Archive pour le 22 septembre, 2007

commento alle letture di domani, domenica XXV T.O.

dal sito: 

 

http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_3211.htm

 

Commento Luca 16,1-13  – mons. Ilvo Corniglia


XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) (19/09/2004)
Vangelo: Lc 16,1-13 (forma breve: Lc 16,10-13)   

 

La prima lettura riporta la denuncia durissima del profeta Amos (8, 4-7) contro i commercianti avidi e disonesti del suo tempo (8° secolo A.C). Unico loro interesse è la ricerca del profitto, sia pure « calpestando » i poveri. Nei giorni festivi, mentre sono presenti al culto (sono appunto « praticanti »!), meditano già come accrescere i propri guadagni nel giorno successivo, rialzando arbitrariamente i prezzi, contraffacendo peso, misura e qualità della merce. Manifestano la falsa concezione che quanto si compie nell’ambito religioso non ha rapporto con la condotta che si tiene nella vita quotidiana. Come dire che la fede è una cosa e la gestione degli affari è un’altra. Ma il giudizio di Dio sarà inesorabile: « Non dimenticherò mai le loro opere ». Sarebbe da ingenui ritenere che la parola del profeta prende di mira una determinata categoria, mentre noi restiamo fuori bersaglio. In realtà, nessuno di noi può sfuggire alla forza provocatoria di questo appello.
In altri termini, i cristiani come devono vivere il rapporto con la ricchezza? Con la parabola odierna Gesù li invita a riflettere e a prendere la decisione più saggia. « Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza ». Non viene approvata la truffa’, consumata con geniale abilità da un uomo senza scrupoli. Gesù infatti qualifica come « disonesto » il protagonista della parabola. Sottolinea però il realismo, l’intelligenza, la scelta tempestiva con cui ha saputo cavarsi da una situazione irreparabile e senza scampo. Con una manovra spregiudicata si è assicurato la gratitudine dei debitori del suo padrone, i quali lo avrebbero accolto, una volta rimosso dal suo incarico. È questa scaltrezza che Gesù mette in evidenza e propone. Coloro che lo ascoltano si trovano in una situazione simile a quella dell’amministratore della parabola. Non sanno cosa rischiano. È in gioco la salvezza, il più grande dono per l’uomo, che ora il Signore sta offrendo attraverso Gesù. Incombe il giudizio di Dio. Gesù osserva amaramente che « i figli della luce » (=coloro che sono stati illuminati dalla luce del Vangelo) non hanno l’intraprendenza, il coraggio, la passione con cui « i figli di questo mondo » curano i propri interessi. Ma sono pigri, rassegnati, senza slancio, senza lo spirito di iniziativa dimostrato dall’amministratore della parabola (« So io che cosa fare »). Eppure il tempo stringe e urge prendere una decisione.
Gesù vuole scuotere da questo torpore e suggerisce cosa fare per ottenere la salvezza: « Procuratevi amici con l’iniqua ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne ». I discepoli di Gesù devono pensare per tempo al loro futuro, non tanto a quello terreno, ma a quello che li attende dopo la morte. Come fare perché sia un futuro di felicità e non di disperazione? Quale, cioè, il segreto per essere accolti dopo la morte nelle « dimore eterne » (=la comunione eterna e beata con Dio)? Ecco la risposta: usare saggiamente la ricchezza di cui ora si dispone e che – non ci è dato di sapere quando – verrà a mancare irrimediabilmente. Ricchezza che Gesù considera iniqua, cioè ingiusta. In che senso? Spesso è frutto di ingiustizie, imbrogli, sfruttamenti. Per difenderla e accrescerla, spesso gli uomini sono tentati di ricorrere a molteplici ingiustizie. È ingiusta nella misura in cui non viene condivisa. Il discepolo agisce da persona abile e intelligente, quando si considera non padrone, ma amministratore di beni che non sono sua proprietà. È pure convinto che i poveri sono gli amici privilegiati di Dio. Aiutandoli, perciò, liberandoli dai loro debiti, condividendo i suoi beni con loro, si garantisce la benevolenza di Dio e un posto sicuro nella sua casa. Il discorso non vale soltanto a livello personale o familiare, ma si estende a un ambito sempre più vasto fino alla scandalosa sperequazione tra paesi ricchi e poveri.
« Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto… ». In confronto al bene infinito che è il Regno di Dio, la ricchezza è « poco », ha in se stessa un valore molto scarso. Gesù la chiama anche « ricchezza altrui », perché non è proprietà di chi la possiede, ma gli è stata affidata da Dio in amministrazione. È fedele chi la gestisce secondo la volontà del Signore, cioè non trattenendola o sprecandola egoisticamente per sé, ma impiegandola in favore del prossimo, specialmente dei più poveri. In tal modo essa diventa un mezzo provvidenziale per raggiungere la salvezza. La ricchezza materiale rappresenta, così, una possibilità di fare del bene. Ma ciò vale di ogni altra ricchezza: qualità personali, professione, posizione sociale o politica, istruzione, salute, tempo…Sono quel « poco » che ci è stato affidato e che non è nostro perché dono di Dio. In questo « poco » ci è chiesta la fedeltà, cioè il non perdere occasione per fare del bene, affinché ci venga dato il « molto » da godere per l’eternità.
La ricchezza può essere un ottimo mezzo per fare il bene. Ma può divenire anche il nemico peggiore dell’uomo che la possiede, una trappola mortale. « Nessuno può servire a due padroni…Non potete servire a Dio e a mammona ». Gesù mette in guardia contro il terribile potere di seduzione che esercita la ricchezza. Può essere un servo prezioso, ma, se diventa padrone dell’uomo, lo rende schiavo. Assorbe tutti i suoi interessi. Occupa tutto il suo cuore. È un idolo in cui l’uomo concentra tutti i suoi pensieri, fatiche, speranze, aspettandosi da essa la propria felicità. In tali condizioni non c’è più posto per Dio. Colui che è per l’uomo l’unico Signore e fonte della sua felicità, diventa un accessorio o anche di meno. L’uomo non ne ha più bisogno perché ha ormai ciò che ha preso il suo posto e al quale si affida interamente. « Mammona« , la ricchezza, nelle lingue semitiche ha la stessa radice del verbo credere, che indica l’affidamento totale di se stessi a Dio. È come rinnegare la fede in Dio e credere nell’antidio, nel surrogato di Dio che è la ricchezza.
Gesù ti invita a fare una scelta senza compromessi e a ridecidere per Dio. Non Lui soprattutto, ma Lui soltanto. Il pericolo di aspettarsi salvezza da ciò che non è Dio e che posso trasformare in idolo (cioè il fine della mia vita a cui sacrifico disordinatamente tempo ed energie…) è reale per ciascuno. « Qualunque cosa tu preferisci a Dio diventa Dio per te » (s. Cipriano). Quante cose si possono preferire a Dio! Benessere, comodità, interessi materiali, carriera, studio, passatempi, internet, sport…
La seconda lettura (1Tm 2,1-8) riporta l’esortazione a coltivare e promuovere la preghiera comunitaria, caratterizzata da supplica e ringraziamento, in favore di tutti gli uomini. È spontaneo pensare alla preghiera liturgica-eucaristica, e in specie a quella che chiamiamo « preghiera universale » o « preghiera dei fedeli ». Tale preghiera ha come destinatari privilegiati i responsabili della vita politica e sociale e come conseguente obiettivo la pace e la sicurezza. Preghiera che ha un presupposto solidissimo: « Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati ». Quanto sia seria tale volontà di Dio lo manifesta in modo concreto e indubitabile « l’uomo Cristo Gesù che ha dato se stesso in riscatto per tutti ». L’Eucaristia ne è ogni volta la memoria attualizzante. Condizioni necessarie per l’efficacia di tale preghiera: « alzare al cielo mani pure » (=cuore puro, cioè interamente orientato a Dio, che si esprime in una condotta corrispondente); « senza ira e senza contese » (=impegno costante nel curare la relazione fraterna). È forte il richiamo a verificare e migliorare la qualità delle nostre celebrazioni e preghiere comunitarie, come pure della preghiera individuale.

