Archive pour le 20 septembre, 2007

S. Andre Kim m.

S. Andre Kim m. dans immagini sacre

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La Chiesa celebra la memoria dei martiri coreani

 dal sito: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=156157

 

La Chiesa celebra la memoria dei martiri coreani 

 

tutto 103 cristiani, quasi tutti laici, uccisi in odio alla fede tra il 1839 e il 1867. Giovanni Paolo II li proclamò Santi il 6 maggio del 1984 durante una Messa solenne a Seoul. Il servizio di Sergio Centofanti.

Il cristianesimo arriva in terra coreana dalla Cina nel 1600, attraverso il libro del missionario gesuita Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”. “Una comunità unica nella storia della Chiesa – ha affermato Giovanni Paolo II – perché … fondata unicamente da laici”. Pur senza sacerdoti, la comunità coreana guidata dai laici era piena di fervore e di coraggio.

 
I sovrani coreani del 1800 consideravano il cristianesimo “una follia” e ordinarono lo sterminio di tutti i seguaci di quella “religione straniera” che predicava l’amore dei nemici nel nome di un Dio crocifisso. Si calcola che in meno di un secolo di feroci persecuzioni furono alcune decine di migliaia i martiri cristiani: uomini, donne, vecchi, bambini, ricchi, poveri, nobili e gente del popolo, che nonostante atroci torture non vollero rinnegare la fede.

 
Nell’omelia per la canonizzazione dei 103 martiri coreani Giovanni Paolo II ricordò che a una ragazza diciassettenne, Agatha Yi, e al fratello minore, venne riferita la falsa notizia secondo cui i genitori avrebbero rinnegato la fede. “Il fatto che i miei genitori abbiano tradito o meno è cosa loro – rispose la giovane – Per quanto ci riguarda, noi non possiamo tradire il Signore del cielo che abbiamo sempre servito”. A queste parole, altri sei cristiani adulti si consegnarono volontariamente nelle mani dei magistrati per affrontare il martirio.

 
Andrea Kim è stato il primo sacerdote martire della Corea: arrestato, viene portato davanti al re, rifiutando ogni lusinga di fronte alle richieste di abiura. Torturato, viene decapitato il 16 settembre 1846 a Seoul. Aveva 25 anni. Poco prima di morire aveva inviato ai compagni di fede una lettera dal carcere in cui diceva che i cristiani portano un “nome glorioso”. “Ma a che cosa gioverebbe – si chiedeva – avere un così grande nome senza la coerenza della vita?”. Andrea Kim era convinto che “la Chiesa cresce in mezzo alle tribolazione”. Ma “sebbene le potenze del mondo la opprimano e la combattano, tuttavia non potranno mai prevalere”. Il martire coreano incoraggiava con queste ultime parole i suoi fratelli: “Abbracciate la volontà di Dio e con tutto il cuore sostenete il combattimento per Gesù, re del cielo … vi prego di camminare nella fedeltà; e alla fine entrati nel cielo, ci rallegreremo insieme”. 

 

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NAPOLI: IL VANGELO NELLA CITTÀ

dal sito on line del giornale « Avvenire »

IL VANGELO NELLA CITTÀ
Mentre cresce l’attesa per la visita del Papa, il 21 ottobre prossimo, il capoluogo campano torna a confrontarsi con il significato spirituale e civile dell’evento miracoloso 

«Napoli, Gennaro ci insegna l’eroismo della quotidianità» 

Si è rinnovato ieri il prodigio della liquefazione del sangue del patrono. Un santo – ha detto il cardinale Sepe – esemplare per quanti, anche oggi, si impegnano per la verità e la giustizia. «Chiesa, avamposto di chi vuole costruire il bene comune» 

