Archive pour septembre, 2007

buona notte

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Amaranthus fimbriatus

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 30 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

« Un mendicate… giaceva alla sua porta »

Concilio Vaticano II
Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, « Gaudium et Spes », § 69

« Un mendicate… giaceva alla sua porta »

Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità, Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri.

Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della Chiesa, i quali insegnavano che gli uomini hanno l’obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del numero assai elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi dalla fame, il sacro Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche, affinché – memori della sentenza dei Padri: « Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso » realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 30 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Santi Arcangeli: Michele, Gabriele, Raffaele

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Publié dans:Arcangeli |on 29 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

29 SETTEMBRE – SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

dal sito: 

http://www.maranatha.it/Festiv2/festeSolen/0929Page.htm 

 

29 SETTEMBRE
SANTI ARCANGELI 
MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

Festa
 

Michele, nome ebraico che vuol dire « Chi è come Dio? » viene ricordato nel libro di Daniele del popolo eletto (Dan 10,13 e 12,1). La lettera di san Giuda (v. 9) lo presenta in lotta contro Satana per il corpo di Mosè. Anche l’Apocalisse (12,7) ricorda il combattimento di Michele e dei suoi angeli contro il drago. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime. Molto venerato dagli Ebrei divenne presto assai popolare nel culto cristiano. Il 29-IX cade l’anniversario della dedicazione di una chiesa in suo onore sulla via Salaria (sec. V). 
Gabriele «forza di Dio», si presentò a Zaccaria come «colui che sta al cospetto di Dio» (Lc 1,19). Portare l’annuncio di Dio è il compito che gli riconosce Daniele (8,16; 9,21): annunziò infatti la nascita del Battista e di Gesù Cristo (Lc 1,5-22.26-38).
Raffaele,
«Dio ha curato», compare nel libro di Tobia come accompagnatore nel viaggio del giovane Tobia e come portatore di salvezza al vecchio padre cieco.
 
San Luca mostra sovente l’intervento degli angeli nelle origini della Chiesa perché con la venuta di Cristo l’umanità è entrata nell’èra definitiva in cui Dio è vicino all’uomo e il cielo è unito alla terra. Essi vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati» (Ebr 1,14). La nostra «azione di grazie», l’ Eucaristia, è una «concelebrazione» (cf LG 50) in cui ci uniamo agli Angeli nel triplice canto: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo». 


L’appellativo «angelo» designa l‘ufficio, non la natura 

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 34, 8-9; PL 76, 1250-1251)

 E’ da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.
Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l’arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi.
A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguono le loro persone, ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano.
Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.
Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L’antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14, 13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l’arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12, 7).
A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.
Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.

 

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buona notte

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Leucospernum

http://tai-haku.blogspot.com/2006/01/leucospernum-species-at-kirstenbosch.html

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« Gli angeli di Dio salgono e scendono sul Figlio dell’uomo »

Catechismo della Chiesa cattolica
§ 328-332

« Gli angeli di Dio salgono e scendono sul Figlio dell’uomo »

« Credo in un solo Dio…, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili. » L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione. Sant’Agostino dice a loro riguardo: « La parola « angelo » designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo ». In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che « vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli » (Mt 18,10), essi sono « potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola » (Sal 103,20). In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria (cf Dn 10,9).

Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli : «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli » (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: « Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: « Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza? » (Eb 1,14).

Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio.

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San Vinceslao

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Publié dans:immagini sacre |on 28 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio di Mons. Bruno Forte

dal sito: 

http://www.santamelania.it/

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio 

di Mons. Bruno Forte  

Nel testo che segue Mons. Bruno Forte – Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto – traccia per così dire i caratteri di un’autentica esperienza di fede cristiana, che è nello stesso tempo continuo stupore delle “grandi cose” che il Signore compie per noi, e ricerca, inquietudine di fronte alle opere di Dio, al Suo silenzio, all’altro da noi che ci è prossimo nel nostro cammino.

Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
  

28/08/2007
  


La fede è esperienza dello stupore dinanzi alla sorprendente novità con cui l’amore divino ci raggiunge: stupore della gratuità di questo amore, ma anche stupore della nostra indegnità a riceverlo, timore davanti all’Amato trascendente e sovrano che si china sulla Sua creatura. Lo stupore della fede è allora al tempo stesso coscienza della nostra finitudine, del dolore e del niente che siamo, e riconoscimento delle « meraviglie » che il Dio vivo viene a compiere fra noi e per noi; è apertura alle sorprese che la Sua promessa ci prepara ed è turbamento davanti all’umiltà con cui il dono più grande è stato offerto agli uomini nell’abbandono della Croce. Stupore di sé, stupore davanti a Dio: tali sono i tratti dello stupore della fede, nel suo nascere, nel suo svilupparsi, nel suo farsi comunicazione e dono di vita e di bellezza ad altri. 

