Archive pour le 12 septembre, 2007

oggi: Santissimo Nome di Maria – Memoria Facoltativa

oggi: Santissimo Nome di Maria - Memoria Facoltativa dans immagini sacre

Santissimo Nome di Maria – Memoria Facoltativa

La festa del santo nome di Maria fu concessa da Roma, nel 1513, ad una diocesi della Spagna, Cuenca. Soppressa da san Pio V, fu ripristinata da Sisto V e poi estesa nel 1671 al Regno di Napoli e a Milano. Il 12 settembre 1683, avendo Giovanni III Sobieski coi suoi Polacchi vinto i Turchi che assediavano Vienna e minacciavano la cristianità, il Beato Innocenzo XI, in rendimento di grazie, estese la festa alla Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’Ottava della Natività. Il santo Papa Pio X la riportò al 12 settembre.

E’ presente nel Martirologio Romano.

http://www.santiebeati.it/dettaglio/69950

Publié dans:immagini sacre |on 12 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Chi non sa restare solo tema la comunità

dal sito:  

http://www.paginecristiane.it/?cat=97 

Chi non sa restare solo tema la comunità 

«A te, o Dio, nel raccoglimento sale la lode in Sion» (Sal 64[65],2). Molti cercano la comunione per paura della solitudine. Siccome non sanno più rimanere soli, sono spinti in mezzo agli uomini. Anche cristiani che non riescono a risolvere i loro problemi sperano di trovare aiuto dalla comunione con altri. Di solito, poi, sono delusi e rimproverano alla comunità ciò che è colpa loro. La comunità cristiana non è una casa di cura per lo spirito; chi, per sfuggire a se stesso, entra nella comunità, ne abusa per chiacchiere e distrazione, per quanto spirituale possa sembrare il carattere di queste chiacchiere e distrazione. In realtà egli non cerca affatto comunione, ma l’ebbrezza che possa fargli dimenticare per un momento la sua solitudine, e proprio così crea la solitudine mortale dell’uomo. Il risultato di simili tentativi di guarigione sono la disgregazione della Parola e di ogni reale esperienza e, infine, rassegnazione e morte spirituale.
«Chi non sa rimanere solo tema la comunità». Infatti egli arrecherà solo danno a sé e alla comunità. Solo ti sei trovato di fronte a Dio quando ti ha chiamato, solo hai dovuto seguire la sua chiamata, solo hai dovuto prendere su di te la tua croce, lottare e pregare solo, e solo morrai e renderai conto a Dio. Non puoi sfuggire a te stesso; infatti è Dio che ti ha scelto. Se non vuoi restare solo, respingi la vocazione rivolta a te da Cristo e non partecipare alla comunione degli eletti. «Siamo tutti destinati a morire e nessuno potrà morire per l’altro, ma ognuno dovrà lottare personalmente per sé con la morte… e io non sarò con te, né tu con me» (Lutero).
Ma vale pure il contrario: «Chi non sa vivere nella comunità si guardi dal restare solo». Tu sei stato chiamato alla comunità, la vocazione non è stata rivolta a te solo; nella comunità degli eletti porti la tua croce, lotti e preghi con loro. Non sei solo nemmeno nella morte, e al giudizio universale sarai solamente un membro della grande comunità di Gesù Cristo. Se sdegni la comunione con i fratelli, rifiuti la chiamata di Gesù Cristo e la tua solitudine non può che portarti male. «Se devo morire non sono solo nella morte, se soffro essi (la comunità) soffrono con me» (Lutero). Riconosciamo che possiamo rimanere soli, soltanto se siamo inseriti nella comunità dei credenti, e solamente chi è solo può vivere nella comunità. Ambedue le cose vanno insieme. Solo nella comunità impariamo a vivere come si deve, e solo essendo soli impariamo a inserirci bene nella comunità. Una cosa non precede l’altra: ambedue incominciano insieme, cioè con la chiamata di Gesù Cristo. Ognuna delle due presa a sé ci mette di fronte a profondi abissi e gravi pericoli. Chi desidera comunione senza solitudine precipita nella vanità delle parole e dei sentimenti; chi cerca la solitudine senza la comunità perisce nell’abisso della vanità, dell’infatuazione di se stesso, della disperazione.
Chi non sa restare solo tema la comunità. Chi non è inserito nella comunità tema la solitudine. 

