Archive pour le 26 septembre, 2007

Come Erode, noi cerchiamo di vedere Gesù

San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Discorsi, 147 ; PL 52, 594-596

Come Erode, noi cerchiamo di vedere Gesù

L’amore non può trattenersi dal vedere ciò che ama; per questo tutti i santi stimarono ben poco ciò che avevano ottenuto, se non arrivavano a vedere Dio… Perciò Mosè arriva a dire: « Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, fammi vedere il tuo volto » (Es 33,13). Per questo anche il salmista dice: « Fa splendere il tuo volto » (Sal 79,4). Gli stessi pagani infatti hanno plasmato gli idoli, per poter vedere con gli occhi, nelle loro stesse aberrazioni quel che adoravano.

Dio dunque sapeva che tutti i mortali erano tormentati dal desiderio di vederlo. Ciò che ha scelto per mostrarsi era grande sulla terra, e non meno grande in cielo. Infatti ciò che, sulla terra, Dio ha fatto simile a sé, non poteva rimanere senza onore in cielo: « Facciamo, disse, l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen 1,26)… Nessuno pensi dunque che Dio ha fatto male a venire dagli uomini, come uomo. Egli ha preso carne fra di noi, perché noi lo vedessimo

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oggi: San Cosma e Damiano

oggi: San Cosma e Damiano dans immagini sacre

S. Cosma e Damiano

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POLEMICHE CULTURALI – Camus, Sartre e i cattivi maestri

 dal sito on line del giornale « Avvenire »

POLEMICHE CULTURALI 

Camus, Sartre e i cattivi maestri 

anniversari
Nel 1957 l’autore della «Peste» riceveva il Nobel, poi rifiutato dallo scrittore-filosofo Quel periodo vide la rottura fra i due: il primo difendeva i diritti umani al di là delle ideologie, il secondo restò sempre legato al comunismo 

Di Luca Gallesi  

«Un uomo ricco soltanto di dubbi, abituato alla solitudine del lavoro e al conforto delle amicizie». Con queste semplici parole, pronunciate a Stoccolma il 10 dicembre del 1957, Albert Camus si presentava all’Accademia che gli aveva appena conferito il Premio Nobel per la letteratura. Dopo mezzo secolo, quel suo discorso fa ancora riflettere, in particolare sullo scopo e la funzione della letteratura, che non è fine a se stessa, ma deve unire e affratellare il numero più grande possibile di persone. «L’artista deve essere umile -continua Camus – e accettare di servire tanto la verità, che è misteriosa, quanto la libertà, che è anche pericolosa. Non deve giudicare, bensì capire, senza mai disprezzare nulla».
Molto lontano da questa concezione fu un altro intellettuale francese, che, nel 1964, il Premio Nobel invece lo rifiutò: Jean Paul Sartre, che pure era stato legato ad Albert Camus da una militanza politica e da una amicizia durata una decina d’anni, dal 1944 al 1954. Ammaliati dall’utopia comunista, entrambi però in qualche maniera scendono a patti con i tedeschi invasori della Francia, che apprezzano i testi teatrali di Sartre e le opere di Camus. I primi, infatti, vengono regolarmente rappresentati sui palcoscenici della Parigi occupata, mentre nel 1942, presso Gallimard, escono opere importanti di Camus come il romanzo Lo Straniero e il saggio Il mito di Sisifo, da cui era stato però espunto – con il consenso dell’autore – il capitolo dedicato allo scrittore ebreo Kafka.
Nel 1951 Camus pubblica L’uomo in rivolta, un saggio considerato da Sartre reazionario perché critica la violenza delle rivoluzioni, a cui viene invece contrapposta la rivolta del singolo a favore di una solidarietà tra gli uomini che è la sola via d’uscita all’angoscia dell’esistenza.
La lontananza tra i due intellettuali si trasforma in rottura nel 1954, quando l’impegno politico di Sartre diventa, nel libro I comunisti e la pace, un elogio acritico della dittatura. Camus non tollera la militanza cieca, pronta e assoluta di Sartre che si trasforma in eccesso di zelo quando impedisce la messa in scena della sua pièce teatrale Le mani sporche, perché interpretabile come una critica del bolscevismo.
Un’altra cosa che li unisce, oltre all’ambizione e alla passione politica, è l’ateismo, anche se quello di Camus non gli impedisce di apprezzare il Decalogo, di cui elogia soprattutto la condanna dell’omicidio. La vita, in fondo, è per Camus buona persino quando sembra priva di senso. In Sartre, invece, l’assurdità della condizione umana lo porta all’indifferenza nei confronti della vita umana, che può essere calpestata in nome dell’ideologia. E anche quando, dopo i fatti d’Ungheria, Sartre prenderà a sua volta le distanze dal comunismo russo, non esiterà poi ad abbracciare la causa maoista con la sanguinosa Rivoluzione culturale.
Albert Camus, invece, non ci sta; per lui, «la politica e il destino dell’umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e di grandezza. Gli uomini che hanno dentro di loro la grandezza non entrano in politica». Gli sarà quindi facile etichettare gli intellettuali militanti come cattivi maestri: «La loro scusa è la spaventosa grandezza di quest’epoca. C’è in loro qualcosa che aspira alla servitù». E aveva buon gioco a deridere coloro che, dopo aver demolito tutti i dogmi religiosi tradizionali, si facevano chierici di un altro dogma, questa volta ideologico e politico: il marxismo-leninismo. Per Camus l’unità di misura del valore e della grandezza è l’uomo, con la sua capacità di calarsi nella realtà concreta. Quella stessa realtà concreta, fatta di radici ed esperienze, che ad esempio non gli permette di schierarsi a fianco dell’indipendenza dell’Algeria, perché quella scelta lo avrebbe messo contro la madre, pied-noir che in Algeria viveva ancora. Ed è sempre quella concretezza ricca di pietas che lo spinge, appena ricevuto il Nobel, a telefonare riconoscente al suo maestro, per ringraziarlo, commovente testimonianza di un altro stile e un altro mondo, dove gli uomini erano uomini e le scuole scuole. Ma già dal 1947 Camus con La peste aveva indicato nell’amore e nella solidarietà tra gli uomini la via per superare l’angoscia e la disperazione esistenziale.
Mentre Sartre supera indenne le mode e la contestazione per giungere, riverito maestro, alle soglie degli anni Ottanta, il fato spezza la vita di Camus il 4 gennaio 1960, quando, ad appena 47 anni, si schianta in macchina con il suo editore, Michel Gallimard. In tasca aveva un biglietto del treno, a cui aveva fatidicamente rinunciato all’ultimo momento, ma che restava il suo mezzo di trasporto preferito, consapevole – come aveva spesso pubblicamente affermato – che la morte in automobile è la più assurda di tutte le morti. Sensibile ai temi che oggi verrebbero definiti «ecologisti», aveva intuito già mezzo secolo fa i pericoli di un mondo corrotto, «dove sono mescolate rivoluzioni fallite, una tecnologia impazzita, divinità morte e ideologie consunte».

 

 

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Un buonismo camuffato apre il varco alla selezione

 dal sito on line del giornale « Avvenire »:

Un buonismo camuffato apre il varco alla selezione 

Il fatto che si tratti di un caso privato non ne cancella la funzione etica negativa per la società: una sentenza che lo ammette crea un precedente per altri casi 

Lucetta Scaraffia  

È facile comprendere il punto di vista dei genitori sardi che desiderano un figlio sano, e quindi considerare crudele chi si oppone al loro progetto in nome di una « ideologia astratta ». È facile sostenere che la loro è di fatto una scelta umanitaria, che salvaguarda i sentimenti e i desideri di due persone, e che pertanto non ha niente a che vedere con l’eugenetica, ideologia resa infame dalla realizzazione pratica che ne ha fatto il nazismo in anni non ancora tanto lontani. Là, nel passato, c’era una figura esecrata, Hitler, che voleva realizzare un mito pericoloso e insano, la purezza della razza; qui, oggi, c’è solo una coppia di genitori che vuole un bambino sano e non è sicura di poterlo avere. Eppure, si tratta in entrambi i casi di una selezione di chi è sano attraverso la distruzione di chi è malato e quindi imperfetto, ma il passaggio dal piano pubblico della volontà di Stato al registro privato del desiderio, ampiamente condiviso, di due esseri umani, sembra purificare il caso di Cagliari dalla terribile accusa di eugenetica. Invece non è così: si tratta in entrambi i casi di un atto di eugenetica, e non basta il cambiamento del soggetto che decide a renderlo moralmente accettabile. E anche il fatto che si tratti di un caso privato non ne cancella la funzione etica negativa per la società: una sentenza che lo ammette crea un precedente per altri casi, e se la selezione è permessa per la talassemia sarà presto impossibile rifiutarla in caso di altre malattie. Ecco, quindi, che la nostra società rischia di diventare un luogo dove si pratica la selezione eugenetica, con tutte le conseguenze del caso. Se si arriva considerare lecito distruggere un essere imperfetto, infatti, cambia completamente il modo di considerare la malattia e la sofferenza nella società: da disgrazie inevitabili da affrontare con solidarietà e comprensione, queste diventano fenomeni inammissibili, errori di valutazione, pretesa di disturbare una società felice. Quindi, un peso e un fast idio per gli altri sempre più difficile da sostenere. Soprattutto, riappare, sotto mentite spoglie, quell’utopia dell’uguaglianza che già tante disgrazie ha provocato nel secolo passato: se siamo tutti uguali, in questo caso tutti sani, si realizzerà una società felice. Un’utopia che, sotto forma di purificazione razziale, giustificava anche i nazisti nella loro pratica eugenetica. E nella Germania di allora, come ci ricorda Alice Ricciardi von Platen, medico chiamata come esperta al processo di Norimberga, la manipolazione dell’idea di eugenetica era forte: «Chi voglia approfondire la genesi dell’idea di eutanasia nell’ideologia nazionalsocialista non deve credere che si parlasse apertamente del significato di questo termine». Anzi, «i cultori di eugenetica svilupparono un atteggiamento quasi benevolo verso i soggetti affetti da malattie ereditarie. Attraverso la legge, in fondo, si era provveduto a loro favore». Tanto che, scrive ancora, i medici coinvolti nel programma di eutanasia «erano animati da un ingenuo idealismo: desideravano aiutare il singolo e la società nella malattia, combattere attivamente la sofferenza dei malati». Sono parole che potrebbero essere applicate perfettamente ai difensori attuali della selezione preimpianto degli embrioni, i quali si presentano come campioni della scienza a difesa della felicità umana. Mentre chi avverte la pericolosità di questa scelta viene dipinto invece come un essere crudele, perché in nome di astratti principi obbliga alla sofferenza povere coppie di sposi che desiderano un figlio. 

 

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L’Anno Santo Compostelano 2010 avrà un carattere ecumenico

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11991?l=italian

 

L’Anno Santo Compostelano 2010 avrà un carattere ecumenico

 SANTIAGO DE COMPOSTELA, mercoledì, 26 settembre 2007 (ZENIT.org).- L’Arcivescovado di Santiago de Compostela ha comunicato venerdì alcune novità sulla preparazione dell’Anno Santo Compostelano 2010, a cui questa Chiesa particolare sta già lavorando.

Secondo quanto reso noto dall’Arcivescovado, “tenendo conto dell’attualità ecumenica che ha raggiunto il Cammino di Santiago, si è cominciato a compiere passi per un gemellaggio tra il Patriarcato Armeno di Gerusalemme – che possiede il luogo del martirio del nostro Apostolo – e l’Arcivescovado di Santiago. Si progetta anche un gemellaggio con il Patriarcato Ortodosso di Costantinopoli, dal quale dipende il santuario dedicato a San Giovanni Evangelista, fratello di San Giacomo, nell’isola di Patmos”.

José María Díaz, decano-presidente del Capitolo della Cattedrale, ha confermato a Veritas il desiderio della Chiesa di Santiago di “compiere passi” perché si realizzi questo gemellaggio e perché ci possa essere una rappresentanza di questi Patriarcati a Santiago de Compostela nell’Anno Santo del 2010.

Tra le novità per l’Anno Compostelano 2010, l’Arcivescovado crede che anziché una Messa del Pellegrino – in genere gremita – si potrebbero celebrare varie “Messe del pellegrino”, con lo stesso carattere solenne, ha confermato Díaz.

Un altro progetto che l’Arcivescovado spera di vedere realizzato per l’Anno Giubilare è la costruzione di “un nuovo altare”, che sia una “creazione artistica del XXI secolo perfettamente in armonia con l’ambito cattedralizio” e che sarebbe finanziato dai “modesti apporti di sacerdoti e fedeli della diocesi di Santiago”. Secondo Díaz, si potrebbe indire un concorso per scegliere il progetto.

Dal punto di vista artistico, l’Arcivescovado spera che per il 2010 sarà concluso il restauro del Portico della Gloria e dei dipinti delle volte della Cappella Maggiore. In questo senso, e in coincidenza con il restauro del Portico della Gloria, si programma la celebrazione di un Congresso interdisciplinare sul Portico e un’esposizione parallela sui Portici nell’Europa medievale.

Nel corso dell’Anno Santo ci saranno anche altre esposizioni, tra cui quelle dedicate a “Gli Armeni e Santiago”, “I Papi e Santiago”, “La collezione pittorica della Cattedrale” e “I tessuti della Cattedrale”.

Dall’altro lato, e come preparazione all’Anno Santo, nel 2009 ci sarà un grande Congresso Internazionale di Santuari, di carattere liturgico-pastorale, in cui si affronterà il problema del binomio pellegrinaggio e turismo.

Nella programmazione pastorale, infine, “si contempla la preparazione di un calendario liturgico, attento alle celebrazioni quotidiane e alle speciali solennità che scandiranno l’Anno Santo”. “Si comporranno nuovi testi liturgici per varie Messe votive dell’Apostolo Giacomo: per pellegrini in generale, per camminatori, per giovani, per malati, ecc.”.

“La Chiesa presterà speciale attenzione alle celebrazioni penitenziali, con la presenza di confessori in varie lingue, incrementando il numero di quelli attuali”. 

 

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« Annunziare il regno di Dio »

San Francesco Saverio (1506-1552), missionario gesuita
Lettere 4 e 5 a Sant’Ignazio di Loyola

« Annunziare il regno di Dio »

Da quando sono arrivato qui, non mi sono fermato un istante : percorrevo attivamente i villaggi, battezzavo tutti i bimbi che non erano ancora stati battezzati… Quanto ai bambini, non mi lasciavano né recitare l’ufficio divino, né mangiare, né riposarmi finché io non avessi insegnato loro una preghiera. Allora ho cominciato a capire che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro (Mc 10, 14). Perciò, siccome non potevo, senza empietà, respingere una richiesta così pia, cominciando dalla confessione di fede al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, insegnavo in loro il Simbolo degli Apostoli, il Pater Noster, e l’Ave Maria. Ho notato che erano molto dotati ; se ci fosse qualcuno per formarli alla fede cristiana, sono certo che diventerebbero buonissimi cristiani.In questo paese, tanta gente non è cristiana soltanto perché non c’è nessuno oggi per educarli a divenire cristiani. Spessissimo ho pensato di percorrere tutte le università d’Europa, e prima di tutte quella di Parigi, per urlare dovunque come un pazzo e spingere quelli che hanno più dottrina che carità, dicendo loro : « Ahimè, quante anime, escluse dal cielo per colpa vostra, si riversano negli inferi ! »

Così come si consacrano alle belle lettere, magari potessero consacrarsi pure a quell’apostolato, per poter rendere conto a Dio della loro dottrina e dei talenti che sono loro stati affidati ! Molti tra loro, sconvolti da quel pensiero, aiutati dalla meditazione delle cose divine, si eserciterebbero ad ascoltare ciò che il Signore dice nel loro cuore e, respingendo le loro ambizioni e i loro affari umani, si sottometterebbero interamente, definitivamente alla volontà e al decreto di Dio. Sì, griderebbero di tutto cuore : « Eccomi, Signore ; che devo fare ? (At 9, 10 ; 22, 10) Mandami dovunque vorrai, anche fino alle Indie ».

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