Archive pour le 13 septembre, 2007

San Giovanni Crisostomo

San Giovanni Crisostomo dans immagini sacre

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oggi: San Giovanni Crisostomo

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/2004/documents/ns_lit_doc_20041127_giovanni-crisostomo_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE 
DEL SOMMO PONTEFICE     
 
   San Giovanni Crisostomo 

“Crisostomo”, vale a dire “bocca d’oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia. 

            Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un’intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene … Laici e monaci devono giungere a un’identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).             Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell’impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l’usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l’accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l’arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l’amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4). 

            Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L’inimicizia nei suoi confronti crebbe con l’ascesa al potere dell’imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l’appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all’esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all’esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali. Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell’Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407. 

            “Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.  Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall’esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell’abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione. 

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ANNIVERSARIO (il 17 settembre) della morte di Adrienne von Speyr

dal sito on line del giornale « Avvenire »:

ANNIVERSARIO


A 40 anni dalla morte, gli ultimi discepoli della Von Speyr tracciano il bilancio della sua figura. E smentiscono i sospetti sul rapporto con il suo interprete, il grande von Balthasar Il cardinale Ouellet: «Nelle sue visioni non sentimento ma fedeltà alla Bibbia». Guerriero: «Un’altra Madre Teresa». Padre Servais: «Ha rivelato la forza del sabato santo». Il teologo Fessio: «Ricreò la spiritualità del ’900». 

Adrienne: e la mistica si fa «moderna» 

Il cardinale Ouellet: «Nelle sue visioni non sentimento ma fedeltà alla Bibbia».
Guerriero: «Un’altra Madre Teresa». Padre Servais: «Ha rivelato la forza del sabato santo». Il teologo Fessio: «Ricreò la spiritualità del ’900». 

Di Filippo Rizzi  

Blaise Pascal sarà stato anche uno spericolato giocatore d’azzardo. Ma la « schedina » su cui meditava non era quella di una comune ricevitoria. Lui non puntava di certo su partite e cavalli. Scommetteva su qualcosa di infinitamente più grande: l’esistenza di Dio. Diceva il filosofo francese: «Pesiamo il guadagno e la perdita, nel caso che scommettiate in favore dell’esistenza di Dio. Valutiamo questi due casi: se vincete, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, senza esitare, che egli esiste». Uno spot? Niente affatto, perché Pascal faceva notare come questa sia una giocata « inevitabile »: «La vostra ragione non patisce maggior offesa da una scelta piuttosto che dall’altra, dacché bisogna necessariamente scegliere». Questa è una scommessa che mette in palio il senso stesso dell’esistenza e pertanto chiama in gioco tutti: credenti e non credenti. Non è dunque un caso se Joseph Ratzinger, ancor prima di essere eletto pontefice, invitava i « laici » a scommettere sull’esempio di Pascal. Benedetto XVI ha da sempre un’attenzione particolare per coloro che non hanno fede. È proprio in questo rapporto privilegiato con i non credenti che si palesa il suo essere «moderno», come ben fa notare Fabrizio Mastrofini in questo saggio. E il « manifesto » della sua apertura e modernità è racchiuso nel discorso di Ratisbona, pronunciato un anno fa. La lezione del Papa era un invito a tutti gli uomini di buona volontà a superare la distanza fra fede e ragione in nome del bene comune. Perché una razionalità chiusa in se stessa, non solo non è in grado di spiegare la realtà, ma è stata causa di fallimenti e lutti nella storia. Benedetto XVI è consapevole che in Occidente si è affermato un modo di vivere come se Dio non esistesse. Ecco allora che occorre ripensare la condizione di non credente come qualcuno che convive in ogni persona, secondo la felice intuizione del cardinale Martini. Il libro fa così un bilancio del nuovo papato: chiamato a raccogliere la pesa nte eredità di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI sta smentendo ogni pregiudizio, offrendo ogni giorno una testimonianza che è mite e al tempo stesso ferma sui principi evangelici. Le sfide del nostro tempo sono tante: il rapporto con l’islam, le manipolazioni della scienza, le nuove povertà. Riuscirà il Papa, a portarne il peso, si chiede Mastrofini, senza suscitare l’immagine di una Chiesa che dispensa comandi e proibizioni ? La strada indicata da Ratzinger è quella ribadita a Loreto. Nel rispetto della libertà, la Chiesa non si stancherà mai di proporre mete più alte. Chiedendo il coraggio a tutti. Memori di Pascal, l’impavido scommettitore: «L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano».

