Archive pour le 10 septembre, 2007

alla ricerca di belle immagini sacre: Giobbe 2,9

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Job Ridiculed by his Wife – Job 2:9

http://www.artbible.info/art/large/135.html

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San Nicola da Tolentino

San Nicola da Tolentino dans immagini sacre

San Nicola da Tolentino

(è presente nel martirologio romano)

http://santiebeati.it/immagini/?mode=album&album=34600&dispsize=Original

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Gianfranco Ravasi: il Mattutino: La zuccheriera

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

Gianfranco Ravasi: il Mattutino 

 

09 Settembre 2007  

 

La zuccheriera 

 

La piccola cura (purché non sia l’unica!) di rifornire la zuccheriera, prima che altri la trovino vuota, è un atto di amore domestico. L’amore è grande, ma è fatto di cose piccole.
Basta solo un ammiccare degli occhi o un tocco della mano o una parola sussurrata: quando si è innamorati o, più semplicemente, ci si vuole bene, basta solo un piccolo gesto per dire tutto. Sì, anche il preparare per l’altro la colazione al mattino o, ancor più essenzialmente, riempire una zuccheriera può trasformarsi in una specie di lettera d’amore. Ha ragione Enrico Peyretti, mio antico compagno di studi, quando scrive, nella rubrica che tiene sulla rivista Rocca, che «l’amore è grande, ma è fatto di cose piccole». La sua genuinità ha come cartina di tornasole proprio la quotidianità.
Io, però, vorrei ora mettere l’accento su un inciso marginale che è presente nel testo sopra citato: «purché non sia l’unica» (la piccola cosa che alimenta l’amore). Sì, perché spesso nella coppia, nella famiglia, nell’amicizia si lasciano troppe cose importanti come implicite; non le si dichiarano mai, non le si manifestano, non le si esprimono in parole esplicite, in atti significativi. Non bisogna affidare tutto al piccolo gesto o all’intuizione dell’altro: certe relazioni si usurano e si spezzano perché si è avuta forse la pigrizia o il pudore di non dire all’altra persona in modo forte e chiaro quanto fosse preziosa, cara, insostituibile. Ci sono, perciò, anche le grandi cose e non solo le piccole ad alimentare e sostenere l’amore perché, come diceva Ungaretti, «il vero amore è una quiete accesa» (nel Sentimento del tempo), è pace silenziosa e grido ardente

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seconda lettura dell’Ufficio delle letture di oggi 10.9.07

seconda lettura dell’Ufficio delle letture di oggi, dal sito: 

 

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetLun/23LUNpage.htm

 

Seconda Lettura
Dal «Discorso sulle beatitudini» di san Leone Magno, papa
(Disc. 95, 8-9; PL 54, 465-466)

Grande pace per chi ama la legge di Dio

È giusto che la beatitudine della visione di Dio venga promessa ai puri di cuore. L’occhio ottenebrato infatti non potrebbe sostenere lo splendore della vera luce: ciò che formerà la delizia per le anime pure, sarà causa di tormento per quelle macchiate dal peccato. Evitiamo dunque l’oscura caligine delle vanità terrene, e gli occhi dell’anima si lavino da ogni sozzura di peccato, perché il nostro sguardo limpido possa pascersi della sublime visione di Dio.
Proprio perché ci adoperassimo a meritare questa visione il Signore disse: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Questa beatitudine, fratelli, non si riferisce ad una qualsiasi intesa o accordo, ma a quello di cui parla l’Apostolo: Abbiate pace con Dio (cfr. Rm 5,1), e di cui il profeta dice: «Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo» (Sal 118,165).
Non possono pretendere di possedere questa pace né i vincoli più stretti di amicizia, né la somiglianza più perfetta di carattere se non sono in armonia con la volontà di Dio. Fuori di questa sublime pace troviamo soltanto connivenze e associazioni a delinquere, alleanze malvage e i patti del vizio.
L’amore del mondo empio non si concilia con quello di Dio. Colui che non si distacca dalla generazione secondo la carne non arriva a far parte della comunità dei figli di Dio. Coloro invece che hanno la mente fissa in Dio, «cercando di conservare l’unità dello spirito, per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,3), non si discostano mai dalla legge eterna. Essi dicono con sincera fede la preghiera: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6,10).
Questi sono gli operatori di pace, questi sono veramente unanimi e santamente concordi, degni di essere chiamati in eterno figli di Dio e coeredi di Cristo (Rm 8,17). Infatti l’amore di Dio e l’amore del prossimo li renderà meritevoli del grande premio. Non sentiranno più nessuna avversità, non temeranno più ostacoli o insidie, ma, terminata la lotta e tutte le tribolazioni, riposeranno nella più tranquilla pace di Dio. Per il Signore nostro, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 