Di chi è ora il mio cuore? Chi è il mio Dio? È la domanda che cercherò di farmi spesso e ogni volta dichiarerò al Signore che non desidero appartenere ad altri che a Lui. E, ancora, userò saggiamente quel bene, che nel momento ho a disposizione, a favore di qualcuno. Così mi preparerò in modo intelligente e saggio alla resa dei conti che mi aspetta. 

 

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Christopher Hitchens e la fine dell’evoluzionE

spero di non aver già messo questo articolo già da « Avvenire » perché mi sembra di ricordarlo, ma dato che mi sembra molto interessante lo posto comunque, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11952?l=italian

Christopher Hitchens e la fine dell’evoluzionE

 ROMA, sabato, 22 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo scritto da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., Predicatore della Casa Pontificia, e apparso sul quotidiano “Avvenire” il 18 settembre scorso. * * * Tempo fa un anonimo benefattore si è preoccupato di farmi inviare in omaggio dall’editore il saggio del noto giornalista anglo-americano Christopher Hitchens intitolato “Dio non è grande”, sottotitolo: “La religione avvelena ogni cosa” (Giulio Einaudi, Torino 2007, titolo originale: God is not great. How religion poisons everything, New York 2007). Penso che non l’ha fatto con intenzione polemica, ma nell’intento di aiutarmi a uscire dall’inganno in cui, secondo lui, mi trovo come credente e come commentatore del vangelo in televisione.

Dico subito che sono grato a questo amico sconosciuto. Molti rimproveri che Hitchens rivolge ai credenti di tutte le religioni (l’Islam non riceve nel libro un trattamento migliore del cristianesimo, ciò che rivela una buona dose di coraggio da parte dell’autore) sono fondati e vanno presi in considerazione per non ripetere gli stessi errori del passato. Il concilio Vaticano II afferma che la fede cristiana può e deve trarre profitto anche dalle critiche di coloro che la combattono, e questo è certamente uno dei casi.

Ma Hitchens fa di ogni erba un fascio. Dice di attenersi al criterio evangelico di giudicare l’albero dai frutti, ma dell’albero della religione egli considera solo i frutti marci, mai i frutti buoni. I santi, i geni e i benefattori dati all’umanità dalla fede, o nutriti da essa, non contano nulla. Con gli stessi criteri, cioè prendendo in considerazione solo il lato oscuro di una istituzione, si potrebbe scrivere un libro nero di tutte le grandi realtà umane: della famiglia, della medicina (si pensi a cosa serviva la medicina ad Auschwitz), della psicanalisi (un “libro nero” è stato scritto, di fatto, su di essa di recente!), della politica, della scienza (Hiroshima e Nagasaki!), dello stesso giornalismo professato dall’autore (quante volte è stato, ed è, a servizio dei tiranni e degli interessi di gruppi di potere”!).

La sua critica non risparmia nessuno. Francesco d’Assisi? “Un mammifero che credeva di parlare agli uccelli”! Madre Teresa di Calcutta? “Una ambiziosa monaca albanese”, resa famosa dal libro “Qualcosa di bello per Dio” scritto su di lei da Malcolm Muggeridge”. In altre parole, un prodotto come tanti dell’era mediatica!”

Pascal conclude il racconto della sua scoperta del Dio vivente con le parole: “Gioia, gioia, lacrime di gioia” e C. S. Lewis descrive la sua conversione come un essere “sorpreso dalla gioia”; ma per Hitchens “c’è qualcosa di cupo e di incongruo” in questi due autori, una fondamentale assenza di felicità come in tutti i credenti. (“Perché una tale credenza non rende felici i suoi seguaci?”).