Dietrich Bonhoeffer 

Publié dans:meditazioni |on 12 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

di Sandro Magister: Da Vienna una lezione. Su come cantar messa

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/166922

 

Da Vienna una lezione. Su come cantar messa

 

 La polifonia di Haydn e le antifone gregoriane del messale antico hanno accompagnato la messa del papa nella capitale dell’Austria, tutta celebrata con lo « sguardo verso Dio ». Un modello per le liturgie cattoliche di rito latino, in tutto il mondo

di Sandro Magister 

ROMA, 12 settembre 2007 – Tra le molte cose dette e fatte da Benedetto XVI nei suoi due viaggi d’inizio settembre, a Loreto e in Austria, ve ne sono due che contrassegnano in modo inconfondibile il suo pontificato.

Entrambe hanno a che fare con la visibilità della Chiesa, con la sua capacità di comunicare: non se stessa ma « le cose di lassù ».

A Loreto, nella veglia di sabato 1 settembre, il papa ha mostrato come intende farsi visibile e udibile al mondo, in particolare al mondo dei giovani.

In Austria, con la messa nella cattedrale di Vienna di domenica 9 settembre, Benedetto XVI ha fatto capire come vuole che la Chiesa appaia agli uomini, nel suo momento più alto di riconoscibilità: la celebrazione dell’eucaristia. 

* * * 


A Loreto, la veglia con i trecentomila giovani venuti dall’Italia e dal mondo si è svolta in due tempi: il primo, nel pomeriggio, di riflessione e di preghiera; il secondo, in serata, tipicamente musicale, con celebri stelle della canzone.

Questa serata musicale, trasmessa in diretta dal primo canale della televisione di stato italiana, era ideata da Bibi Ballandi, manager di artisti famosi e grande organizzatore di eventi televisivi, lo stesso che nel 1997, in un’analoga serata durante il congresso eucaristico internazionale di Bologna, aveva portato Bob Dylan e Adriano Celentano a cantare davanti a Giovanni Paolo II, presente sul palco per l’intera durata dello spettacolo.

Questa volta, a Loreto, c’erano Claudio Baglioni, Lucio Dalla e il gruppo rock « Vibrazioni ». Non c’era però il papa. Mentre i cantanti facevano spettacolo, lui era ritirato in preghiera nel santuario, davanti alla reliquia della Santa Casa di Nazaret.

Nel corso della serata un solo collegamento televisivo ha mostrato il papa, per pochi minuti. Lo ha mostrato in ginocchio davanti alla statua della Madonna col bambino Gesù, mentre devotamente leggeva una preghiera.

Da Joseph Ratzinger c’era da aspettarselo. Su quanto era accaduto nel 1997 al congresso eucaristico di Bologna egli aveva reso noto il suo disaccordo in uno scritto pubblicato l’anno seguente: « Bob Dylan e gli altri avevano un messaggio completamente diverso da quello per cui il papa si impegna »; e quindi « c’era ragione di dubitare se davvero fosse giusto far intervenire questo genere di profeti », portatori di un messaggio « invecchiato e povero » se appena messo a confronto con quello comunicato dal papa.

Benedetto XVI, a Loreto, ha invece partecipato di persona all’incontro pomeridiano con i giovani, organizzato dai responsabili per la pastorale giovanile della conferenza episcopale italiana.

Anche qui, però, con un suo distacco evidente dal copione. Da un lato c’erano dei giovani attori che si avvicendavano a recitare con bravura teatrale, ma pur sempre artefatta, i brani predisposti dalla regia, molti dei quali tratti dalla Bibbia. Dall’altro lato c’era il papa che metteva da parte i testi preparati per lui dagli uffici della curia e rispondeva alle domande dei giovani con parole spontanee, improvvisate, inconfondibilmente sue, ma anche per questo capaci di penetrare nei cuori. Mentre egli parlava e diceva cose profonde, impegnative, toccanti, il silenzio e l’attenzione dei trecentomila giovani che l’ascoltavano erano impressionanti.

