Archive pour le 24 juillet, 2007

Il Papa a Lorenzago di Cadore

Il Papa a Lorenzago di Cadore dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI looks at the ‘Centro Cadore’ lake in Domegge, Lorenzago di Cadore, near Belluno, Italy, Monday, July 23, 2007. Benedict arrived from his monastic-like vacation to bless the faithful at his secluded mountain retreat in Italy’s Dolomite mountains. Benedict plans to stay in Lorenzago, near Italy’s border with Austria, until July 27, when he moves to the papal summer retreat at Castel Gandolfo, in the hills south Rome. (AP Photo/Alessia Giuliani/Pool)

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San Charbel

San Charbel dans Santi

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La festa di “Saint Charbel Makhlouf” monaco libanese

La festa di “Saint Charbel Makhlouf” monaco libanese, cade in Libano la terza domenica di luglio, in Francia (segnalata dal santoral) ed in Italia non segnalata dal santoral, cade oggi, ho preso questa biografia dal sito italiano: « Santi Beati e Testimoni »perché il sito libanese mi da i testi solamente in francese ed inglese (ed arabo), io ho seguito costantemente il sito e ho postato delle preghiere spesso sul mio Blog francese. il link sotto: « Famille Saint Charbel »:

Giuseppe Makhluf, nacque nel villaggio di Biqa ’Kafra il più alto del Libano nell’anno 1828. Rimasto orfano del padre a tre anni, passò sotto la tutela dello zio paterno. A 14 anni già si ritirava in una grotta appena fuori del paese a pregare per ore (oggi è chiamata “la grotta del santo”).
Egli pur sentendo di essere chiamato alla vita monastica, non poté farlo prima dei 23 anni, visto l’opposizione dello zio, quindi nel 1851 entrò come novizio nel monastero di ‘Annaya dell’Ordine Maronita Libanese. Cambiò il nome di battesimo Giuseppe in quello di Sarbel che è il nome di un martire antiocheno dell’epoca di Traiano.
Trascorso il primo anno di noviziato fu trasferito da ‘Annaya al monastero di Maifuq per il secondo anno di studi. Emessi i voti solenni il 1° novembre 1853 fu mandato al Collegio di Kfifan dove insegnava anche Ni’matallah Kassab la cui Causa di beatificazione è in corso.
Nel 1859 fu ordinato sacerdote e rimandato nel monastero da ‘Annaya dove stette per quindici anni; dietro sua richiesta ottenne di farsi eremita nel vicino eremo di ‘Annaya, situato a 1400 m. sul livello del mare, dove si sottopose alle più dure mortificazioni.
Mentre celebrava la s. Messa in rito Siro-maronita, il 16 dicembre 1898, al momento della sollevazione dell’ostia consacrata e del calice con il vino e recitando la bellissima preghiera eucaristica, lo colse un colpo apoplettico; trasportato nella sua stanza vi passò otto giorni di sofferenze ed agonia finché il 24 dicembre lasciò questo mondo.
A partire da alcuni mesi dopo la morte si verificarono fenomeni straordinari sulla sua tomba, questa fu aperta e il corpo fu trovato intatto e morbido, rimesso in un’altra cassa fu collocato in una cappella appositamente preparata, e dato che il suo corpo emetteva del sudore rossastro, le vesti venivano cambiate due volte la settimana. Nel 1927, essendo iniziato il processo di beatificazione, la bara fu di nuovo sotterrata. Nel 1950 a febbraio, monaci e fedeli videro che dal muro del sepolcro stillava un liquido viscido, e supponendo un’infiltrazione d’acqua, davanti a tutta
la Comunità monastica fu riaperto il sepolcro; la bara era intatta, il corpo era ancora morbido e conservava la temperatura dei corpi viventi. Il superiore con un amitto asciugò il sudore rossastro dal viso del beato Sarbel e il volto rimase impresso sul panno.
Sempre nel 1950 ad aprile le superiori autorità religiose con una apposita commissione di tre noti medici riaprirono la cassa e stabilirono che il liquido emanato dal corpo era lo stesso di quello analizzato nel 1899 e nel 1927. Fuori la folla implorava con preghiere la guarigione di infermi lì portati da parenti e fedeli ed infatti molte guarigioni istantanee ebbero luogo in quell’occasione. Si sentiva da più parti gridare Miracolo! Miracolo! Fra la folla vi era chi chiedeva la grazia anche non essendo cristiano o non cattolico.
Il papa Paolo VI il 5 dicembre 1965 lo beatificò davanti a tutti i Padri Conciliari durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. 


Autore:
Antonio Borrelli 

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La gioia, carità squisita – Lettera di Albino Luciani a Santa Teresa di Lisieux

dal sito: 

http://www.santamelania.it/

La gioia, carità squisita 

Lettera di Albino Luciani a Santa Teresa di Lisieux

In una delle lettere indirizzate idealmente ad alcune grandi figure del passato in una raccolta intitolata “Illustrissimi”, l’allora Patriarca di Venezia – il Cardinale Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I per soli 33 giorni – si rivolge alla Santa di Lisieux, sottolineandone la grandezza e la forza e invitando i cristiani a imitarla nella carità semplice e quotidiana, che ha un grande valore agli occhi di Dio e fa la differenza nella vita di coloro che incontriamo nel nostro cammino.

 Cara piccola Teresa,

Avevo diciassette anni, quando lessi la vostra autobiografia. Fu per me un colpo di fulmine. « Storia di un fiorellino di maggio » l’avevate definita. A me parve la storia di una « spranga d’acciaio » per la forza di volontà, il coraggio e la decisione, che da essa sprizzavano. Scelta una volta la strada della completa dedizione a Dio, niente v’ha più sbarrato il passo: né malattia, né contraddizioni esterne, né nebbie e tenebre interiori. Me ne ricordai, quando mi portarono ammalato al sanatorio, in anni in cui, penicillina e antibiotici non essendo ancora stati inventati, al degente si prospettava, più o meno vicina, la morte.Mi vergognai di provare un po’ di paura: « Teresa ventitreenne, fino allora sana e piena di vitalità, mi dissi, fu inondata di gioia e di speranza, quando sentì salire alla bocca la prima emottisi. Non solo, ma, attenuando il male, ottenne di portare a termine il digiuno con regime di pane secco e acqua, e tu vuoi metterti a tremare? Sei sacerdote, svegliati, non fare lo sciocco! ».Rileggendovi, in occasione del centenario della nascita (1873-1973), mi colpisce invece il modo con cui avete amato Dio e il prossimo. Sant’Agostino aveva scritto: « Andiamo a Dio non col camminare, ma con l’amare ». Anche Voi chiamate la vostra strada « via dell’amore ». Cristo aveva detto: « Nessuno viene a me, se il Padre mio non l’attira ». In perfetta linea con queste parole, Voi vi siete sentita come un « uccellino senza forza e senz’ali »; in Dio, invece, avete visto l’aquila, che scendeva per portarvi alle altezze sulle proprie ali. Chiamaste la grazia divina « ascensore », che vi innalzava a Dio presto e senza fatica, essendo Voi « troppo piccola per salire l’aspra scala della perfezione ».Ho scritto sopra: « senza fatica ». Intendiamoci: ciò, sotto un aspetto; sotto un altro invece… Siamo agli ultimi mesi; la vostra anima avanza in una specie di galleria oscura, non vede niente di quel che prima vedeva chiaramente. « La fede, Voi scrivete, non è più un velo, ma un muro! ». Le sofferenze fisiche sono tali da farvi dire: « Se non avessi avuto la fede, mi sarei data la morte ». Ciononostante, continuate a dire con la volontà al Signore che lo amate: « Canto la felicità del Paradiso, ma senza provar gioia; canto semplicemente che voglio credere ». Le ultime vostre parole sono state: « Mio Dio, io vi amo! ».All’amore misericordioso di Dio vi eravate offerta come vittima. Tutto ciò non vi impediva di godere delle cose belle e buone: prima dell’ultima malattia con gioia dipingeste, scriveste poesie e piccoli drammi sacri, interpretandone qualche parte con gusto di fine attrice. Nell’ultima malattia, in un momento di ripresa, chiedeste dei pasticcini al cioccolato. Non avevate paura delle vostre stesse imperfezioni, neppure di esservi talvolta addormentata per stanchezza durante la meditazione (« i bambini piacciono alle mamme anche quando dormono »!).Amando il prossimo, vi sforzaste di rendere i piccoli servigi utili ma inosservati, e di preferire, semmai, le persone che vi davano noia e meno incontravano il vostro genio. Dietro il loro volto poco simpatico cercavate il volto simpaticissimo di Cristo. E non ci s’accorgeva di questo sforzo e di questa ricerca: « Quant’è mistica in cappella e nel lavoro, scriveva di Voi la priora, altrettanto è buffa e piena di trovate, fino a farci scoppiar dal ridere, in ricreazione ». Queste poche linee, che ho tracciate, son ben lontane dal contenere il vostro completo messaggio ai cristiani. Bastano, tuttavia, a segnar alcune direttive per noi. Il vero amor di Dio si sposa con la ferma decisione presa e, al bisogno, rinnovata.L’indeciso Enea del Metastasio, che dice: « Intanto confuso, nel dubbio funesto, non parto, non resto » non era stoffa da vero amore di Dio. Più adatto, semmai, il vostro compatriota maresciallo Foch, che durante la battaglia della Marna, telegrafava: « Il centro del nostro esercito cede, la sinistra si ritira, ma io attacco lo stesso! ». Un po’ di combattività e di amore al rischio non guasta nell’amore al Signore. Voi ce l’avevate: non per niente sentiste in Giovanna d’Arco una « sorella d’armi ».Nell’Elisir d’amore di Donizetti basta la « furtiva lacrima », spuntata sulle ciglia di Adina, a rassicurare e fare beato l’innamorato Nemorino. Dio non si accontenta di sole furtive lacrime. Una lacrima esterna in tanto gli piace, in quanto ad essa corrisponde dentro, nella volontà, una decisione. Così è anche delle opere esterne: esse piacciono al Signore, solo