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La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo
Intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi
ROMA, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Il 12 settembre 2006, in occasione del suo viaggio apostolico in Baviera, Benedetto XVI pronunciò nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg la famosa Lectio magistralis dal titolo “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”.
Tutti ricordano l’ampia risonanza che ebbe quel discorso e le polemiche, talvolta molto aspre, che ne seguirono. Ad un anno di distanza, sopiti gli animi, quel Discorso appare come una pietra miliare negli insegnamenti del Pontefice, nella stessa vita della Chiesa.
Secondo monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “il suo contenuto intrinseco, al di là delle interpretazioni forzate, la densità del pensiero presupposto ed espresso ne fanno un documento assolutamente imprescindibile, denso di indicazioni di grande respiro circa il rapporto tra la fede cristiana e la ragione umana, tra la Chiesa e il mondo, tra il cristianesimo e le altre religioni”.
Per approfondire il messaggio lanciato dal Papa in quell'occasione, ZENIT ha chiesto a monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân”, di commentare quel testo breve ma ponderoso.
Eccellenza, secondo lei la Lectio magistralis di Regensburg è da considerarsi un fatto nuovo nel magistero di questo Papa, oppure come la naturale continuità di quanto già detto in precedenza?
Mons. Crepaldi: Ambedue le cose. La Lectio di Regensburg è un testo di rara efficacia e di grande valore sia teoretico che comunicativo. Nello stesso tempo essa non fa che riproporre, in forma particolarmente incisiva, gli insegnamenti precedenti di Benedetto XVI, compresa l’enciclica Deus caritas est e, direi anche, molti aspetti della teologia di Joseph Ratzinger, a cominciare dal famoso libro Introduzione al Cristianesimo del 1969, che già conteneva tutte le idee espresse a Regensburg.
Crede che le polemiche sorte in seguito al Discorso di Regensburg ne hanno impedito una conveniente ricezione?
Mons. Crepaldi: Credo che le polemiche, nonostante spesso le loro motivazioni non trovassero fondamento nel testo del Discorso del Papa, sono state comunque espressione del riconoscimento della forza veritativa contenuta nel Discorso. A Regensburg il Papa non si è attardato su questioni marginali, ma ha colto in pieno il problema di fondo che consiste nella pretesa cristiana di essere la religione vera. Anche se detto con carità – perché il cristianesimo è anche la religione dell’amore – questo suona male a tante orecchie.
Le polemiche hanno attirato tutti gli sguardi sull’Islam. Questo, secondo lei, ha distolto l’attenzione da altri elementi importanti del Discorso?
Mons. Crepaldi: A livello di opinione pubblica penso di sì. Per questo c’è bisogno di ritornare sulla Lectio con calma. Del resto lungo questo anno che si separa dal 12 settembre 2006, sono stati innumerevoli i libri, i Convegni di alto livello, i numeri monografici di Riviste dedicate al tema di Regensburg. Segno che i problemi segnalati dal Papa non sono di superficie. Un tema, secondo me, è rimasto un po’ in ombra, fagocitato da altri aspetti. All’inizio del suo Discorso il Papa parla della “coesione interiore del cosmo della ragione”, ossia, potremmo dire con una vecchia espressione, dell’unità del sapere. Un tempo l’Università viveva di questa convinzione, oggi non è più così. Vorrei ricordare che la Fides et Ratio sostiene che tale mancanza produce smarrimento nell’uomo e contemporaneo e proprio in una ripresa dell’unità del sapere aveva indicato il grande orizzonte di impegno degli intellettuali cristiani per il nuovo millennio.
Questo problema del dialogo tra le discipline, l’unità del sapere, come lo chiama lei, è possibile da conseguirsi senza la fede cristiana, attraverso quindi la sola ragione?
Mons. Crepaldi: Questo è uno dei temi principali sottesi alla Lectio di Regensburg. e che la ricollega alla “purificazione” della ragione di cui il Papa parla nella Deus caritas est. Ad Aparecida il Papa ha detto che non tenendo conto di Dio la stessa conoscenza della realtà diventa impossibile. La dimensione trascendente assicurata dalla fede è quindi indispensabile affinché la ragione non si chiuda in se stessa, iniziando così un processo di “autolimitazione” che non può non finire nel relativismo nichilista. La fede, come afferma la Fides et Ratio, spinge la ragione a non fermarsi mai. In questo modo la salva da se stessa permettendole di essere se stessa, ossia la purifica.
