Archive pour septembre, 2007

buona notte

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albertine rose

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Publié dans:immagini sacre |on 28 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

« Chi dite che io sia ? »

Papa Benedetto XVI
Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, 77 (© copyright Libreria Editrice Vaticana)

« Chi dite che io sia ? »

Occorre riconoscere che uno degli effetti più gravi della secolarizzazione poc’anzi menzionata sta nell’aver relegato la fede cristiana ai margini dell’esistenza, come se essa fosse inutile per quanto riguarda lo svolgimento concreto della vita degli uomini. Il fallimento di questo modo di vivere « come se Dio non ci fosse » è ora davanti a tutti. Oggi c’è bisogno di riscoprire che Gesù Cristo non è una semplice convinzione privata o una dottrina astratta, ma una persona reale il cui inserimento nella storia è capace di rinnovare la vita di tutti.

Per questo l’Eucaristia come fonte e culmine della vita e missione della Chiesa si deve tradurre in spiritualità, in vita « secondo lo Spirito » (Rm 8,4; Gal 5,16.25). È significativo che san Paolo, nel passo della Lettera ai Romani in cui invita a vivere il nuovo culto spirituale, richiami contemporaneamente alla necessità del cambiamento del proprio modo di vivere e di pensare: « Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi, rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto » (12,2). In tal modo, l’Apostolo delle genti sottolinea il legame tra il vero culto spirituale e la necessità di un nuovo modo di percepire l’esistenza e di condurre la vita. È parte integrante della forma eucaristica della vita cristiana il rinnovamento di mentalità, « affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina » (Ef 4,14).

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San Vincenzo de Paoli

San Vincenzo de Paoli dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 27 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Avanti Cristo, dopo Cristo: Dionigi il piccolo e l’invenzione dell’era cristiana

dal sito:

 http://www.gliscritti.it/index.html

Avanti Cristo, dopo Cristo: Dionigi il piccolo e l’invenzione dell’era cristiana
del prof.Giancarlo Biguzzi

Presentiamo on-line un testo del prof.Giancarlo Biguzzi, docente di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Urbaniana, già apparso, nel corso dell’anno 2000, sulla rivista Eteria ed appartenente ad una serie di articoli che avevano lo scopo di introdurre, come in agili reportage giornalistici, ad una prima conoscenza dei luoghi e delle figure del Nuovo Testamento. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di rendere più facile la lettura on-line. Il titolo originale dell’articolo era: L’anno 2000 fu inventato da un monaco.

Il Centro culturale Gli scritti (7/8/2007)

Tutti sanno che l’anno 2.000 dipende dalle convinzioni di fede di un monaco, ma in questo anno memorabile a nessuno è venuto in mente di organizzare un qualche congresso da qualche parte o un talk show in qualche tv per ricordare quell’uomo. E allora proviamo noi a sdebitarci con Dionigi o, meglio, con Dionigi l’exiguus, « il piccolo », come lui per umiltà si faceva chiamare.