Ratzinger
per non credenti
Laterza. Pagine 126. Euro 10,00

Proprio il 17 settembre di quarant’anni fa si spegneva nella sua Basilea, all’età di 65 anni, la donna che svelò ai teologi il mistero del Sabato Santo.
La complessa e affascinante figura di Adrienne von Speyr - medico, sposata, che dopo un lungo cammino a 38 anni da protestante si farà cattolica – si colloca ancora oggi nella luce delle visioni mistiche che permettono di illuminare il senso più profondo della discesa di Gesù agli inferi. E ovviamente nel rapporto centrale con il suo direttore spirituale, il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar: l’uomo che grazie alla sua grande formazione intellettuale, soprattutto patristica, permetterà di dare corpo e di sistematizzare, di fornire in un certo senso un alfabeto al senso mistico della Speyr.
«Per me Adrienne – scriverà il teologo di Lucerna – non ha avuto paura di illuminare gli angoli più bui della Rivelazione». Il sodalizio tra i due spingerà lo stesso Balthasar ad affermare, all’indomani della morte della donna: «La maggior parte di quanto ho scritto è una traduzione di ciò che è presente in modo immediato, meno « tecnico », nell’opera potente di Adrienne von Speyr».
E oggi, a 40 anni di di stanza da quella scomparsa, rimangono ancora vivi tra molti discepoli (per il prossimo anno la rivista Humanitas ha in cantiere un numero monografico con scritti inediti della mistica svizzera) gli insegnamenti di Adrienne, soprattutto per l’impronta profetica che la sua missione ha lasciato in eredità alla Chiesa e al laicato cattolico. Architrave portante della sua spiritualità fu, non a caso, quella di essere – da autentica seguace della spiritualità ignaziana – una contemplativa in actione, cioè di vivere contemporaneamente la piena appartenenza a Dio e al mondo.
«A testimonianza di tutto questo mi viene in mente che poco dopo la sua entrata nella Chiesa cattolica – rivela oggi uno degli allievi del teologo svizzero e presidente dell’Associazione Lubac-Balthasar-Speyr, il gesuita belga Jacques Servais -, tornando in macchina dal suo ufficio medico, Adrienne fu improvvisamente fermata da una luce irruente, tanto che un passante scorgendo qualcosa d’insolito fuggì spaventato. Quindi udì una voce pronunciare in francese le parole Tu vivras au ciel et sur la terre (« Vivrai in cielo e sulla terra »). Parole strane ma che sono forse la chiave della missione ricevuta assieme a padre Balthasar: fondare un’istituzione di vita consacrata, la Comunità di San Giovanni».
Il 1945 segna appunto la nascita di questa piccola ma importante comunità, la Johannes Gemeinschaft, per cui la Speyr detta le regole. Ma per capire, in controluce, il segreto di Adrienne von Speyr è forse necessario leggere i suoi scritti in atteggiamento di preghiera. «Credo che il suo segreto, a 40 anni dalla sua scomparsa, sia proprio questo – sottolinea un altro discepolo, il teologo gesuita americano Joseph Fessio -: scoprire la trasparenza mariana della sua azione. Solo un uomo in preghiera può capirne la profondità. In fondo tutta la sua vita è stata un fiat alla volontà di Dio. Maria è il suo modello. E mi per metto di dire che indirettamente la sua mistica ha rinnovato, in chiave moderna e laicale, la spiritualità di cui vive oggi la stessa Compagnia di Gesù».
