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Archive pour le 5 octobre, 2007
Sulle tracce dell’uomo preistorico
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Sulle tracce dell’uomo preistorico
SBF Taccuino
La prof. Mina Evron, del dipartimento di archeologia dell’università di Haifa, codirettrice degli scavi alla grotta di Misliya (sud-ovest del Monte Carmelo), dice che nel sito è stato trovato di tutto: una grande quantità di utensili, punte di asce in pietra, lame e ossi di animali. Manca solo uno scheletro umano.
I manufatti rinvenuti nell’area danno un quadro del modo di vita di circa 250.000 anni fa, ai tempi della cultura musteriana (Paleolitico medio) in Europa.
Finora gli utensili più antichi conosciuti adoperati dall’uomo moderno erano stati rinvenuti in Etiopia e risalivano a 170.000 anni fa.
Intorno a due milioni di anni fa con la migrazione dell’homo erectus in Europa, l’uomo di Neanderthal, si sviluppò una nuova specie.
Il prof. Israel Hershkovitz, del reparto di anatomia e antropologia dell’università di Tel Aviv e codirettore degil scavi, descrive l’uomo di Neanderthal come più tarchiato dell’uomo moderno, con un cranio più grande e arti più robusti. Dall’homo erectus si sviluppò anche l’homo sapiens, caratterizzato da dimensioni fisiche più piccole rispetto all’’uomo di Neanderthal, compreso il cranio.
Nel 2001 due gruppi di studenti, uno di dottorandi in antropologia dell’università di Tel Aviv, l’altro di colleghi in archeologia dell’università di Haifa, iniziarono a scavare le grotte del Carmelo. Lo scavo permise di riesumare dagli strati datati a 250.000 anni fa utensili da taglio e per la caccia, come le lame taglienti di selce.
Per l’archeologo Yossi Zaidner la forma delle lame sarebbe il prodotto di un progetto intenzionale che comprendeva anche il disegno.
I tremila pezzi trovati per ogni metro quadro rappresentano una percentuale molto elevata. L’abbondanza di manufatti ha reso possibile scoprire tutte le innovazioni tecnologiche di quel periodo. Ciò vuol dire che l’insediamento era vasto ed era un centro di riferimento per gli abitanti dell’intera zona.
Una serie di segni provano che la caccia era praticata in maniera sistematica e con l’ausilio di tecniche adoperate fino a diecimila anni fa. Sugli ossi compaiono segni di taglio di coltelli, tracce di bruciatura ma non di morsi di denti, per cui gli archeologi hanno pensato che il sito fosse abitato da uomini. Tutti gli elementi orientano verso modelli di caccia simili a quelli della società della tarda preistoria e di oggi.
Secondo il prof. Hershkovitz è possibile che l’homo sapiens si sia sviluppato fuori dall’Africa proprio nell’area geografica oggi rappresentata da Israele. Se un homo sapiens dell’era moderna dovesse essere trovato negli strati di 250.000 anni fa, apparterrà a una delle prime popolazioni di homo sapiens del mondo, forse alla prima in assoluto. A questo punto andrebbero ridiscusse tutte le teorie sullo sviluppo dell’uomo moderno.
Fonte: Fadi Eyadat, Haaretz (5 settembre 2007)
Predicatore del Papa: si raggiunge Dio solo con il “salto” della fede
dal sito:
http://www.zenit.org/article-12105?l=italian
Predicatore del Papa: si raggiunge Dio solo con il “salto” della fede
ROMA, venerdì, 5 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima, XXVII del tempo ordinario.
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XXVII Domenica del tempo ordinario [C]
Abacuc 1, 2-3; 2,2-4; 2 Timoteo 1, 6-8.13-14; Luca 17, 5-10
AUMENTA LA NOSTRA FEDE
Il Vangelo di oggi si apre con gli apostoli che chiedono a Gesù: « Aumenta la nostra fede! ». Anziché soddisfare il loro desiderio, Gesù sembra volerlo acuire. Dice: « Se aveste fede quanto un granellino di senapa… ». La fede è senza dubbio il tema dominante di questa domenica. Nella prima lettura si ascolta la celebre affermazione di Abacuc, ripresa da san Paolo nella Lettera ai Romani: « Il giusto vivrà per la sua fede ». Anche l’acclamazione al Vangelo è sintonizzata su questo tema: « Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede » (1 Gv 5,4).