A) Stupiti di sé davanti al divino Altro 

L’esperienza della finitudine accomuna tutti gli abitatori del tempo, specialmente in questa stagione post-moderna, seguita al tramonto dei « grandi racconti » ideologici e dell’ottimismo che essi ispiravano: il dolore dell’abbandono, la sofferenza dell’assenza di senso, la mancanza di un orizzonte rispetto a cui orientare le scelte del vivere e del morire, sono altrettanti volti dell’attuale condizione umana. Questo senso di addio, di lungo addio, questa fragilità e debolezza, sono il luogo in cui tutti, credenti e non credenti, eredi dell’ideologia, critici o orfani di essa, si ritrovano spiazzati da quanto in questa crisi epocale dell’insorgente post-modernità andiamo vivendo. Questo senso di smarrimento, di disagio, di bisogno di patria, questo dolore dell’abbandono, può essere evaso, nascosto, fuggito: si può tentare di essere non pensanti, e dunque negligenti di fronte alla condizione del naufragio. Ma nel momento in cui si pensa e si è coscienti, la lama di questo dolore del mondo non può non interrogarci tutti, rendendoci più aperti alla ricerca, più accomunati nell’esperienza e nel bisogno dell’Altro che ci aiuti a uscire dalla prigionia delle solitudini e dei frammenti. La grande categoria che tutti ci provoca non è allora l’identità, ma l’alterità, nello stupore che essa suscita in noi, segnati come siamo dalla coscienza del nostro essere finito. 

Ora, è proprio nello stupore della fede che l’alterità si presenta nella maniera più alta e più forte: chi crede è toccato dall Altro, vive cioè l’incontro con Dio come indeducibile Presenza, come Assenza che inquieta. Questo stupore è certo antico quanto il pensiero: meraviglia e timore, dicevano i primi pensatori greci, è la passione del filosofo. Tuttavia – come ricordava Karl Barth nel « canto del cigno », che fu la sua Introduzione alla teologia evangelica – lo stupore più grande e irriducibile è la condizione propria di chi crede e credendo si pone in pensiero: « A chi non provasse stupore, quando in un modo o nell’altro ha a che fare con la teologia – o a chi dopo un certo tempo non fosse più capace di stupirsi – o a chi non provasse tanto maggior stupore quanto più si occupa di teologia, bisognerebbe consigliare di prender qualche distanza da essa e di riflettere spregiudicatamente su che cosa essa sia, affinché possa ancora succedergli che lo stupore per la teologia gli rinasca dentro al punto da non abbandonarlo più e anzi di diventare sempre più forte in lui ». 

La meraviglia è sapere di non poter possedere l’Altro, è umile confessione di chi non si ferma al tranquillo possesso, ma si lascia raggiungere e provocare dall’Altro che viene all’idea e cambia la vita. 

È a sua volta testimone di questa meraviglia F.W.J. Schelling, il filosofo della grande crisi rispetto al « sistema dell’Idealismo » da lui stesso proposto in gioventù, il quale non esita ad affermare nell’opera della maturità dedicata alla Filosofia della rivelazione: « È una sentenza nota di Platone: la passione del filosofo è la meraviglia. Se questa sentenza è vera e profonda, allora la filosofia, invece di essere limitata a ciò che deve essere compreso come necessario, sentirà piuttosto la tendenza a trapassare da ciò che essa deve riguardare come necessario, che pertanto non provoca nessuna meraviglia, a ciò che sta fuori e al di sopra di ogni esame e conoscenza necessari; essa non troverà nessuna pace, prima di essere arrivata a qualcosa che sia degno di una assoluta meraviglia ». Meraviglia è, dunque, sapere di avere a che fare con l’ignoto, indeducibile e irriducibile alla nostra presa: stupore è l’esperienza della pura e forte alterità dell’Altro che viene a noi. 