Ma dalla grandezza di Adrienne affiora oggi prepotentemente anche l’esperienza mistica del corpo, la teologia della croce, il suo totale abbandono, pur sofferente, alla volontà di Dio. «Pensando agli scritti di Madre Teresa di cui si è venuti a conoscenza proprio in questi giorni e che tanto hanno fatto discutere – spiega Elio Guerriero, direttore dell’edizione italiana di Communio nonché biografo e curatore delle opere di von Balthasar – vedo un ponte ideale che lega le due donne. Entrambe sentono il peso del silenzio di Dio. Adrienne, nei suoi scritti, come in ciò che è testimoniato nell’opera di Balthasar Teodrammatica, chiede a tutti i cristiani di stare sulla soglia, di pensare che « i misteri bisogna lasciarli a Dio ». Il silenzio di Dio diventa per lei presenza, pienezza, consolazione. Un silenzio che vive dentro di sé pensando all’angoscia del Getsemani, provata da Gesù. C’è una frase che fa sintesi del suo pensiero: « Se Dio si è donato: io sono invitato a donarmi »».
Una tensione, quella della Speyr, sempre inserita nelle cose ultime e in un fiduciosa speranza nel mondo dell’aldilà. «Non c’è un ottimismo di maniera nei suoi scritti – sottolinea ancora padre Servais -, l’attesa di una salvezza a buon mercato, ma rimane forte l’idea di « sperare per tutti ». Nel Sabato Santo Dio ci dice che la salvezza, operata dal Signore con la morte e risurrezione, è universale. « Egli è l’unico Redentore e invita tutti al banchetto della vita immortale »».
Il motto di Adrienne von Speyr, che rappresenterà anche il suo stile di vita, è Faire sans dire («Fatti, non parole»). Non una tendenza al nascondimento, quanto a una discreta caritas e all’intima solidarietà con gli uomini, anzitutto i poveri. E ispirazione di questo comportamento fu anche la lettura di Bernanos e di Péguy: «Adrienne era una donna dotata di una naturale allegria, molto concreta, con un grande sense of humour e un temperamento equilibrato. – ricorda un terzo discepolo, il sulpiziano cardinale e arcivescovo di Quebec Marc Ouellet -. La von Speyr ha vissuto in povertà, per esempio d’inverno non metteva i vestiti più caldi e amava fare la carità nell’anonimato. Ha vissuto inoltre una grande disponibilità per il servizio nella sua professione medica, a volte correndo rischi e pericoli. A differenza dei mistici del XVI secolo e di tutto il periodo seguente al Concilio di Trento, quello della cosiddetta devotio moderna, non c’è nella sua esperienza mistica una dimensione soggettiva ma una fedeltà al messaggio ricevuto e alla Sacra Scrittura. Ed è forse questo il suo tratto più caratteristico».
Adrienne muore il 17 settembre 1967, memoria liturgica di santa Ildegarda di Bingen, medico e mistica, che ella venerava in modo particolare. «Quando è morta i membri del suo Istituto secolare, la Comunità di San Giovanni – testimonia Ouellet -, sono caduti dalle nuvole apprendendo da un saggio di Balthasar a lei dedicato la mole e la natura straordinaria dei doni mistici della fondatrice. Ricordo una conversazione avuta con padre Balthasar, nella quale avevo creduto bene di chiedergli del suo rapporto personale con Adrienne nel contesto dei sospetti e delle insinuazioni mosse all’epoca e riguardo a certe critiche. Il grande teologo mi disse che poteva rispondere solo con la sua testimonianza, ma in qualità di confessore di Adrienne poteva certificare che lei possedeva la stessa innocenza e il candore di santa Teresina di Lisieux».