Dostoevski è uno dei principali testimoni a carico della religione, ma di lui si prendono in considerazione molto più gli argomenti messi in bocca al ribelle e ateo Ivan, che non quelli del pio Alioscia che, come si sa, riflette assai più da vicino il pensiero dello scrittore.

Tertulliano diventa un “padre della Chiesa”, in modo che il suo credo quia absurdum, “credo perché è assurdo”, possa essere presentato come il pensiero dell’intero cristianesimo, mentre si sa che, quando scrive quelle parole (interpretate, oltre tutto, fuori del proprio contesto e in modo inesatto) Tertulliano è considerato dalla Chiesa un eretico. Strana, oltre tutto, questa critica a Tertulliano, perché se c’è un apologeta a cui Hitchens somiglia specularmente, dal versante opposto, è proprio l’Africano: la stessa verve dialettica, la stessa volontà di trionfare dell’avversario, seppellendolo sotto una massa di argomenti apparentemente -ma solo apparentemente – inoppugnabili: la quantità sostituita alla qualità degli argomenti.

Un recensore inglese ha paragonato l’autore del libro a uno sfidante pugile che nella palestra mena pugni furiosi contro un inerte sacco di sabbia, ignorando che il vero campione da abbattere è altrove. Egli non demolisce la vera fede, ma la sua caricatura. A me la lettura del libro ha fatto venire in mente lo sport del tiro al piattello: si scagliano in aria bersagli artificialmente confezionati che il tiratore, senza sforzo, manda in frantumi con tiri precisi.

Hitchens combatte i vari integralismi religiosi con un integralismo di segno opposto. “Quello di Hitchens – notava Renzo Guolo su “La Repubblica” – sembra il manifesto militante di un mondo che pare polarizzarsi tra gli inquietanti fautori del fondamentalismo, con i loro folli progetti di nuovi, totalitari, stati etici, e i sostenitori di un neosecolarismo integrale che sottovaluta la ricerca di senso di molti nel tempo della fine delle “grandi narrazioni”.

Hitchens da prova di integralismo anche in un altro senso. Anche se con intenti opposti, egli legge le Scritture esattamente come fanno certi rappresentanti del fondamentalismo biblico di matrice evangelica americana e cioè alla lettera, senza alcuno sforzo di contestualizzazione e di ermeneutica storica. Questo gli permette di parlare del “l’incubo dell’Antico Testamento”.

Ma Christopher Hitchens è una persona intelligente. Ha previsto che la religione sopravviverà anche al suo attacco, come è sopravvissuta ad infiniti altri che l’hanno preceduto, e si è preoccupato di dare una spiegazione di questo fatto imbarazzante: “La fede religiosa, scrive, è inestirpabile, perché siamo creature ancora in evoluzione. Non si estinguerà mai, o almeno non si estinguerà finché non vinceremo la paura della morte, del buio, dell’ignoto e degli altri”. La religione non è che uno stadio intermedio provvisorio, legato alla situazione dell’uomo che è un “essere in evoluzione”.

In questo modo l’autore si attribuisce tacitamente il ruolo di chi ha infranto tale barriera, anticipando solitariamente la fine dell’evoluzione e, al pari del Zaratustra nietzschiano, torna sulla terra per illuminare sulla realtà delle cose i poveri mortali.

Ripeto: non si può non ammirare la straordinaria cultura dell’autore e la pertinenza di certe sue critiche. Peccato che abbia voluto stravincere, rinunciando così a convincere, anche quando avrebbe potuto farlo, a vantaggio della società e della stessa religione. 