Non trova che ci sia una contraddizione tra quanto affermato dal Papa a Regensburg e quanto appena detto da lei? A Regensburg il Papa ha indicato nella ragione la possibilità di “valutare” le religioni perché ciò che non è razionale non viene dal vero Dio. Lei invece sta dicendo che è la fede a valutare la ragione distinguendo tra una ragione chiusa ed una aperta alla trascendenza…
Mons. Crepaldi: Non c’è nessuna contraddizione. La fede cristiana pone la pretesa della propria verità e così accetta di essere esaminata dalla ragione. In questo modo, però, essa pone anche il problema della verità della ragione e invita la ragione a guardare dentro se stessa. Una ragione “autolimitata”, come quella razionalista o positivista o nichilista, non è in grado di esaminare la religione per il semplice fatto che non è nemmeno ragione, avendo perso l’idea stessa della propria verità. La fede cristiana accetta di essere esaminata dalla ragione nella sua pienezza, ma tale ragione nella sua pienezza, per esserlo, deve essere aperta alla verità trascendente.
Quindi, il Papa ribadisce il primato della fede anche nel momento in cui afferma che il cristianesimo accetta di essere esaminato dalla ragione?
Mons. Crepaldi: Diciamo che la ragione ha la propria autonomia logica e metodologica, il che rende possibili le varie scienze e nello stesso tempo la loro unità. Tuttavia se la ragione non si fa continuamente aiutare a respirare da un rapporto dialogico con la fede essa inevitabilmente rischia l’asfissia. Parafrasando una frase di Maritain (in Le Paysanne de la Garonne) se la ragione crede di dover chiudere la fede in una cassaforte si mutila da sé. Il bello è che anche se essa chiude la fede nella cassaforte, usa lo stesso una fede. Ecco perché Benedetto XVI ha affermato nei suoi scritti che senza Dio si cade preda degli déi. E questo accade anche per la ragione. Per esempio, il razionalismo o il positivismo, nonostante il parere contrario degli esponenti filosofici di queste due correnti, hanno alla base una fede nel potere assoluto e addirittura salvifico della ragione e della scienza.
La fede, quindi, sta sempre all’inizio, sia per il credente che per il non credente?
Mons. Crepaldi: Direi proprio di sì. Per un motivo semplice e drammatico nello stesso tempo: ogni uomo – scriveva Ratzinger già nel 1969 – deve in qualche maniera prendere posizione di fronte al settore delle decisioni fondamentali. La stessa questione se la ragione sia assoluta oppure no è, prima di tutto una questione di fede, senza escludere naturalmente il successivo apporto della ragione stessa. Senza la fede la ragione non può sapere cosa essa sia.
Nel dialogo con le altre religioni viene prima la fede o la ragione?
Mons. Crepaldi: Leggendo con attenzione la Lectio di Regensburg, ritengo che anche qui il punto di partenza sia la fede. Però da come la fede pone il ruolo della ragione nel dialogo interreligioso, si capisce anche la sua verità e la verità dello stesso dialogo. Anche il dialogo se non è vero non viene da Dio. Per essere vero il dialogo richiede di essere animato dalla verità della ragione che si riconosce nella verità della fede.
Continuo a non capire. Mi aiutate voi ?
Deus charitas est. Se Dio é amore, come facciamo a definire “razionale” la fede ? Mi pare un ossimoro, foriero di esperienze irragionevoli (!!). Non sarebbe meglio fermarsi al “credo quia absurdum” ? A me, razionalista (lavoro in ambito scientifico, geologico per la precisione) pare che la ragione non abbia niente da dire alla mia fede. Non per questo credo (amo) di meno.