 

 

Benedetto XVI ripercorre la sua visita pastorale in Austria

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11849?l=italian

 

 Benedetto XVI ripercorre la sua visita pastorale in Austria 

In occasione dell’udienza generale 

 

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 12 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’intervento pronunciato da Benedetto XVI questo mercoledì in occasione dell’udienza generale svoltasi in piazza San Pietro alla presenza di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle,

intendo oggi soffermarmi a riflettere sulla visita pastorale che ho avuto la gioia di compiere nei giorni scorsi in Austria, Paese che mi è particolarmente familiare, sia perché confinante con la mia terra natale sia per i numerosi contatti che con esso ho sempre avuto. Motivo specifico di questa visita era l’850.mo anniversario del Santuario di Mariazell, il più importante dell’Austria, prediletto anche dai fedeli ungheresi e molto frequentato da pellegrini di altre Nazioni limitrofe. Si è trattato dunque prima di tutto di un pellegrinaggio, che ha avuto come motto « Guardare a Cristo« : andare incontro a Maria che ci mostra Gesù. Ringrazio di cuore il Cardinale Schönborn, Arcivescovo di Vienna, e l’intero Episcopato del Paese per il grande impegno con cui hanno preparato e seguito la mia visita. Ringrazio il Governo austriaco e tutte le Autorità civili e militari che hanno prestato la loro valida collaborazione; in particolare, ringrazio il Signor Presidente Federale per la cordialità con cui mi ha accolto ed accompagnato nei vari momenti della visita. La prima tappa è stata presso la Mariensäule, storica colonna su cui è collocata la statua della Vergine Immacolata: lì ho incontrato migliaia di giovani e ho iniziato il mio pellegrinaggio. Non ho mancato poi di recarmi nella Judenplatz per rendere omaggio al monumento che ricorda la Shoah.

Tenendo conto della storia dell’Austria e dei suoi stretti rapporti con la Santa Sede, come pure dell’importanza di Vienna nella politica internazionale, il programma di questo mio viaggio pastorale ha previsto gli incontri con il Presidente della Repubblica e con il Corpo Diplomatico. Si tratta di occasioni preziose, in cui il Successore di Pietro ha la possibilità di esortare i Responsabili delle nazioni a favorire sempre la causa della pace e dell’autentico sviluppo economico e sociale. Guardando specialmente all’Europa, ho rinnovato il mio incoraggiamento a portare avanti l’attuale processo di unificazione sulla base di valori ispirati al comune patrimonio cristiano. Mariazell, del resto, è uno dei simboli dell’incontro dei popoli europei intorno alla fede cristiana. Come dimenticare che l’Europa è portatrice di una tradizione di pensiero che tiene legate fede, ragione e sentimento? Illustri filosofi, anche indipendentemente dalla fede, hanno riconosciuto il ruolo centrale svolto dal cristianesimo per preservare la coscienza moderna da derive nichilistiche o fondamentalistiche. L’incontro con le Autorità politiche e diplomatiche a Vienna è stato dunque quanto mai propizio per inserire il mio viaggio apostolico nel contesto attuale del continente europeo.

Il vero e proprio pellegrinaggio l’ho compiuto nella giornata di sabato 8 settembre, festa della Natività di Maria, a cui è intitolato il Santuario di Mariazell. Esso ebbe origine nel 1157, quando un monaco benedettino della vicina Abbazia di San Lambrecht, inviato a predicare in quel luogo, sperimentò il prodigioso soccorso di Maria, di cui portava con sé una piccola statua in legno. La cella (Zell) dove il monaco ripose la statuetta divenne in seguito meta di pellegrinaggi e, nel volgere di due secoli, fu edificato un importante santuario, dove ancor oggi si venera la Madonna delle Grazie, detta Magna Mater Austriae. E’ stata per me una grande gioia ritornare come Successore di Pietro in quel luogo santo e tanto caro alle genti dell’Europa centro-orientale. Lì ho ammirato l’esemplare coraggio di migliaia e migliaia di pellegrini che, nonostante la pioggia e il freddo, hanno voluto essere presenti a questa ricorrenza celebrativa, con grande gioia e fede, e dove ho illustrato loro il tema centrale della mia visita: « Guardare a Cristo« , tema che i Vescovi dell’Austria avevano sapientemente approfondito nell’itinerario di preparazione durato nove mesi. Ma solo giungendo nel Santuario abbiamo pienamente compreso il senso di quel motto: guardare a Gesù. Di fronte a noi stavano la statua della Madonna che con una mano indica Gesù Bambino, e in alto, sopra l’altare della Basilica, il Crocifisso. Là il nostro pellegrinaggio ha raggiunto la sua meta: abbiamo contemplato il volto di Dio in quel Bimbo in braccio alla Madre e in quell’Uomo con le braccia spalancate. Guardare Gesù con gli occhi di Maria significa incontrare Dio Amore, che per noi si è fatto uomo ed è morto in croce.