Questo Altro il credente lo esperisce non soltanto nella forma di un ascolto intellettuale, ma anche nella forma della preghiera, esperienza « mistica », perché data dall’alto, aperta all’Altro. Il prendere coscienza dell’Altro che viene a noi nella fede è stare su quella soglia, dove timore e tremore si uniscono a meraviglia e stupore: la coscienza umile della distanza che ci separa dall’Altro nell’atto del suo dono produce l’esperienza dell’agonia propria della fede. Agonica è l’esperienza dell’alterità irriducibile: se l’Altro è Dio, il rapporto all’Altro non può che essere E]ywv, lotta, che cerca di varcare l’abissale distanza. Agonia, insomma. è sperimentare fino in fondo l’alterità, è vivere in sé la frontiera. È questa la ragione più profonda della compresenza della fede e della non credenza in ciascuno di noi, perché tutti, nel momento in cui siamo non negligenti nel pensare e accettiamo di confrontarci fino in fondo con l’Altro, viviamo l’inquietudine di questa inafferrabile Trascendenza. Non si dà solo un esistere davanti all’Altro, che viene a noi e che ci turba, ma anche un esistere con l’Altro nella lotta: proprio così, però, la fede è amore, l’agonia è »agàpe » in cui vince chi perde, chi si lascia vincere dall’Assalitore divino, come Giacobbe al guado dello Yabbok (cf. Gen 32). 

Questa esperienza stupita ed agonica sfocia in un atto fondamentale: la decisione. Decidersi nell’atto di fede è non solo un esistere davanti all’Altro e con l’Altro, stupiti di sé, stupiti per Lui, ma anche un esistere per l’Altro e per gli altri. Gli altri non sono semplice produzione del nostro pensiero, o limite e sfida della nostra libertà e delle nostre scelte: essi sono anche e soprattutto esigenza morale, fondamento dell’esistere eticamente responsabile. Responsabilità è farsi carico d’altri davanti all’Altro sovrano che in essi ci chiama: lo stupore della fede coglie così l’altro prossimo e vicino nella luce dell’Altro divino, e lo riconosce come l’altro cui ci invia la caritas evangelica, l’altro del comandamento simile al primo, che è il comandamento dell’amore del prossimo. La fede supera lo stupore della propria indegnità nel dono d’amore di sé a Dio e agli altri. Ciò che nel vivere l’atto di fede sperimenta la condizione umana è, allora, la coscienza di uno smarrimento, di una debolezza e di una fragilità, che può essere accolta come sfida a fuggire, a cadere e, dunque, a non decidersi per l’Altro, o può esser vissuta come provocazione a una scelta non negligente, che abbia il coraggio dello stupore e viva il dramma dell’agonia, e si assuma la responsabilità verso Dio e verso gli altri nel primato dell’amore. 

B) Stupiti dal Dio che viene 

Allo stupore di sé la fede unisce lo stupore davanti a Dio: in verità, la sfida suprema che impegna il pensiero e la vita è proprio la questione di Dio. Ora, c’è un pensiero della fede che interpreta il genitivo « di Dio » in senso meramente oggettivo, parlando di Dio come dell’oggetto, rispetto al quale argomentare. È il pensiero che riduce Dio ad ente di cui disporre, interpretando il Suo Mistero come la suprema fra le cose, intorno a cui argomentare e di cui servirsi senza più alcuno stupore. Scrive Lutero di questo tipo di fede: « Non è degno di essere chiamato teologo colui che consi­dera la natura invisibile di Dio comprensibile per mezzo delle sue opere, ma colui che comprende la natura di Dio, visibile e volta verso il mondo, per mezzo della passione e della croce ». La conoscenza della fede non risolve in sé gli abissi divini, che restano oltre ogni nostra presa, ma si fonda su quanto Dio ha reso visibile e accessibile della propria vita e del proprio mistero nella Sua rivelazione: il Dio di spalle, non il Dio contemplato in volto della futura visione beatifica, il Dio che si offre nella passione e nella croce del Signore, non il Dio senza oscurità di una presunta comprensione totale, è il Dio della fede. Mentre dunque la ragione umana scruta il mistero di Dio con i propri strumenti e a partire dagli oggetti creati, rischiando di farne un semplice oggetto di cui disporre, la ragione illuminata dalla fede obbedisce alla Parola rivelata, non si appaga di quanto ha raggiunto, ma cerca di intendere sempre di più quanto ha contemplato. 