Benedetto XVI non appariva comunque isolato. Erano in piena sintonia con lui i giovani e le giovani che raccontavano le loro storie di vita, alcune drammatiche, e gli ponevano domande. Era con lui il missionario Giancarlo Bossi, da poco liberato da un sequestro ad opera di islamici nelle Filippine. Padre Bossi ha detto poche e semplici cose: ma capaci di far capire a tutti cosa vuol dire essere un genuino missionario del Vangelo di Gesù, e non un operatore sociale o un attivista no global. 

* * * 

Altra musica anche a Vienna, letteralmente. Con la messa celebrata nella cattedrale di Santo Stefano domenica 9 settembre Benedetto XVI ha ridato vita a una tradizione musicale e liturgica che era rimasta interrotta da molti decenni.

A memoria d’uomo, infatti, l’ultima celebrazione papale accompagnata dall’esecuzione integrale – Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei – di una grande messa polifonica risale al lontano 1963. Quella messa fu celebrata in San Pietro e l’autore prescelto fu Giovanni Pierluigi da Palestrina, caposcuola della polifonia romana del Cinquecento.

Questa volta la messa è stata celebrata a Vienna e l’autore è stato giustamente l’austriaco Franz Joseph Haydn: con la stupenda « Mariazeller Messe » del 1782, per coro, soli e orchestra.

Anche il canto gregoriano ha fatto una ricomparsa importante nella messa papale del 9 settembre. Durante la comunione il coro ha cantato più volte l’antifona « Vovete », propria di questa domenica nel messale di rito antico, alternata a versetti del salmo 75 anch’essi cantati in latino: « Offrite voti e scioglieteli al Signore vostro Dio, voi tutti che intorno a Lui vi avvicendate con doni: a Lui, terribile, che dispone della vita dei principi, che incute timore ai re della terra ».

Un critico musicale avrebbe promosso a pieni voti la splendida esecuzione, diretta da Markus Landerer, maestro di cappella del duomo di Vienna. Ma di una messa si è trattato, non di un concerto. E Benedetto XVI ha impartito a questo proposito una chiara lezione, in due successivi momenti della giornata.

All’Angelus, pochi minuti dopo il termine della messa, ha così esordito:

« È stata per me, questa mattina, un’esperienza particolarmente bella poter celebrare con tutti voi il giorno del Signore in modo così degno nel magnifico duomo di Santo Stefano. Il rito eucaristico realizzato col dovuto decoro ci aiuta a prendere coscienza dell’immensa grandezza del dono che Dio ci fa nella santa messa. Proprio così ci avviciniamo anche a vicenda e sperimentiamo la gioia di Dio. Sono grato pertanto a quanti, mediante il loro contributo attivo alla preparazione ed allo svolgimento della liturgia o anche mediante la loro partecipazione raccolta ai santi misteri, hanno creato un’atmosfera in cui la presenza di Dio era veramente percepibile ».

E nel pomeriggio, nel monastero di Heiligenkreutz dove ogni giorno 80 monaci cistercensi celebrano l’ufficio divino in puro gregoriano e integralmente in latino, ha detto:

« Nella bellezza della liturgia, [...] là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. [...] In ogni forma di impegno per la liturgia criterio determinante deve essere sempre lo sguardo verso Dio. Noi stiamo davanti a Dio: Egli ci parla e noi parliamo a Lui. Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei, opera di Dio, con Dio come specifico soggetto, o non è. In questo contesto io vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini ».

Ha detto ancora Benedetto XVI ai monaci di Heiligenkreutz: « Una liturgia che dimentica lo sguardo a Dio è, come tale, al lumicino ». Haydn, cattolico di profonda spiritualità, non era lontano da questa visione del bello nella liturgia cristiana quando annotava al termine di ogni sua composizione musicale: « Laus Deo », lode a Dio.

Quando nel Credo della « Mariazeller Messe » il solista intona l’ »Et incarnatus est » e nel Sanctus si canta il « Benedictus » lì davvero irrompono lampi di eternità. La grande musica liturgica comunica più di mille parole il mistero di « Colui che viene nel nome del Signore », del Verbo che si fa carne, del pane che si fa corpo di Gesù.

La liturgia che ha ispirato a Haydn – come ad altri grandi compositori cristiani – queste melodie sublimi, scintillanti di teologica letizia, era quella antica, tridentina: tutto l’opposto di quel « senso di chiuso » a cui taluni l’associano. È la liturgia che Benedetto XVI ha voluto preservare nelle sue ricchezze col motu proprio « Summorum Pontificum », del 7 luglio 2007, assieme al rito moderno da lui osservato nella messa di Vienna.