Da Napoli Valeria Chianese  

Ha portato le ampolle col sangue di san Gennaro sul sagrato della Cattedrale – scioltosi ieri mattina alle 9,35. Con esse il cardinale arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe ha benedetto i fedeli, in un abbraccio simbolico e commosso alla città e alla diocesi che il Papa gli ha affidato un anno fa. È il prodigioso segno della liquefazione del sangue del santo patrono, da secoli legato a Napoli, «che manifesta la vicinanza e la predilezione del Signore per questa amata e sofferente terra che, benedetta da Dio, tenta con ogni sforzo, in mezzo a mille difficoltà, di rendere pura, visibile e trasparente la sua fede in Gesù Cristo», ha esordito nell’omelia il cardinale, in memoria di chi – come Gennaro – si è lasciato morire per amore della verità e della giustizia, poi addentrandosi nell’analisi lucida, sia pur dolorosa, della realtà di Napoli, con parole che possono illuminare anche altre situazioni del Paese.
«Sulla nostra città e sulla nostra regione si dicono tante parole che ormai rischiano l’usura – ha detto Sepe -. Anche le più terribili e drammatiche sembrano avere perso forza espressiva: sono diventate anch’esse come occhi appannati, che non riescono a mettere esattamente a fuoco la realtà. Consumiamo aggettivi e inventiamo iperbole per dare forza ai nostri discorsi, per renderli efficaci e suggestivi. Nessuna città è forse al centro di così tanti discorsi e dibattiti come lo è Napoli; ma senza lo spessore giusto e la visione chiara e oggettiva, essa rischia di mandare in scena, a proprio danno, la vuota rappresentazione di una fiera delle parole fine a sé stessa, in cui promesse e pronunciamenti, dichiarazioni e prese di posizione, vengono triturate come polvere – ha denunciato il cardinale -. C’è crisi di valori, c’è crisi di certezze. Ma l’uomo non può dimettersi dalla propria dignità e lasciarla imbrattata da chi semina odio. Nessuno più riesce a sopportare l’aria malefica di una violenza che avvelena uomini e cose. Non ne possiamo più del perdurar e di questo ammasso di scorie, che sporca di sangue le nostre città».
Quindi l’appello alle istituzioni civili, tutte presenti tra i tremila fedeli che gremivano la Cattedrale: «Davanti a noi tante sfide non impossibili, ma sappiamo che questa città ha bisogno di impegni concreti, che sappiano rispondere alle esigenze e alle urgenze soprattutto dei più poveri, dei più deboli, dei giovani. Laddove si guarda realmente agli interessi della comunità e di ogni singola persona, a partire dai bisogni primari del lavoro, della casa, dei giovani, della salute, dei servizi, la comunità ecclesiale va considerata come una forza già in campo, pronta ad assecondare e a sostenere ogni tipo di progetto, da qualunque parte venga. La Chiesa non è e non vuole essere l’ultimo baluardo a difesa della città, ma intende farsi primo e visibile avamposto di tutto ciò che è positivo e giusto, per contribuire a realizzare il bene comune».
Così Sepe ha lanciato ancora una volta un forte appello alla mobilitazione chiedendo ai napoletani di trasformarsi in «eroi della quotidianità» sull’esempio di quanto già fa la Chiesa che mette in campo i suoi e le sue donne, le sue deboli strutture. «Napoli – ha continuato – deve specchiarsi nella propria bellezza umana, culturale, religiosa. Se, come capita per tante altre metropoli, è la città dell’emergenza, occorre prendere atto che l’emergenza chiama alla mobilitazione. E chiama tutti, senza eccezioni. Non c’è ragione per ricercare, mediocremente, qualche angolo di riparo, magari rassegnandosi a considerare endemici e incurabili i suoi mali. Ora più che mai la città ha bisogno di investire sul sano coraggio, sull’impegno e sulla fiducia di tutti. Per questo non occorrono eroi, ma è necessaria la pratica assidua e concreta di un eroismo della quotidianità, discreto e faticoso, ma efficace per sanare un tessuto lacerato in alcune sue parti».
«La visita del Santo Padre – ha poi detto, riferendosi all’arrivo di Benedetto XVI il 21 ottobre a Napoli – è una provvidenziale occasione per dare nuovo slancio a una terra che già l’amato predecessore, il servo di Dio Giovanni Paolo II, pose la centro del suo indimenticabile pellegrinaggio di sedici anni fa. Da un Papa all’altro Napoli è chiamata a misurare la propria capacità di ritornare ad essere ogni giorno di più protagonista di un proprio futuro di giustizia, di pace e di libertà. Altro che male inguaribile – ha concluso in uno slancio di speranza -: Napoli è pronta a prendere in mano la sua storia e il suo futuro. Di inguaribile per questa città resta solo la grande capacità di amare». 