Colombano, un santo per ricostruire l’Europa cristiana

dal sito: 

 

http://www.zenit.org/article-11950?l=italian

 

 Colombano, un santo per ricostruire l’Europa cristiana 

Intervista a Paolo Gulisano 

 

ROMA, venerdì, 21 settembre 2007 (ZENIT.org).- È uscito in questi giorni in libreria il nuovo volume del saggista Paolo Gulisano, già autore di diversi volumi sulla storia del Cristianesimo, dal titolo “Colombano un santo per l’Europa” (Ancora, 186 pagine, 15 Euro).

Sul retro di copertina campeggia una frase di Robert Schuman, uno dei padri dell’unità europea: “San Colombano è il santo patrono di coloro che si prodigano per la causa dell’Europa unita”.

Lo scorso anno la Conferenza Episcopale d’Irlanda, terra di origine di san Colombano, portò all’attenzione del Santo Padre la proposta di proclamare san Colombano Compatrono d’Europa e Protettore di coloro che si impegnano alla costruzione dell’unità europea.

Per conoscere la storia e l’attualità di San Colombano, ZENIT ha intervistato l’autore del libro.

Chi era san Colombano?

Gulisano: San Colombano era un monaco irlandese del VI secolo che si fece ambasciatore e testimone del Vangelo di Cristo per tutte le terre d’Europa. Fu poeta, studioso, abate, predicatore, un santo che può essere annoverato tra i fondatori del monachesimo occidentale; fu inoltre, nel vero senso del termine, un santo europeo, il primo grande contributo dell’Irlanda alla comune patria europea.

Colombano a cinquant’anni di età lasciò il suo monastero irlandese e si fece pellegrino attraversando un continente dilaniato da guerre ed eresie, riportandovi la Fede. Alla fine della sua vita straordinaria, l’ultimo desiderio del grande abate irlandese era quello di concludere i propri pellegrinaggi proprio a Roma, sulla tomba degli Apostoli Pietro e Paolo, ma ormai stanco e avanti negli anni, si fermò sull’Appennino piacentino, a Bobbio dove rese la sua anima a Dio il 23 novembre 615, dopo aver edificato un cenobio destinato a diventare un faro di cultura e civiltà per l’Italia e l’Europa, che venne chiamato “la Montecassino del nord”.

Perché “un santo per l’Europa”?

Gulisano: La recente rinnovata consapevolezza dell’importanza dell’identità europea rende la vita e gli scritti di Colombano particolarmente significativi. Ogni europeo dovrebbe attingere ispirazione e coraggio dalle parole di questo pioniere del VI secolo, di lingua irlandese e orientato alla mentalità europea. San Colombano ci richiama anzitutto la questione delle radici cristiane dell’Europa. Da alcuni anni questo tema viene affrontato con crescente decisione e passione dai cristiani del Vecchio Continente, da una Chiesa che ha coscienza del terreno in cui la pianta della Fede gettò i suoi germogli, in un modo che non ha uguali, soprattutto nell’ambito della cultura europea contemporanea che non riesce a fare i conti con sincerità e onestà col proprio passato.

L’espressività più efficace dal punto di vista concettuale, linguistico e culturale del cristianesimo è stata realizzata proprio all’interno di quel tessuto territoriale e culturale che conosciamo come Europa.

Ciò grazie a coloro che potrebbero essere definiti non solo gli evangelizzatori, o i patroni, ma in qualche modo i patriarchi d’Europa. Ai nomi dei più noti di questi, Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Martino di Tours, si deve aggiungere quello dell’irlandese Colombano. Un nome certamente meno noto dei precedenti, ma il cui contributo all’edificazione non solo della Chiesa ma della stessa civiltà europea deve essere pienamente ricompreso dalla nostra memoria storica.

Nel suo libro, attraverso la figura di Colombano, emerge anche il grande ruolo, nella storia del Cristianesimo, dell’Irlanda…

Gulisano: Sì, parlo del contributo del Cristianesimo che si sviluppò a partire dal V secolo in una piccola ma significativa parte d’Europa: l’Irlanda, l’ultimo avamposto dell’antica civiltà dei Celti. Colombano affianca l’esperienza spirituale e culturale celtica a quella latina veicolata da Benedetto e a quella slava di Cirillo e Metodio, un’esperienza frutto dell’evangelizzazione operata dall’apostolo degli irlandesi san Patrizio, che non venne custodita gelosamente nell’Isola di Smeraldo, ma messa immediatamente a disposizione dell’intera cristianità attraverso l’opera di figure come Colombano, di monaci e missionari.

