Archive pour le 15 septembre, 2007

un vento spiritoso ha creato una gustosa sequenza di immagini del Papa

un vento spiritoso ha creato una gustosa sequenza di immagini del Papa dans immagini del Papa

A gust of wing moves the mantle of Pope Benedict XVI during his Angelus prayer in Vienna’s St. Stephen’s Square, Sunday, Sept. 9, 2007. Several thousand faithful packed a Vienna square on Sunday as Pope Benedict XVI reaching out to disillusioned Catholics across Europe wrapped up a three-day visit to Austria with a Mass and a stop at a medieval abbey. (AP Photo/Pier Paolo Cito)

 dans immagini sacre

Pope Benedict XVI’s personal secretary Georg Gaenswein helps him to fix his mantle after a gust of wing put it on his head during the Angelus prayer in Vienna’s St. Stephen’s Square, Sunday, Sept. 9, 2007. Several thousand faithful packed a Vienna square on Sunday as Pope Benedict XVI reaching out to disillusioned Catholics across Europe wrapped up a three-day visit to Austria with a Mass and a stop at a medieval abbey. (AP Photo/Pier Paolo Cito)

Vienna Cardinal Christoph Schoenbor looks at Pope Benedict XVI fixing his mantle after the wind blew it on his head during his Angelus prayer in Vienna’s St. Stephen’s Square, Sunday, Sept. 9, 2007. Several thousand faithful packed a Vienna square on Sunday as Pope Benedict XVI reaching out to disillusioned Catholics across Europe wrapped up a three-day visit to Austria with a Mass and a stop at a medieval abbey. (AP Photo/Pier Paolo Cito)

Vienna Cardinal Christoph Schoenbor looks at the effects of the wind blowing on Pope Benedict XVI during his Angelus prayer in Vienna’s St. Stephen’s Square, Sunday, Sept. 9, 2007. Several thousand faithful packed a Vienna square on Sunday as Pope Benedict XVI reaching out to disillusioned Catholics across Europe wrapped up a three-day visit to Austria with a Mass and a stop at a medieval abbey. (AP Photo/Pier Paolo Cito)

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San Giuseppe

San Giuseppe dans San Giuseppe

ho messo San Giuseppe perché sul Blog francese ho postato un articolo su San Giuseppe, poi ho cercato un immagine e, poiché mi sembra piuttosto bella, la metto pure qui anche se il riferimento a San Giuseppe non c’è (magari qualcosa metterò perché è una figura veramente bella nella fede)

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=20200&dispsize=Original

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di Riccardo Di Segni: Le Candele di Shabbàht

dal sito:

http://www.morasha.it/alefdac/alefdac_02.html#0201 

di Riccardo Di Segni

(Rabbino di Roma) 

Le Candele di Shabbàht 

Nel pensiero ebraico viene costantemente accentuata la differenza esistente tra la situazione reale in cui si vive e gli obiettivi ideali verso i quali l’azione dell’uomo deve proiettarsi. Questa opposizione si presenta in campi differenti: sociale, etico, politico, fino al concetto più generale della sacralità dell’esistenza; investe poi la sfera metafisica, della quale si immagina la dimensione nascosta e solo parzialmente percettibile da parte dell’uomo. 

La differenza tra le due realtà si traduce anche in una divisione del tempo, nel ritmo costante delle settimane. In questa prospettiva il giorno del Sabato diventa l’esempio, la rivelazione temporale di un campione di perfezione, l’immagine di una sacralità nascosta che finalmente si può raggiungere. 

Tutte le regole e i divieti di questa giornata sono una preparazione e un segno di questa condizione superiore che si cerca di raggiungere; e anche i minimi dettagli del rito sono portatori di profondi significati. 

Basta considerare un solo esempio, quello dell’accensione delle candele all’entrata del Sabato, per constatare la ricchezza dei simboli e dei concetti che ogni rito particolare sottintende. 