La conoscenza della fede non elimina allora lo stupore di fronte all’immensità divina, anzi lo accresce: proprio così essa contesta le presunzioni di un sapere che voglia dire tutto di Dio, catturandone gli abissi nelle proprie misure. La fede sa di avere a che fare con il « Deus adveniens », con il Dio vivo: il suo oggetto, prima di essere qualcosa di possedibile, è Qualcuno inafferrabile e santo. Chi crede afferma il primato di Dio e solo a Lui vuol dare gloria con tutta la carica di stupore che l’agire divino può suscitare per le forme e le vie scelte dall’Eterno per rivelarsi e comunicarsi agli uomini. In questo senso il conoscere della fede sta e resta appeso alla parola e al silenzio della Croce. Non di meno, però, per la ragione è importante mantenere aperta la questione del Dio vivo: anche per essa la verità non va pensata soltanto come oggetto, ma pure come soggetto. Questo significa che il pensiero deve aprirsi ad accogliere e tollerare in se stesso la potente tensione della vita, rinunciando a disporre dell’oggetto, specialmente dell’oggetto supremo, come cosa, per avere a che fare con esso con lo stupore che si confa all’agire del Dio vivente. E Dio è il Dio vivo se è l’Altro irriducibile alle nostre catture: è quanto la fede chiede alla ragione di rispettare. 

A sua volta la fede è chiamata a non ignorare l’esercizio critico dell’intelligenza, il protagonismo della ricerca umana nel pensiero: una conoscenza della fede che presumesse di essere parola creata dall’evento della Parola increata, senza alcuna mediazione dell’attività critica della ragione, sarebbe manifestamente falsa. L’umanità di Dio – in cui crede il discepolo del Verbo fatto carne – consiste anche in questo, che il Logos si presti ad essere detto e pensato dalla ragione umana, e perciò accetti di essere mediato dai diversi possibili approcci che l’intelligenza può elaborare, fermo restando il nocciolo irriducibile di resistenza che il pensiero di Dio come Dio vivente oppone ad ogni identificazione dell’Assoluto con la fragilità del soggetto storico. Stupore della fede e stupore della ragione vengono così a corrispondersi: se certamente non si può dire che non ci sia filosofia senza cristianesimo, parimenti non si può negare che nel contesto storico dell’Occidente, il cui ethos è così fortemente marcato dal fatto cristiano, ogni discorso filosofico si misura con il dato della rivelazione ebraico-cristiana, vitalmente trasmessa dalla comunità ecclesiale. 

In questo senso si può affermare che la Croce di Cristo è stupore anche per il filosofo: lottare con Dio è al tempo stesso la debolezza e la forza del credente, ma è anche la forza e la debolezza del pensatore, che usi della sua ragione senza negligenze. Dal sorgere della luce al cadere della notte, sta qui la dignità del pensiero, la sua vocazione e il suo compito. Dove Dio questiona come l’assalitore notturno dell’esperienza di Giacobbe al guado, dove Dio è il « Deus vivens et adveniens », lì l’uomo è veramente preso dallo stupore e vivo nella sfida. Lì vince chi, perdendo si affida e confessa: « Veramente sei un Dio nascosto, Dio d’Israele Salvatore » (Is 45,15). La Croce del Risorto si offre allora come il contenuto supremo del pensiero della fede, la suprema teologia, proprio perché è il luogo dello stupore assoluto: solo in quell’evento si proclama la morte della morte! E in un mondo che resta bisognoso di salvezza, nonostante tutto e al di là di ogni naufragio, una simile sfida è troppo alta per essere messa da parte. Davanti all’avvento divino nell’umiltà e nell’abbandono della Croce, bisogna prendere posizione, decidersi. Come scriveva significativamente Luigi Pareyson, filosofo che non ha mai rinunciato a coniugare lo stupore della ragione e quello della fede, davanti al Dio cristiano non si può « restare indifferenti. Bisogna scegliere o per o contro. Non c’è via di mezzo… Non ci si può sottrarre: il faut choisir ». Lo stupore è la condizione propria di questa scelta: che non è solo scelta di pensiero, ma anche e inseparabilmente scelta di vita, in cui si incontrano meraviglia e timore, fascino del Dio che si dona nell’amore e coscienza della propria indegnità di fronte a un simile dono di purissima gratuità. Solo chi ha attraversato il fuoco di questa scelta, entra nel mondo della fede e può comunicarne ad altri l’esperienza vivificante, dono che stupisce e cambia il cuore e la vita 

Publié dans:Bruno Forte |on 28 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Il Consiglio d’Europa dice sì alla « Giornata europea contro la pena di morte »


 

dal sito:

