Archive pour septembre, 2007

buona notte

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passiflora

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Publié dans:immagini sacre |on 22 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

« Il seme è la parola di Dio »

San Bonaventura (1221-1274), francescano, dottore della Chiesa
Breviloquio Prologo, 2-5

« Il seme è la parola di Dio »

L’origine della Sacra Scrittura non è frutto della ricerca umana, ma di rivelazione divina, che promana dal « Padre della luce », « dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome » (Gc 1,17; Ef 3,15). Dal Padre, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, discende in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito Santo poi, che divide e distribuisce i suoi doni ai singoli secondo il suo beneplacito (Eb 2,4), ci viene data la fede, e « per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori » (Ef 3,17). Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una fonte, la sicurezza e l’intelligenza della verità, contenuta in tutta la Sacra Scrittura. Perciò è impossibile che uno vi si possa addentrare e conoscerla, se prima non abbia la fede che è lucerna, porta e fondamento di tutta la Sacra Scrittura…

Lo scopo, o meglio, il frutto della Sacra Scrittura non è uno qualsiasi, ma addirittura la pienezza della felicità eterna. Infatti la Sacra Scrittura è appunto il libro nel quale sono scritte « parole di vita eterna » (Gv 6,68), perché non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno colmati tutti i nostri desideri. Solo allora conosceremo « l’amore che sorpassa ogni conoscenza » e così saremo « ricolmi di tuttta la pienezza di Dio » (Ef 3,19). Ora la divina Scrittura cerca di introdurci in questa pienezza, proprio secondo quanto ci ha detto l’apostolo Paolo. Con questo scopo, con questa intenzione, deve essere studiata la Sacra Scrittura. Così va ascoltata e insegnata.

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San Matteo Apostolo

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Publié dans:immagini sacre |on 21 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Festa di San Matteo Apostolo: Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote

dal sito: 

 

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0921letPage.htm

 

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Om. 21; CCL 122, 149-151)

Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse


Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi» (Mt 9,9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: «Seguimi». Gli disse «Seguimi», cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti «chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1Gv 2,6).
«Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì» (Mt 9,9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.
«Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli» (Mt 9,10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice: «Ecco, sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando, udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.
 

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 21 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

TRA FEDE E SCIENZA

 dal sito on line del giornale « Avvenire »:

TRA FEDE E SCIENZA


Owen Gingerich, astronomo dell’Università di Harvard, spiega perché la visione di un mondo frutto del caso ha in sé qualcosa di assurdo. Sulla scia di Keplero, Galileo, Newton e altri teorici del cosmo 

Impronte digitali di Dio nel cosmo 

«Sarebbe bastata una minima discrepanza in uno solo di questi parametri e avremmo avuto un universo totalmente inadatto alla vita e all’uomo» 