Luca Benciolini
Ci posso provare Luca,
vediamo se trovo il modo, c’è una, credo si possa chiamare scienza no? che si studia a scuola: la storia, la storia può dirsi razionale, credo di sì, tuttavia buona parte della storia, escludendo gli eventi più recenti, è fatta della memoria dell’uomo, della memoria di avvenimenti, ma anche di sentimenti, di eroismi, di disfatte, di speranze, di quanto altro? ecco la fede si nutre, sì dell’amore di Dio direttamente oggi, ma anche dei “ricordi” di ricordi che riteniamo certi, ossia della “stroria” che Dio ha fatto con noi, la storia di un intervenire di Dio nel mondo degli uomini, un intervento vissuto, creduto, celebrato, inizialmente dal popolo ebraico in particolare, il loro “credo” è tutt’ora valido, la loro fede è tutt’ora valida, Dio interviene nella storia di un popolo e, dopo quanti anni, chi lo sa, gli ebrei calcolano 5700 e passa, ma chi lo sa, questo popolo crede che Dio è intervenuto con amore nella loro vita;
ora, per chi è cristiano, questa storia continua, Uno, che noi crediamo il Figlio di Dio, perché con termini umani si è presentato, è entrato nella storia dell’uomo, ha vissuto da uomo, è stato ucciso e, sì, è risorto; e qui la storia, perché è storia, si incontra con la fede; e poi? un pugno di uomini predica questa fede in Cristo, e per questa fede muoiono “martiri” ossia “testimoni” migliaia di uomini, allora ed ancora oggi, e questa è storia, questa storia si incontra con la fede, chi muore per Gesù Cristo muore certo dell’amore di Cristo e con amore; ma ha anche imparato da Lui, non solo a pregare, ma anche a vivere, a vivere da uomo salvato da se stesso, da uomo che rispetta gli altri, il prossimo, lo ama, da uomo che rispetta i nemici, anzi li ama, ama la pace, ama la concordia, ama i propri figli, ama, la propria nazione e il bene della nazione, ama la gioia, la serenità, che altro? lo puoi aggiungere tu; e allora da una storia d’amore, quella di Dio per noi e qualche volta la nostra, anche se amiamo molto meno, da questa storia di amore, come in tutte le storie d’amore, nasce un figlio: quello che dicevo prima, la pace, la concordia, la serenità, la speranza, la ricerca del bene e del bello, e questo è razionale, quello che è buono per gli uomini è razionale anche esso può diventare scienza profana, di necessità: la medicina, la psicologa, e perché no? le scienze che studiano la terra, la geologia, tutto nasce da un’ amore e da una speranza, da una curiosità giusta ed onorevole per quello che ci circonda, perché la fede che a questo porta: a guardarci intorno e ad amare i fratelli, ed ad amare il mondo intorno a noi, il cielo e la terra;
non so se sono riuscita a risponderti, ci ho provato,
Gabriella
Trovo molto bello quel che dici sulla fede e sulle sue ragioni storiche. In particolare sul fatto che la nostra fede si nutre dell’esperienza di quelli che ci hanno preceduto. Per molti, fortunati come me, si é nutrita delle preghiere apprese dalle labbra di nonni e genitori. Siamo assolutamente d’accordo: la fede, dacché é vissuta, non é follia ma esperienza viva. Eppure …
Proprio per questo il mio disagio é sempre lì, perché la fede mi pare più un’esperienza di carità che una filosofia. Una confusione tra questi due piani mi pare davvero fastidiosa. Una cosa reale (l’amore) non dovrebbe aver alcun bisogno di essere dimostrata “vera” in termini filosofici. Se lo diventa (bisognosa di dimostrazione “filosofica”), mi pare di intuire un difetto, da qualche parte.