Dilatate in mondovisione, le messe papali sono un paradigma per le liturgie della Chiesa latina in tutto il mondo.

Quella di Vienna del 9 settembre ha voluto esserlo in un modo particolare. E Benedetto XVI l’ha rimarcato.

Peccato che delle peculiarità di questa messa hanno fatto scempio talune reti televisive incaricate di ritrasmetterla. Nella diretta della televisione italiana di stato, ad esempio, le melodie gregoriane della comunione sono state trattate come immeritevoli d’ascolto. Sostituite da un vacuo chiacchiericcio sulle presunte « grandi questioni » della Chiesa e dell’Austria.

In Vaticano, l’evento liturgico di Vienna sarà seguito tra breve dalla sostituzione del maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie. Prenderà il posto di Piero Marini – che andrà a presiedere il pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali – l’attuale cerimoniere dell’arcidiocesi di Genova, Guido Marini. Vicino al predecessore nel nome, ma a papa Ratzinger nella sostanza.

 

Publié dans:Sandro Magister |on 12 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

La luce dell’oscurità di Madre Teresa (Parte II)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11840?l=italian

 La luce dell’oscurità di Madre Teresa (Parte II) 

Padre Kolodiejchuk parla della sua gioia nella sofferenza 

 

ROMA, martedì, 11 settembre 2007 (ZENIT.org).- Senza la sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo un’opera sociale e non l’opera di Gesù Cristo, aveva detto Madre Teresa di Calcutta.

La fondatrice delle Missionarie della Carità aveva espresso queste parole in una lettera indirizzata ad un suo direttore spirituale e ora pubblicata – insieme ad altre lettere – in un volume intitolato “Come Be My Light” (“Vieni, sii la mia luce”), edito e presentato da padre Brian Kolodiejchuk.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Kolodiejchuk, sacerdote Missionario della Carità e postulatore della causa di canonizzazione della beata Madre Teresa di Calcutta, parla del suo nuovo libro e della vita interiore di Madre Teresa, tenuta finora nascosta al mondo.

La prima parte di questa intervista è stata pubblicata il 10 settembre.

Il libro “Come Be My Light” riporta nel titolo la richiesta che Gesù fece a Madre Teresa. In che modo la sua sofferenza redentrice in favore degli altri, vissuta in un’oscurità estrema, si collega a questa sua particolare vocazione?

Padre Kolodiejchuk: Durante gli anni ’50 Madre Teresa si era abbandonata a Dio, accettando la sua oscurità. Padre Neuner – uno dei suoi direttori spirituali – l’aveva aiutata a comprendere questo, collegando la sua oscurità con la sua chiamata a saziare la sete di Gesù.

Lei era solita dire che la più grande povertà è quella di sentirsi indesiderati, non amati, non curati. E questo è esattamente ciò che lei sperimentava in relazione a Gesù.

La sua sofferenza di riparazione – la sua sofferenza per gli altri – era parte integrante del modo in cui viveva la sua vocazione per i più poveri dei poveri.

Quindi per lei la sofferenza non era solo la povertà fisica e materiale, ma anche quella interiore, propria delle persone che si sentono sole, non amate, rifiutate.

Aveva rinunciato alla sua luce interiore, in favore di coloro che vivono nell’oscurità, e diceva: “Io so che sono solo sentimenti”.

In una lettera a Gesù aveva scritto: “Gesù ascolta la mia preghiera. Se è a Te gradito, se il mio dolore e la mia sofferenza, la mia oscurità e separazione dà a Te una goccia di Consolazione, mio caro Gesù, fa di me ciò che Tu vuoi e per tutto il tempo che vuoi, senza guardare ai miei sentimenti e al mio dolore”.

“Io sono tua. Incidi sulla mia anima e sulla mia vita le sofferenze del Tuo cuore. Non badare ai miei sentimenti; non tenere conto del mio dolore”.

“Se la mia separazione da Te porta altri verso di Te e se nel loro amore e nella loro vicinanza Tu trai gioia e piacere, allora Gesù io sono disponibile, con tutto il mio cuore, a soffrire tutto ciò che soffro, non solo ora, ma per tutta l’eternità, se possibile”.

