato due monete, vedi che spendendole, ne ho guadagnate altre due », con le quali ho fatto crescere il gregge. E il Signore risponderà: « Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone » (Mt 25,21).

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