Luca
ciao Luca, in primo luogo c’è l’amore, l’amore di Dio, questo amore ha portato Dio stesso prima a comunicare con noi e donarci la legge perché questa ci aiutase a comprendere i nostri errori ed i momenti in cui ci allontaniamo da Dio, poi, sempre per amore, è venuto lui, il Figlio e ci ha donato se stesso, per amore, ma perché noi “fossimo salvi” per mezzo di lui, salvi dal peccato, salvi dalle nostre debolezze, salvi dalla nostra incapacità di coprenderci e di comprendere gli altri, salvi dal fatto che spesso facciamo del male e non ci rendiamo conto, almeno completamente, del male che facciamo agli altri; tutto quello che Dio fa per noi parte dal suo amore per noi e, come un Padre ci dona gli strumenti affinché noi ritroviamo noi stessi, per ritornare ad essere creature, per ritornare ad essere uomini, forse la frase fa ridere ma: “uomini veri” così come Dio stesso ci voleva e, tanto per seguire Dante per l’ennesima volta: non siamo fatti per vivere come bruti, ma per seguire virture e conoscenza; è questa la razionalità, la razionalità è quella cosa che, anch’essa dono di Dio, serve per ritornare alla nostra vera natura di uomini, in pace con noi stessi e con il prossimo; la filosofia, è una scienza, ma non la prima, una, non so se hai letto le “Confessioni” di Sant’Agostino, il tempo descritto da Sant’Agostino per addivenire alla fede, è un tempo in cui prega, riflette, studia, ma soprattutto riconosce in Dio colui che lo riporta ad essere un uomo nella sanità della mente e della fede; Sant’Agostino era un Vescovo, un Pastore, ma anche un filosofo e la sua filosofia lo ha portato a Dio,
senti io non so se riesco a spiegarmi, ma per esempio, se non hai letto le “Confessioni” prova a metterci mano perché lì trovi, messi al posto giusto, la carità e la filosofia, unite armonicamente per il bene dell’uomo; trovi tutto questo anche in Papa Ratszinger (molto agostiniano) ma il tema è più “sparso” nei suoi libri, forse nel libro “Gesù di Nazareth”; leggi qualcosa di buono e lascia che la filosifia ti rientri nel cuore attraverso la santità e non da coloro che credono di fare filosofia ma in realtà fanno come il cane che si morde la coda,
scusami non voglio fare la maestra, ti dico il percorso che io stessa ho fatto un po’ come Sant’Agostino, ho seguito prima la filosofia dei professori, era il tempo di Satre e nessuno come lui è girato intorno a se stesso per cercare la sua coda, o come dicono altri, per guardare il proprio ombelico; poi ho capito che la filosofia è tutt’altro: è lei che nasce dalla fede, come in San Tommaso ed i grandi filosofi che, a tutt’oggi, non si può far a meno di studiare per comprendere la vera filosofia, quella che nasce dall’amore,
ciao ti auguro ogni bene, buona notte;
Gabriella
Ciao Gabriella,
ancora una volta grazie, ancora una volta ti ho letto con piacere “eppure …”
“Eppure”, perché in realtà partiamo da posizioni molto distanti che se vogliamo continuare devo esplicitare meglio.
I dieci comandamenti sono”solo” dieci, la Parola di Dio é una, il credo, pur recitato in più formule, é uno. Sin qui i confini della fede sono saldi, immutabili certi e solidissimi. Ma la filosofia ?
Esiste una fede, ma in tema di filosofia dobiamo seguire quella di S. Agostino, quella di S. Tommaso, quella di Pascal, quella di Maritain, quella del “geologo” Theillard de Chardin, quella di Ratzinger, quella di (…). Quale ?
Ti confesso che S Agostino l’ho cominciato ed abbandonato ad un certo punto (con mia colpa). Ma se la filosofia non é una sola, in termini di FEDE cosa me ne faccio ?
A me pare bellissimo che ciascuno cerchi e trovi una sintesi tra l’amore di Dio, la sua vita personale, la sua cultura, e i problemi esistenziali che gli suscita. Mi pare bellissimo che traduca tutto questo in un “corpus” autoconsistente dal punto di vista logico e filosofico, ma soprattutto mi pare bellissimo che questi “corpus” siano molti e plurali, tanti quante le persone che ci si sono cimentate. Da questa pluralità passa un’unica fede, incarnata dalla libertà dei figli di Dio. Trovo tutto questo bellissimo, proprio perché la filosofia non é né può essere la nostra fede, ma semmai una forma con cui la fede si incarna nelle nostre plurali esperienze.
Perciò mi inquieta tremendamente leggere nella lectio magistralis di Ragensburg “Il patrimonio greco, criticamente purificato, è una parte integrante della fede cristiana”.
Forse che la parola di Dio non ci basta più ?
Forse che ai cinesi o agli africani dobbiamo annunciare il Verbo di Platone ?