Al termine della Messa a Mariazell, ho conferito il « mandato » ai componenti dei Consigli pastorali parrocchiali, che sono stati da poco rinnovati in tutta l’Austria. Un eloquente gesto ecclesiale, col quale ho posto sotto la protezione di Maria la grande « rete » delle parrocchie al servizio della comunione e della missione. Al Santuario ho vissuto poi momenti di gioiosa fraternità con i Vescovi del Paese e la Comunità benedettina. Ho incontrato i sacerdoti, i religiosi, i diaconi e i seminaristi e con loro ho celebrato i Vespri. Spiritualmente uniti a Maria, abbiamo magnificato il Signore per l’umile dedizione di tanti uomini e donne che si affidano alla sua misericordia e si consacrano al servizio di Dio. Queste persone, pur con i loro limiti umani, anzi, proprio nella semplicità e nell’umiltà della loro umanità, si sforzano di offrire a tutti un riflesso della bontà e della bellezza di Dio, seguendo Gesù nella via della povertà, della castità e dell’obbedienza, tre voti che vanno ben compresi nel loro autentico significato cristologico, non individualistico ma relazionale ed ecclesiale.

La mattina di domenica ho poi celebrato la solenne Eucaristia nella Cattedrale di Santo Stefano a Vienna. Nell’omelia, ho voluto approfondire in modo particolare il significato e il valore della Domenica, a sostegno del movimento « Alleanza in difesa della domenica libera ». A questo movimento aderiscono anche persone e gruppi non cristiani. Come credenti, naturalmente, abbiamo motivazioni profonde per vivere il Giorno del Signore, così come la Chiesa ci ha insegnato. « Sine dominico non possumus!« : senza il Signore e senza il suo Giorno non possiamo vivere, dichiararono i martiri di Abitene (attuale Tunisia) nell’anno 304. Anche noi, cristiani del Duemila, non possiamo vivere senza la Domenica: un giorno che dà senso al lavoro e al riposo, attualizza il significato della creazione e della redenzione, esprime il valore della libertà e del servizio al prossimo… tutto questo è la domenica: ben più di un precetto! Se le popolazioni di antica civiltà cristiana abbandonano questo significato e lasciano che la domenica si riduca a week-end o ad occasione per interessi mondani e commerciali, vuol dire che hanno deciso di rinunciare alla propria cultura.

Non lontano da Vienna si trova l’Abbazia di Heilingenkreuz, della Santa Croce, ed è stata per me una gioia visitare quella fiorente comunità di monaci cistercensi, che esiste senza interruzione da 874 anni! Annessa all’Abbazia vi è la Scuola Superiore di Filosofia e Teologia, che da poco ha acquisito il titolo di « Pontificia ». Rivolgendomi in particolare ai monaci, ho richiamato il grande insegnamento di San Benedetto circa l’Officio divino, sottolineando il valore della preghiera come servizio di lode e di adorazione dovuto a Dio per la sua infinita bellezza e bontà. A questo servizio sacro nulla va anteposto – dice la Regola benedettina (43,3) – così che tutta la vita, con i tempi del lavoro e del riposo, sia ricapitolata nella liturgia e orientata a Dio. Anche lo studio teologico non può essere separato dalla vita spirituale e dalla preghiera, come sostenne con forza proprio San Bernardo di Chiaravalle, padre dell’Ordine cistercense. La presenza dell’Accademia di Teologia accanto all’Abbazia attesta questo connubio tra fede e ragione, tra cuore e mente.

Ultimo incontro del mio viaggio è stato quello con il mondo del volontariato. Ho voluto così manifestare il mio apprezzamento alle tante persone, di diverse età, che si impegnano gratuitamente al servizio del prossimo, sia nella comunità ecclesiale che in quella civile. Il volontariato non è soltanto un « fare »: è prima di tutto un modo di essere, che parte dal cuore, da un atteggiamento di gratitudine verso la vita, e spinge a « restituire » e condividere con il prossimo i doni ricevuti. In questa prospettiva, ho voluto incoraggiare nuovamente la cultura del volontariato. L’azione del volontario non va vista come un intervento « tappabuchi » nei confronti dello Stato e delle pubbliche istituzioni, ma piuttosto come una presenza complementare e sempre necessaria per tenere viva l’attenzione agli ultimi e promuovere uno stile personalizzato negli interventi. Non c’è, pertanto, nessuno che non possa essere un volontario: anche la persona più indigente e svantaggiata, ha sicuramente molto da condividere con gli altri offrendo il proprio contributo per costruire la civiltà dell’amore.