La fede ha diverse sfumature di significato. Questa volta vorrei riflettere sulla fede nella sua accezione più comune e più elementare: se credere o meno in Dio. Non la fede, in base alla quale si decide se uno è cattolico o protestante, cristiano o musulmano, ma la fede, in base alla quale si decide se uno è credente, o non-credente, credente o ateo. Un testo della Scrittura dice: « Chi si accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano » (Eb 11, 6). Questo è il primo gradino della fede, senza il quale non se ne danno altri.
Per parlare della fede a un livello così universale non possiamo basarci soltanto sulla Bibbia, perché questa avrebbe valore solo per noi cristiani e, in parte, per gli ebrei, non per gli altri. Per nostra fortuna, Dio ha scritto due « libri »: uno è la Bibbia, l’altro è il creato. Uno è composto di lettere e parole, l’altro di cose. Non tutti conoscono, o possono leggere, il libro della Scrittura; ma tutti, da qualsiasi latitudine e cultura, possono leggere il libro che è il creato. Di notte ancor meglio, forse, che di giorno. « I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento…Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola » (Sal 19, 5). Paolo afferma: « Dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute » (Rom 1, 20).
O urgente dissipare l’equivoco assai diffuso secondo cui la scienza ha ormai liquidato il problema e spiegato esaurientemente il mondo, senza bisogno di ricorrere all’idea di un essere al di fuori di esso, chiamato Dio. In un certo senso, la scienza ci porta oggi più vicino alla fede in un creatore, che non nel passato. Prendiamo la famosa teoria che spiega l’origine dell’universo con il Big Bang, o la grande esplosione iniziale. In un miliardesimo di miliardesimo di secondo, si passa da una situazione in cui non c’è ancora nulla, né spazio né tempo, a una situazione in cui è cominciato il tempo, esiste lo spazio, e, in una particella infinitesimale di materia, c’è già, in potenza, tutto il successivo universo di miliardi di galassie, come lo conosciamo noi oggi.
Qualcuno dice: « Non ha senso porsi la domanda cosa c’era prima di quell’istante, perché non esiste un ‘prima’, quando ancora non esiste il tempo ». Ma io dico: come si fa a non porsi quella domanda! « Risalire indietro nella storia del cosmo, si afferma ancora, è come sfogliare le pagine di un libro immenso, partendo dalla fine. Giunti all’inizio, ci si accorge che è come se mancasse la prima pagina ». Io credo che è proprio su questa prima pagina mancante che la rivelazione biblica ha qualcosa da dire. Non si può chiedere alla scienza che si pronunci su questo « prima » che è fuori dal tempo, ma essa non dovrebbe neppure chiudere il cerchio, dando a credere che tutto è risolto.
Non si pretende di « dimostrare » l’esistenza di Dio, nel senso che diamo comunemente a questa parola. Quaggiù vediamo come in uno specchio e in un enigma, dice san Paolo. Quando un raggio di sole entra in una stanza, ciò che si vede non è la luce stessa, ma è la danza della polvere che riceve e rivela la luce. Così è di Dio: non lo vediamo direttamente, ma come di riflesso, nella danza delle cose. Questo spiega perché Dio non si raggiunge, se non con facendo il « salto » della fede.
Benedetto XVI presenta la figura di S. Cirillo di Alessandria
dal sito:
http://www.zenit.org/article-12081?l=italian
Benedetto XVI presenta la figura di S. Cirillo di Alessandria
Intervento all’Udienza generale del mercoledì
CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 3 ottobre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale svoltasi in piazza San Pietro, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, il Papa si è soffermato sulla figura di S. Cirillo di Alessandria.