Colombano appartiene a pieno titolo alla sua Irlanda, ma anche ad ogni terra e paese che egli attraversò ed amò appassionatamente, senza mai identificarsi totalmente con ognuna: sarebbe difficile attribuirgli il nome di una località, per quanto in Italia – dove almeno una decina di paesi ripetono oggi il suo nome – venga detto San Colombano di Bobbio, e in Francia San Colombano di Luxeuil, per avere egli fondato questi due celebri monasteri. In realtà, la sua azione, che prese le mosse da una fondazione monastica dell’Irlanda settentrionale, Bangor, sita a pochi chilometri dall’odierna città di Belfast, ebbe carattere e importanza europea e fu di altissimo esempio a tutti i santi irlandesi che seguirono le sue orme.

E’ giusto allora richiedere che venga proclamato Compatrono d’Europa?

Gulisano: L’Europa nacque grazie al coraggio di missionari, di pellegrini come Colombano che attraversarono, percorsero, si presero cura e fecondarono terre ferite e desolate. Sulle rovine dell’impero romano fecero sorgere un nuovo soggetto storico, culturale e politico rappresentato dalla Chiesa, e attraverso essa crearono forme di autentica civiltà avendoli fatti diventare patrimonio di cultura e identità di popoli. Colombano, insieme a Benedetto, Cirillo e Metodio, ci ricorda e ci testimonia che l’Europa è nata cristiana, e solo nella misura in cui resterà tale potrà pensare di conservare a pieno le proprie idealità e il proprio apporto originale alla costruzione della nostra civiltà. 

 

buona notte

buona notte dans immagini sacre

passiflora

http://www.parks.it/giardini.botanici.hanbury/iti.html

Publié dans:immagini sacre |on 22 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

« Il seme è la parola di Dio »

San Bonaventura (1221-1274), francescano, dottore della Chiesa
Breviloquio Prologo, 2-5

« Il seme è la parola di Dio »

L’origine della Sacra Scrittura non è frutto della ricerca umana, ma di rivelazione divina, che promana dal « Padre della luce », « dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome » (Gc 1,17; Ef 3,15). Dal Padre, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, discende in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito Santo poi, che divide e distribuisce i suoi doni ai singoli secondo il suo beneplacito (Eb 2,4), ci viene data la fede, e « per mezzo della fede Cristo abita nei nostri cuori » (Ef 3,17). Questa è la conoscenza di Gesù Cristo, da cui hanno origine, come da una fonte, la sicurezza e l’intelligenza della verità, contenuta in tutta la Sacra Scrittura. Perciò è impossibile che uno vi si possa addentrare e conoscerla, se prima non abbia la fede che è lucerna, porta e fondamento di tutta la Sacra Scrittura…

Lo scopo, o meglio, il frutto della Sacra Scrittura non è uno qualsiasi, ma addirittura la pienezza della felicità eterna. Infatti la Sacra Scrittura è appunto il libro nel quale sono scritte « parole di vita eterna » (Gv 6,68), perché non solo crediamo, ma anche possediamo la vita eterna, in cui vedremo, ameremo e saranno colmati tutti i nostri desideri. Solo allora conosceremo « l’amore che sorpassa ogni conoscenza » e così saremo « ricolmi di tuttta la pienezza di Dio » (Ef 3,19). Ora la divina Scrittura cerca di introdurci in questa pienezza, proprio secondo quanto ci ha detto l’apostolo Paolo. Con questo scopo, con questa intenzione, deve essere studiata la Sacra Scrittura. Così va ascoltata e insegnata.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 22 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

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