In conclusione, rinnovo il mio rendimento di grazie al Signore per questa visita-pellegrinaggio in Austria. Meta centrale è stato ancora una volta un Santuario mariano, attorno al quale si è potuto vivere una forte esperienza ecclesiale, come una settimana prima era accaduto a Loreto con i giovani italiani. Inoltre a Vienna e a Mariazell è apparsa in particolare la realtà viva, fedele e variegata della Chiesa cattolica presente così numerosa negli appuntamenti previsti. Si è trattato di una presenza gioiosa e coinvolgente, di una Chiesa che, come Maria, è chiamata sempre a « guardare a Cristo » per poterlo mostrare ed offrire a tutti; una Chiesa maestra e testimone di un « sì » generoso alla vita in ogni sua dimensione; una Chiesa che attualizza la sua bimillenaria tradizione al servizio di un futuro di pace e di vero progresso sociale per l’intera famiglia umana.

[Il Papa ha poi salutato i presenti in varie lingue. In italiano ha detto:]

Rivolgo ora un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore di S. Paolo di Chartres, che sono venute, in occasione della loro Assemblea capitolare, a rinnovare al Successore di Pietro sentimenti di affetto e di profonda comunione ecclesiale. Saluto, poi, il gruppo della Facoltà teologica di Lugano, esortando ciascuno a crescere sempre più nella fedele e generosa adesione a Cristo e alla Chiesa.

Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli.

Carissimi, sabato scorso abbiamo celebrato la festa della Natività della Vergine e oggi commemoriamo il suo Santo Nome. La celeste Madre di Dio, che ci accompagna lungo tutto l’anno liturgico, guidi voi, cari giovani, sul cammino d’una sempre più perfetta adesione al Vangelo; incoraggi voi, cari ammalati, ad accogliere con serenità la volontà di Dio; sostenga voi, cari sposi novelli, nel costruire giorno dopo giorno una convivenza familiare, che si ispiri allo stile della casa di Nazaret. 

Publié dans:catechesi del mercoledì |on 13 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno

eremophiloa maculata

http://www.alicesprings.nt.gov.au/council/services/plants.asp?id=146

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« Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro »

Sant’Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell’Iraq attuale)
Discorsi ascetici, § 81

« Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro »

Non provare a distinguere colui che è degno da colui che non è degno. Tutti gli uomini siano pari ai tuoi occhi, per amarli e servirli. Così potrai condurli tutti al bene. Il Signore non ha forse condiviso la tavola dei pubblicani e delle donne di malaffare, senza allontanare da sè gli indegni ? Anche tu, concederai gli stessi benefici, gli stessi onori all’infedele, all’assassino, tanto più che anche lui è un fratello per te, poiché partecipa dell’unica natura umana. Ecco, figlio mio, il mio comandamento : la tua misericordia prevalga sempre nella tua bilancia, fino al momento in cui sentirai dentro di te la misericordia che Dio prova per il mondo.

Quando l’uomo riconosce che il suo cuore è giunto alla purezza ? Quando considera ogni uomo buono, e nessuno gli appare impuro o macchiato. Allora, in verità, è puro di cuore (Mt 5, 8)…

Cos’è la purezza ? In poche parole, è la misericordia del cuore nei confronti dell’universo intero. E cos’è la misericordia del cuore ? È il fuoco che lo infiamma per tutta la creazione, per gli uomini, gli uccelli, le bestie, i demoni, per ogni essere creato. Quando pensa a loro o quando li guarda, l’uomo sente i suoi occhi riempirsi delle lacrime di una profonda, di una intensa pietà che gli stringe il cuore e lo rende incapace di tollerare, di sentire, di vedere il minimo torto o la minima afflizione sopportata da una creatura. Perciò, la preghiera nelle lacrime si allarga, in ogni momento, sugli esseri privi di parola, come pure sui nemici della verità, o su coloro che le nuocciono, affinché siano custoditi e purificati. Una compassione immensa e senza misura nasce nel cuore dell’uomo, ad immagine di Dio.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 13 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

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