* * * 

I Rabbini interpreti della Scrittura si sono soffermati a lungo su una contraddizione che emerge dal racconto della creazione del mondo nel primo capitolo della Genesi. Nel terzo verso, come prima opera della creazione, è descritta la formazione della luce, che consente di separare le giornate e distinguere il giorno dalla notte. Poco dopo, nella descrizione dell’opera del quarto giorno, si parla della creazione del sole, della luna e delle stelle. I Maestri si chiedevano quale fosse il senso di questa apparente ripetizione, e offrivano due tipi di soluzione. In una prima interpretazione si ammetteva che la luce del primo giorno fosse stata già quella del sole e degli astri, e che la narrazione successiva si riferisse non tanto alla creazione quanto alla disposizione di queste sorgenti di luce nel firmamento. Secondo la seconda interpretazione, invece, si immaginavano due tipi differenti di luce: una luce primordiale, caratteristica solo dei primi giorni dell’universo, e una luce successiva, quella che si conosce, emanata dagli astri e dal sole. 

Questa idea di luce primordiale ricorda vagamente recenti teorie cosmogenetiche che parlano di una radiazione iniziale che si diffuse nei primi momenti della nascita dell’universo; ma è chiaro, malgrado queste strane coincidenze, che l’interesse degli interpreti della Genesi non è, almeno inizialmente, quello di una teoria fisica. La spiegazione, almeno a grandi linee, di questa immagine mitica della luce, emerge dal seguito midràsh: la luce primordiale non venne distrutta, ma nascosta; tolta temporaneamente all’umanità per le colpe che questa avrebbe commessa, e che non la rendevano degna del godimento di questo bene eccezionale; ma riservata in futuro ai giusti e ad un’umanità redenta, per la quale sarebbe tornata a risplendere. Al di là della metafora rabbinica si cela in queste immagini un esempio particolare dell’idea generale di contrapposizione di due realtà; l’ideale nascosto è presentato come un obiettivo eccezionale ma reale, che si può raggiungere e conquistare. 

In che modo queste idee si traducono nella simbologia del Sabato? Un altro midràsh spiega questo concetto. Alla fine del racconto della creazione è detto che « Dio benedì il settimo giorno » (Genesi). I Maestri dicono che questa benedizione particolare consisté, nel primo Sabato, in una continuazione ininterrotta del flusso di luce primordiale. La luce non avrebbe dovuto più brillare per il peccato commesso da Adamo nelle ultime ore del Venerdì ma fu concessa una deroga per lo Shabbàt. Il primo Sabato, prototipo di tutti i sabati successivi, fu un giorno di tutta luce. 

In questa espressione mistica i Maestri vollero esprimere il concetto che nella giornata sabbatica all’uomo è data da godere un’immagine di quel bene eccezionale e metafisico promesso come premio futuro per i giusti; in altri termini che il Sabato rappresenta un embrione di mondo futuro, una prima realizzazione delle aspirazioni ideali; un primo godimento di un contatto con l’assoluto. 

* * * 

La tradizione prescrive che all’entrata del Sabato, prima ancora che faccia notte, in ogni casa si accendano delle luci, che illuminino in particolare la mensa. Non è un atto facoltativo; è un obbligo preciso, che va accompagnato dalla recitazione di una benedizione (lehadliq ner shel Shabbàt). Le luci da accendere dovrebbero essere almeno due, a ricordo delle due versioni differenti dei dieci comandamenti (Esodo e Deuteronomio), che impongono di « ricordare » (zakhòr) e « osservare » (shamór) il Sabato; secondo il Midràsh la differenza è dovuta al fatto che un unico suono fu inteso dal popolo di due mondi differenti; per questo si usano preferibilmente dei lumi a due braccia che partono da un unico fusto, come le due parole derivarono da un solo suono, non c’è comunque limite a chi vuole aggiungere altri lumi oltre il minimo. 

Queste luci rispondono a un bisogno elementare e immediato: la illuminazione del tavolo dove si mangia, in un momento in cui è proibito accendere il fuoco. L’origine dell’uso è quindi ben evidente, ma ogni particolare lo fa diventare non tanto un’abitudine opportuna, quanto piuttosto un rito, che riassume i doveri dell’osservanza e del ricordo. Da pura esigenza materiale le luci divengono presto il tramite per n simbolismo molto più ampio; riassumono l’essenza del Sabato. La tavola illuminata è segno di serenità, di pace, di armonia. 