Forse che i disegni della Provvidenza sono divenuti chiarissimi e li possediamo nella loro interezza ?
In tutta onestà a me pare che la lunga e perfettamente inutile diatriba sull’illuminismo abbia dato un po’ alla testa a tutti i nostri filosofi. Diabolicamente presuntuosi loro, gli illuministi, ma il nostro rischia di diventare un peccato speculare: “possedere” la verità (Dio). POSSEDERE capisci ? Come dire sostituirsi a Lui.
Preferisco fermarmi a Giobbe, che contesta a Dio l’INCOERENZA dei disegni della Provvidenza (anche lui “filosofeggia”). A lui Dio stesso notifica come i suoi disegni siano inconoscibili alla mente dell’uomo. Qualcosa di simile é successo ad Elia, quando si ritira nella grotta sull’Oreb. E’ disperato, piange davanti a Dio la solitudine della sua fede. Ma Dio gli risponde semplicemente: di credenti ce ne sono, solo non li hai saputi riconoscere (…)
((NB: Un Dio che stava nel vento … abbiamo un passo della Bibbia più panteista di Theillard de Chardin ?
Come Elia, sappiamo riconoscere negli altri dei compagni di strada o li teniamo a distanza con la nostra filosofia ?))
Preferisco, come dicevo nella mia prima, il “credo quia absurdum”.
Cercando un po’ più vicino a noi, ho letto recentemente “Elogio del dissenso” di Antonio Thellung, e mi pare di condividere in pieno la sua bellissima visione di una Chiesa composta da persone capaci di “litigare tenendosi per mano”, di una Chiesa che rinuncia a pretese di “possesso” intellettuale e alle scomuniche. Detto in un altro modo, più pratico, mi pare Thellung voglia dire: mettere la sordina al principio di “verità” (così caro a papa Benedetto) tutte le volte che si scontra con quello di “carità” (e purtroppo succede spesso).
Mi pare che a molti (e allo stesso Ratzinger, così critico del “relativismo”), questo atteggiamento appaia rinunciatario. Come se volesse dire: rinuncio a raggiungere la verità perché non può essere raggiunta. Ho le stesse ragioni dei miei nemici, quindi la verità NON ESISTE.
Da “ricercatore” (il mio mestiere, sono relativista per definizione) posso testimoniarti che il senso della ricerca e del confronto non é affatto questo. Come diceva Pascal (“tu non Lo cercheresti se Lui non ti avesse già trovato”).
((NB: Pascal, uno Scienziato, un altro ricercatore))
La Verità é un qualcosa da ricercare con fede senza mai illudersi di possederla. La ricerca e il relativismo PRESUPPONEGONO una grossa fede nell’esistenza della VERITA’, solo suggeriscono l’opportunità pratica di assumere un atteggiamento un pò più umile.
Forse la mia fede é fatta più di speranze che di certezze … Sono presuntuoso se dico che non per questo vale di meno ?
Sempre rintracciando il filo di Regensburg, perché la “de-ellenizzazione” della fede dovrebbe far paura ad una Chiesa Cattolica (cioé universale) ?
Ho cercato di esprimerti troppe cose in una, e ho paura di non essere stato chiaro.
Ma non voglio diventare un tormento, come te proprio non vorrei far il “maestrino”.
Un maestrino poi proprio non lo sono, CERCO solo, e lo faccio attraverso il confronto, certo comunque che il giorno del giudizio quel poco che crediamo di aver capito non servirà a niente: servirà la Carità. Nel frattempo te ed io possiamo continuare a tenerci per mano, indipendentemente da come intendiamo la filosofia, o persino da come recepiamo il magistero del Papa.
Scriverti serve a me per sfogarmi un po’ e mettere ordine nei miei pensieri, perché in realtà non ho molte altre occasioni per discutere questi argomenti. Devo dire che sei stata molto utile, ma non vorrei che la cosa ti diventasse importuna o fastidiosa. Se così fosse … ti ringrazio da subito per la pazienza e l’attenzione e tolgo il disturbo.