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il Papa in Austria: Omelia di Benedetto XVI nella cattedrale di Vienna

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11822?l=italian

 

Omelia di Benedetto XVI nella cattedrale di Vienna

 VIENNA, domenica, 9 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata da Benedetto XVI questa domenica mattina nella celebrazione eucaristica che ha presieduto nella cattedrale di Santo Stefano di Vienna. 

* * * 


Cari fratelli e sorelle!

Sine dominico non possumus! » Senza il dono del Signore, senza il Giorno del Signore non possiamo vivere: così risposero nell’anno 304 alcuni cristiani di Abitene nell’attuale Tunisia quando, sorpresi nella Celebrazione eucaristica domenicale, che era proibita, furono portati davanti al giudice e fu loro chiesto perché avevano tenuto di Domenica la funzione religiosa cristiana, pur sapendo che questo era punito con la morte. “Sine dominico non possumus« . Nella parola dominico sono indissolubilmente intrecciati due significati, la cui unità dobbiamo nuovamente imparare a percepire. C’è innanzitutto il dono del Signore – questo dono è Lui stesso: il Risorto, del cui contatto e vicinanza i cristiani hanno bisogno per essere se stessi. Questo, però, non è solo un contatto spirituale, interno, soggettivo: l’incontro col Signore si iscrive nel tempo attraverso un giorno preciso. E in questo modo si iscrive nella nostra esistenza concreta, corporea e comunitaria, che è temporalità. Dà al nostro tempo, e quindi alla nostra vita nel suo insieme, un centro, un ordine interiore. Per quei cristiani la Celebrazione eucaristica domenicale non era un precetto, ma una necessità interiore. Senza Colui che sostiene la nostra vita col suo amore, la vita stessa è vuota. Lasciar via o tradire questo centro toglierebbe alla vita stessa il suo fondamento, la sua dignità interiore e la sua bellezza.

Ha rilevanza questo atteggiamento dei cristiani di allora anche per noi cristiani di oggi? Sì, vale anche per noi, che abbiamo bisogno di una relazione che ci sorregga e dia orientamento e contenuto alla nostra vita. Anche noi abbiamo bisogno del contatto con il Risorto, che ci sorregge fin oltre la morte. Abbiamo bisogno di questo incontro che ci riunisce, che ci dona uno spazio di libertà, che ci fa guardare oltre l’attivismo della vita quotidiana verso l’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso il quale siamo in cammino.

Se, tuttavia, prestiamo ora ascolto all’odierno brano evangelico, al Signore che in esso ci parla, ci spaventiamo. “Chi non rinuncia ad ogni sua proprietà e non lascia anche tutti i legami familiari, non può essere mio discepolo. » Vorremmo obiettare: ma cosa stai dicendo, Signore? Non ha forse il mondo bisogno proprio della famiglia? Non ha forse bisogno dell’amore paterno e materno, dell’amore tra genitori e figli, tra uomo e donna? Non abbiamo noi bisogno dell’amore della vita, bisogno della gioia di vivere? E non occorrono forse anche persone che investano nei beni di questo mondo ed edifichino la terra che ci è stata data, cosicché tutti possano aver parte dei suoi doni? Non ci è stato affidato forse anche il compito di provvedere allo sviluppo della terra e dei suoi beni? Se ascoltiamo meglio il Signore e lo ascoltiamo nell’insieme di tutto ciò che Egli ci dice, allora comprendiamo che Gesù non esige da tutti la stessa cosa. Ognuno ha il suo compito personale e il tipo di sequela progettato per lui. Nel Vangelo di oggi Gesù parla direttamente di ciò che non è compito dei molti che gli si erano associati nel pellegrinaggio verso Gerusalemme, ma che è chiamata particolare dei Dodici. Questi devono innanzitutto superare lo scandalo della Croce e devono poi essere pronti a lasciare veramente tutto ed accettare la missione apparentemente assurda di andare sino ai confini della terra e, con la loro scarsa cultura, annunciare ad un mondo pieno di presunta erudizione e di formazione fittizia o vera – come certamente in particolare anche ai poveri e ai semplici – il Vangelo di Gesù Cristo. Devono essere pronti, sul loro cammino nella vastità del mondo, a subire in prima persona il martirio, per testimoniare così il Vangelo del Signore crocifisso e risorto. Se la parola di Gesù è rivolta anzitutto ai Dodici, la sua chiamata naturalmente raggiunge, al di là del momento storico, tutti i secoli. In tutti i tempi Egli chiama delle persone a contare esclusivamente su di Lui, a lasciare tutto il resto e ad essere totalmente a sua disposizione e così a disposizione degli altri: a creare delle oasi di amore disinteressato in un mondo, in cui tanto spesso sembrano contare solo il potere ed il denaro. Ringraziamo il Signore, perché in tutti i secoli ci ha donato uomini e donne che per amor suo hanno lasciato tutto il resto, rendendosi segni luminosi del suo amore! Basti pensare a persone come Benedetto e Scolastica, come Francesco e Chiara, Elisabetta di Turingia e Edvige di Slesia, come Ignazio di Loyola, Teresa di Avila fino a Madre Teresa di Calcutta e Padre Pio! Queste persone, con l’intera loro vita, sono diventate un’interpretazione della parola di Gesù, che in loro si rende vicina e comprensiva per noi. Preghiamo il Signore, affinché anche nel nostro tempo doni a tante persone il coraggio di lasciare tutto, per essere così a disposizione di tutti.