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Cari fratelli e sorelle!
Anche oggi, continuando il nostro itinerario che sta seguendo le tracce dei Padri della Chiesa, incontriamo una grande figura: san Cirillo di Alessandria. Legato alla controversia cristologica che portò al Concilio di Efeso del 431 e ultimo rappresentante di rilievo della tradizione alessandrina, nell’Oriente greco Cirillo fu più tardi definito « custode dell’esattezza » – da intendersi come custode della vera fede – e addirittura « sigillo dei Padri ». Queste antiche espressioni esprimono bene un dato di fatto che è caratteristico di Cirillo, e cioè il costante riferimento del Vescovo di Alessandria agli autori ecclesiastici precedenti (tra questi, soprattutto Atanasio) con lo scopo di mostrare la continuità della propria teologia con la tradizione. Egli si inserisce volutamente, esplicitamente nella tradizione della Chiesa, nella quale riconosce la garanzia della continuità con gli Apostoli e con Cristo stesso. Venerato come santo sia in Oriente che in Occidente, nel 1882 san Cirillo fu proclamato dottore della Chiesa dal Papa Leone XIII, il quale contemporaneamente attribuì lo stesso titolo anche ad un altro importante esponente della patristica greca, san Cirillo di Gerusalemme. Si rivelavano così l’attenzione e l’amore per le tradizioni cristiane orientali di quel Papa, che in seguito volle proclamare dottore della Chiesa anche san Giovanni Damasceno, mostrando così che tanto la tradizione orientale quanto quella occidentale esprimono la dottrina dell’unica Chiesa di Cristo.
Le notizie sulla vita di Cirillo prima della sua elezione all’importante sede di Alessandria sono pochissime. Nipote di Teofilo, che dal 385 come Vescovo resse con mano ferma e prestigio la diocesi alessandrina, Cirillo nacque probabilmente nella stessa metropoli egiziana tra il 370 e il 380, venne presto avviato alla vita ecclesiastica e ricevette una buona educazione, sia culturale che teologica. Nel 403 era a Costantinopoli al seguito del potente zio e qui partecipò al Sinodo detto della Quercia, che depose il Vescovo della città, Giovanni (detto più tardi Crisostomo), segnando così il trionfo della sede alessandrina su quella, tradizionalmente rivale, di Costantinopoli, dove risiedeva l’imperatore. Alla morte dello zio Teofilo, l’ancora giovane Cirillo nel 412 fu eletto Vescovo dell’influente Chiesa di Alessandria, che governò con grande energia per trentadue anni, mirando sempre ad affermarne il primato in tutto l’Oriente, forte anche dei tradizionali legami con Roma.
Due o tre anni dopo, nel 417 o nel 418, il Vescovo di Alessandria si dimostrò realista nel ricomporre la rottura della comunione con Costantinopoli, che era in atto ormai dal 406 in conseguenza della deposizione del Crisostomo. Ma il vecchio contrasto con la sede costantinopolitana si riaccese una decina di anni più tardi, quando nel 428 vi fu eletto Nestorio, un autorevole e severo monaco di formazione antiochena. Il nuovo Vescovo di Costantinopoli, infatti, suscitò presto opposizioni perché nella sua predicazione preferiva per Maria il titolo di « Madre di Cristo » (Christotòkos), in luogo di quello – già molto caro alla devozione popolare – di « Madre di Dio » (Theotòkos). Motivo di questa scelta del Vescovo Nestorio era la sua adesione alla cristologia di tipo antiocheno che, per salvaguardare l’importanza dell’umanità di Cristo, finiva per affermarne la divisione dalla divinità. E così non era più vera l’unione tra Dio e l’uomo in Cristo e, naturalmente, non si poteva più parlare di « Madre di Dio ».