Ma è anche un segno che oltrepassa la dimensione puramente domestica; e qui si inserisce il midràsh della creazione, e la luce domestica diventa segno della luce primordiale irradiata nel Sabato della Genesi. 

Traducendo in un linguaggio più attuale questi dati osserviamo che l’immagine della luce primordiale perduta e nascosta può equivalere a quella della riconquista della propria libertà soffocate dalle costruzioni della società e del lavoro quotidiano. Riuscire a celebrare il Sabato significa per l’uomo di oggi segnare il proprio distacco dalla schiavitù dei propri ordinamenti e delle sue creazioni; avere la possibilità di scoprire nella propria esistenza una dimensione più ampia e liberatrice. Tutto questo si realizza attraverso i numerosi divieti, che impongono all’uomo di astenersi da determinate azioni: la conquista della nuova dimensione è come una conseguenza implicita delle astensioni. Accanto a queste, numerose, ben poche sono le azioni positive prescritte; ma appunto perché poche, ricche di significato. L’accensione delle luci è una di queste. È ormai diventata un segno che trascende le esigenze elementari di illuminazione domestica; è un segno di ripresa e riconquista di vita, di allontanamento dalle costrizioni e dai condizionamenti della società; è l’entrata in una dimensione più vasta e liberatrice. 

Anche solo come piccolo impegno iniziale di ricordo e di osservanza l’accensione dei lumi ha una grande importanza; non si può sottovalutare l’effetto psicologico che crea nell’ambiente, né la carica pedagogica che ha verso i piccoli. Questo spiega perché un uso pratico, una necessità immediata, è stata trasformata dai Maestri in un obbligo, ricco di effetti ambientali ed educativi e capace, anche da solo di istituire un nuovo clima. 

* * * 

Uomini e donne sono tenuti al rispetto di questa norma: ma la tradizione in questa norma; ma la tradizione in questo caso ha maggiormente responsabilizzato la donna. È chiaro che in una società in cui il ruolo femminile è stato prevalentemente concentrato nella casa, questo rito, prettamente domestico, è stato affidato specificamente alla donna. Questo non vuol dire che in una società diversa, in cui i ruoli reciproci dell’uomo e della donna non siano più quelli di un tempo, il rito debba essere il segno di una condizione negativa e uno stimolo di discordia; nella tradizione ebraica l’imposizione di una mitzwàh è un privilegio, per cui anche se la donna cambia la sua condizione domestica non dovrebbe per questo rinunciare al privilegio di un obbligo in cui ha sempre avuto la precedenza. 

Per segnalare quanto la questione sia dibattuta, anche dietro il velo dei simboli midrashici, si può ricordare l’opinione di un Maestro che diceva che la donna deve accendere il lume di Shabbàt per farsi perdonare la colpa primordiale di Eva, che aveva metaforicamente spento la luce — cioè l’eternità — di Adamo. A questa ipotesi (che per quanto suoni oggi pesantemente antifemminista non si esaurisce nella semplice formulazione midrashica, ma contiene significati molto più profondi) un altro Maestro rispondeva nella stessa lingua, rammentando le responsabilità maschili nel peccato del vitello d’oro, che avevano nuovamente pregiudicato la seconda possibilità di completa redenzione offerta con l’uscita dall’Egitto. Quindi donne e uomini ciascuno con la colpa da scontare, ed entrambi tenuti all’osservanza della regola: ed è per questo che nel rito se la donna accente, è l’uomo che deve preparare le candele. Il discorso quindi si ripropone ad armi pari. Di nuovo anche da questi dettagli emerse che il simbolo delle luci non è quello della discordia, ma l’armonia, la pace, la tensione verso una vita più completa e libera. 