 

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I media cattolici, “ponte” fra Chiesa e società

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11926?l=italian

 I media cattolici, “ponte” fra Chiesa e società 

Intervista a Dominique Quinio, Direttrice del quotidiano “La Croix” 

 

PARIGI, mercoledì, 19 settembre 2007 (ZENIT.org).- I mezzi di comunicazione cattolici hanno la vocazione di fungere da ponte fra la Chiesa e la società, secondo Dominique Quinio, Direttrice del quotidiano cattolico francese “La Croix”.

“La Croix”, giornale fondato nel 1880 da alcuni religiosi assunzionisti, ha una tiratura quotidiana di più di 100 mila copie.

“Dobbiamo consentire alla società di capire meglio e comprendere meglio ciò che avviene in una istituzione come la Chiesa cattolica… E, per converso, dobbiamo permettere alle persone che si trovano all’interno della Chiesa di comprendere meglio il mondo in cui viviamo”, afferma Quinio in questa intervista rilasciata a ZENIT.

In che modo “La Croix” ha cambiato il suo modo di fare giornalismo cattolico?

D. Quinio: È l’ambiente che circonda “La Croix” che è cambiato: il mondo, la stessa Chiesa, le relazioni tra la Chiesa e la società. Si è passati da un periodo di confronto politico molto acceso, nel periodo in cui “La Croix” è stato fondato, a una società in cui la laicità è data per scontata, ma in cui tuttavia emergono dubbi sui rapporti tra la società e le religioni.

“La Croix” continua ad essere “La Croix”. Sebbene non esponga più il crocifisso in prima pagina, il suo titolo è esplicito e la sua ragion d’essere continua ad essere la stessa: essere un quotidiano di informazione di identità cattolica. La sua missione si esprime in un contesto che è mutato, in cui i professionisti sono cambiati e in cui le forme di comunicazione si sono evolute. I lettori non si aspettano di leggere nei giornali le stesse cose che si aspettavano di leggere più di 120 anni fa.

Qual è attualmente la sua specificità nel trattare gli avvenimenti del mondo?

D. Quinio: Il nostro “pane quotidiano” è l’attualità, l’informazione, ma come è noto questa informazione è sempre più abbondante. Per questo, come tutti i giornali, facciamo una scrematura, una selezione. La nostra specificità si concretizza da un lato nella scelta degli argomenti da trattare (o quelli da eliminare), dall’altro nel modo in cui trattarli.

Riguardo la selezione delle notizie, diciamo che privilegiamo tutti gli avvenimenti in cui è in gioco la sorte dell’uomo. Eventi internazionali, sociali o societari, fatti diversi in cui sono in gioco le persone che vivono nel mondo di oggi. Pertanto dedichiamo un’attenzione speciale alle questioni internazionali, ai Paesi più poveri; alle questioni – in Francia – relative all’emarginazione, alle diseguaglianze sociali, ma anche all’evoluzione delle scienze e della medicina, a ciò che tocca i confini della vita umana e che può porre in pericolo la dignità della persona.

Poi, evidentemente, diamo molta importanza alla dimensione spirituale delle persone e degli eventi. Si tratta di dare una chiave di lettura di ciò che avviene nell’attualità, di ciò che anima le persone e di ciò che spiega gli avvenimenti.

Riguardo al nostro modo di trattare le notizie, c’è un aspetto che ci piace particolarmente, anche se non è strettamente legato alla nostra identità, è la pedagogia: aiutare la gente a comprendere gli eventi. E farlo cercando di vedere le cose positive, evitando di dare una visione catastrofica del mondo che ci circonda; e ricordare che c’è gente che “agisce”. Questa è una dimensione che i lettori ci riconoscono. Non significa dipingere una realtà tutta rosa e fiori, negando le difficoltà e le tragedie, ma di dire “si può agire, è possibile cambiare le cose”. Significa coltivare la virtù della speranza.

Un altro elemento importante è quello del rispetto delle persone di cui si parla e a cui si parla. Essere coscienti delle nostre responsabilità quando pubblichiamo un articolo sul giornale.

Come gestite questo connubio tra informazione e opinione?

D. Quinio: Siamo un giornale di informazione e di convinzione. La nostra gerarchia tematica già dice qualcosa sulle nostre convinzioni. Nel nostro quotidiano vi è una separazione molto netta tra l’informazione e i commenti. Le prese di posizione sono contenute negli editoriali e nei commenti, mentre l’informazione viene data con la maggiore precisione e onestà possibile. Non dico che ci riusciamo sempre. Ma ci proviamo.