La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio. Nella seconda (PG 77,44-49) che Cirillo gli indirizzò, nel febbraio del 430, leggiamo una chiara affermazione del dovere dei Pastori di preservare la fede del Popolo di Dio. Questo era il suo criterio, valido peraltro anche oggi: la fede del Popolo di Dio è espressione della tradizione, è garanzia della sana dottrina. Così scrive a Nistorio: « Bisogna esporre al popolo l’insegnamento e l’interpretazione della fede nel modo più irreprensibile e ricordare che chi scandalizza anche uno solo dei piccoli che credono in Cristo subirà un castigo intollerabile ».
Nella stessa lettera a Nestorio – lettera che più tardi, nel 451, sarebbe stata approvata dal Concilio di Calcedonia, il quarto ecumenico – Cirillo descrive con chiarezza la sua fede cristologica: « Affermiamo così che sono diverse le nature che si sono unite in vera unità, ma da ambedue è risultato un solo Cristo e Figlio, non perché a causa dell’unità sia stata eliminata la differenza delle nature, ma piuttosto perché divinità e umanità, riunite in unione indicibile e inenarrabile, hanno prodotto per noi il solo Signore e Cristo e Figlio ». E questo è importante: realmente la vera umanità e la vera divinità si uniscono in una sola Persona, il Nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, continua il Vescovo di Alessandria, « professeremo un solo Cristo e Signore, non nel senso che adoriamo l’uomo insieme col Logos, per non insinuare l’idea della separazione col dire ‘insieme’, ma nel senso che adoriamo uno solo e lo stesso, perché non è estraneo al Logos il suo corpo, col quale siede anche accanto a suo Padre, non quasi che gli seggano accanto due figli, bensì uno solo unito con la propria carne ».
E presto il Vescovo di Alessandria, grazie ad accorte alleanze, ottenne che Nestorio fosse ripetutamente condannato: da parte della sede romana, quindi con una serie di dodici anatematismi da lui stesso composti e, infine, dal Concilio tenutosi a Efeso nel 431, il terzo ecumenico. L’assemblea, svoltasi con alterne e tumultuose vicende, si concluse con il primo grande trionfo della devozione a Maria e con l’esilio del Vescovo costantinopolitano che non voleva riconoscere alla Vergine il titolo di « Madre di Dio », a causa di una cristologia sbagliata, che apportava divisione in Cristo stesso. Dopo avere così prevalso sul rivale e sulla sua dottrina, Cirillo seppe però giungere, già nel 433, a una formula teologica di compromesso e di riconciliazione con gli antiocheni. E anche questo è significativo: da una parte c’è la chiarezza della dottrina di fede, ma dall’altra anche la ricerca intensa dell’unità e della riconciliazione. Negli anni seguenti si dedicò in ogni modo a difendere e a chiarire la sua posizione teologica fino alla morte, sopraggiunta il 27 giugno del 444.
Gli scritti di Cirillo – davvero molto numerosi e diffusi con larghezza anche in diverse traduzioni latine e orientali già durante la sua vita, a testimonianza del loro immediato successo – sono di primaria importanza per la storia del cristianesimo. Importanti sono i suoi commenti a molti libri veterotestamentari e del Nuovo Testamento, tra cui l’intero Pentateuco, Isaia, i Salmi e i Vangeli di Giovanni e Luca. Rilevanti sono pure le molte opere dottrinali, in cui ricorrente è la difesa della fede trinitaria contro le tesi ariane e contro quelle di Nestorio. Base dell’insegnamento di Cirillo è la tradizione ecclesiastica, e in particolare, come ho accennato, gli scritti di Atanasio, il suo grande predecessore sulla sede alessandrina. Tra gli altri scritti di Cirillo vanno infine ricordati i libri Contro Giuliano, ultima grande risposta alle polemiche anticristiane, dettata dal Vescovo di Alessandria probabilmente negli ultimi anni della sua vita per replicare all’opera Contro i Galilei composta molti anni prima, nel 363, dall’imperatore che fu detto l’Apostata per avere abbandonato il cristianesimo nel quale era stato educato.