Riccardo Di Segni 

 

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di Gianfranco Ravasi: IL MONDO ASPETTA LA VISITA DI MARIA

     dal sito:

 

       http://www.tanogabo.it/religione/ravasi_maria.htm        

       di Gianfranco Ravasi        

       IL MONDO ASPETTA LA VISITA DI MARIA  

      
Dalla Gerusalemme ebraica moderna una strada conduce a un sobborgo immerso in un panorama dolce e fresco.
Il suo nome è Am Karim, che significa “sorgente della vigna”.
Da una fonte un viottolo ci porta a un santuario francescano, eretto nel 1939 su vestigia di edifici precedenti bizantini e crociati.
Il nome di questo santuario evoca un episodio evangelico, la Visitazione della Vergine Maria a Elisabetta (Luca 1,39-45).

Eravamo già stati in pellegrinaggio ideale a questo luogo quando abbiamo presentato una pagina bella dei Vangeli, il Magnflcat che risuona, proprio in occasione di quella visita, sulle labbra di Maria. Siamo ritornati qui a parlare ora di altre parole “belle”: è la “benedizione” che Elisabetta pronunzia vedendo apparire davanti a sé la parente di Galilea, Maria. Incinta di Giovanni Battista, essa proclama: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!» (1,42).
Ebbene, come tutti sanno, queste parole sono state intrecciate con quelle pronunziate dall’angelo Gabriele nell’annunciazione di Maria, un episodio narrato anch’esso da Luca: «Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te» (1,28). L’intreccio ha dato origine al nucleo fondamentale della più celebre preghiera mariana, l’Ave Maria. Abbiamo voluto evocarla dopo aver puntato nelle scorse settimane la nostra attenzione alla preghiera cristiana per eccellenza, il Padre nostro. L.a seconda parte
dell’Ave Marta — che in questo mese dedicato dalla devozione popolare al Rosario ha un significato particolare — è invece attribuita al papa Celestino I, che in occasione del Concilio di Efeso (431) difese la divina maternità di Maria contro Nestorio.
La preghiera fu definitivamente fissata nella forma che noi oggi usiamo nel XVI secolo da san Pio V, e da allora ebbe infinite trascrizioni musicali: Tomas da Victoria, Schubert, Gounod, Bruckner, Liszt (ne compose sei!), Verdi (tre, delle quali la più celebre è intonata da Desdemona nell’ultimo atto dell’Otello), Kodaly, il cantante francese Georges Brassens, Claude Ballif (Chapelet, cioè “rosario”) e così via elencando. Anche un poeta ateo come Louis Aragon nella sua opera Museo Grévin faceva ripetere l’Ave Maria ai prigionieri di Auschwitz. E tutta la storia di Maria, da quell’inizio sorprendente nella sua modesta casa di Nazaret, è stata trascritta in modo “laico” e per molti versi “scandaloso” dal film Je vous salue Maria dijean-Luc Godard (1985).
Noi, invece, sostiamo davanti alla scena dell’Annunciazione, immortalata dal Beato Angelico nell’affresco del convento di S. Marco a Firenze, con le parole di san Bernardo: «L’angelo aspetta la tua risposta, Maria! Stiamo aspettando anche noi, Signora, questo tuo dono, che è dono di Dio. Rispondi presto, o Vergine! Pronunzia, Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano!».

  

 

      

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 15 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11879?l=italian

 La Lectio magistralis di Benedetto XVI a Regensburg un anno dopo 

Intervista a monsignor Giampaolo Crepaldi 

 

ROMA, venerdì, 14 settembre 2007 (ZENIT.org).- Il 12 settembre 2006, in occasione del suo viaggio apostolico in Baviera, Benedetto XVI pronunciò nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg la famosa Lectio magistralis dal titolo “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”.

Tutti ricordano l’ampia risonanza che ebbe quel discorso e le polemiche, talvolta molto aspre, che ne seguirono. Ad un anno di distanza, sopiti gli animi, quel Discorso appare come una pietra miliare negli insegnamenti del Pontefice, nella stessa vita della Chiesa.