Di Luigi Dell’Aglio  

Quando sente parlare i suoi colleghi atei, prova delusione Owen Gingerich, famoso astronomo di Harvard. Fra loro, in particolare, gli risulta disarmante e deprimente Steven Weinberg, con lo slogan: «Più l’universo diventa comprensibile, più appare inutile». Gingerich obietta che questa mancanza di fede è del tutto immotivata. E cita la grande scienza da Giovanni Keplero (1571-1630) a oggi. Keplero, concludendo le sue Harmonices Mundi, scriveva: «Non c’è in me ambizione più grande né desiderio più ardente dello scoprire se posso trovare Dio anche dentro di me; questo Dio che, quando osservo l’universo, riesco quasi a toccare con mano». Profondo come «teologo per passione» non meno che come scienziato, Gingerich, che a Harvard ha insegnato a lungo astronomia e storia della scienza, scende di nuovo in campo con il saggio Cercando Dio nell’Universo (editore Lindau, 14 euro), in questi giorni in libreria. (Molto significativo è il titolo originale del libro: God’s Universe, l’Universo di Dio). E fa capire, da scienziato, le ragioni per cui ritiene che il cosmo sia frutto non di un caso (incomprensibilmente fortunato), ma di un disegno soprannaturale. Quanto ai colleghi atei, sottolinea, sono ovviamente liberi di pensarla come vogliono ma non dovrebbero servirsi della loro posizione «e presentarsi come portavoce della scienza, per propugnare la causa dell’ateismo». «Contro questo atteggiamento» aggiunge «è necessario e legittimo opporre resistenza».
Come si spiegano l’Universo e la vita? Prima di tutto c’è il fine tuning, il bilanciamento dei parametri della fisica. L’astronomo inglese Sir Martin Rees ha accertato che sei sono i numeri-chiave. «Sarebbe bastata una minima discrepanza in uno solo di questi parametri e avremmo avuto un universo totalmente inadatto alla vita» osserva Gingerich. Se l’energia del Big Bang fosse stata minore, il cosmo avrebbe presto avuto termine collassando su se stesso. Se fosse stata magg iore, la forza di gravità si sarebbe ridotta rapidamente. In entrambi i casi, l’universo non avrebbe prodotto gli elementi necessari alla vita. «Se un dipnoo preistorico, strisciando sulla riva, fosse andato a sinistra invece che a destra, l’evoluzione dei vertebrati avrebbe preso un’altra direzione». Quando dalla fisica si passa alla biologia, le «coincidenze» sono ancora più impressionanti, rileva. Il Dna può formarsi per caso? E una proteina, fatta di 2000 atomi? Gingerich dà la parola a Freeman Dyson: «Questo è un universo che doveva già sapere che saremmo arrivati». (Non manca un’apertura a ET. «Nel 1277, il vescovo di Parigi dichiarò « eretico » il limitare alla sola Terra la potenza creatrice di Dio»).
Il libro racconta come i grandi astronomi abbiano posto in cima ai loro pensieri due obiettivi – la conoscenza e Dio – spesso riunendoli in uno. Tipico il caso di Niccolò Copernico (1473-1543), il padre della teoria eliocentrica. Per inciso, Owen Gingerich spiega che il sistema copernicano, poi abbracciato da Galileo Galilei (1564-1642), sarebbe stato provato soltanto dalla legge di gravitazione universale di Isaac Newton (1642-1727) e dal pendolo che nel 1851 Leon Foucault fece oscillare nel Panthéon di Parigi. All’epoca del duro scontro tra geocentristi ed eliocentristi, i primi chiedevano ai secondi la «prova apodittica» del moto terrestre. E astronomi come il danese Tycho Brahe (1546-1601) si domandavano: «Ammettiamo che la Terra ruoti a questa vertiginosa velocità. Ma allora, come mai, quando lanciamo in alto un sasso, questo ricade nello stesso punto, e non più in là? E come fa la Terra – nel suo moto attorno al Sole – a trascinarsi appresso Luna?» Newton avrebbe chiarito tutto con la forza di gravità, ma quasi due secoli dopo. La prova convincente non l’aveva scovata neanche Copernico, che nel 1536 aveva ultimato la sua opera fondamentale, De revolutionibus orbium coelestium libri VI. La Terra che si muove attorno al Sole era ipotesi destinat a a urtare contro la tradizione scientifica di matrice aristotelica e contro l’interpretazione letterale delle Scritture (anche se già Sant’Agostino aveva consigliato di tener conto del valore simbolico del testo biblico). Ma Copernico non aveva alcuna intenzione di contestare la metafisica e scontrarsi con le autorità religiose. Il grande scienziato polacco, fa notare Gingerich, era semplicemente convinto che il sistema eliocentrico, comportando una più armoniosa struttura del cosmo, una coerenza e un’eleganza maggiore, fosse più adatto a rispecchiare la grandezza di Dio. «Troviamo in questo ordinamento un’ammirevole simmetria del mondo, quale altrimenti non è possibile incontrare» scrisse.
Fra gli astronomi animati dalla fede, Gingerich mette se stesso. «Sono persuaso della presenza di un Creatore, dotato di un’intelligenza superiore. E non mi sento in contraddizione con la mia qualità di scienziato». Per l’astronomia ha un amore esuberante; da bambino aveva costruito, con il padre, un telescopio rudimentale. Gingerich crede nella «creatio continua». E trova conferma nei fossili di creature estinte milioni di anni fa. «Non suggeriscono l’idea di un universo progettato per essere ‘istantaneamente perfetto». «Inoltre, se l’universo fosse predeterminato anche nei minimi particolari, l’uomo perderebbe la libertà e la possibilità di scelta. Dio può realizzarsi in molti modi, non solo per mezzo di un progetto di cui fin dall’inizio è previsto ogni dettaglio». 

 

Publié dans:Approfondimenti, Avvenire |on 21 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Il tempio e la statua che provocarono la composizione dell’Apocalisse

dal sito:  

http://www.gliscritti.it/index.html 

Il tempio e la statua che provocarono la composizione dell’Apocalisse
del prof.Giancarlo Biguzzi 

Presentiamo on-line un testo del prof.Giancarlo Biguzzi, docente di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Urbaniana, già apparso sulla rivista Eteria, appartenente ad una serie di articoli che avevano lo scopo di introdurre, come in agili reportage giornalistici, ad una prima conoscenza dei luoghi e delle figure del Nuovo Testamento. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di rendere più facile la lettura on-line. Il Centro culturale Gli scritti (29/6/2007) 



Ogni turista sa che, viaggiando, si può andare in cerca di bellezze della natura o dell’arte, oppure di qualcosa che bello non è, ma è ‘storico’. La tomba di Dante a Ravenna per esempio, o il Santo Sepolcro a Gerusalemme si visitano non per la gioia dell’occhio, bensì dello spirito.Qualcosa del genere si può dire dei ruderi di un tempio e dei resti di una statua che si trovano a Efeso e che sono importanti per avere provocato Giovanni di Patmos a scrivere la sua apocalisse.