Il pio monaco perfettamente bilingue

La sua patria era la Scizia (Scytia Minor, o Dobrugia, nell’attuale Romania meridionale) che fin dai tempi di Eschilo, di Plutarco e dell’apostolo Paolo ha però avuto cattiva fama. Eschilo adopera l’espressione « popolino scita » per indicare quello che noi diremmo « un branco d’ignoranti » (Prometheus vinctus 417), Plutarco usa il termine « scita » come equivalente di « rozzo » («Diogene diceva di Demostene che nelle parole era uno scita, mentre in guerra era un uomo fine», Vitae decem oratorum 847.F.61) e l’apostolo Paolo mette gli « Sciti » in coppia con i « barbari » (Colossesi 3,11). Si può aggiungere che presso un grammatico del secondo secolo a.C. il « bere alla scita » è proverbiale così che « parlare in lingua scita » significa parlare come un ubriaco (cf. Ateneo, 221, e 499). Ma lo scita Dionigi non stava dentro questi schemi perché era uomo di valore e di cultura.
Su di lui siamo informati da Cassiodoro (circa 490-583 d.C.) che, figlio di un magistrato di Teodorico, fu un influente uomo politico, questore e console, e consigliere di sovrani come Amalasunta, Teodato e Vitige, e fu poi monaco e fondatore del monastero di Vivarium, presso Squillace in Calabria. Dionigi dev’essere stato ospite a Vivarium perché Cassiodoro dice: «studiò dialettica con me» e «ebbe la consuetudine di pregare con noi». Cassiodoro era pieno d’ammirazione soprattutto per il perfetto bilinguismo di Dionigi: di lui dice infatti che poteva leggere un libro in greco dandone traduzione simultanea in latino e viceversa poteva leggere un libro in latino dandone traduzione simultanea in greco: e tutto avveniva «inoffensa velocitate», e cioè con impressionante scioltezza – aggiunge Cassiodoro.
Nonostante la notevole romanizzazione, la Scizia era molto vicina a Bisanzio e questo spiega come mai Dionigi conoscesse il greco alla perfezione. Dalla Scizia poi Dionigi era venuto a Roma intorno al 495 d.C. e, pur restando un levantino, fu poi «del tutto romano nei costumi» – dice ancora Cassiodoro. Gli storici anzi gli riconoscono il merito di avere fatto da ponte tra mondo ecclesiastico orientale e mondo ecclesiastico romano-occidentale con la sua traduzione in latino di autori greci, con l’adozione di calcoli orientali per la data della Pasqua e con la raccolta di canoni (= leggi) dei concili e dei sinodi bizantini, che integrò poi con le decretali dei papi da Siricio (Ω 399) ad Anastasio II (Ω 523). Tra l’altro, per tutto questo Dionigi è considerato sia un fondatore della cultura medievale, sia l’iniziatore del diritto canonico, e cioè della sistematizzazione delle leggi che regolano ancora oggi la vita della chiesa cattolica.
Del suo giovane amico, Cassiodoro fa un ritratto non poco oleografico dicendo che Dionigi univa la semplicità alla cultura, la dottrina all’umiltà, e alla sobrietà l’eloquenza. Cassiodoro dice poi che Dionigi conosceva le Scritture così bene da saper rispondere su due piedi a qualsiasi domanda al riguardo, e dice che, pur essendosi consacrato a Dio senza riserve, non si sottraeva a nessun incontro e a nessun ambiente. Sobrio a mensa e anzi fervoroso digiunatore, volentieri prendeva parte ai banchetti per aver modo di parlare dei beni spirituali; di castità irreprensibile, aveva quotidiano contatto con il mondo femminile, e, mite di animo, si lasciava agitare dai problemi dei contemporanei. Era poi portato a equilibrare col proprio pianto il riso garrulo degli altri e, mettendosi al di sotto dei servi più umili, si definiva « exiguus », lui che era in grado di avere i re come interlocutori. Fin qui Cassiodoro circa Dionigi (Patrologia Latina 73, 223-224). Ma ora veniamo al punto.

L’incarico di computare la data della Pasqua

Nell’anno 525 Dionigi fu richiesto da Bonifacio, il notaio primicerio della corte papale di Giovanni I, di interessarsi della data della Pasqua il cui calcolo contrapponeva chiese orientali e occidentali fin dal terzo secolo. Nel corso del sec. IV, per esempio, le chiese occidentali avevano celebrato la Pasqua in data diversa dalle chiese orientali almeno per sette volte. Tutto dipendeva dal fatto che la Pasqua è legata all’anno lunare, più breve rispetto a quello solare di 11 giorni e sei ore circa, per cui i giorni mancanti al ciclo della luna devono essere raccolti in un mese supplementare (o « embolismico ») secondo periodi che sono appunto difficili da definire. In occidente un primo computo era stato tentato da Ippolito romano (sec. III), un altro dal computista africano Augustale (seconda metà sec. IV), un altro da Vittore di Aquitania (sec. V), e altri ancora da cronografi per noi anonimi. In oriente invece la data della Pasqua si stabiliva in base ai calcoli di Anatolio di Laodicea (seconda metà del sec. III), calcoli continuati poi da Teofilo di Alessandria e dal suo successore, Cirillo di Alessandria (fine sec. IV).
Alla richiesta pontificia, Dionigi si mise all’opera e, da buon levantino che era, diede ragione a Cirillo d’Alessandria continuandone il calcolo dal 532 (anno cui si sarebbe arrestata la tabella pasquale alessandrina) fino al 626, fornendo per altri 95 la data pasquale anno per anno. Poi si sarebbe dovuto ricominciare per un ciclo del tutto analogo.

Partire da Gesù Cristo e non da Diocleziano

Nell’esporre al notaio primicerio i risultati della consulenza che gli era stata chiesta, Dionigi scrive di aver colto l’occasione per introdurre un’innovazione. Dice di avere preso come punto di partenza per la sequenza degli anni non più l’ascesa al soglio imperiale di Diocleziano, come continuava a fare Cirillo di Alessandria cui si era ispirato. Dopotutto, Diocleziano non era neanche un imperatore ma un tiranno, e non aveva le carte in regola per essere metro di misura per gli anni e per i secoli. Era molto più giusto e molto più significativo cominciare da Gesù Cristo, il redentore del genere umano.
L’èra dioclezianea era stata introdotta da computisti greci o più probabilmente egizi. Partiva dal nostro anno 284 d.C., l’anno in cui Diocleziano era stato acclamato imperatore dalle truppe a Nicomedia di Bitinia. I cristiani avevano bensì accettato di contare gli anni a partire da Diocleziano, anche se egli nel 303 aveva scatenato contro di loro l’ultima, durissima persecuzione dell’impero, ma preferivano parlare di « èra dei martiri » più che di « èra di Diocleziano ». Dionigi non si accontentò neanche di questo pio ripiego e così mandò in soffitta l’ultimo persecutore dei cristiani e l’èra che da lui prendeva il nome. Dopo avere esposto questo suo atto di fede al notaio papale Bonifacio nella lettera a lui indirizzata (Patrologia latina 67, 20.A), Dionigi lo ripropose con le stesse parole in un libro intitolato «Liber de Paschate – libro sulla Pasqua» (Patrologia latina 67, 487.A).
Quel testo, di cui non c’è pericolo di sopravvalutare l’importanza, merita di essere riferito. Esso dice così: «San Cirillo fece cominciare il suo ciclo dall’anno 153mo di Diocleziano e lo fece terminare nell’anno 247mo. Noi invece, pur incominciando dall’anno 248mo dello stesso tiranno –piuttosto che principe–, non abbiamo voluto collegare i nostri calcoli alla memoria di un uomo empio e persecutore. Abbiamo scelto invece di contrassegnare la successione degli anni a partire dall’incarnazione di Gesù Cristo nostro Signore, affinché fosse a noi più evidente l’esordio della nostra speranza e affinché risplendesse la sorgente dell’umano riscatto, e cioè la passione del Redentore».L’invenzione dell’èra cristiana come la scoperta dell’America

Il conto degli anni a partire dal Cristo entrò poco a poco nell’uso per la pubblicità fatta a Dionigi dall’autorevole Cassiodoro (che morì a Vivarium più che novantenne nel 580), e per il decisivo consenso di Beda detto il Venerabile (Ω 735), un altro uomo coltissimo, monaco a Jarrow, in Inghilterra. L’èra cristiana si impose dapprima fra gli anglosassoni per merito appunto di Beda, poi in Francia (secolo VIII), poi in Germania (secolo IX), poi fu fatta propria dai papi (secolo X), e diventò pressoché universale nel secolo XVII.
Come è noto, nei suoi calcoli Dionigi commise un errore di almeno 4 anni identificando l’anno della nascita di Gesù con l’anno 753 dalla fondazione di Roma. L’errore di Dionigi è vivo ancora oggi, ma non è l’errore e non è la sua correzione quello che conta[1]
. L’impareggiabile merito del monaco scita è infatti quello di avere imposto una diversa divisione della storia che prevedibilmente persisterà a tempi indefiniti. È a lui che in definitiva dobbiamo le diciture «avanti Cristo» e «dopo Cristo» le quali, con poco sforzo e con molta efficacia, ci permettono di fare del Cristo il centro della storia e il suo spartiacque.
A Dionigi, che voleva semplicemente regolare la questione pasquale, capitò dunque di fare molto di più. In questo potrebbe essere paragonato a Cristoforo Colombo che cercava le Indie, e trovò l’America.
Se tutti conteggiamo gli anni, i secoli e i millenni come Dionigi ha per primo avuto l’idea di fare, è lui l’inventore dell’anno 2000, ed è grande anche se, per la sua umiltà, è voluto passare alla storia come « il piccolo ».

Publié dans:Approfondimenti |on 27 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

CHIESA E NAZI/2 – Maria, martire e avvocato fra gli ebrei

 dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

CHIESA E NAZI/2

La Terwiel fu giustiziata con altre 14 persone nel 1943. Cattolica, fidanzata con un evangelico, fu in prima linea per aiutare i perseguitati dal regime. In cella leggeva la Bibbia

Maria, martire e avvocato fra gli ebrei

Di Elio Guerriero

Alla vicenda della «Rosa Bianca», il gruppo di giovani universitari di Monaco di Baviera che si oppose al Nazismo, sono stati dedicati articoli, libri e spettacoli. Non altrettanto fortunati sono stati i giovani resistenti berlinesi spregiativamente chiamati dai nazisti «Orchestra rossa». In realtà non si trattava affatto di un gruppo omogeneo di persone con idee affini, bensì di un’associazione di persone di differente provenienza e formazione, unite dall’avversione per il regime nazista.
Il nome spregiativo e l’accusa di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica hanno finora impedito di rendere il dovuto riconoscimento ai giovani oppositori. Del gruppo facevano parte Maria Terwiel, cattolica, e il fidanzato Helmut Himpel, evangelico.
Maria Terwiel era nata a Boppard sul Reno il sette giugno 1910. Il padre, Johannes, era cattolico e socialdemocratico, un’accoppiata molto rara a quel tempo in Germania. La mamma, Maria Schild, di origine ebraica, si era convertita al cattolicesimo alla vigilia del matrimonio con Johannes. La professione del padre, alto funzionario del governo prussiano, contribuì ai frequenti spostamenti della famiglia. Insieme con i fratelli più giovani, Ursula e Gerd, Maria crebbe in un’atmosfera familiare che garantiva senso di protezione e libertà intellettuale.
Ottenuta la maturità a Stettino, Maria si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Friburgo in Brisgovia. Se la filosofia fu la passione di Edith Stein, il diritto fu l’ispirazione costante di Maria, la cui vita presenta diversi tratti in comune con la santa carmelitana. Nel 1935 ella aveva pronta la sua tesi di laurea, comprese, tuttavia, che, dopo la promulgazione delle leggi razziali, non vi era più per una «mezzosangue ebrea» alcuna possibilità di esercitare la professione di avvocato per la quale si era coscienziosamente preparata. Rinunciò, dunque, a presentare la tesi e raggiunse i suoi a Berlino dove la famiglia si era stabilita dopo che il padre er a stato obbligato anticipatamente alla pensione.
Negli anni di studio a Friburgo Maria aveva conosciuto Helmut Himpel, studente di odontoiatria. I due giovani si erano frequentati e fidanzati e intendevano sposarsi non appena Helmut avesse iniziato la sua attività di dentista. Nel 1937 Helmut riuscì effettivamente ad aprire uno studio dentistico a Berlino ma le leggi razziali impedirono il matrimonio con Maria. Ciò nonostante, Helmut fu accolto come genero nella famiglia Terwiel.
Dal canto suo Maria non dimenticava la sua origine ebraica e lo studio del diritto. Si informava con attenzione sulla legislazione nazista e dal 1940 insieme con Helmut faceva parte di un gruppo di resistenza guidato da Harro Schulze-Boysen e Arvid Harnack. Il loro intento era di aprire gli occhi della popolazione sulla vera natura del regime nazista. Così nel 1941 Maria dattilografò e policopiò con la sua macchina da scrivere le tre prediche divenute famose del vescovo August von Galen.
Nel senso del diritto del vescovo di Münster, Maria ritrovava la propria passione per la giustizia. Dall’autunno del 1941 la situazione degli ebrei rimasti in Germania si aggravò drammaticamente. Helmut, di conseguenza, si recava di nascosto a curare i pazienti ebrei presso le loro abitazioni, Maria forniva loro tessere annonarie e falsi documenti di identità. La loro attività clandestina durò circa un anno, prima di essere arrestati il 17 settembre 1942. Maria venne condotta nel carcere della polizia a Berlino, Helmut fu trasferito nel carcere militare di Spandau. A lungo costretta alla cella di isolamento nei primi mesi, Maria ne subì gravi danni per la salute. Successivamente, dal dicembre 1942, divise la stretta cella con Krystyna Wituska, una giovane polacca che riuscì a mettersi in contatto con i fratelli di Maria e a trasmettere loro notizie della sorella. Il sostegno di Maria e Krystyna era la comune fede cattolica e la parola di Dio. Maria scrisse per l’amica un famoso inno di Paul Gerhardt: «O capo insanguinato e ferito». Krystyna ogni giorno traduceva per lei un piccolo brano dal suo Nuovo Testamento in polacco. Il processo si svolse all’inizio del 1943. Come era ampiamente previsto, Maria ed Helmut vennero condannati a morte insieme con la ballerina Oda Schottmüller e l’utensilista Walter Husemann per alto tradimento e favoreggiamento del nemico. L’esecuzione della condanna si fece attendere alcuni mesi. Venne prima giustiziato Helmut Himpel e, quando apprese la notizia, Maria ebbe un crollo psichico fino a tentare di togliersi la vita.
Superò, tuttavia, la depressione e riacquistò fiducia al punto da consolare i compagni di detenzione e da suggerire loro il modo più opportuno per rispondere agli interrogatori della Gestapo. Diceva spesso a Krystyna: «Peccato che io non ti possa difendere. Credimi: lo avrei fatto bene!» Dopo che un’ultima domanda di grazia rivolta al Führer venne respinta, fu giustiziata insieme ad altre quattordici persone il cinque agosto 1943.
Di lei restano come preziosa testimonianza cristiana il tenero amore per il fidanzato Helmut Himpel e la passione per il diritto e la giustizia che emergeva dalla massima a lei tanto cara: «justitia est fundamentum regnorum: la giustizia è l’unico solido fondamento di tutti gli stati».

Publié dans:Avvenire |on 27 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

La Chiesa in Birmania in preghiera per la pace nel Paese

 dal sito:

http://www.zenit.org/article-12006?l=italian

La Chiesa in Birmania in preghiera per la pace nel Paese

Le autorità reprimono violentemente le proteste pacifiche dei monaci buddistiRANGOON (YANGON), giovedì, 27 settembre 2007 (ZENIT.org ).- Nella tensione per la violenta repressione delle manifestazioni pacifiche a favore della democrazia, la Chiesa in Birmania sta pregando per la pace e lo sviluppo del Paese, un impegno che tutte le parrocchie hanno già assunto l’anno scorso.

« Specialmente in questo difficile momento tutti i cattolici sono impegnati nella preghiera e nell’offerta di Messe speciali », ha confermato questo mercoledì alla « Radio Vaticana » l’Arcivescovo di Rangoon (Yangon) e segretario generale della Conferenza Episcopale della Birmania (chiamata dalle autorità Myanmar), monsignor Charles Maung Bo.

« In linea con il Codice di Diritto Canonico e la Dottrina Sociale della Chiesa, i sacerdoti e i religiosi non sono coinvolti nelle attuali proteste e non fanno parte di alcun partito politico », ha spiegato.

« I cattolici, come cittadini, sono liberi di agire secondo coscienza. I sacerdoti e i religiosi possono offrire linee guida appropriate », ha aggiunto il presule.

Dieci giorni fa i monaci buddisti birmani sono scesi nelle strade dell’ex Rangoon per manifestare pacificamente contro il regime militare – al potere da 45 anni -. Sostenuti dalla folla – decine di migliaia di persone -, marciano al grido « democrazia, democrazia ».

Questo mercoledì le forze dell’ordine hanno caricato i manifestanti; il risultato, per ora, è di nove morti, tra cui un fotoreporter giapponese, e numerosi feriti tra i monaci. Gli arrestati sono centinaia.

Nella notte tra mercoledì e giovedì, circa duecento religiosi sono stati arrestati in una serie di raid compiuti nei monasteri di Rangoon. Le truppe hanno fatto irruzione anche in alcuni monasteri nella parte nordorientale della Birmania.

Secondo alcuni testimoni, 500 monaci sarebbero stati arrestati al monastero di Mogaung nel distretto di Yankin e altri 150 al monastero di Ngwe Kyaryan, nella circoscrizione di South Okkalapa.

I sessanta giorni di coprifuoco decretati dalle autorità non avevano scoraggiato i manifestanti pacifici; l’iniziativa ha ricevuto violenza come risposta.

L’emittente pontificia si è fatta eco del fatto che non è servito a niente l’avvertimento che la presidenza dell’UE aveva rivolto alle autorità birmane circa l’uso della « massima moderazione », sotto la pena di maggiori sanzioni.

La Giunta Militare birmana ha commesso « l’errore peggiore e più irreparabile della storia », considera il partito dissidente guidato dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari. Si chiede ora « l’apertura di un dialogo per risolvere pacificamente tutti i problemi della Nazione ».

I manifestanti continuano a formare una catena umana per le vie della capitale, dove i monaci, con le loro tuniche rosse, marciano al centro e i cittadini comuni al loro fianco, « in una alleanza di cuori e di menti », sottolinea l’emittente pontificia. Si stanno unendo al movimento anche molti musulmani.

Sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) ed esperto della regione, padre Piero Gheddo ritiene questo movimento civile molto positivo per l’ingresso sulla scena dei monaci e per la risposta dei cittadini che li accompagnano.

« Penso che in questa situazione così difficile per quel popolo di 50 milioni di abitanti – non è un popolo di poco conto! – i Governi occidentali dovrebbero fare molta più pressione! (…) La Birmania ha un esercito di 500 mila militari, dicono che sia il secondo dell’Asia. [La manifestazione] sarà una situazione molto, ma molto positiva se sbocca nella libertà. Negativa se provoca una repressione autentica », ha detto alla « Radio Vaticana ».

Il fatto che siano i monaci ad essere scesi in strada deriva dall’inesistenza di una forza popolare. Prescindendo dall’esercito e dal partito dominante, infatti, non c’è altro. « Hanno abolito partiti, sindacati, stampa libera, associazioni, anche associazioni che non avevano nulla di politico … – ricorda padre Gheddo – Chi governa, in Birmania, chi domina tutta la situazione è solo, solo, solo il Governo e chi sta con il Governo! ».

Aung San Suu Kyi ha vinto le elezioni del 1989-90 con l’82% dei voti, mentre il partito socialista del Governo ha ottenuto il 10%. « Penso che tutto il popolo, praticamente tutto il popolo, si sta ribellando perché la Birmania – ricordiamolo – nell’ultimo dopoguerra, nel ’46 – ’48, quando è arrivata l’indipendenza, era il Paese più evoluto e più ricco di risorse naturali del Sudest asiatico. Oggi è l’ultimo Paese in tutti i sensi », ha concluso il missionario.

Testimonianze raccolte dall’agenzia del PIME « AsiaNews.it » affermano che esiste una paura palpabile perché è ancora viva la profonda ferita per le manifestazioni del 1988, culminate con la morte di almeno 3.000 persone.

Nel Rapporto 2006 sulla Situazione della Libertà Religiosa nel Mondo – redatto dall’associazione internazionale di Diritto Pontificio « Aiuto alla Chiesa che Soffre » -, l’Asia appare come il continente in cui la condizione di questo diritto fondamentale è più preoccupante. La Birmania viene citata tra i Paesi con restrizioni di diversa gravità, legale o di fatto, in questo campo.

Publié dans:ZENITH |on 27 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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campanula barbata

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Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 27 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Come Erode, noi cerchiamo di vedere Gesù

San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 147 ; PL 52, 594-596

Come Erode, noi cerchiamo di vedere Gesù

L’amore non può trattenersi dal vedere ciò che ama; per questo tutti i santi stimarono ben poco ciò che avevano ottenuto, se non arrivavano a vedere Dio… Perciò Mosè arriva a dire: « Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, fammi vedere il tuo volto » (Es 33,13). Per questo anche il salmista dice: « Fa splendere il tuo volto » (Sal 79,4). Gli stessi pagani infatti hanno plasmato gli idoli, per poter vedere con gli occhi, nelle loro stesse aberrazioni quel che adoravano.

Dio dunque sapeva che tutti i mortali erano tormentati dal desiderio di vederlo. Ciò che ha scelto per mostrarsi era grande sulla terra, e non meno grande in cielo. Infatti ciò che, sulla terra, Dio ha fatto simile a sé, non poteva rimanere senza onore in cielo: « Facciamo, disse, l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen 1,26)… Nessuno pensi dunque che Dio ha fatto male a venire dagli uomini, come uomo. Egli ha preso carne fra di noi, perché noi lo vedessimo

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 26 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

oggi: San Cosma e Damiano

oggi: San Cosma e Damiano dans immagini sacre

S. Cosma e Damiano

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Publié dans:immagini sacre |on 26 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

POLEMICHE CULTURALI – Camus, Sartre e i cattivi maestri

 dal sito on line del giornale « Avvenire »

POLEMICHE CULTURALI 

Camus, Sartre e i cattivi maestri 

anniversari
Nel 1957 l’autore della «Peste» riceveva il Nobel, poi rifiutato dallo scrittore-filosofo Quel periodo vide la rottura fra i due: il primo difendeva i diritti umani al di là delle ideologie, il secondo restò sempre legato al comunismo 

