Archive pour septembre, 2007

commento al Salmo 125 (liturgia di oggi)

nella celebrazione della messa di oggi c’è la proclamazione del salmo 125, ho preso il commento di Papa Benedetto per una lettura più approfondita, dal sito Vaticano:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050817_it.html

BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE 

Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Mercoledì, 17 agosto 2005

Salmo 125


Dio nostra gioia e nostra speranza
Vespri – Mercoledì 3a settimana 
1. Ascoltando le parole del Salmo 125 si ha limpressione di vedere scorrere davanti agli occhi levento cantato nella seconda parte del Libro di Isaia: il «nuovo esodo». È il ritorno di Israele dallesilio babilonese alla terra dei padri in seguito alleditto del re persiano Ciro nel 538 a.C. Allora si ripeté lesperienza gioiosa del primo esodo, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana. 

Questo Salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo alla prova. Il Salmo comprende effettivamente una preghiera per il ritorno dei prigionieri del momento (cfr v. 4). Esso diventava, così, una preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli oppressi. 2. Il Salmo introduce in unatmosfera di esultanza: si sorride, si fa festa per la libertà ottenuta, affiorano sulle labbra canti di gioia (cfr vv. 1-2). 

La reazione di fronte alla libertà ridonata è duplice. Da un lato, le nazioni pagane riconoscono la grandezza del Dio di Israele: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro» (v. 2). La salvezza del popolo eletto diventa una prova limpida dellesistenza efficace e potente di Dio, presente e attivo nella storia. Daltro lato, è il popolo di Dio a professare la sua fede nel Signore che salva: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi» (v. 3). 3. Il pensiero corre poi al passato, rivissuto con un fremito di paura e di amarezza. Vorremmo fissare lattenzione sullimmagine agricola usata dal Salmista: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo» (v. 5). Sotto il peso del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina faticosa, forse votata allinutilità e allinsuccesso. Ma quando giunge la mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo. 

In questo versetto del Salmo è condensata la grande lezione sul mistero di fecondità e di vita che può contenere la sofferenza. Proprio come aveva detto Gesù alle soglie della sua passione e morte: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). 4. Lorizzonte del Salmo si apre così alla festosa mietitura, simbolo della gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto della benedizione divina. Questa preghiera è, allora, un canto di speranza, cui ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia esterna e delloppressione interiore. 

Ma può diventare anche un appello più generale a vivere i propri giorni e a compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà. La perseveranza nel bene, anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di luce, di fecondità, di pace. È ciò che san Paolo ricordava ai Galati: «Chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (Gal 6,8-9). 

5. Concludiamo con una riflessione di san Beda il Venerabile (672/3-735) sul Salmo 125 a commento delle parole con cui Gesù annunziava ai suoi discepoli la tristezza che li attendeva e insieme la gioia che sarebbe scaturita dalla loro afflizione (cfr Gv 16,20). Beda ricorda che «piangevano e si lamentavano quelli che amavano Cristo quando lo videro preso dai nemici, legato, portato in giudizio, condannato, flagellato, deriso, da ultimo crocifisso, colpito dalla lancia e sepolto. Gioivano invece quelli che amavano il mondo, quando condannavano a morte turpissima colui che era per loro molesto anche solo a vederlo. Si rattristarono i discepoli della morte del Signore, ma, conosciuta la sua risurrezione, la loro tristezza si mutò in gioia; visto poi il prodigio dellascensione, con gioia ancora maggiore lodavano e benedicevano il Signore, come testimonia levangelista Luca (cfr Lc 24,53). Ma queste parole del Signore si adattano a tutti i fedeli che, attraverso le lacrime e le afflizioni del mondo, cercano di arrivare alle gioie eterne, e che a ragione ora piangono e sono tristi, perché non possono vedere ancora colui che amano, e perché, fino a quando stanno nel corpo, sanno di essere lontani dalla patria e dal regno, anche se sono certi di giungere attraverso le fatiche e le lotte al premio. La loro tristezza si muterà in gioia quando, terminata la lotta di questa vita, riceveranno la ricompensa della vita eterna, secondo quanto dice il Salmo: Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia”» (Omelie sul Vangelo, 2,13: Collana di Testi Patristici, XC, Roma 1990, pp. 379-380). 

dal sito: 

http://www.arteikon.it/La_Vergine_del_Segno.html

 « Dunque questo Figlio di Dio, nostro Signore, che è verbo del Padre è anche Figlio dell’uomo, poichè da Maria, che aveva avuto la generazione da creature umane ed era ella stessa creatura umana, ebbe la nascita umana e divenne Figlio dell’uomo. Perciò il Signore stesso ci dette un segno, in profondità e in altezza, segno che l’uomo non domandò, perchè non si sarebbe mai aspettato che una vergine potesse concepire e partorire un figlio continuando ad essere vergine, e il frutto di questo parto fosse – Dio-con.noi-; che egli discendesse nelle profondità della terra a cercare la pecora che era perduta, e in effetti era la sua propria creatura, e poi salisse in alto ad offrire al Padre quell’uomo che in tal modo era stato ritrovato ». 