Ciao,
Luca
a domani caro Luca, è tarti e ora non ce la faccio a rispondere, buona notte e sei dormi buon risveglio
Gabriella
ciao Luca,
allora hai scritto molte cose ed è difficile risponderti, io riparto dal discorso che il fondamento non solo della fede, ma della verità e, soprattutto del bene dell’uomo è l’amore di Dio; provo a fare un esempio biblico: l’uscita del popolo Ebreo dall’Egitto, dal momento nel quale sono già usciti, è interpretazione comune dei biblisti che il popolo ebreo ha attraverso il deserto, così come è scritto, ma forse in gruppi, magari collegati tra loro ma non tutti insieme, magari chi prima e chi dopo, chi correva di più, chi andava più piano, ma tutti sono partiti dallo stesso luogo: dove hanno ricevuto una manifestazione forte dell’amore di Dio;
ora, pur sapendo che normalmente Abramo è il padre di tutti i popoli, tento di interpretare questo episodio riguardo tutta l’umanità, faccio una ipotesi interpretativa, non sono un biblista, quindi niente di più : ora chi sono, per interpretazione, questi gruppi? può essere anche popolo dei cristiani redenti da Cristo che raggiungono la terra promessa, ma in tal caso rimangono fuori gli ebrei e non è possibile metterli fuori da una interpretazione e poi tutti gli altri? che percorso hanno fatto? forse è più logica ( anche se rimane un’ipotesi) una interpretazione nella quale tutti gli uomini, amati tutti da Dio, hanno cominciato il loro cammino verso la Terra promessa che, alla fine, non è altro che Dio stesso;
allora, abbiamo una moltitudine di uomini in cammino, molti hanno seguito direttamente Mosè, molti seguono Mose (Cristo); altri però nel percorso, pur ricordando intimamente, più o meno inconsciamente, l’evento iniziale dell’amore di Dio che libera l’uomo dalla schiavitù - faccio sempre un esempio - per molti motivi hanno preso delle strade collaterali, oppure si sono fermati un poco nel cammino, oppure sono rimasti dappresso, ma non dentro la carovana; e questo (sempre per l’ipotesi interpretativa) sono tutti gli uomini, quindi, tutti, hanno ricevuto inizialmente il dono di un evento di amore iniziale, tutti sanno più o meno dentro loro stessi quale è la verità, quale la legge, quale l’amore di Dio; ma il dono, fatto agli ebrei a loro è servito per arrivare alla terra promessa, per altri è rimasto dentro senza conoscenza reale, altri sono rimasti in Egitto;
per tutti poi è arrivato Gesù Cristo, allora che succede, che molti coscientemente lo seguono, che altri incoscientemente hanno percorso un cammino non dentro la carovana, ma non distante, altri sono rimasti lontano, altri non ci sono; per tutti, comunque è arrivato il Salvatore;
ricevuta la legge, dice un ritornello ebraico: “questo ci sarebbe bastato”, ma Dio ha voluto fare di più donandoci il Figlio; ma tutti rimangono, comunque, sotto la ragionevolezza dell’amore di Dio;
allora: gli ebrei sono sotto la legge e quindi nella salvezza dell’Alleanza da Dio voluta e mai ritrattata, sono i figli primogeniti; poi ci sono i figli di adozione, noi; poi, poi, ossia gli altri: alcuni hanno seguito da vicino la carovana ed è rimasto del dono di Dio, dentro di loro, il senso del rispetto dell’uomo, della serietà della vita, di un Dio “sconosciuto” ricordi san Paolo ad Atene voi adorate un “Dio sconosciuto” ossia c’era, ma loro non sapevano chi fosse, la ragionevolezza della Grecia, deriva da una concomitanza di sapienza, che non è la sapienza biblica, tuttavia deriva anche essa, anche se non nel cammino ebraico – fondante - da Dio;
ogni percorso umano che riconosce una sorta di legge di rispetto dell’uomo, di pace, di ricerca del bene, di ricerca di quel Dio sconosciuto viene da Dio;