La fede cristiana è innanzitutto incontro con Gesù, « una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte » (Enc. Deus caritas est, 1). Di Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo testimone, sottolineandone soprattutto l’unità, come ripete nel 433 nella prima lettera (PG 77,228-237) al Vescovo Succenso: « Uno solo è il Figlio, uno solo il Signore Gesù Cristo, sia prima dell’incarnazione sia dopo l’incarnazione. Infatti non era un Figlio il Logos nato da Dio Padre, e un altro quello nato dalla santa Vergine; ma crediamo che proprio Colui che è prima dei tempi è nato anche secondo la carne da una donna ». Questa affermazione, al di là del suo significato dottrinale, mostra che la fede in Gesù Logos nato dal Padre è anche ben radicata nella storia perché, come afferma san Cirillo, questo stesso Gesù è venuto nel tempo con la nascita da Maria, la Theotòkos, e sarà, secondo la sua promessa, sempre con noi. E questo è importante: Dio è eterno, è nato da una donna e rimane con noi ogni giorno. In questa fiducia viviamo, in questa fiducia troviamo la strada della nostra vita.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]
Rivolgo ora un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alle Suore capitolari dell’Istituto Santa Caterina vergine e martire, augurando loro di continuare con fervore la loro testimonianza evangelica nella Chiesa e nel mondo. Sono lieto di accogliere i Seminaristi del Pontificio Collegio Maria Mater Ecclesiae, di Roma. Cari amici, vi auguro di rispondere con generosa fedeltà alla chiamata del Signore per prepararvi ad essere guide sicure del Popolo di Dio e generosi testimoni del Vangelo.
Il mio pensiero si rivolge infine ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Il luminoso esempio di san Francesco d’Assisi, di cui celebreremo domani la memoria, solleciti voi, cari giovani, a vivere sempre in piena fedeltà al Vangelo. Aiuti voi, cari ammalati, ad affrontare la sofferenza con coraggio, cercando in Cristo crocifisso serenità e conforto. Conduca voi, cari sposi novelli, a un amore sempre più profondo verso Dio e tra di voi, perché possiate sperimentare la gioia che scaturisce dal vostro reciproco dono aperto alla vita.
buona notte
Camelia japonica ‘Chardonneret’
http://www.bamboudubois.be/albumcamelia.htm
« Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me »
Concilio Vaticano II
Constituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo « Gaudium et Spes », §40, 46
« Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me »
La Chiesa, procedendo dall’amore dell’eterno Padre, fondata nel tempo dal Cristo redentore, radunata nello Spirito Santo, ha una finalità salvifica ed escatologica che non può essere raggiunta pienamente se non nel mondo futuro. Ma essa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini, i quali appunto sono membri della città terrena chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore… Perciò la Chiesa, che è insieme « società visibile e comunità spirituale » (Lumen Gentium, 8) cammina insieme con l’umanità tutta e sperimenta assieme al mondo la medesima sorte terrena; essa è come il fermento e quasi l’anima della società umana, destinata a rinnovarsi in Cristo e a trasformarsi in famiglia di Dio.
Tale compenetrazione di città terrena e città celeste non può certo essere percepita se non con la fede; resta, anzi, il mistero della storia umana, che è turbata dal peccato fino alla piena manifestazione dello splendore dei figli di Dio. Ma la Chiesa, perseguendo il suo proprio fine di salvezza, non solo comunica all’uomo la vita divina; essa diffonde anche in qualche modo sopra tutto il mondo la luce che questa vita divina irradia, e lo fa specialmente per il fatto che risana ed eleva la dignità della persona umana, consolida la compagine della umana società e conferisce al lavoro quotidiano degli uomini un più profondo senso e significato. Così la Chiesa, con i singoli suoi membri e con tutta intera la sua comunità, crede di poter contribuire molto a umanizzare di più la famiglia degli uomini e la sua storia…
La Chiesa, nel dare aiuto al mondo come nel ricevere molto da esso, ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell’intera umanità. Tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all’umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal fatto che la Chiesa è «l’universale sacramento della salvezza» che svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo