Archive pour septembre, 2007

Sandro Magister: Nuove tendenze: il ritorno al confessionale

 dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/165641

 

Nuove tendenze: il ritorno al confessionale

 

 

I segnali sono timidi ma costanti. L’ultimo è venuto da Loreto, dove dodicimila giovani hanno ricevuto il sacramento del perdono, incoraggiati dal papa. E nei seminari ricompaiono i testi su cui studiare i « casi di coscienza »

di Sandro Magister

ROMA, 6 settembre 2007 – Nei due giorni dell’incontro tra Benedetto XVI e i giovani accorsi a Loreto in centinaia di migliaia dall’Italia e da molti paesi del mondo, è accaduto un fatto inatteso per intensità e dimensione: un accesso di massa alla confessione sacramentale.

Tra sabato 1 e domenica 2 settembre, nella grande spianata sotto la cittadina e il santuario della Madonna, 350 sacerdoti hanno confessato ininterrottamente dalle 2 del pomeriggio fino alle 7 del mattino, assediati da dodicimila giovani in attesa di perdono.

Ma anche prima della venuta del papa il rito della penitenza ha fatto parte per numerosi giovani della preparazione all’evento. I percorsi di pellegrinaggio che convergevano su Loreto comprendevano quasi tutti la tappa della confessione sacramentale. È stato così all’Abbazia di Fiastra, divenuta a momenti un immenso confessionale. È stato così al santuario di Canoscio, sui monti dell’Appennino. Ogni volta con decine e decine di preti impegnati contemporaneamente ad amministrare il sacramento.

Non si tratta di una novità assoluta. Anche nelle Giornate Mondiali della Gioventù tenute a Roma nel 2000 i giovani si confessarono in gran numero: centoventimila in tre giorni, nell’immenso stadio della Roma pagana, il Circo Massimo, trasformato in confessionale a cielo aperto.

Ma quella che allora parve una fiammata effimera si è poi rivelata una tendenza duratura. E in espansione, specie nei santuari e nei grandi raduni. Certo, in percentuale le quote di chi tra i giovani cattolici si confessa sono tuttora minime. A Loreto meno del 5 per cento dei presenti. Ma l’inversione di tendenza è in atto, rispetto alla quasi scomparsa, anni fa, della pratica del sacramento.

E poi, più che i numeri, parlano i segni. Il vedere che tanti giovani si confessano per loro libera scelta, dentro un evento religioso che è sotto l’osservazione di tutti, trasmette il messaggio che la confessione non è più un sacramento in disuso ma torna ad essere praticata ed amata.

Benedetto XVI risolutamente incoraggia questa ripresa della confessione, specie tra i giovani. È stata sua la scelta di dedicare un intero pomeriggio, il giovedì precedente la scorsa Settimana Santa, alla celebrazione del sacramento della penitenza in San Pietro, scendendo lui stesso nella basilica a guidare la celebrazione, a predicare e a confessare.

Confessione individuale, non collettiva. Perchè, in effetti, fu questa la prassi che si diffuse spontaneamente all’indomani del Concilio Vaticano II, soprattutto in Centroeuropa, nel Nordamerica, in America latina, in Australia: quella di impartire assoluzioni generali a interi gruppi di fedeli, dopo un loro « mea culpa » altrettanto collettivo.

Questo non è mai stato l’indirizzo di Roma. L’unica assoluzione collettiva autorizzata – anche dopo l’aggiornamento del rito nel 1974 – è in pericolo di morte, ad esempio per un battaglione in guerra, oppure in assenza drammatica di sacerdoti rispetto al numero dei penitenti presenti; sempre però con l’obbligo a chi ha beneficiato dell’assoluzione collettiva di presentarsi « quanto prima, massimo entro un anno » da un sacerdote, per confessargli individualmente i propri peccati gravi.

Nonostante ciò, la pratica dell’assoluzione collettiva è continuata in numerose diocesi del globo. L’intento dichiarato dei suoi promotori, anche vescovi, era di salvare il sacramento da un abbandono in massa. Ma il risultato fu proprio di accelerare tale abbandono.

Anche nei seminari e nelle facoltà teologiche la confessione collettiva ha avuto e ha i suoi fautori. Un teologo moralista che se ne è fatto paladino è Domiciano Fernandez, spagnolo, claretiano, in un libro stampato in Italia dall’editrice Queriniana, « Dio ama e perdona senza condizioni », con la prefazione partecipe del liturgista Rinaldo Falsini, francescano.

Il calo della pratica di questo sacramento è andato di pari passo, nei seminari, con l’abbandono di un insegnamento mirato alla preparazione pratica di buoni confessori. Da alcuni decenni i « casi di coscienza » hanno cessato di essere materia di studio.

Anche qui, però, vi sono oggi dei segnali di inversione di tendenza. Questa estate è uscito in Italia, edito da Ares, un libro di uno stimato teologo moralista, Lino Ciccone, consultore del pontificio consiglio per la famiglia, dal titolo: « L’inconfessabile e l’inconfessato. Casi e soluzioni di 30 problemi di coscienza ».

Come il titolo fa intuire, nel libro sono elencati 30 « casi di coscienza », seguiti da altrettante linee di soluzione. I casi, molto calati nella vita reale, spaziano dall’aborto alla pratica omosessuale, dal divorzio alla corruzione finanziaria. Il volume è espressamente scritto per chi si prepara al sacerdozio, come « libro di esercizi » da affiancare ai testi di morale generale.

Ma vale anche per chi è già sacerdote e già confessa. E ha in animo di confessare di più e meglio.

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La luce dell’oscurità di Madre Teresa (Parte I)

dal sito:

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La luce dell’oscurità di Madre Teresa (Parte I)

 Padre Kolodiejchuk parla della sua unione con Gesù 

 

ROMA, lunedì, 10 settembre 2007 (ZENIT.org).- Madre Teresa di Calcutta sapeva di essere unita a Gesù sia nei momenti in cui provava amore, sia nei momenti di aridità, perché la sua mente era fissa solo ed esclusivamente su di Lui.

La fondatrice delle Missionarie della Carità aveva espresso questa realtà in una lettera indirizzata al suo direttore spirituale, ora resa pubblica – insieme a molte altre lettere – in un volume intitolato “Come Be My Light”, edito e presentato da padre Brian Kolodiejchuk.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Kolodiejchuk, sacerdote Missionario della Carità e postulatore della causa di canonizzazione della beata Madre Teresa di Calcutta, parla del suo nuovo libro e della vita interiore di Madre Teresa, tenuta finora nascosta al mondo.

La straordinaria vita interiore di Madre Teresa è stata rivelata per lo più dopo la sua morte. A parte i colloqui con i suoi direttori spirituali, come era la sua vita, soprattutto la sofferenza del suo buio spirituale, celato a tutti coloro che la conoscevano?

Padre Kolodiejchuk: Nessuno aveva idea della sua vita interiore perché i suoi direttori spirituali non rendevano note queste lettere. I gesuiti ne possedevano alcune, altre erano custodite presso la residenza arcivescovile e padre Joseph Neuner, un altro direttore spirituale, ne aveva altre.

Queste lettere sono state scoperte quando siamo andati alla ricerca di documenti utili alla causa.

Quando era in vita, Madre Teresa aveva chiesto che il suo materiale biografico non venisse reso pubblico.

Aveva chiesto all’Arcivescovo Ferdinand Perier di Calcutta di non rivelare a un altro Vescovo di come le cose fossero iniziate. Aveva detto: “Per favore non dargli nulla dell’inizio, perché se le persone conoscessero l’inizio, come per le locuzioni, allora l’attenzione si sposterebbe su di me e non su Gesù”.

Continuava a ripetere: “Opera di Dio. Questa è opera di Dio”.

Persino le sorelle più vicine a lei non avevano idea della sua vita interiore. Molte pensavano che doveva avere una grande intimità con Dio per poter andare avanti nonostante le difficoltà relative all’Ordine e alla povertà materiale in cui viveva.