Apoc 13 narra la visione della bestia che emerge dal mare (vv. 1-10) e poi quella della bestia che invece emerge dalla terra (vv. 11-18), la quale organizza un vero e proprio culto della prima bestia. Leggiamo: “… Operava grandi prodigi, fino a far scendere fuoco sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi che le era permesso di compiere in presenza della (prima) bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo di erigere una statua alla bestia ecc. Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia” (Apoc 13,13-15).

Dal momento che Giovanni dice di avere visto le sue visioni a Patmos (Apoc 1,9), dove era al soggiorno obbligato, il mare da cui sorge la prima bestia è evidentemente il Mediterraneo, quello che i Romani chiamavano “mare nostrum”, mentre la terra altro non può essere che l’Asia Minore, l’attuale Turchia, là dove si trovavano le sette città alle quali l’Apocalisse è diretta. Per questo e per altri motivi la grande maggioranza dei commentatori ritiene che la prima bestia sia l’imperatore romano, adorato come dio soprattutto in Asia Minore, e che la seconda bestia sia l’organismo politico-religioso incaricato di promuovere le varie manifestazioni di quel culto.

La documentazione storica circa un tale ‘ministero del culto imperiale’ è abbondante: si denominava “il comune di Asia”, teneva sedute annuali, era composto dai rappresentanti delle varie città della provincia, ed era competente circa feste, giochi, processioni, e costruzione di nuovi edifici per il culto del sovrano.

Siamo così arrivati al punto. Infatti, il terzo tempio imperiale della provincia romana di Asia fu edificato a Efeso, dopo che il primo era stato edificato a Pergamo nel 29 a.C. e il secondo a Smirne, 50 anni dopo. Ebbene, di quel tempio efesino sono stati portati alla luce dagli archeologi la grande piattaforma su cui sorgeva, l’altare che era collocato di fronte alla scalinata di accesso, e infine la statua, o una delle statue cultuali.

La visita dei turisti all’antica Efeso di solito comincia da quello che era il cuore politico della città (agorà superiore, buleutèrion, pritanèo): subito dopo ci si incammina per la via dagli archeologi denominata “dei Cureti”, e ben presto, scendendo, sulla sinistra ci si troverà la cosiddetta piazza di Domiziano e, là in fondo oltre la piazza, possenti arconi a volta. Sono le sostruzioni che sostenevano la piattaforma artificiale di m. 50×100 su cui si elevava il tempio, un pseudo-diptero di stile corinzio, con 8 colonne sulla facciata e 13 sui lati.

I sotterranei ad arconi e volte, adibiti a botteghe, erano nascosti da una elegantissima facciata a tre ordini sovrapposti di colonne e statue, della quale danno una pallida idea alcune colonne che, per venire incontro alla fantasia di noi visitatori, gli archeologi hanno rialzato. Tutto il complesso aveva alle spalle la linea dolce del monte Coresso, oggi monte Bülbül.

Tredici iscrizioni dedicatorie che sono giunte fino a noi consentono di collocare l’anno di inaugurazione del tempio intorno all’anno 90 d.C., e cioè sotto l’imperatore Domiziano, il quale dedicò il tempio al padre Vespasiano e al fratello Tito oltre che a se stesso. In altre parole il tempio era consacrato al culto degli imperatori della famiglia flavia, la stessa che a Roma pochi anni prima aveva eretto il Colosseo, o anfiteatro flavio.

Finita la visita alle imponenti rovine della Efeso antica, di solito si fa visita al museo di Selçuk, – come si chiama il villaggio turco che sorge a qualche distanza dalla zona archeologica. In quel museo c’è una statua i cui resti sono venuti alla luce a due riprese, nel 1930 e nel 1969-70. Era una statua colossale, che misurava 7 metri di altezza e rappresentava probabilmente non lo stesso Domiziano, come spesso si trova scritto, ma suo fratello, l’imperatore Tito. La statua era parte in marmo (la testa, le braccia, le gambe: praticamente le parti conservate ed esposte al museo) e parte in legno. Il fatto che il torso dell’imperatore fosse in legno dice che la statua non era fatta per stare esposta alle intemperie, e che, quindi, ospitata all’interno del tempio, era la statua o una delle statue fatte oggetto di culto da parte degli efesini e degli abitanti della regione.

Se il tempio efesino, il suo altare e la sua statua furono inaugurati nel 90 d.C., e se l’Apocalisse fu scritta, come sembra, nel 96 d.C., allora è legittimo, oltre che suggestivo, fare visita a Efeso e sentirsi davanti a quel tempio e a quella statua contro cui tutta l’Apocalisse sembra concepita e scritta.

Forse Giovanni di Patmos ha visto i lavori di costruzione del tempio, o forse ha soltanto assistito o sentito parlare, esterrefatto!, di qualche festa o rito cittadino in onore del ‘divino’ Domiziano. Senza per nulla farsi intimorire dall’uomo più potente della terra che tutti riverivano, lo ha definito “la Bestia”, e contro di lui ha scritto uno dei libri più aggressivi e nello stesso tempo più fantasmagorici di tutta la letteratura mondiale.

Con esso Giovanni ha detto alle sette chiese, cui ha diretto il suo libro, quello che Gesù aveva già detto a farisei ed Erodiani sulla spianata del tempio di Gerusalemme: che al Cesare bisogna dare quello che è del Cesare, e solo a Dio quello che è di Dio. 

Publié dans:Approfondimenti |on 21 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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peoania arbustiva 

 

http://www.unperformedgarden.com/le_peonie.htm

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San Matteo : convertito, apostolo e evangelista

Papa Benedetto XVI
Udienza generale del 30/08/06 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

San Matteo : convertito, apostolo e evangelista

« Egli si alzò e lo seguì ». La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: « Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi » (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.

Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: « Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva » (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: « Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza » (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 21 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

S. Andre Kim m.

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Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

La Chiesa celebra la memoria dei martiri coreani

 dal sito: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=156157

 

La Chiesa celebra la memoria dei martiri coreani 

 

tutto 103 cristiani, quasi tutti laici, uccisi in odio alla fede tra il 1839 e il 1867. Giovanni Paolo II li proclamò Santi il 6 maggio del 1984 durante una Messa solenne a Seoul. Il servizio di Sergio Centofanti.

Il cristianesimo arriva in terra coreana dalla Cina nel 1600, attraverso il libro del missionario gesuita Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”. “Una comunità unica nella storia della Chiesa – ha affermato Giovanni Paolo II – perché … fondata unicamente da laici”. Pur senza sacerdoti, la comunità coreana guidata dai laici era piena di fervore e di coraggio.

 
I sovrani coreani del 1800 consideravano il cristianesimo “una follia” e ordinarono lo sterminio di tutti i seguaci di quella “religione straniera” che predicava l’amore dei nemici nel nome di un Dio crocifisso. Si calcola che in meno di un secolo di feroci persecuzioni furono alcune decine di migliaia i martiri cristiani: uomini, donne, vecchi, bambini, ricchi, poveri, nobili e gente del popolo, che nonostante atroci torture non vollero rinnegare la fede.

 
Nell’omelia per la canonizzazione dei 103 martiri coreani Giovanni Paolo II ricordò che a una ragazza diciassettenne, Agatha Yi, e al fratello minore, venne riferita la falsa notizia secondo cui i genitori avrebbero rinnegato la fede. “Il fatto che i miei genitori abbiano tradito o meno è cosa loro – rispose la giovane – Per quanto ci riguarda, noi non possiamo tradire il Signore del cielo che abbiamo sempre servito”. A queste parole, altri sei cristiani adulti si consegnarono volontariamente nelle mani dei magistrati per affrontare il martirio.

 
Andrea Kim è stato il primo sacerdote martire della Corea: arrestato, viene portato davanti al re, rifiutando ogni lusinga di fronte alle richieste di abiura. Torturato, viene decapitato il 16 settembre 1846 a Seoul. Aveva 25 anni. Poco prima di morire aveva inviato ai compagni di fede una lettera dal carcere in cui diceva che i cristiani portano un “nome glorioso”. “Ma a che cosa gioverebbe – si chiedeva – avere un così grande nome senza la coerenza della vita?”. Andrea Kim era convinto che “la Chiesa cresce in mezzo alle tribolazione”. Ma “sebbene le potenze del mondo la opprimano e la combattano, tuttavia non potranno mai prevalere”. Il martire coreano incoraggiava con queste ultime parole i suoi fratelli: “Abbracciate la volontà di Dio e con tutto il cuore sostenete il combattimento per Gesù, re del cielo … vi prego di camminare nella fedeltà; e alla fine entrati nel cielo, ci rallegreremo insieme”. 

 

Publié dans:Santi |on 20 septembre, 2007 |Pas de commentaires »
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