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=157513 

Il Consiglio d’Europa dice sì alla « Giornata europea contro la pena di morte »

 

Il Parlamento Europeo ha adottato ieri una risoluzione con la quale ricorda che la presidenza dell’UE ha ricevuto il mandato di elaborare e presentare il testo su una moratoria internazionale, in materia di pena di morte, da trasmettere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il Parlamento esorta, inoltre, l’ONU ad adottare la risoluzione entro la fine di quest’anno. Il Consiglio d’Europa ha proclamato, poi , il dieci ottobre « Giornata europea contro la pena di morte ». Ascoltiamo al microfono di Fausta Speranza il vicepresidente del Parlamento europeo, Mario Mauro:

R. – Anzitutto, dobbiamo tener presente che il contenuto della stessa Risoluzione può creare problemi. Lo ha messo in evidenza anche il leader dei liberaldemocratici qui al Parlamento europeo, Graham Watson, richiamando l’attenzione sul fatto che l’Europa a giugno ha raggiunto una posizione comune sulla via da seguire: moratoria universale con l’obiettivo, più a lungo termine, dell’abolizione della pena di morte. Se si vuole giungere, entro dicembre, ad un voto utile dell’Assemblea dell’ONU, occorre ora mantenere questa linea; e, quindi, tutti i testi che ne devono discendere devono essere coerenti con questa linea. La dicotomia tra moratoria ed abolizione della pena capitale, o addirittura, il tentativo di ribaltare la posizione dell’Unione Europea, chiaramente espressa a favore della moratoria, e solo in prospettiva dell’abolizione, può essere usata da qualcuno all’interno del Palazzo di Vetro per alienare l’adesione di molti Paesi, tra questi addirittura quelli coautori della Risoluzione, soprattutto il Messico e le Filippine. Questo scenario non è tanto fantascientifico, perché è esattamente lo scenario che è andato in onda le altre volte, come nel caso di alcuni Paesi scandinavi che si sono lasciati incastrare nel meccanismo dei passaggi delle varie dichiarazioni; questi Paesi, temendo che la moratoria rappresentasse un abbandono definitivo della prospettiva abolizionista, si sono tirati indietro.

 
D. – Onorevole Mauro, la discussione all’ONU per la moratoria della pena capitale con l’obiettivo di arrivare all’abolizione, è una tappa, comunque un successo da sottolineare?

 
R. – Se si verificasse questa ipotesi è assolutamente un successo. Un successo che va, secondo me, approfondito attraverso l’analisi di quello che è attualmente il contesto. Nel mondo, oltre la metà dei Paesi – e cioè 129 – ha ormai abolito la pena di morte o de iure o de facto; 89 Paesi l’hanno abolita per tutti i reati; 10 Paesi l’hanno abolita per tutti i reati, tranne casi eccezionali, come quelli relativi a crimini di guerra; 30 Paesi possono essere considerati de facto abolizionisti, in quanto mantengono giuridicamente la pena di morte, ma non la praticano da più di 10 anni. Si ritiene che in essi sia vigente una politica ed una prassi di non compiere esecuzioni. Le cifre relative all’applicazione della pena di morte, nonostante questi progressi che sono stati ottenuti in questi anni, rimangono però preoccupanti. Nel 2006 sono state con certezza uccise almeno 1.591 persone in 25 Paesi e sono state condannate alla pena capitale altre 3.861 in 55 Stati. I Paesi che sicuramente contribuiscono in ordine decrescente al fenomeno sono prima di tutto la Cina, l’Iran, il Pakistan, l’Iraq, il Sudan e gli Stati Uniti. In questo contesto, e conoscendo gli agganci sul fronte della diplomazia internazionale di cui questi ultimi Paesi che ho citato fruiscono, bisogna pensare che se si facesse il passaggio della moratoria, sarebbe comunque un assoluto successo e costituirebbe forse per alcuni di questi Paesi anche una sorta di scappatoia rispetto alle opinioni pubbliche dei propri Paesi o agli assetti di potere presenti in questi Paesi per poter fare in qualche modo marcia indietro rispetto a dichiarazioni dei propri capi di Stato e di governo che altrimenti dovrebbero sempre e comunque tendere in senso contrario.

Publié dans:Approfondimenti |on 28 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Predicatore del Papa: “Dio vuole salvare i ricchi dalla loro ricchezza”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12022?l=italian

 

Predicatore del Papa: “Dio vuole salvare i ricchi dalla loro ricchezza”

 Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima 

 

ROMA, venerdì, 28 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima, XXVI del tempo ordinario. 