Il libro parla del voto segreto che Madre Teresa fece nei primi momenti della sua vocazione, quando promise di non negare a Dio nulla, pena il peccato mortale. Che ruolo ha avuto questo nella sua vita?

Padre Kolodiejchuk: Madre Teresa ha formulato questo voto, di non rifiutare mai nulla a Dio, nel 1942.

Subito sono seguite le sue lettere ispirate da Gesù. In una di queste, se non in entrambe, Gesù – mettendo alla prova il suo voto – dice: “Ti rifiuterai di fare questo per me?”.

Il voto quindi fa da sfondo alla sua vocazione. Poi si vede nelle lettere ispirate che Gesù chiarisce la sua chiamata.

Ella quindi va avanti perché sa cosa Gesù vuole da lei. È motivata dal pensiero di questo desiderio e di questo dolore relativi al fatto che i poveri non conoscono Gesù e quindi non lo cercano.

Questo è uno dei pilastri che l’ha sostenuta nei momenti di prova del buio. Sulla base della sua certezza nella chiamata e di questo suo voto, può affermare in una delle lettere: “Ero al punto di crollare, allora mi sono ricordata del voto e questo mi ha fatto andare avanti”.

Vi è stata molta polemica sulle “notti oscure” di Madre Teresa. Nel suo libro lei le descrive come il “martirio del desiderio”. Questo elemento della sete di Dio, in generale, non è stato colto. Ce lo può descrivere?

Padre Kolodiejchuk: Un buon libro che conviene leggere per comprendere alcune di queste cose è quello di padre Thomas Dubay: “Fire Within”.

Nel suo libro, padre Dubay parla del dolore della perdita e del dolore del desiderio, e afferma che il dolore del desiderio è maggiore.

Come spiega padre Dubay, il dolore derivante dal desiderio di una vera unione con Dio, costituisce lo stato di purgatorio chiamato la notte oscura. Dopo questa fase, l’anima passa ad uno stadio di estasi e di vera unione con Dio.

Il periodo purgativo di Madre Teresa sembra esserci stato durante il suo periodo di formazione a Loreto.

Ai tempi della sua professione, affermava di essere spesso accompagnata dal buio. Le sue lettere di quel periodo, sono tipiche di chi si trova nella notte oscura.

Padre Celeste Van Exem, suo direttore spirituale, ha detto che forse nel 1946 o 1945 lei era già vicina all’estasi.

Dopo quel periodo, quando le difficoltà di fede sono terminate, sono arrivate le ispirazioni e le locuzioni.

Più tardi, ha scritto a padre Neuner spiegando: “E poi lei sa come è andata a finire. Come se Nostro Signore si fosse dato a me in pienezza. La dolcezza, la consolazione e l’unione di quei 6 mesi sono passate fin troppo in fretta”.

Quindi Madre Teresa ha avuto sei mesi di unione intensa, dopo le locuzioni e l’estasi. Ella si trovava già nella autentica unione trasformante. A quel punto l’oscurità è tornata.

Ma adesso il buio che viveva, si collocava nell’ambito di quell’unione con Dio. Pertanto non è che quell’unione che aveva sperimentato fosse svanita. Aveva invece perso la consolazione dell’unione, alternando tra il dolore di quella perdita e il desiderio profondo; un’autentica sete.

Come ha detto padre Dubay: “Talvolta la contemplazione è deliziosa; altre volte assume la forma di una forte sede di lui”. Ma in Madre Teresa, a parte un mese del 1958, la consolazione dell’unione non è riapparsa.

C’è una lettera in cui dice: “No, Padre, non sono sola, ho il Suo buio, ho il Suo dolore, ho un terribile anelito per Dio. Amare e non essere amata; io so di essere unita a Gesù, perché la mia mente è fissa solo ed esclusivamente su di lui”.

La sua esperienza di oscurità nell’unione è molto rara persino tra i santi, perché per la maggior parte di essi, il periodo finale è caratterizzato da una unione priva di oscurità.

La sua sofferenza, quindi, per usare un termine del teologo domenicano padre Reginald Garrigou-Lagrange, è riparatrice dei peccati altrui, più che purificatrice dei propri. Ella è unita a Gesù attraverso una fede e un amore tali da farle condividere la Sua esperienza nell’Orto del Getsemani e sulla croce.

Madre Teresa disse che la sofferenza nell’Orto degli ulivi era peggiore della sofferenza sulla croce. E adesso sappiamo quale era il fondamento di tale affermazione: aveva compreso l’amore di Gesù per le anime.

L’importante è che si tratti di unione e, come ha evidenziato Carlo Zaleski nel suo articolo pubblicato su First Things, questo tipo di prova è piuttosto nuovo. È un’esperienza inedita per i santi degli ultimi 100 anni: la sofferenza derivante dalla sensazione di non avere fede e di non credere nella religione. 

 

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Benedetto XVI chiede una “teologia in ginocchio”

dal sito:

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 Benedetto XVI chiede una “teologia in ginocchio” 

“Non è mai un discorso solamente umano su Dio” 

 

VIENNA, lunedì, 10 settembre 2007 (ZENIT.org).- La vera teologia si fa “in ginocchio”, con fede, ha spiegato Benedetto XVI in uno degli ultimi atti pubblici che ha vissuto questo fine settimana in Austria.

Questa domenica pomeriggio il Papa ha visitato l’Abbazia cistercense di Heiligenkreuz, situata a una trentina di chilometri da Vienna, sede di un’Accademia teologica che dal febbraio scorso porta il nome di Benedetto XVI.

Circa 15.000 persone attendevano tra l’esterno e l’interno del grande chiostro l’arrivo del Papa che, dopo aver salutato la folla, ha fatto ingresso tra le mura altissime e spoglie del tempio risalente al XII secolo, accompagnato dal canto corale dei monaci.

La teologia cristiana, ha spiegato, “non è mai un discorso solamente umano su Dio, ma è sempre al contempo il Logos e la logica in cui Dio si rivela”.

“Per questo intellettualità scientifica e devozione vissuta sono due elementi dello studio che, in una complementarietà irrinunciabile, dipendono l’una dall’altra”.

Citando il padre dell’Ordine cistercense, San Bernardo, ha ricordato come ha lottato nella sua epoca “contro il distacco di una razionalità oggettivante dalla corrente della spiritualità ecclesiale”.

“La nostra situazione oggi, pur diversa, ha però anche notevoli somiglianze –ha riconosciuto –. Nell’ansia di ottenere il riconoscimento di rigorosa scientificità nel senso moderno, la teologia può perdere il respiro della fede”.

“Ma come una liturgia che dimentica lo sguardo a Dio è, come tale, al lumicino, così anche una teologia che non respira più nello spazio della fede, cessa di essere teologia; finisce per ridursi ad una serie di discipline più o meno collegate tra di loro”, ha detto.

“Dove invece si pratica una ‘teologia in ginocchio’, come richiedeva Hans Urs von Balthasar, non mancherà la fecondità per la Chiesa”, ha spiegato.

Il Vescovo di Roma si è fatto promotore di una vita spirituale cristiana che integri l’intera personalità del credente.

“Dove si trascura la dimensione intellettuale, nasce troppo facilmente una forma di pia infatuazione che vive quasi esclusivamente di emozioni e di stati d’animo che non possono essere sostenuti per tutta la vita”.

“E dove si trascura la dimensione spirituale, si crea un razionalismo rarefatto che sulla base della sua freddezza e del suo distacco non può mai sfociare in una donazione entusiasta di sé a Dio”.

“Non si può fondare una vita al seguito di Cristo su tali unilateralità; con le mezze misure si resterebbe personalmente insoddisfatti e, di conseguenza, forse anche spiritualmente sterili”, ha detto ai monaci.

Prima di lasciare l’Abbazia – dove Benedetto XVI ha potuto salutare anche un anziano monaco scampato alla persecuzione nazista –, il Papa ha ricevuto in dono un libro del Salterio utilizzato dai monaci per il loro canto corale e un quadro ornato da un cristallo realizzato da un religioso, raffigurante il fondatore di Heiligenkreuz, Leopoldo III, secondo quanto ha poi riferito la “Radio Vaticana”.

 

 

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buona notte

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American Purple Gallinule

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« Gesù se ne andò sulla montagna a pregare »

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Sul Vangelo di Luca, 5,41 ; SC 45, 198

« Gesù se ne andò sulla montagna a pregare »

« In questi giorni, Gesù se ne andò sulla montagna a pregare, e passò la notte in orazione ». Non tutti quelli che pregano scalano la montagna… ma coloro che pregano bene, quelli che si alzano dai beni terrestri ai beni superiori, salgono sulle cime della vigilanza e dell’amore dall’alto. Quelli che si preoccupano delle ricchezze del mondo o degli onori non scalano la montagna.; quello che brama le terre non sue non scala la montagna. Quelli che cercano Dio salgono; quelli che salgono implorano l’aiuto del Signore per la loro salita. Tutte le anime grandi, tutte le anime alte scalano la montagna, perché non semplicemente al primo venuto il profeta disse: « Sali su un’alto monte, tu che rechi liete notizie a Sion. Alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie a Gerusalemme »(Is 40,9). Non grazie alla prodezza fisica, bensì alle azioni elevate scalerai questa montagna. Segui Cristo…; cerca nel Vangelo, troverai che solo i discepoli hanno scalato la montagna col Signore.

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alla ricerca di belle immagini sacre: Giobbe 2,9

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Job Ridiculed by his Wife – Job 2:9

http://www.artbible.info/art/large/135.html

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San Nicola da Tolentino

San Nicola da Tolentino dans immagini sacre

San Nicola da Tolentino

(è presente nel martirologio romano)

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=34600&dispsize=Original

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Gianfranco Ravasi: il Mattutino: La zuccheriera

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

Gianfranco Ravasi: il Mattutino 

 

09 Settembre 2007  

 

La zuccheriera 

 

La piccola cura (purché non sia l’unica!) di rifornire la zuccheriera, prima che altri la trovino vuota, è un atto di amore domestico. L’amore è grande, ma è fatto di cose piccole.
Basta solo un ammiccare degli occhi o un tocco della mano o una parola sussurrata: quando si è innamorati o, più semplicemente, ci si vuole bene, basta solo un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche il preparare per l’altro la colazione al mattino o, ancor più essenzialmente, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una specie di lettera d’amore. Ha ragione Enrico Peyretti, mio antico compagno di studi, quando scrive, nella rubrica che tiene sulla rivista Rocca, che «l’amore è grande, ma è fatto di cose piccole». La sua genuinità ha come cartina di tornasole proprio la quotidianità.
Io, però, vorrei ora mettere l’accento su un inciso marginale che è presente nel testo sopra citato: «purché non sia l’unica» (la piccola cosa che alimenta l’amore). Sì, perché spesso nella coppia, nella famiglia, nell’amicizia si lasciano troppe cose importanti come implicite; non le si dichiarano mai, non le si manifestano, non le si esprimono in parole esplicite, in atti significativi. Non bisogna affidare tutto al piccolo gesto o all’intuizione dell’altro: certe relazioni si usurano e si spezzano perché si è avuta forse la pigrizia o il pudore di non dire all’altra persona in modo forte e chiaro quanto fosse preziosa, cara, insostituibile. Ci sono, perciò, anche le grandi cose e non solo le piccole ad alimentare e sostenere l’amore perché, come diceva Ungaretti, «il vero amore è una quiete accesa» (nel Sentimento del tempo), è pace silenziosa e grido ardente

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seconda lettura dell’Ufficio delle letture di oggi 10.9.07

seconda lettura dell’Ufficio delle letture di oggi, dal sito: 

 

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetLun/23LUNpage.htm

 

Seconda Lettura
Dal «Discorso sulle beatitudini» di san Leone Magno, papa
(Disc. 95, 8-9; PL 54, 465-466)

Grande pace per chi ama la legge di Dio

È giusto che la beatitudine della visione di Dio venga promessa ai puri di cuore. L’occhio ottenebrato infatti non potrebbe sostenere lo splendore della vera luce: ciò che formerà la delizia per le anime pure, sarà causa di tormento per quelle macchiate dal peccato. Evitiamo dunque l’oscura caligine delle vanità terrene, e gli occhi dell’anima si lavino da ogni sozzura di peccato, perché il nostro sguardo limpido possa pascersi della sublime visione di Dio.
Proprio perché ci adoperassimo a meritare questa visione il Signore disse: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Questa beatitudine, fratelli, non si riferisce ad una qualsiasi intesa o accordo, ma a quello di cui parla l’Apostolo: Abbiate pace con Dio (cfr. Rm 5,1), e di cui il profeta dice: «Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo» (Sal 118,165).
Non possono pretendere di possedere questa pace né i vincoli più stretti di amicizia, né la somiglianza più perfetta di carattere se non sono in armonia con la volontà di Dio. Fuori di questa sublime pace troviamo soltanto connivenze e associazioni a delinquere, alleanze malvage e i patti del vizio.
L’amore del mondo empio non si concilia con quello di Dio. Colui che non si distacca dalla generazione secondo la carne non arriva a far parte della comunità dei figli di Dio. Coloro invece che hanno la mente fissa in Dio, «cercando di conservare l’unità dello spirito, per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,3), non si discostano mai dalla legge eterna. Essi dicono con sincera fede la preghiera: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6,10).
Questi sono gli operatori di pace, questi sono veramente unanimi e santamente concordi, degni di essere chiamati in eterno figli di Dio e coeredi di Cristo (Rm 8,17). Infatti l’amore di Dio e l’amore del prossimo li renderà meritevoli del grande premio. Non sentiranno più nessuna avversità, non temeranno più ostacoli o insidie, ma, terminata la lotta e tutte le tribolazioni, riposeranno nella più tranquilla pace di Dio. Per il Signore nostro, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 

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il Papa in Austria: Omelia di Benedetto XVI nella cattedrale di Vienna

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11822?l=italian

 

Omelia di Benedetto XVI nella cattedrale di Vienna

 VIENNA, domenica, 9 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI questa domenica mattina nella celebrazione eucaristica che ha presieduto nella cattedrale di Santo Stefano di Vienna. 

* * * 


Cari fratelli e sorelle!

Sine dominico non possumus! » Senza il dono del Signore, senza il Giorno del Signore non possiamo vivere: così risposero nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella Celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di Domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che questo era punito con la morte. “Sine dominico non possumus« . Nella parola dominico sono indissolubilmente intrecciati due significati, la cui unità dobbiamo nuovamente imparare a percepire. C’è innanzitutto il dono del Signore – questo dono è Lui stesso: il Risorto, del cui contatto e vicinanza i cristiani hanno bisogno per essere se stessi. Questo, però, non è solo un contatto spirituale, interno, soggettivo: l’incontro col Signore si iscrive nel tempo attraverso un giorno preciso. E in questo modo si iscrive nella nostra esistenza concreta, corporea e comunitaria, che è temporalità. Dà al nostro tempo, e quindi alla nostra vita nel suo insieme, un centro, un ordine interiore. Per quei cristiani la Celebrazione eucaristica domenicale non era un precetto, ma una necessità interiore. Senza Colui che sostiene la nostra vita col suo amore, la vita stessa è vuota. Lasciar via o tradire questo centro toglierebbe alla vita stessa il suo fondamento, la sua dignità interiore e la sua bellezza.

Ha rilevanza questo atteggiamento dei cristiani di allora anche per noi cristiani di oggi? Sì, vale anche per noi, che abbiamo bisogno di una relazione che ci sorregga e dia orientamento e contenuto alla nostra vita. Anche noi abbiamo bisogno del contatto con il Risorto, che ci sorregge fin oltre la morte. Abbiamo bisogno di questo incontro che ci riunisce, che ci dona uno spazio di libertà, che ci fa guardare oltre l’attivismo della vita quotidiana verso l’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.

Se, tuttavia, prestiamo ora ascolto all’odierno brano evangelico, al Signore che in esso ci parla, ci spaventiamo. “Chi non rinuncia ad ogni sua proprietà e non lascia anche tutti i legami familiari, non può essere mio discepolo. » Vorremmo obiettare: ma cosa stai dicendo, Signore? Non ha forse il mondo bisogno proprio della famiglia? Non ha forse bisogno dell’amore paterno e materno, dell’amore tra genitori e figli, tra uomo e donna? Non abbiamo noi bisogno dell’amore della vita, bisogno della gioia di vivere? E non occorrono forse anche persone che investano nei beni di questo mondo ed edifichino la terra che ci è stata data, cosicché tutti possano aver parte dei suoi doni? Non ci è stato affidato forse anche il compito di provvedere allo sviluppo della terra e dei suoi beni? Se ascoltiamo meglio il Signore e lo ascoltiamo nell’insieme di tutto ciò che Egli ci dice, allora comprendiamo che Gesù non esige da tutti la stessa cosa. Ognuno ha il suo compito personale e il tipo di sequela progettato per lui. Nel Vangelo di oggi Gesù parla direttamente di ciò che non è compito dei molti che gli si erano associati nel pellegrinaggio verso Gerusalemme, ma che è chiamata particolare dei Dodici. Questi devono innanzitutto superare lo scandalo della Croce e devono poi essere pronti a lasciare veramente tutto ed accettare la missione apparentemente assurda di andare sino ai confini della terra e, con la loro scarsa cultura, annunciare ad un mondo pieno di presunta erudizione e di formazione fittizia o vera – come certamente in particolare anche ai poveri e ai semplici – il Vangelo di Gesù Cristo. Devono essere pronti, sul loro cammino nella vastità del mondo, a subire in prima persona il martirio, per testimoniare così il Vangelo del Signore crocifisso e risorto. Se la parola di Gesù è rivolta anzitutto ai Dodici, la sua chiamata naturalmente raggiunge, al di là del momento storico, tutti i secoli. In tutti i tempi Egli chiama delle persone a contare esclusivamente su di Lui, a lasciare tutto il resto e ad essere totalmente a sua disposizione e così a disposizione degli altri: a creare delle oasi di amore disinteressato in un mondo, in cui tanto spesso sembrano contare solo il potere ed il denaro. Ringraziamo il Signore, perché in tutti i secoli ci ha donato uomini e donne che per amor suo hanno lasciato tutto il resto, rendendosi segni luminosi del suo amore! Basti pensare a persone come Benedetto e Scolastica, come Francesco e Chiara, Elisabetta di Turingia e Edvige di Slesia, come Ignazio di Loyola, Teresa di Avila fino a Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio! Queste persone, con l’intera loro vita, sono diventate un’interpretazione della parola di Gesù, che in loro si rende vicina e comprensiva per noi. Preghiamo il Signore, affinché anche nel nostro tempo doni a tante persone il coraggio di lasciare tutto, per essere così a disposizione di tutti.