io credo – a prescindere da questa ipostesi che un biblista non avvallerebbe (ma chissa!) - che il discorso di Papa Ratzinger riguarda proprio questo: ogni saggezza viene da Dio (in qualche modo, ma da Dio), ma l’uomo ha peccato e tutto si è confuso, ricordi la torre di Babele? tutto si è confuso ed è rimasto all’uomo questo cammino verso Dio, che gli ebrei continuano a vivere come un memoriale, che noi riviviamo in Cristo, che altri tentano di percorrere attraverso una sapienza, una sapienza che non è mai solo umana; nessuno è “fuori” certo molti sono lontani; c’è di più: la storia, la Grecia per motivi storici (perché Dio ha voluto così?) ha avuto una sua sapienza, che, essendo vera sapienza si è ben integrata con la fede cristiana; ma come ho detto non c’è solo quel percorso e, quindi, altri camminano su altre strade e vengono raggiunti nel loro cammino dalla predicazione cristiana, la sapienza greca non è fondante per il cristianesimo la storia biblica lo è, il cammino percorso dalla Chiesa lo è, il cammino del popolo ebraico ha il suo valore per tutti, e allora si predica Cristo e questi crocifisso, si predica la sua resurrezione ed insieme il cammino storico che Cristo stesso ha fatto nei suoi progenitori: figlio di Davide, e nel cammino che il popolo cristiano continua a fare nella Chiesa: santa e peccatrice, santa perché c’è Dio, peccatrice in noi;
tu mi nomini molti filosofi, certo, perché no? proprio perché nel cammino del popolo cristiano si riconoscono molti e diversi popoli, il cristianesimo è ricco di umanità, di storie individuali, di esperienze, ma un’unica cosa è fondamentale, che tutto il nostro cammino umano parte dall’amore di Dio, dalla venuta di Cristo (da ricordare che la Croce si erge dal cielo alla terra e che tutti possono essere salvi per mezzo di questo legno), ma quale è il tuo problema? che la vera saggezza la vedi anche staccata da Dio Amore, è qui, non dico l’errore, ma la confusione: ogni saggezza, ogni rispetto dell’uomo, ogni pace, ogni carità, ogni pazienza, ogni lacrima, ogni desiderio, vengono da Dio ed ognuno, nel misterioso disegno di salvezza di Dio per tutti gli uomini, cammina – anche facendo filosofia – verso Dio, chi coscientemente non vuole non sarà forzato;
io ho fatto un ipotesi interpretativa, non sono molto brava, tuttavia il contenuto rimane questo, e per questo che parlavo di Sant’Agostino, Dio è dentro di noi, più grande di noi stessi, del nostro essere, del nostro pensiero, e bussa, biblicamente, come un’amante al nostro cuore, rispondere si può, direttamente con l’amore o con la ragione che si interroga, con la scienza che studia il cielo e la terra, ma tutto parte dall’amore di Dio che ci ha creati e ci ha messo dentro un codice, il suo stesso: quello di amare Dio ed il prossimo come noi stessi; ho risposto come ho potuto,
Gabriella
prova
ciao “prova”, devo essere stata io che in un momento di inc…ho messo spamming anche a qualche amico, scusa, adesso devo andare al pannello di controllo e approvarmi da sola, ciao,
Gabriella
Ciao Gabriella
grazie, sei stata chiarissima. Allora vediamo, forzo un po’ le tue parole e provo a riferirle alla lectio magistralis, per vedere se ho capito bene.
Dio ha messo dentro OGNI UOMO un codice: amare Dio e il prossimo come noi stessi.
Tutavia, non tutti rispondono allo stesso modo. Ci sono dei favoriti: il popolo eletto, poi la Chiesa di Cristo, poi i popoli di cultura greco-latina, e solo buoni ultimi tutti gli altri.
Siamo tutti figli, ma alcuni sono più figli degli altri ?
Ho capito bene ?
Non ti pare che sarebbe più RAZIONALE ammettere che “la sintesi con l’ellenismo, compiutasi nella Chiesa antica, sia stata una prima inculturazione, che non dovrebbe vincolare le altre culture. Queste avrebbero allora il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione per scoprire il semplice messaggio del Nuovo Testamento ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti.” ?
(dalla Lectio Magistralis)
Forse abbiamo semplicemente bisogno di disfarci delle troppe (per quanto ottime) filosofie che la nostra cultura ha prodotto, e riscoprire l’essenziale. E l’essenziale non é la ragione (sarà anche utile …) ma la carità (amare Dio e il prossimo come se stessi).
Luca