Il numero dei francesi che si dichiarano cattolici è passato dal 71% del 1981, al 59% di quest’anno. Si parla di crisi del Cattolicesimo in Francia. Come vive “La Croix” questo indebolimento del Cattolicesimo?

D. Quinio: Effettivamente ci troviamo in un doppio “mercato” in crisi: crisi dei cattolici praticanti, che sono il vivaio dei nostri lettori, e crisi della stampa quotidiana che oggi in Francia non è in gran forma.

Ciò nonostante, constatiamo che in questo doppio contesto “La Croix” progredisce nella sua diffusione. Questo dimostra, oggi più che mai, che il nostro quotidiano, come gli altri giornali che hanno un’identità forte, trovano spazio e hanno qualcosa di originale da dire, un senso da dare, in mezzo ad un’offerta di massa e indifferenziata di informazione, soprattutto su Internet.

Ogni informazione che si identifica chiaramente e che non cerca di mascherarsi, rappresenta una garanzia per i lettori interessati, indipendentemente dalle proprie convinzioni. Personalmente non sono del tutto pessimista.

Questo comporta delle conseguenze nel modo in cui trattare gli argomenti?

D. Quinio: Senza dubbio. Per esempio sono convinta che oggi un tema di informazione religiosa istituzionale non viene trattato come veniva trattato ad esempio trent’anni fa, quando il contesto culturale era tale per cui la gente aveva una formazione, conosceva il senso delle parole, ecc. Oggi i lettori, compresi quelli molto convinti e praticanti, non hanno le basi di conoscenza che potevano avere i nostri abbonati di un tempo. Dobbiamo lavorare specialmente sulla pedagogia, sulla formazione.

In una società come la nostra, caratterizzata da una sorta di “prêt-à-penser”, credo che vi sia, oggi più che mai, spazio per voci ben chiare e affermate. Da sempre la preoccupazione di “La Croix” è stata quella di stabilire un dialogo, lanciare ponti tra la Chiesa e la società. Un dialogo, un ponte, che ha un doppio senso di marcia: dobbiamo consentire alla società di capire meglio e comprendere meglio ciò che avviene in una istituzione come la Chiesa cattolica e cercare di far vivere i valori e la parola del Vangelo. E, per converso, dobbiamo permettere alle persone che si trovano all’interno della Chiesa di comprendere meglio il mondo in cui viviamo e che può eventualmente intimorire o sembrare troppo lontano dalle proprie convinzioni e dai propri valori.

Quanto più sembrano allontanarsi gli universi, gli uni dagli altri, tanto più sono necessari i ponti. E io sono convinta che noi, media cattolici, rappresentiamo un ponte.

Di fronte a una secolarizzazione sempre più diffusa, Papa Benedetto XVI ha incoraggiato recentemente i media cattolici a dare un contributo decisivo. Come accoglie questa chiamata?

D. Quinio: Noi abbiamo la pretesa di cercare di rispondere a questa richiesta e di aver risposto già prima che ci venisse ricordata. Ma a modo nostro, che è il modo giornalistico. Siamo giornalisti, siamo un mezzo di comunicazione, non una facoltà di teologia e non siamo pastori. Svolgiamo un ruolo di mediatori e di ponte, come dicevo. Contribuire con questa missione significa fare in modo che venga riconosciuta la qualità di un mezzo di comunicazione cristiano nel mondo mediatico di oggi; fare in modo che possa essere un punto di riferimento; fare in modo che venga citato regolarmente dalla stampa; portare in prima pagina argomenti originali, profondi, che abbiano senso e che siano importanti per la Chiesa; portare alla luce i valori evangelici e i testimoni che li vivono.

Che posto ricopre il giornale “La Croix” tra gli altri media cattolici nel paesaggio mediatico attuale?

D. Quinio: Il nostro giornale viene considerato al contempo professionale e schierato. In una società che tende a screditare chi manifesta una convinzione religiosa, “La Croix” viene invece preso sul serio.

In Francia abbiamo a disposizione una gamma di riviste e media cattolici di grande qualità. Mi sembra che sia una realtà evidente. Lo vedo nei giovani giornalisti in cerca di occupazione: si sentono attratti soprattutto da questo tipo di pubblicazioni, indipendentemente dalle proprie convinzioni, perché sentono che in esse si fa quel tipo di giornalismo che essi sognano di fare.

Qual è, in questo contesto, la maggiore sfida che la stampa cattolica deve affrontare?