In una lettera alle sue consorelle, rende il carisma dell’Ordine più esplicito: “Mie care figlie, senza la sofferenza il nostro lavoro sarebbe solo un’opera sociale, molto buona e utile, ma non sarebbe l’opera di Gesù Cristo, non sarebbe parte della redenzione. Gesù ci ha voluto aiutare, condividendo la vita, la solitudine, l’agonia e la morte”.

“Di tutto ciò Egli si è fatto carico, sopportandolo anche nella notte più oscura. Solo facendosi uno con noi Egli compie la sua redenzione”.

“Noi possiamo fare lo stesso: ogni desolazione vissuta dalla gente povera – non solo la loro povertà materiale, ma loro sofferenza spirituale – deve essere redenta e noi dobbiamo fare la nostra parte. Pregate, quindi, quando vi sembra di non farcela: ‘Io voglio vivere in questo mondo che è lontano da Dio, che si è allontanato così tanto dalla luce di Gesù, per aiutarli, per prendere su di me una parte della loro sofferenza’”.

E questa è ciò che considero la sua dichiarazione di missione: “Se mai dovessi diventare una santa, sarò sicuramente una santa ‘dell’oscurità’. Sarei continuamente assente dal Paradiso, per accendere la luce di coloro che si trovano nell’oscurità sulla terra…”.

Questo era il suo modo di intendere la sua oscurità. Molte delle cose che diceva hanno più senso e acquistano un significato molto più profondo ora che siamo a conoscenza di queste cose.

Cosa risponde quindi a coloro che parlano della sua esperienza come di una crisi di fede, come se in realtà non credesse in Dio, o che in qualche modo intendono la sua oscurità come un segno di instabilità psicologica?

Padre Kolodiejchuk: Non è stata una crisi di fede, né un’assenza di fede. È stata una prova di fede nella quale ella sperimentava la sensazione di non credere in Dio.

Questa prova ha richiesto una buona dose di maturità umana, senza la quale non sarebbe riuscita a superarla e sarebbe diventata squilibrata.

Come ha affermato padre Garrigou-Lagrange, è possibile avere allo stesso momento sentimenti apparentemente contraddittori.

È possibile avere una “gioia cristiana oggettiva”, come l’ha definita Carol Zaleski, e allo stesso tempo attraversare la prova o avere la sensazione di non credere.

Non si tratta di due persone diverse, ma di un’unica persona con sentimenti a livelli diversi.

Noi possiamo realmente vivere in qualche modo la croce – con il dolore che ciò comporta, che pur essendo spirituale rimane dolore autentico – e al contempo essere pieni di gioia perché sappiamo di essere uniti a Gesù. E questo non è falso.

È così che Madre Teresa ha vissuto una vita così piena di gioia.

Come postulatore della sua causa di canonizzazione, quando pensa che potremmo rivolgerci a Madre Teresa chiamandola Santa Teresa di Calcutta?

Padre Kolodiejchuk: Abbiamo bisogno di un altro miracolo. Ne abbiamo individuati alcuni, ma nessuno ci è sembrato sufficientemente chiaro. Uno è stato richiamato nella causa di beatificazione, ma ora siamo in attesa del secondo.

Forse Dio ha voluto aspettare la pubblicazione di questo libro: si sa che Madre Teresa era santa, ma per via della sua modestia e semplicità di vita, la gente non aveva potuto vedere quanto e come era santa.

L’altro giorno ascoltavo due preti che parlavano. Uno diceva di non essere mai stato un grande fan di Madre Teresa, ritenendola solo una donna molto pia, devota e dedita ad opere ammirevoli, ma che dopo aver conosciuto la sua vita interiore per lui era cambiato tutto.

Oggi abbiamo ben più di un’idea di quanto elevata fosse spiritualmente e sappiamo qualcosa di più sulle sue caratteristiche più profonde.

Una volta che verrà accertato il miracolo, sarà questione di qualche anno, sempre che il Papa non decida di abbreviare i tempi.

Cosa è avvenuto all’Ordine dopo la morte di Madre Teresa?

Padre Kolodiejchuk: L’Ordine è cresciuto di quasi 1.000 unità, passando da 3.850 al momento della sua morte, alle 4.800 di oggi, e sono state istituite più di 150 nuove case in più di 14 Paesi 

 

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31