Se, però, ci dedichiamo ora di nuovo al Vangelo, possiamo accorgerci che il Signore non vi parla solo di alcuni pochi e del loro compito particolare; il nocciolo di ciò che Egli intende vale per tutti. Di che cosa si tratti in ultima istanza, lo esprime un’altra volta così: « Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso? » (Lc 9, 24s). Chi vuol soltanto possedere la propria vita, prenderla solo per se stesso, la perderà. Solo chi si dona riceve la sua vita. Con altre parole: solo colui che ama trova la vita. E l’amore richiede sempre l’uscire da se stessi, richiede di lasciare se stessi. Chi si volge indietro per cercare se stesso e vuol avere l’altro solo per sé, perde proprio in questo modo se stesso e l’altro. Senza questo più profondo perdere se stesso non c’è vita. L’irrequieta brama di vita che oggi non dà pace agli uomini finisce nel vuoto della vita persa. « Chi perderà la propria vita per me… », dice il Signore: un lasciare se stessi in modo più radicale è possibile solo se con ciò alla fine non cadiamo nel vuoto, ma nelle mani dell’Amore eterno. Solo l’amore di Dio, che ha perso se stesso per noi consegnandosi a noi, rende possibile anche a noi di diventare liberi, di lasciar perdere e così trovare veramente la vita. Questo è il centro di ciò che il Signore vuole comunicarci nel brano evangelico apparentemente così duro di questa Domenica. Con la sua parola Egli ci dona la certezza che possiamo contare sul suo amore, sull’amore del Dio fatto uomo. Riconoscere questo è la saggezza di cui parla l’odierna lettura. Vale anche qui che tutto il sapere del mondo non ci giova a nulla, se non impariamo a vivere, se non apprendiamo che cosa conta veramente nella vita.

Sine dominico non possumus! ». Senza il Signore e il giorno che a Lui appartiene non si realizza una vita riuscita. La Domenica, nelle nostre società occidentali, si è mutata in un fine-settimana, in tempo libero. Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è certamente una cosa bella e necessaria. Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l’insieme, esso finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e ricrea. Il tempo libero necessita di un centro – l’incontro con Colui che è la nostra origine e la nostra meta. Il mio grande predecessore sulla sede vescovile di München und Freising, il Cardinale Faulhaber, lo ha espresso una volta così: « Dà all’anima la sua Domenica, dà alla Domenica la sua anima ».

Proprio perché nella Domenica si tratta in profondità dell’incontro, nella Parola e nel Sacramento, con il Cristo risorto, il raggio di tale giorno abbraccia la realtà intera. I primi cristiani hanno celebrato il primo giorno della settimana come Giorno del Signore, perché era il giorno della risurrezione. Ma molto presto la Chiesa ha preso coscienza anche del fatto che il primo giorno della settimana è il giorno del mattino della creazione, il giorno in cui Dio disse: « Sia la luce! » (Gn 1,3). Per questo la Domenica è nella Chiesa anche la festa settimanale della creazione – la festa della gratitudine e della gioia per la creazione di Dio. In un’epoca, in cui, a causa dei nostri interventi umani, la creazione sembra esposta a molteplici pericoli, dovremmo accogliere coscientemente proprio anche questa dimensione della Domenica. Per la Chiesa primitiva, il primo giorno ha poi assimilato progressivamente anche l’eredità del settimo giorno, dello šabbat. Partecipiamo al riposo di Dio, un riposo che abbraccia tutti gli uomini. Così percepiamo in questo giorno qualcosa della libertà e dell’uguaglianza di tutte le creature di Dio.