D. Quinio: Potrebbe essere quella di convincere i potenziali lettori che è importante comprendere bene il mondo in cui si vive, che non bisogna nascondersi sotto le coperte, per una specie di timore di fronte a questa società che sembra complicata e ostile o troppo indifferente e violenta. È il dovere affidato ad ogni cristiano: vivere in questo mondo, amarlo e fare di tutto perché cambi. Ma questo non è possibile se il mondo non lo si comprende, se non lo si decifra e se non ci si impegna con esso; se non si è informati su di esso.

La comunicazione tra la Chiesa e i media secondo lei dovrebbe migliorare?

D. Quinio: Forse sono i livelli di comunicazione che dovrebbero cambiare. Prima, quando il Papa doveva esprimersi, pubblicare un’enciclica o un testo importante, vi era una sorta di divisione dei compiti: tutto un corpo di sacerdoti, di vescovi, facevano da mediatori e accompagnavano l’insegnamento magistrale con un linguaggio pastorale.

Oggi i testi ufficiali sono rivolti direttamente al pubblico e sono immediatamente ritrasmessi dai mezzi di comunicazione, ma spesso in modo sintetico e rozzo. Bisognerebbe tenere conto di questa differenza: prendere la parola (e c’è chi lo fa molto bene) implica una dimensione dottrinale, una dimensione educativa e una dimensione pastorale. Sarebbe poi forse necessario anche uno sforzo di semplificazione del linguaggio. Ripeto: fatta eccezione dei mezzi di informazione (ma non tutti sono competenti in questo ambito) non esistono più intermediari fra la parola pronunciata e la ricezione da parte della gente, la quale spesso non dispone degli strumenti necessari per decifrarla. Sarebbe necessario che questi strumenti di lettura fossero forniti all’origine. 

 

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno nigella_papillosa_midnight

Nigella papillosa ‘Midnight’

http://www.ubcbotanicalgarden.org/potd/

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« Le sono perdonati i suoi molti peccati »

San Romano il Melode (?-circa 560), compositore d’inni greco
Inno 21 ; SC 114, 25

« Le sono perdonati i suoi molti peccati »

Quando vide le parole di Cristo diffondersi dappertutto come degli aromi, la peccatrice… si mise ad odiare il fetore dei suoi atti… : « Non ho considerato la misericordia con la quale Cristo mi circonda, cercando me che mi smarrisco per colpa mia. Infatti mi cerca, dappertutto; per me, mangia dal fariseo, colui che nutre il mondo intero. Del tavolo fa un altare per il sacrificio in cui offre se stesso, condonando il debito ai suoi debitori perché essi si avvicinino con fiducia dicendo: ‘Signore, liberami dall’abisso delle mie opere « .

Avidamente, lei vi corre e, lasciando le briciole, ha afferrato il pane; più affamata della Cananea (Mc 7,24), ha saziato la sua anima vuota, perché aveva una fede grande quanto la sua. Non il suo grido l’ha riscattata, bensì il suo silenzio, quando ha detto in un singhiozzo: ‘Signore, liberami dall’abisso delle mie opere’…

Si è affrettata verso la casa del fariseo, precipitandosi nella penitenza. « Sù anima mia, disse, ecco il tempo che chiedevi! È qui Colui che purifica, perché rimani nell’abisso delle tue opere? Io vado a lui, perché per me egli è venuto. Lascio i miei amici di prima, perché desidero appassionatamente colui che è qui oggi; e poiché egli mi ama, a lui il mio olio profumato e le mie lacrime. Il desiderio del Desiderato mi trasfigura e amo colui che mi ama come vuole essere amato. Mi pento e mi prosterno, questo egli attende; cerco il silenzio e il ritiro, questo gli piace. Rompo con il passato; rinuncio all’abisso delle mie opere.

« Andrò a lui e sarò raggiante, come dice la Scrittura, mi avvicinerò a lui e non sarò confusa » (Sal 33,6; 1Pt 2,6). Non mi farà rimproveri; non mi dirà : ‘Fin ora eri nelle tenebre e sei venuta a vedere me, il sole’. Per questo prenderò l’olio profumato e farò della casa del fariseo un battistero dove laverò le mie colpe, dove mi purificherò dal mio peccato. Di lacrime, di olio e di profumo riempirò la vasca battesimale dove mi laverò, dove mi purificherò, e sfuggirò dall’abisso delle mie opere.

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