Secondo monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “il suo contenuto intrinseco, al di là delle interpretazioni forzate, la densità del pensiero presupposto ed espresso ne fanno un documento assolutamente imprescindibile, denso di indicazioni di grande respiro circa il rapporto tra la fede cristiana e la ragione umana, tra la Chiesa e il mondo, tra il cristianesimo e le altre religioni”.

Per approfondire il messaggio lanciato dal Papa in quell’occasione, ZENIT ha chiesto a monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân”, di commentare quel testo breve ma ponderoso.

Eccellenza, secondo lei la Lectio magistralis di Regensburg è da considerarsi un fatto nuovo nel magistero di questo Papa, oppure come la naturale continuità di quanto già detto in precedenza?

Mons. Crepaldi: Ambedue le cose. La Lectio di Regensburg è un testo di rara efficacia e di grande valore sia teoretico che comunicativo. Nello stesso tempo essa non fa che riproporre, in forma particolarmente incisiva, gli insegnamenti precedenti di Benedetto XVI, compresa l’enciclica Deus caritas est e, direi anche, molti aspetti della teologia di Joseph Ratzinger, a cominciare dal famoso libro Introduzione al Cristianesimo del 1969, che già conteneva tutte le idee espresse a Regensburg.

Crede che le polemiche sorte in seguito al Discorso di Regensburg ne hanno impedito una conveniente ricezione?

Mons. Crepaldi: Credo che le polemiche, nonostante spesso le loro motivazioni non trovassero fondamento nel testo del Discorso del Papa, sono state comunque espressione del riconoscimento della forza veritativa contenuta nel Discorso. A Regensburg il Papa non si è attardato su questioni marginali, ma ha colto in pieno il problema di fondo che consiste nella pretesa cristiana di essere la religione vera. Anche se detto con carità – perché il cristianesimo è anche la religione dell’amore – questo suona male a tante orecchie.

Le polemiche hanno attirato tutti gli sguardi sull’Islam. Questo, secondo lei, ha distolto l’attenzione da altri elementi importanti del Discorso?

Mons. Crepaldi: A livello di opinione pubblica penso di sì. Per questo c’è bisogno di ritornare sulla Lectio con calma. Del resto lungo questo anno che si separa dal 12 settembre 2006, sono stati innumerevoli i libri, i Convegni di alto livello, i numeri monografici di Riviste dedicate al tema di Regensburg. Segno che i problemi segnalati dal Papa non sono di superficie. Un tema, secondo me, è rimasto un po’ in ombra, fagocitato da altri aspetti. All’inizio del suo Discorso il Papa parla della “coesione interiore del cosmo della ragione”, ossia, potremmo dire con una vecchia espressione, dell’unità del sapere. Un tempo l’Università viveva di questa convinzione, oggi non è più così. Vorrei ricordare che la Fides et Ratio sostiene che tale mancanza produce smarrimento nell’uomo e contemporaneo e proprio in una ripresa dell’unità del sapere aveva indicato il grande orizzonte di impegno degli intellettuali cristiani per il nuovo millennio.

Questo problema del dialogo tra le discipline, l’unità del sapere, come lo chiama lei, è possibile da conseguirsi senza la fede cristiana, attraverso quindi la sola ragione?

Mons. Crepaldi: Questo è uno dei temi principali sottesi alla Lectio di Regensburg. e che la ricollega alla “purificazione” della ragione di cui il Papa parla nella Deus caritas est. Ad Aparecida il Papa ha detto che non tenendo conto di Dio la stessa conoscenza della realtà diventa impossibile. La dimensione trascendente assicurata dalla fede è quindi indispensabile affinché la ragione non si chiuda in se stessa, iniziando così un processo di “autolimitazione” che non può non finire nel relativismo nichilista. La fede, come afferma la Fides et Ratio, spinge la ragione a non fermarsi mai. In questo modo la salva da se stessa permettendole di essere se stessa, ossia la purifica.