Sant’Ireneo, Adv. Haer., II, 19, 3 PG 7, 941A 

Breve lettura dell’icona 


La maestosa icona della “Vergine del Segno” della Cattedrale di Jaroslav, la Grande Panaghìa – la Tutta Santa – è collegata da alcuni alla profezia di Isaia sulla Vergine che diventerà Madre (cfr. 7,14); da altri, invece, al prodigio, segno della materna benevolenza di Maria SS, al tempo dell’assedio di Novgorod da parte dei soldati di Suzdal’, nel 1170. Sfiniti i Novgorodiani posero le loro speranze nel Signore e nella sua purissima Madre; l’Arcivescovo Giovanni prese dalla Chiesa del Salvatore sull’Ilin l’icona della Madre di Dio per portarla sulle mura della città e mentre continuavano le suppliche accorate dei fedeli giunse presso il luogo dove avveniva l’attacco del nemico. Una freccia delle truppe di Suzdal’ ferì la sacra immagine, che si rivolse verso Novgorod lasciando cadere sue lacrime sul paramento dell’Arcivescovo. Con questo la miracolosa icona diede agli assediati il “segno” che la Regina del cielo pregava il divin Figlio per la liberazione della città e Novgorod fu salva. 

A commissionarla per la nuova Cattedrale di pietra del palazzo reale consacrata nel 1215, era stato Costantino il Saggio, principe di Rostov e di Vladimir. 

La figura orante con le braccia levate al cielo, simboleggia la reverenza verso Dio e diventò in ambito cristiano formula iconografica per rappresentare il buon cristiano defunto e il martire in particolare, tipo del vero credente che da Cristo aspetta la vita. 

Il gesto della mano con il palmo rivolto verso l’alto esprime l’attesa del dono da parte di Dio e al tempo stesso la totale disponibilità a essere “colmati dall’Alto”; le mani alzate rinunciano ad intervenire autonomamente nella storia e formano al tempo stesso un ricettacolo invisibile che Dio potrà riempire e dal quale si effonderà, come dal bacino di una fonte, l’acqua della vita. 

L’Orante con il Bambino nel medaglione non è dunque una raffigurazione storica della Madre con il Figlio, bensì la “Vergine del Segno”, come viene chiamata in russo. 

La porpora dell’omophoriòn – il manto – e il rosso del tappeto dal ricco disegno a fogliame si accordano armoniosamente con il verde scuro dell’abito. L’oro caldo del fondo traspare anche sulle pieghe degli abiti là dove solitamente il colore viene posato in una soprattinta più chiara. 

Portatrice privilegiata di questo “segno”, la Vergine orante è necessariamente al tempo stesso colei che intercede per gli uomini e trasmette la grazia divina: “Per difendere la nostra causa, ella stende sul mondo le sue mani immacolate”. 

 

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Omelia di Benedetto XVI durante la Messa in piazza San Clemente a Velletri

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11959?l=italian

 

Omelia di Benedetto XVI durante la Messa in piazza San Clemente a Velletri

 VELLETRI, domenica, 23 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata questa domenica mattina da Benedetto XVI nel celebrare la Santa Messa nella Piazza antistante alla Cattedrale di San Clemente, a Velletri, dove si è recato per una visita pastorale di un giorno. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle!

Sono tornato volentieri in mezzo a voi per presiedere questa solenne celebrazione eucaristica, rispondendo ad un vostro reiterato invito. Sono tornato con gioia per incontrare la vostra comunità diocesana, che per diversi anni è stata in modo singolare anche la mia e che mi resta tuttora tanto cara. Vi saluto tutti con affetto. Saluto, in primo luogo, il Signor Cardinale Francis Arinze, che mi è succeduto come Cardinale titolare di questa Diocesi; saluto il vostro Pastore, il caro Mons. Vincenzo Apicella, che ringrazio per le cortesi parole di benvenuto con cui ha voluto accogliermi a nome vostro. Saluto gli altri Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali, i giovani e quanti sono attivamente impegnati nelle parrocchie, nei movimenti, nelle associazioni e nelle varie attività diocesane. Saluto il Commissario Prefettizio di Velletri, i Sindaci dei Comuni della Diocesi di Velletri-Segni e le altre Autorità civili e militari, che ci onorano della loro presenza. Saluto quanti sono venuti da altre parti, in particolare dalla Germania, per unirsi a noi in questo giorno di festa. Vincoli di amicizia legano la mia terra natale alla vostra: ne è testimone la colonna di bronzo donatami a Marktl am Inn nel settembre dello scorso anno, in occasione del viaggio apostolico in Germania e che ben volentieri ho voluto restasse qui, come ulteriore segno del mio affetto e della mia benevolenza.

So che vi siete preparati all’odierna mia visita attraverso un intenso cammino spirituale, adottando come motto un versetto assai significativo della Prima Lettera di Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi » (4,16). Deus caritas est, Dio è amore: con queste parole inizia la mia prima Enciclica, che concerne il centro della nostra fede: l’immagine cristiana di Dio e la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Mi rallegro che voi abbiate scelto come guida dell’itinerario spirituale e pastorale della Diocesi proprio questa espressione: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ». L’odierna nostra assemblea liturgica non può pertanto non focalizzarsi su questa verità essenziale, sull’amore di Dio, capace di imprimere all’esistenza umana un orientamento e un valore assolutamente nuovi. L’amore è l’essenza del Cristianesimo, che rende il credente e la comunità cristiana fermento di speranza e di pace in ogni ambiente, attenti specialmente alle necessità dei poveri e dei bisognosi. L’amore fa vivere la Chiesa.

Nelle passate domeniche, san Luca, l’evangelista che più degli altri si preoccupa di mostrare l’amore che Gesù ha per i poveri, ci ha offerto diversi spunti di riflessione circa i pericoli di un attaccamento eccessivo al denaro, ai beni materiali e a tutto ciò che ci impedisce di vivere in pienezza la nostra vocazione ad amare Dio e i fratelli. Anche quest’oggi, attraverso una parabola che provoca in noi una certa meraviglia perché si parla di un amministratore disonesto che viene lodato (cfr Lc 16,1-13), a ben vedere il Signore ci riserva un serio e quanto mai salutare insegnamento. Come sempre Egli trae spunto da fatti di cronaca quotidiana: narra di un amministratore che sta sul punto di essere licenziato per disonesta gestione degli affari del suo padrone e, per assicurarsi il futuro, cerca con furbizia di accordarsi con i debitori. E’ certamente un disonesto, ma astuto: il Vangelo non ce lo presenta come modello da seguire nella sua disonestà, ma come esempio da imitare per la sua previdente scaltrezza. La breve parabola si conclude infatti con queste parole: « Il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza » (Lc 16,8).

Che cosa vuole dirci Gesù? Alla parabola del fattore infedele, l’evangelista fa seguire una breve serie di detti e di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole frasi che invitano ad una scelta che presuppone una decisione radicale, una costante tensione interiore. La vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Incisiva e perentoria la conclusione del brano evangelico: « Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro ». In definitiva, dice Gesù, occorre decidersi: « Non potete servire a Dio e mammona » (Lc 16,13). Mammona è un termine di origine fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il proprio successo personale. È necessaria quindi una decisione fondamentale – la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce.

Potremmo allora dire, parafrasando una considerazione di sant’Agostino, che per mezzo delle ricchezze terrene dobbiamo procurarci quelle vere ed eterne: se infatti si trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere materiale pur sempre aleatorio, quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di questa terra (cfr Discorsi 359,10). Ora, l’unica maniera di far fruttificare per l’eternità le nostre doti e capacità personali come pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i fratelli, mostrandoci in tal modo buoni amministratori di quanto Iddio ci affida. Dice Gesù: « Chi è fedele nel poco, è fedele nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto » (Lc 16,10-11).

Della stessa scelta fondamentale da compiere giorno per giorno parla oggi nella prima lettura il profeta Amos. Con parole forti, egli stigmatizza uno stile di vita tipico di chi si lascia assorbire da un’egoistica ricerca del profitto in tutti i modi possibili e che si traduce in una sete di guadagno, in un disprezzo dei poveri e in uno sfruttamento della loro situazione a proprio vantaggio (cfr Am 4,5). Il cristiano deve respingere con energia tutto questo, aprendo il cuore, al contrario, a sentimenti di autentica generosità. Una generosità che, come esorta l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, si esprime in un amore sincero per tutti e si manifesta in primo luogo nella preghiera. Grande gesto di carità è pregare per gli altri. L’Apostolo invita in primo luogo a pregare per quelli che rivestono compiti di responsabilità nella comunità civile, perché – egli spiega – dalle loro decisioni, se tese a realizzare il bene comune, derivano conseguenze positive, assicurando la pace e « una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità » per tutti (1 Tm 2,2). Non venga pertanto mai meno la nostra preghiera, apporto spirituale all’edificazione di una Comunità ecclesiale fedele a Cristo e alla costruzione d’una società più giusta e solidale.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo, in particolare, perché la vostra comunità diocesana, che sta subendo una serie di trasformazioni, dovute al trasferimento di molte famiglie giovani provenienti da Roma, allo sviluppo del « terziario » e all’insediamento nei centri storici di molti immigrati, conduca un’azione pastorale sempre più organica e condivisa, seguendo le indicazioni che il vostro Vescovo va offrendo con spiccata sensibilità pastorale. A questo riguardo, quanto mai opportuna si è rivelata la sua Lettera Pastorale del dicembre scorso con l’invito a mettersi in ascolto attento e perseverante della Parola di Dio, degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e del Magistero della Chiesa. Deponiamo nelle mani della Madonna delle Grazie, la cui immagine è custodita e venerata in questa vostra bella Cattedrale, ogni vostro proposito e progetto pastorale. La materna protezione di Maria accompagni il cammino di voi qui presenti e di quanti non hanno potuto partecipare all’odierna nostra Celebrazione eucaristica. In special modo, vegli la Vergine Santa sugli ammalati, sugli anziani, sui bambini, su chiunque si sente solo e abbandonato o versa in particolari necessità. Ci liberi Maria dalla cupidigia delle ricchezze, e faccia sì che alzando al cielo mani libere e pure, rendiamo gloria a Dio con tutta la nostra vita (cfr Colletta). Amen!

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 24 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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Orchis morio

http://www.capriorchids.com/localorchis.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 24 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

« Fate attenzione a come ascoltate »

Discorso attribuito a Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Cf. Discorso sul salmo 139,15 ; Discorsi su san Giovanni, n° 57

« Fate attenzione a come ascoltate »

« Sia ogni uomo veloce ad ascoltare, lento a parlare » (Gc 1,19)… Ecco, l’attesto alla vostra Carità. Miei fratelli, in questo momento noi stiamo parlando a voi per insegnarvi qualcosa; ma quanto sarebbe meglio se tutti sapessimo tutto e nessuno dovesse far da maestro agli altri, se non ci fosse uno che parli e un altro che ascolti ma tutti fossimo all’ascolto di quell’unico a cui è detto: « Al mio udito farai sentire esultazione e letizia! » (Sal 50,10). Riponi la tua gioia nell’ascoltare Dio.

Nel tuo parlare ti muova solo la necessità. In tal modo non sarai un linguacciuto e potrai rigar dritto. Come ci si riferisce del beato Giovanni, il quale godeva non tanto perché gli era dato predicare e parlare ma perché poteva ascoltare. Diceva infatti: « Ma l’amico dello sposo sta in piedi ad udirlo e si riempie di gioia alla voce della sposo » (Gv 3,29). E poi, perché voler parlare e non voler piuttosto ascoltare? Uscire continuamente fuori e provar tanta difficoltà a tornar dentro? Gustiamo il piacere che proviamo nell’ascoltare la Verità che parla dentro di noi senza strepito alcuno. Chi, volentieri e religiosamente ascolta, non è tentato di vantarsi delle fatiche altrui, e, lungi dal gonfiarsi d’orgoglio, gode di ascoltare la voce della verità del Signore con una gioia che è propria solo all’umiltà

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 24 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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http://www.simonerossi.it/wallpaper_gratis/02/index.htm

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 23 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

« Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo » (Mt 23,8)

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento sul Vangelo di luca, 7, 244 ; SC 52, 98

« Uno solo è il vostro Maestro, il Cristo » (Mt 23,8)

« Nessun servo può servire a due padroni ». Non perché ce ne siano due: c’è un solo Maestro. Infatti anche se qualcuno serve il denaro, questo tuttavia non possiede alcun diritto di essere padrone; è lui ad avere preso il giogo della schiavitù. Questo infatti non è un giusto potere, bensì un’ingiusta schiavitù. Per questo egli ha detto: « Procuratevi amici con la disonesta ricchezza », affinché, con la nostra generosità verso i poveri, otteniamo il favore degli angeli e degli altri santi.

L’amministratore non è stato rimproverato: in questo impariamo che noi non siamo padroni, ma piuttosto amministratori delle ricchezze altrui. Pur avendo fatto una colpa, egli viene lodato perché, condonando agli altri nel nome del suo padrone, si è assicurato degli appoggi. E Gesù ha parlato benissimo della « disonesta ricchezza » perché l’avarizia tenta le nostre inclinazioni con le vari seduzioni delle ricchezze, al punto che vogliamo esserne schiavi. Per questo ha detto: « Se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? » Le ricchezze ci sono straniere perché sono fuori dalla nostra natura; non sono nate con noi, non ci seguiranno nella morte! Cristo invece è nostro perché è la vita… Non siamo dunque schiavi dei beni esterni, poiché dobbiamo riconoscere come Signore, il solo Cristo.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 23 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

commento alle letture di domani, domenica XXV T.O.

dal sito: 

 

http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_3211.htm

 

Commento Luca 16,1-13  – mons. Ilvo Corniglia


XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (19/09/2004)
Vangelo: Lc 16,1-13 (forma breve: Lc 16,10-13)   

 

La prima lettura riporta la denuncia durissima del profeta Amos (8, 4-7) contro i commercianti avidi e disonesti del suo tempo (8° secolo A.C). Unico loro interesse è la ricerca del profitto, sia pure « calpestando » i poveri. Nei giorni festivi, mentre sono presenti al culto (sono appunto « praticanti »!), meditano già come accrescere i propri guadagni nel giorno successivo, rialzando arbitrariamente i prezzi, contraffacendo peso, misura e qualità della merce. Manifestano la falsa concezione che quanto si compie nell’ambito religioso non ha rapporto con la condotta che si tiene nella vita quotidiana. Come dire che la fede è una cosa e la gestione degli affari è un’altra. Ma il giudizio di Dio sarà inesorabile: « Non dimenticherò mai le loro opere ». Sarebbe da ingenui ritenere che la parola del profeta prende di mira una determinata categoria, mentre noi restiamo fuori bersaglio. In realtà, nessuno di noi può sfuggire alla forza provocatoria di questo appello.
In altri termini, i cristiani come devono vivere il rapporto con la ricchezza? Con la parabola odierna Gesù li invita a riflettere e a prendere la decisione più saggia. « Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza ». Non viene approvata la truffa’, consumata con geniale abilità da un uomo senza scrupoli. Gesù infatti qualifica come « disonesto » il protagonista della parabola. Sottolinea però il realismo, l’intelligenza, la scelta tempestiva con cui ha saputo cavarsi da una situazione irreparabile e senza scampo. Con una manovra spregiudicata si è assicurato la gratitudine dei debitori del suo padrone, i quali lo avrebbero accolto, una volta rimosso dal suo incarico. È questa scaltrezza che Gesù mette in evidenza e propone. Coloro che lo ascoltano si trovano in una situazione simile a quella dell’amministratore della parabola. Non sanno cosa rischiano. È in gioco la salvezza, il più grande dono per l’uomo, che ora il Signore sta offrendo attraverso Gesù. Incombe il giudizio di Dio. Gesù osserva amaramente che « i figli della luce » (=coloro che sono stati illuminati dalla luce del Vangelo) non hanno l’intraprendenza, il coraggio, la passione con cui « i figli di questo mondo » curano i propri interessi. Ma sono pigri, rassegnati, senza slancio, senza lo spirito di iniziativa dimostrato dall’amministratore della parabola (« So io che cosa fare »). Eppure il tempo stringe e urge prendere una decisione.
Gesù vuole scuotere da questo torpore e suggerisce cosa fare per ottenere la salvezza: « Procuratevi amici con l’iniqua ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne ». I discepoli di Gesù devono pensare per tempo al loro futuro, non tanto a quello terreno, ma a quello che li attende dopo la morte. Come fare perché sia un futuro di felicità e non di disperazione? Quale, cioè, il segreto per essere accolti dopo la morte nelle « dimore eterne » (=la comunione eterna e beata con Dio)? Ecco la risposta: usare saggiamente la ricchezza di cui ora si dispone e che – non ci è dato di sapere quando – verrà a mancare irrimediabilmente. Ricchezza che Gesù considera iniqua, cioè ingiusta. In che senso? Spesso è frutto di ingiustizie, imbrogli, sfruttamenti. Per difenderla e accrescerla, spesso gli uomini sono tentati di ricorrere a molteplici ingiustizie. È ingiusta nella misura in cui non viene condivisa. Il discepolo agisce da persona abile e intelligente, quando si considera non padrone, ma amministratore di beni che non sono sua proprietà. È pure convinto che i poveri sono gli amici privilegiati di Dio. Aiutandoli, perciò, liberandoli dai loro debiti, condividendo i suoi beni con loro, si garantisce la benevolenza di Dio e un posto sicuro nella sua casa. Il discorso non vale soltanto a livello personale o familiare, ma si estende a un ambito sempre più vasto fino alla scandalosa sperequazione tra paesi ricchi e poveri.
« Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto… ». In confronto al bene infinito che è il Regno di Dio, la ricchezza è « poco », ha in se stessa un valore molto scarso. Gesù la chiama anche « ricchezza altrui », perché non è proprietà di chi la possiede, ma gli è stata affidata da Dio in amministrazione. È fedele chi la gestisce secondo la volontà del Signore, cioè non trattenendola o sprecandola egoisticamente per sé, ma impiegandola in favore del prossimo, specialmente dei più poveri. In tal modo essa diventa un mezzo provvidenziale per raggiungere la salvezza. La ricchezza materiale rappresenta, così, una possibilità di fare del bene. Ma ciò vale di ogni altra ricchezza: qualità personali, professione, posizione sociale o politica, istruzione, salute, tempo…Sono quel « poco » che ci è stato affidato e che non è nostro perché dono di Dio. In questo « poco » ci è chiesta la fedeltà, cioè il non perdere occasione per fare del bene, affinché ci venga dato il « molto » da godere per l’eternità.
La ricchezza può essere un ottimo mezzo per fare il bene. Ma può divenire anche il nemico peggiore dell’uomo che la possiede, una trappola mortale. « Nessuno può servire a due padroni…Non potete servire a Dio e a mammona ». Gesù mette in guardia contro il terribile potere di seduzione che esercita la ricchezza. Può essere un servo prezioso, ma, se diventa padrone dell’uomo, lo rende schiavo. Assorbe tutti i suoi interessi. Occupa tutto il suo cuore. È un idolo in cui l’uomo concentra tutti i suoi pensieri, fatiche, speranze, aspettandosi da essa la propria felicità. In tali condizioni non c’è più posto per Dio. Colui che è per l’uomo l’unico Signore e fonte della sua felicità, diventa un accessorio o anche di meno. L’uomo non ne ha più bisogno perché ha ormai ciò che ha preso il suo posto e al quale si affida interamente. « Mammona« , la ricchezza, nelle lingue semitiche ha la stessa radice del verbo credere, che indica l’affidamento totale di se stessi a Dio. È come rinnegare la fede in Dio e credere nell’antidio, nel surrogato di Dio che è la ricchezza.
Gesù ti invita a fare una scelta senza compromessi e a ridecidere per Dio. Non Lui soprattutto, ma Lui soltanto. Il pericolo di aspettarsi salvezza da ciò che non è Dio e che posso trasformare in idolo (cioè il fine della mia vita a cui sacrifico disordinatamente tempo ed energie…) è reale per ciascuno. « Qualunque cosa tu preferisci a Dio diventa Dio per te » (s. Cipriano). Quante cose si possono preferire a Dio! Benessere, comodità, interessi materiali, carriera, studio, passatempi, internet, sport…
La seconda lettura (1Tm 2,1-8) riporta l’esortazione a coltivare e promuovere la preghiera comunitaria, caratterizzata da supplica e ringraziamento, in favore di tutti gli uomini. È spontaneo pensare alla preghiera liturgica-eucaristica, e in specie a quella che chiamiamo « preghiera universale » o « preghiera dei fedeli ». Tale preghiera ha come destinatari privilegiati i responsabili della vita politica e sociale e come conseguente obiettivo la pace e la sicurezza. Preghiera che ha un presupposto solidissimo: « Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati ». Quanto sia seria tale volontà di Dio lo manifesta in modo concreto e indubitabile « l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti ». L’Eucaristia ne è ogni volta la memoria attualizzante. Condizioni necessarie per l’efficacia di tale preghiera: « alzare al cielo mani pure » (=cuore puro, cioè interamente orientato a Dio, che si esprime in una condotta corrispondente); « senza ira e senza contese » (=impegno costante nel curare la relazione fraterna). È forte il richiamo a verificare e migliorare la qualità delle nostre celebrazioni e preghiere comunitarie, come pure della preghiera individuale.

Di chi è ora il mio cuore? Chi è il mio Dio? È la domanda che cercherò di farmi spesso e ogni volta dichiarerò al Signore che non desidero appartenere ad altri che a Lui. E, ancora, userò saggiamente quel bene, che nel momento ho a disposizione, a favore di qualcuno. Così mi preparerò in modo intelligente e saggio alla resa dei conti che mi aspetta. 

 

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 22 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Christopher Hitchens e la fine dell’evoluzionE

spero di non aver già messo questo articolo già da « Avvenire » perché mi sembra di ricordarlo, ma dato che mi sembra molto interessante lo posto comunque, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11952?l=italian

Christopher Hitchens e la fine dell’evoluzionE

 ROMA, sabato, 22 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo scritto da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., Predicatore della Casa Pontificia, e apparso sul quotidiano “Avvenire” il 18 settembre scorso. * * * Tempo fa un anonimo benefattore si è preoccupato di farmi inviare in omaggio dall’editore il saggio del noto giornalista anglo-americano Christopher Hitchens intitolato “Dio non è grande”, sottotitolo: “La religione avvelena ogni cosa” (Giulio Einaudi, Torino 2007, titolo originale: God is not great. How religion poisons everything, New York 2007). Penso che non l’ha fatto con intenzione polemica, ma nell’intento di aiutarmi a uscire dall’inganno in cui, secondo lui, mi trovo come credente e come commentatore del vangelo in televisione.

Dico subito che sono grato a questo amico sconosciuto. Molti rimproveri che Hitchens rivolge ai credenti di tutte le religioni (l’Islam non riceve nel libro un trattamento migliore del cristianesimo, ciò che rivela una buona dose di coraggio da parte dell’autore) sono fondati e vanno presi in considerazione per non ripetere gli stessi errori del passato. Il concilio Vaticano II afferma che la fede cristiana può e deve trarre profitto anche dalle critiche di coloro che la combattono, e questo è certamente uno dei casi.

Ma Hitchens fa di ogni erba un fascio. Dice di attenersi al criterio evangelico di giudicare l’albero dai frutti, ma dell’albero della religione egli considera solo i frutti marci, mai i frutti buoni. I santi, i geni e i benefattori dati all’umanità dalla fede, o nutriti da essa, non contano nulla. Con gli stessi criteri, cioè prendendo in considerazione solo il lato oscuro di una istituzione, si potrebbe scrivere un libro nero di tutte le grandi realtà umane: della famiglia, della medicina (si pensi a cosa serviva la medicina ad Auschwitz), della psicanalisi (un “libro nero” è stato scritto, di fatto, su di essa di recente!), della politica, della scienza (Hiroshima e Nagasaki!), dello stesso giornalismo professato dall’autore (quante volte è stato, ed è, a servizio dei tiranni e degli interessi di gruppi di potere”!).

La sua critica non risparmia nessuno. Francesco d’Assisi? “Un mammifero che credeva di parlare agli uccelli”! Madre Teresa di Calcutta? “Una ambiziosa monaca albanese”, resa famosa dal libro “Qualcosa di bello per Dio” scritto su di lei da Malcolm Muggeridge”. In altre parole, un prodotto come tanti dell’era mediatica!”

Pascal conclude il racconto della sua scoperta del Dio vivente con le parole: “Gioia, gioia, lacrime di gioia” e C. S. Lewis descrive la sua conversione come un essere “sorpreso dalla gioia”; ma per Hitchens “c’è qualcosa di cupo e di incongruo” in questi due autori, una fondamentale assenza di felicità come in tutti i credenti. (“Perché una tale credenza non rende felici i suoi seguaci?”).

Dostoevski è uno dei principali testimoni a carico della religione, ma di lui si prendono in considerazione molto più gli argomenti messi in bocca al ribelle e ateo Ivan, che non quelli del pio Alioscia che, come si sa, riflette assai più da vicino il pensiero dello scrittore.

Tertulliano diventa un “padre della Chiesa”, in modo che il suo credo quia absurdum, “credo perché è assurdo”, possa essere presentato come il pensiero dell’intero cristianesimo, mentre si sa che, quando scrive quelle parole (interpretate, oltre tutto, fuori del proprio contesto e in modo inesatto) Tertulliano è considerato dalla Chiesa un eretico. Strana, oltre tutto, questa critica a Tertulliano, perché se c’è un apologeta a cui Hitchens somiglia specularmente, dal versante opposto, è proprio l’Africano: la stessa verve dialettica, la stessa volontà di trionfare dell’avversario, seppellendolo sotto una massa di argomenti apparentemente -ma solo apparentemente – inoppugnabili: la quantità sostituita alla qualità degli argomenti.

Un recensore inglese ha paragonato l’autore del libro a uno sfidante pugile che nella palestra mena pugni furiosi contro un inerte sacco di sabbia, ignorando che il vero campione da abbattere è altrove. Egli non demolisce la vera fede, ma la sua caricatura. A me la lettura del libro ha fatto venire in mente lo sport del tiro al piattello: si scagliano in aria bersagli artificialmente confezionati che il tiratore, senza sforzo, manda in frantumi con tiri precisi.

Hitchens combatte i vari integralismi religiosi con un integralismo di segno opposto. “Quello di Hitchens – notava Renzo Guolo su “La Repubblica” – sembra il manifesto militante di un mondo che pare polarizzarsi tra gli inquietanti fautori del fondamentalismo, con i loro folli progetti di nuovi, totalitari, stati etici, e i sostenitori di un neosecolarismo integrale che sottovaluta la ricerca di senso di molti nel tempo della fine delle “grandi narrazioni”.

Hitchens da prova di integralismo anche in un altro senso. Anche se con intenti opposti, egli legge le Scritture esattamente come fanno certi rappresentanti del fondamentalismo biblico di matrice evangelica americana e cioè alla lettera, senza alcuno sforzo di contestualizzazione e di ermeneutica storica. Questo gli permette di parlare del “l’incubo dell’Antico Testamento”.

Ma Christopher Hitchens è una persona intelligente. Ha previsto che la religione sopravviverà anche al suo attacco, come è sopravvissuta ad infiniti altri che l’hanno preceduto, e si è preoccupato di dare una spiegazione di questo fatto imbarazzante: “La fede religiosa, scrive, è inestirpabile, perché siamo creature ancora in evoluzione. Non si estinguerà mai, o almeno non si estinguerà finché non vinceremo la paura della morte, del buio, dell’ignoto e degli altri”. La religione non è che uno stadio intermedio provvisorio, legato alla situazione dell’uomo che è un “essere in evoluzione”.

In questo modo l’autore si attribuisce tacitamente il ruolo di chi ha infranto tale barriera, anticipando solitariamente la fine dell’evoluzione e, al pari del Zaratustra nietzschiano, torna sulla terra per illuminare sulla realtà delle cose i poveri mortali.

Ripeto: non si può non ammirare la straordinaria cultura dell’autore e la pertinenza di certe sue critiche. Peccato che abbia voluto stravincere, rinunciando così a convincere, anche quando avrebbe potuto farlo, a vantaggio della società e della stessa religione. 

Colombano, un santo per ricostruire l’Europa cristiana

dal sito: 

 

http://www.zenit.org/article-11950?l=italian

 

 Colombano, un santo per ricostruire l’Europa cristiana 

Intervista a Paolo Gulisano 

 

ROMA, venerdì, 21 settembre 2007 (ZENIT.org).- È uscito in questi giorni in libreria il nuovo volume del saggista Paolo Gulisano, già autore di diversi volumi sulla storia del Cristianesimo, dal titolo “Colombano un santo per l’Europa” (Ancora, 186 pagine, 15 Euro).

Sul retro di copertina campeggia una frase di Robert Schuman, uno dei padri dell’unità europea: “San Colombano è il santo patrono di coloro che si prodigano per la causa dell’Europa unita”.

Lo scorso anno la Conferenza Episcopale d’Irlanda, terra di origine di san Colombano, portò all’attenzione del Santo Padre la proposta di proclamare san Colombano Compatrono d’Europa e Protettore di coloro che si impegnano alla costruzione dell’unità europea.

Per conoscere la storia e l’attualità di San Colombano, ZENIT ha intervistato l’autore del libro.

Chi era san Colombano?

Gulisano: San Colombano era un monaco irlandese del VI secolo che si fece ambasciatore e testimone del Vangelo di Cristo per tutte le terre d’Europa. Fu poeta, studioso, abate, predicatore, un santo che può essere annoverato tra i fondatori del monachesimo occidentale; fu inoltre, nel vero senso del termine, un santo europeo, il primo grande contributo dell’Irlanda alla comune patria europea.

Colombano a cinquant’anni di età lasciò il suo monastero irlandese e si fece pellegrino attraversando un continente dilaniato da guerre ed eresie, riportandovi la Fede. Alla fine della sua vita straordinaria, l’ultimo desiderio del grande abate irlandese era quello di concludere i propri pellegrinaggi proprio a Roma, sulla tomba degli Apostoli Pietro e Paolo, ma ormai stanco e avanti negli anni, si fermò sull’Appennino piacentino, a Bobbio dove rese la sua anima a Dio il 23 novembre 615, dopo aver edificato un cenobio destinato a diventare un faro di cultura e civiltà per l’Italia e l’Europa, che venne chiamato “la Montecassino del nord”.

Perché “un santo per l’Europa”?

Gulisano: La recente rinnovata consapevolezza dell’importanza dell’identità europea rende la vita e gli scritti di Colombano particolarmente significativi. Ogni europeo dovrebbe attingere ispirazione e coraggio dalle parole di questo pioniere del VI secolo, di lingua irlandese e orientato alla mentalità europea. San Colombano ci richiama anzitutto la questione delle radici cristiane dell’Europa. Da alcuni anni questo tema viene affrontato con crescente decisione e passione dai cristiani del Vecchio Continente, da una Chiesa che ha coscienza del terreno in cui la pianta della Fede gettò i suoi germogli, in un modo che non ha uguali, soprattutto nell’ambito della cultura europea contemporanea che non riesce a fare i conti con sincerità e onestà col proprio passato.

L’espressività più efficace dal punto di vista concettuale, linguistico e culturale del cristianesimo è stata realizzata proprio all’interno di quel tessuto territoriale e culturale che conosciamo come Europa.

Ciò grazie a coloro che potrebbero essere definiti non solo gli evangelizzatori, o i patroni, ma in qualche modo i patriarchi d’Europa. Ai nomi dei più noti di questi, Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Martino di Tours, si deve aggiungere quello dell’irlandese Colombano. Un nome certamente meno noto dei precedenti, ma il cui contributo all’edificazione non solo della Chiesa ma della stessa civiltà europea deve essere pienamente ricompreso dalla nostra memoria storica.

Nel suo libro, attraverso la figura di Colombano, emerge anche il grande ruolo, nella storia del Cristianesimo, dell’Irlanda…

Gulisano: Sì, parlo del contributo del Cristianesimo che si sviluppò a partire dal V secolo in una piccola ma significativa parte d’Europa: l’Irlanda, l’ultimo avamposto dell’antica civiltà dei Celti. Colombano affianca l’esperienza spirituale e culturale celtica a quella latina veicolata da Benedetto e a quella slava di Cirillo e Metodio, un’esperienza frutto dell’evangelizzazione operata dall’apostolo degli irlandesi san Patrizio, che non venne custodita gelosamente nell’Isola di Smeraldo, ma messa immediatamente a disposizione dell’intera cristianità attraverso l’opera di figure come Colombano, di monaci e missionari.

Colombano appartiene a pieno titolo alla sua Irlanda, ma anche ad ogni terra e paese che egli attraversò ed amò appassionatamente, senza mai identificarsi totalmente con ognuna: sarebbe difficile attribuirgli il nome di una località, per quanto in Italia – dove almeno una decina di paesi ripetono oggi il suo nome – venga detto San Colombano di Bobbio, e in Francia San Colombano di Luxeuil, per avere egli fondato questi due celebri monasteri. In realtà, la sua azione, che prese le mosse da una fondazione monastica dell’Irlanda settentrionale, Bangor, sita a pochi chilometri dall’odierna città di Belfast, ebbe carattere e importanza europea e fu di altissimo esempio a tutti i santi irlandesi che seguirono le sue orme.

E’ giusto allora richiedere che venga proclamato Compatrono d’Europa?

Gulisano: L’Europa nacque grazie al coraggio di missionari, di pellegrini come Colombano che attraversarono, percorsero, si presero cura e fecondarono terre ferite e desolate. Sulle rovine dell’impero romano fecero sorgere un nuovo soggetto storico, culturale e politico rappresentato dalla Chiesa, e attraverso essa crearono forme di autentica civiltà avendoli fatti diventare patrimonio di cultura e identità di popoli. Colombano, insieme a Benedetto, Cirillo e Metodio, ci ricorda e ci testimonia che l’Europa è nata cristiana, e solo nella misura in cui resterà tale potrà pensare di conservare a pieno le proprie idealità e il proprio apporto originale alla costruzione della nostra civiltà. 

 

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