Se, però, ci dedichiamo ora di nuovo al Vangelo, possiamo accorgerci che il Signore non vi parla solo di alcuni pochi e del loro compito particolare; il nocciolo di ciò che Egli intende vale per tutti. Di che cosa si tratti in ultima istanza, lo esprime un’altra volta così: « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso? » (Lc 9, 24s). Chi vuol soltanto possedere la propria vita, prenderla solo per se stesso, la perderà. Solo chi si dona riceve la sua vita. Con altre parole: solo colui che ama trova la vita. E l’amore richiede sempre l’uscire da se stessi, richiede di lasciare se stessi. Chi si volge indietro per cercare se stesso e vuol avere l’altro solo per sé, perde proprio in questo modo se stesso e l’altro. Senza questo più profondo perdere se stesso non c’è vita. L’irrequieta brama di vita che oggi non dà pace agli uomini finisce nel vuoto della vita persa. « Chi perderà la propria vita per me… », dice il Signore: un lasciare se stessi in modo più radicale è possibile solo se con ciò alla fine non cadiamo nel vuoto, ma nelle mani dell’Amore eterno. Solo l’amore di Dio, che ha perso se stesso per noi consegnandosi a noi, rende possibile anche a noi di diventare liberi, di lasciar perdere e così trovare veramente la vita. Questo è il centro di ciò che il Signore vuole comunicarci nel brano evangelico apparentemente così duro di questa Domenica. Con la sua parola Egli ci dona la certezza che possiamo contare sul suo amore, sull’amore del Dio fatto uomo. Riconoscere questo è la saggezza di cui parla l’odierna lettura. Vale anche qui che tutto il sapere del mondo non ci giova a nulla, se non impariamo a vivere, se non apprendiamo che cosa conta veramente nella vita.

Sine dominico non possumus! ». Senza il Signore e il giorno che a Lui appartiene non si realizza una vita riuscita. La Domenica, nelle nostre società occidentali, si è mutata in un fine-settimana, in tempo libero. Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è certamente una cosa bella e necessaria. Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l’insieme, esso finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e ricrea. Il tempo libero necessita di un centro – l’incontro con Colui che è la nostra origine e la nostra meta. Il mio grande predecessore sulla sede vescovile di München und Freising, il Cardinale Faulhaber, lo ha espresso una volta così: « Dà all’anima la sua Domenica, dà alla Domenica la sua anima ».

Proprio perché nella Domenica si tratta in profondità dell’incontro, nella Parola e nel Sacramento, con il Cristo risorto, il raggio di tale giorno abbraccia la realtà intera. I primi cristiani hanno celebrato il primo giorno della settimana come Giorno del Signore, perché era il giorno della risurrezione. Ma molto presto la Chiesa ha preso coscienza anche del fatto che il primo giorno della settimana è il giorno del mattino della creazione, il giorno in cui Dio disse: « Sia la luce! » (Gn 1,3). Per questo la Domenica è nella Chiesa anche la festa settimanale della creazione – la festa della gratitudine e della gioia per la creazione di Dio. In un’epoca, in cui, a causa dei nostri interventi umani, la creazione sembra esposta a molteplici pericoli, dovremmo accogliere coscientemente proprio anche questa dimensione della Domenica. Per la Chiesa primitiva, il primo giorno ha poi assimilato progressivamente anche l’eredità del settimo giorno, dello šabbat. Partecipiamo al riposo di Dio, un riposo che abbraccia tutti gli uomini. Così percepiamo in questo giorno qualcosa della libertà e dell’uguaglianza di tutte le creature di Dio.

Nell’orazione di questa Domenica ricordiamo innanzitutto che Dio, mediante il suo Figlio, ci ha redenti e adottati come figli amati. Poi lo preghiamo di guardare con benevolenza i credenti in Cristo e di donarci la vera libertà e la vita eterna. Preghiamo per lo sguardo di bontà di Dio. Noi stessi abbiamo bisogno di questo sguardo di bontà, al di là della Domenica, fin nella vita di ogni giorno. Nel pregare sappiamo che questo sguardo ci è già stato donato, anzi, sappiamo che Dio ci ha adottato come figli, ci ha accolto veramente nella comunione con se stesso. Essere figlio significa – lo sapeva molto bene la Chiesa primitiva – essere una persona libera, non un servo, ma uno appartenente personalmente alla famiglia. E significa essere erede. Se noi apparteniamo a quel Dio che è il potere sopra ogni potere, allora siamo senza paura e liberi. E siamo eredi. L’eredità che Egli ci ha lasciato è Lui stesso, il suo Amore. Sì, Signore, fa’ che questa consapevolezza ci penetri profondamente nell’anima e che impariamo così la gioia dei redenti. Amen. 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 10 septembre, 2007 |Pas de commentaires »
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