Di Luca Gallesi  

«Un uomo ricco soltanto di dubbi, abituato alla solitudine del lavoro e al conforto delle amicizie». Con queste semplici parole, pronunciate a Stoccolma il 10 dicembre del 1957, Albert Camus si presentava all’Accademia che gli aveva appena conferito il Premio Nobel per la letteratura. Dopo mezzo secolo, quel suo discorso fa ancora riflettere, in particolare sullo scopo e la funzione della letteratura, che non è fine a se stessa, ma deve unire e affratellare il numero più grande possibile di persone. «L’artista deve essere umile -continua Camus – e accettare di servire tanto la verità, che è misteriosa, quanto la libertà, che è anche pericolosa. Non deve giudicare, bensì capire, senza mai disprezzare nulla».
Molto lontano da questa concezione fu un altro intellettuale francese, che, nel 1964, il Premio Nobel invece lo rifiutò: Jean Paul Sartre, che pure era stato legato ad Albert Camus da una militanza politica e da una amicizia durata una decina d’anni, dal 1944 al 1954. Ammaliati dall’utopia comunista, entrambi però in qualche maniera scendono a patti con i tedeschi invasori della Francia, che apprezzano i testi teatrali di Sartre e le opere di Camus. I primi, infatti, vengono regolarmente rappresentati sui palcoscenici della Parigi occupata, mentre nel 1942, presso Gallimard, escono opere importanti di Camus come il romanzo Lo Straniero e il saggio Il mito di Sisifo, da cui era stato però espunto – con il consenso dell’autore – il capitolo dedicato allo scrittore ebreo Kafka.
Nel 1951 Camus pubblica L’uomo in rivolta, un saggio considerato da Sartre reazionario perché critica la violenza delle rivoluzioni, a cui viene invece contrapposta la rivolta del singolo a favore di una solidarietà tra gli uomini che è la sola via d’uscita all’angoscia dell’esistenza.
La lontananza tra i due intellettuali si trasforma in rottura nel 1954, quando l’impegno politico di Sartre diventa, nel libro I comunisti e la pace, un elogio acritico della dittatura. Camus non tollera la militanza cieca, pronta e assoluta di Sartre che si trasforma in eccesso di zelo quando impedisce la messa in scena della sua pièce teatrale Le mani sporche, perché interpretabile come una critica del bolscevismo.
Un’altra cosa che li unisce, oltre all’ambizione e alla passione politica, è l’ateismo, anche se quello di Camus non gli impedisce di apprezzare il Decalogo, di cui elogia soprattutto la condanna dell’omicidio. La vita, in fondo, è per Camus buona persino quando sembra priva di senso. In Sartre, invece, l’assurdità della condizione umana lo porta all’indifferenza nei confronti della vita umana, che può essere calpestata in nome dell’ideologia. E anche quando, dopo i fatti d’Ungheria, Sartre prenderà a sua volta le distanze dal comunismo russo, non esiterà poi ad abbracciare la causa maoista con la sanguinosa Rivoluzione culturale.
Albert Camus, invece, non ci sta; per lui, «la politica e il destino dell’umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e di grandezza. Gli uomini che hanno dentro di loro la grandezza non entrano in politica». Gli sarà quindi facile etichettare gli intellettuali militanti come cattivi maestri: «La loro scusa è la spaventosa grandezza di quest’epoca. C’è in loro qualcosa che aspira alla servitù». E aveva buon gioco a deridere coloro che, dopo aver demolito tutti i dogmi religiosi tradizionali, si facevano chierici di un altro dogma, questa volta ideologico e politico: il marxismo-leninismo. Per Camus l’unità di misura del valore e della grandezza è l’uomo, con la sua capacità di calarsi nella realtà concreta. Quella stessa realtà concreta, fatta di radici ed esperienze, che ad esempio non gli permette di schierarsi a fianco dell’indipendenza dell’Algeria, perché quella scelta lo avrebbe messo contro la madre, pied-noir che in Algeria viveva ancora. Ed è sempre quella concretezza ricca di pietas che lo spinge, appena ricevuto il Nobel, a telefonare riconoscente al suo maestro, per ringraziarlo, commovente testimonianza di un altro stile e un altro mondo, dove gli uomini erano uomini e le scuole scuole. Ma già dal 1947 Camus con La peste aveva indicato nell’amore e nella solidarietà tra gli uomini la via per superare l’angoscia e la disperazione esistenziale.
Mentre Sartre supera indenne le mode e la contestazione per giungere, riverito maestro, alle soglie degli anni Ottanta, il fato spezza la vita di Camus il 4 gennaio 1960, quando, ad appena 47 anni, si schianta in macchina con il suo editore, Michel Gallimard. In tasca aveva un biglietto del treno, a cui aveva fatidicamente rinunciato all’ultimo momento, ma che restava il suo mezzo di trasporto preferito, consapevole – come aveva spesso pubblicamente affermato – che la morte in automobile è la più assurda di tutte le morti. Sensibile ai temi che oggi verrebbero definiti «ecologisti», aveva intuito già mezzo secolo fa i pericoli di un mondo corrotto, «dove sono mescolate rivoluzioni fallite, una tecnologia impazzita, divinità morte e ideologie consunte».

 

 

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