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XXVI Domenica del tempo ordinario [C]
Amos 6, 1. 4-7; I Timoteo 6, 11-16; Luca 16, 19-31

UN UOMO RICCO VESTIVA DI PORPORA E BISSO 

La cosa principale da mettere in luce, a proposito della parabola del ricco epulone che si legge nel vangelo di questa domenica, è la sua attualità, come, cioè, la vicenda si ripete oggi, in mezzo a noi, sia a livello mondiale che a livello locale. A livello mondiale i due personaggi stanno addirittura per due emisferi: il ricco epulone rappresenta l’emisfero nord (Europa occidentale, America, Giappone), il povero Lazzaro, con poche eccezioni, l’emisfero sud. Due personaggi, due mondi: il primo mondo e il « terzo mondo ». Due mondi di diseguale grandezza: quello che chiamiamo « terzo mondo » rappresenta infatti i « due terzi del mondo ». Si sta affermando l’uso di chiamarlo proprio cosi: non « terzo mondo » (third world), ma « due terzi del mondo » (two-third world).

Lo stesso contrasto tra il ricco epulone e il povero Lazzaro si ripete all’interno di ognuno dei due raggruppamenti. Ci sono ricchi epuloni che vivono gomito a gomito con poveri Lazzari nei paesi del terzo mondo (qui, anzi, il loro lusso solitario risulta ancora più stridente, in mezzo alla generale miseria delle masse) e ci sono poveri Lazzari che vivono gomito a gomito con i ricchi epuloni nei paesi del primo mondo. In tutte le società chiamate « del benessere », alcune persone dello spettacolo, dello sport, della finanza, dell’industria, del commercio, contano le loro entrate e i loro contratti di lavoro solo a miliardi (oggi a milioni di Euro), e tutto questo davanti allo sguardo di milioni di persone che non sanno come arrivare, con il magro stipendio o sussidio di disoccupazione, a pagare l’affitto, i medicinali, gli studi per i loro figli.

La cosa più odiosa, nella storia narrata da Gesù, è l’ostentazione del ricco, il fare sfoggio della sua ricchezza, senza ritegno verso il povero. Il suo lusso si manifestava soprattutto in due ambiti, nel mangiare e nel vestire: il ricco banchettava lautamente e vestiva di porpora e bisso che erano, in quel tempo, stoffe da re. Il contrasto non è solo tra chi scoppia di cibo e chi muore di fame, ma anche tra chi cambia un vestito al giorno e chi non ha uno straccio da mettersi addosso. Da noi, a una sfilata di moda, fu presentato una volta un vestito tutto lamine d’oro zecchino, prezzo oltre un miliardo di vecchie lire. Dobbiamo dirlo senza reticenze: il successo mondiale della moda italiana e il business che determina ci hanno dato alla testa; non badiamo più a niente. Tutto quello che si fa in questo settore, anche gli eccessi più palesi, godono di una specie di trattamento speciale. Le sfilate di moda che in certi periodi riempiono i telegiornali serali a spese di notizie ben più importanti, sono come delle rappresentazioni sceniche della parabola del ricco epulone.

Ma fin qui non c’è, in fondo, niente di nuovo. La novità e unicità della denuncia evangelica dipende tutta dal punto di osservazione della vicenda. Tutto, nella parabola del ricco epulone, è visto come retrospettivamente, dall’epilogo della storia: « Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto ». Volendo portare la storia sugli schermi, si potrebbe benissimo partire (come si fa spesso nei film) da questo finale nell’oltretomba e far rivedere l’intera vicenda in flashback.

Molte denunce simili della ricchezza e del lusso sono state fatte lungo i secoli, ma oggi suonano tutte o retoriche e velleitarie, o pietistiche e anacronistiche. Questa denuncia, dopo duemila anni, conserva intatta la sua carica dirompente. Il motivo di ciò è che a pronunciarla non è un uomo di parte che sta o per i ricchi o per i poveri, ma uno che sta al di sopra delle parti e si preoccupa sia dei ricchi che dei poveri, anzi forse più dei primi che dei secondi (questi li sa meno esposti al pericolo!). La parabola del ricco epulone non è suggerita da astio verso i ricchi o da desiderio di prendere il loro posto, come tante denuncie umane, ma da preoccupazione sincera della loro salvezza. Dio vuole salvare i ricchi dalla loro ricchezza.

 

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