Nell’orazione di questa Domenica ricordiamo innanzitutto che Dio, mediante il suo Figlio, ci ha redenti e adottati come figli amati. Poi lo preghiamo di guardare con benevolenza i credenti in Cristo e di donarci la vera libertà e la vita eterna. Preghiamo per lo sguardo di bontà di Dio. Noi stessi abbiamo bisogno di questo sguardo di bontà, al di là della Domenica, fin nella vita di ogni giorno. Nel pregare sappiamo che questo sguardo ci è già stato donato, anzi, sappiamo che Dio ci ha adottato come figli, ci ha accolto veramente nella comunione con se stesso. Essere figlio significa – lo sapeva molto bene la Chiesa primitiva – essere una persona libera, non un servo, ma uno appartenente personalmente alla famiglia. E significa essere erede. Se noi apparteniamo a quel Dio che è il potere sopra ogni potere, allora siamo senza paura e liberi. E siamo eredi. L’eredità che Egli ci ha lasciato è Lui stesso, il suo Amore. Sì, Signore, fa’ che questa consapevolezza ci penetri profondamente nell’anima e che impariamo così la gioia dei redenti. Amen. 

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poesia per Papa Benedetto

Ti porto nel cuore 

Papa Benedetto 

11.9.07 (1,43) 

 

 

 

ti porto nel cuore 

Papa Benedetto 

ti porto nel grembo 

fanciullo innocente; 

 

Come Maria 

suo figlio 

fai sbocciare un fiore, 

nella mia indegnità 

d’un antico seno; 

 

Quale dono Signore! 

nasce dal seno di Maria 

gemello Benedetto 

Innocente, piccolo fratello 

del Dio incolpevole; 

 

dignità superna 

del Figlio dell’Altissimo 

e un amore infinito 

ti avvolge, dal cuore 

dall’amore incolpevole 

 

e dalla colpa amate,

Gabriella 

 

 

 

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI, poesie mie |on 10 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini sacre echium_vulgare

Echium vulgare

Viperina azzurra – pianta biennale coperta di setole azzurre, cresce su terreni incolti e prati aridi, dal mare fino a 1700 m e fiorisce da maggio ad agosto con fiori blu tendenti al rosa quando è in boccio. Proprietà diuretiche.

http://www.windoweb.it/guida/mondo/schede_fiori_E.htm

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Entrare nella vera pace del sabato

Elredo di Rievaulx ( 1110-1167), monaco cistercense inglese
Specchio della carità, III, 3-6

Entrare nella vera pace del sabato

Quando l’uomo, strappandosi al vocio esterno, si è raccolto nel segreto del suo cuore, quando ha chiuso la sua porta alla folla rumorosa delle vanità… quando non c’è più nulla in lui di agitato né di disordinato, nulla che lo tormenta, nulla che lo tortura…, questa è la celebrazione allegra del primo sabato. Ma uno può lasciare questa stanza intima per raggiungere la dimora del suo cuore…, per entrare cioè nel riposo gioioso e pacifico della dolcezza dell’amore fraterno. Questo è un secondo sabato, quello della carità fraterna…

Una volta purificata in queste due forme di amore [di sé stesso e del prossimo], l’anima aspira tanto più ardentemente alle gioie dell’abbraccio divino e questo la rende più sicura. Bruciando da un desiderio estremo, passa al di là del velo della carne e, entrando nel santuario (Eb 10,20) dove Cristo Gesù è spirito davanti al suo volto, viene totalmente assorbita in una luce indicibile ed in una dolcezza insolita. Avendo fatto silenzio rispetto a tutto ciò che è corporale, sensibile, mutevole, essa fissa con uno sguardo penetrante Colui che È, Colui che è sempre tale, identico a se stesso, Colui che è Uno. Libera per vedere che il Signore stesso è Dio (Sal 45,11), essa celebra senza alcun dubbio il sabato dei sabati nei dolci abbracci della Carità in persona.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 10 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

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