Non trova che ci sia una contraddizione tra quanto affermato dal Papa a Regensburg e quanto appena detto da lei? A Regensburg il Papa ha indicato nella ragione la possibilità di “valutare” le religioni perché ciò che non è razionale non viene dal vero Dio. Lei invece sta dicendo che è la fede a valutare la ragione distinguendo tra una ragione chiusa ed una aperta alla trascendenza…

Mons. Crepaldi: Non c’è nessuna contraddizione. La fede cristiana pone la pretesa della propria verità e così accetta di essere esaminata dalla ragione. In questo modo, però, essa pone anche il problema della verità della ragione e invita la ragione a guardare dentro se stessa. Una ragione “autolimitata”, come quella razionalista o positivista o nichilista, non è in grado di esaminare la religione per il semplice fatto che non è nemmeno ragione, avendo perso l’idea stessa della propria verità. La fede cristiana accetta di essere esaminata dalla ragione nella sua pienezza, ma tale ragione nella sua pienezza, per esserlo, deve essere aperta alla verità trascendente.

Quindi, il Papa ribadisce il primato della fede anche nel momento in cui afferma che il cristianesimo accetta di essere esaminato dalla ragione?

Mons. Crepaldi: Diciamo che la ragione ha la propria autonomia logica e metodologica, il che rende possibili le varie scienze e nello stesso tempo la loro unità. Tuttavia se la ragione non si fa continuamente aiutare a respirare da un rapporto dialogico con la fede essa inevitabilmente rischia l’asfissia. Parafrasando una frase di Maritain (in Le Paysanne de la Garonne) se la ragione crede di dover chiudere la fede in una cassaforte si mutila da sé. Il bello è che anche se essa chiude la fede nella cassaforte, usa lo stesso una fede. Ecco perché Benedetto XVI ha affermato nei suoi scritti che senza Dio si cade preda degli déi. E questo accade anche per la ragione. Per esempio, il razionalismo o il positivismo, nonostante il parere contrario degli esponenti filosofici di queste due correnti, hanno alla base una fede nel potere assoluto e addirittura salvifico della ragione e della scienza.

La fede, quindi, sta sempre all’inizio, sia per il credente che per il non credente?

Mons. Crepaldi: Direi proprio di sì. Per un motivo semplice e drammatico nello stesso tempo: ogni uomo – scriveva Ratzinger già nel 1969 – deve in qualche maniera prendere posizione di fronte al settore delle decisioni fondamentali. La stessa questione se la ragione sia assoluta oppure no è, prima di tutto una questione di fede, senza escludere naturalmente il successivo apporto della ragione stessa. Senza la fede la ragione non può sapere cosa essa sia.

Nel dialogo con le altre religioni viene prima la fede o la ragione?

Mons. Crepaldi: Leggendo con attenzione la Lectio di Regensburg, ritengo che anche qui il punto di partenza sia la fede. Però da come la fede pone il ruolo della ragione nel dialogo interreligioso, si capisce anche la sua verità e la verità dello stesso dialogo. Anche il dialogo se non è vero non viene da Dio. Per essere vero il dialogo richiede di essere animato dalla verità della ragione che si riconosce nella verità della fede. 

 

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno yun_2262

fiore di arancia

http://www.yunphoto.net/it/photobase/yp2262.html

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« Stava presso la croce di Gesù sua madre »

San Silvano (1886-1938), monaco ortodosso
Scritti (Sofronio, Staretz Silvano)

« Stava presso la croce di Gesù sua madre »

Non giungiamo alla pienezza dell’amore della Madre di Dio, e per questo non possiamo neanche pienamente comprendere il suo dolore. Il suo amore era perfetto. Amava immensamente il suo Dio e suo figlio, ma amava anche con un grande amore gli uomini. Cosa lei non ha sopportato quando questi uomini, che amava tanto e per i quali fino alla fine voleva la salvezza, hanno crocifisso il suo figlio amatissimo?

Non possiamo comprenderlo, perché il nostro amore per Dio e per gli uomini è troppo debole. Così come l’amore della Madre di Dio è senza misura e supera la nostra comprensione, parimenti il suo dolore è immenso e ci è impenetrabile.

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