se corrisponde loro un amore interno. Il digiuno religioso aveva addirittura fatto sterminio sulle facce dei Farisei, ma a Cristo non piacquero quelle smunte facce, perché trovava che il cuore dei Farisei era lontano da Dio. Voi avete scritto: « L’amore non deve consistere nei sentimenti, ma nelle opere ». Avete però soggiunto: « Dio non ha bisogno delle nostre opere, ma solo del nostro amore ». Perfetto!Con Dio si può amare un sacco di altre belle cose. A un patto: niente sia amato contro o sopra o nella stessa misura di Dio. In altre parole: l’amore a Dio non dev’essere esclusivo, ma prevalente, almeno nell’estimazione.Giacobbe un giorno si innamorò di Rachele: per averla, prestò servizio ben sette anni, che « gli parvero, dice
la Bibbia, pochi giorni, talmente l’amava » e Dio non ebbe niente a ridire, anzi approvò e benedisse.
Spruzzare d’acqua santa e benedire tutti gli amori di questo mondo è un’altra cosa. Purtroppo, tenta di farlo oggi qualche teologo, il quale, influenzato dalle idee di Freud, Kinsey e Marcuse, inneggia alla « nuova morale sessuale ». Se non vogliono la confusione e lo spappolamento, invece che a questi teologi, i cristiani dovranno guardare al Magistero della Chiesa, che gode di speciale assistenza sia per conservare intatta la dottrina di Cristo sia per adattarla in modo conveniente ai tempi nuovi. Cercare il volto di Cristo nel volto del prossimo è l’unico criterio che ci garantisca di amare sul serio tutti, superando antipatie, ideologie e mere filantropie.
Un giovanotto, ha scritto il vecchio arcivescovo Perini, batte una sera alla porta di una casa: ha l’abito delle feste, un fiore all’occhiello, ma, dentro, il cuore gli batte forte: chissà come la ragazza ed i suoi familiari accoglieranno la domanda di matrimonio ch’egli viene timidamente a fare?
Ad aprire viene la ragazza in persona. Un’occhiata e il rossore, il piacere evidente (manca la « furtiva lacrima ») della signorina lo rassicurano, il cuore gli s’allarga. Entra; c’è la madre della ragazza; gli sembra signora simpaticissima, gli verrebbe voglia d’abbracciarla addirittura. C’è il padre, l’ha incontrato cento volte, ma stasera gli appare trasfigurato da una luce speciale. Più tardi arrivano i due fratelli; braccia al collo, saluti calorosi.Si chiede Perini: cosa succede in questo giovanotto? Cosa sono tutti questi amori spuntati all’improvviso come funghi? Risposta: non si tratta di amori, ma di un amore solo: ama la ragazza e l’amore portato a lei lo diffonde su tutti i suoi parenti. Chi ama sul serio Cristo non può rifiutarsi di amare gli uomini, che di Cristo sono fratelli. Anche se brutti, cattivi e noiosi, l’amore li deve un po’ trasfigurare.
Amore spicciolo. Spesso è l’unico possibile. Non ho mai avuto l’occasione di gettarmi nelle acque di un torrente per salvare un pericolante; spessissimo sono stato richiesto di prestare qualcosa, di scrivere lettere, di dare modeste e facili indicazioni. Non ho mai incontrato un cane idrofobo per via; invece, tante noiose mosche e zanzare; mai avuto persecutori che mi bastonassero, ma tante persone che mi disturbano col parlare forte in strada, col volume della televisione troppo alzato o magari col fare un certo rumore nel mangiare la minestra.Aiutare come si può, non prendersela, essere comprensivi, mantenersi calmi e sorridenti (il più possibile!) in queste occasioni, è amare il prossimo senza retorica, ma in modo pratico. Cristo ha molto praticato questa carità. Quanta pazienza nel sopportare i litigi che gli Apostoli facevano tra di loro! Quanta attenzione a incoraggiare e lodare: « Mai trovata tanta fede in Israele » dice del Centurione e della Cananea. « Voi siete rimasti con me anche nei momenti difficili » dice agli Apostoli. E una volta chiede per piacere la barca a Pietro.« Sire di ogni cortesia » lo dice Dante. Sapeva mettersi nei panni degli altri, soffriva con loro. Proteggeva, difendeva oltre che perdonare i peccatori: così Zaccheo, così l’adultera, così
la Maddalena.
Voi, a Lisieux, avete camminato dietro i suoi esempi; noi dovremmo fare altrettanto nel mondo.Carnegie racconta di quella signora, che un giorno fece trovare ai suoi uomini, marito e figli, la tavola ben preparata e infiorata, ma con un pugnetto di fieno su ogni piatto. « Cosa? Fieno ci dài oggi? » le dissero. « Oh, no, rispose, vi porto subito il pranzo. Ma lasciate che vi dica una cosa: da anni vi faccio la cucina, cerco di varare, una volta il risotto, un’altra il brodo, ora l’arrosto, ora l’umido, ecc. Mai che diciate: “Ci piace”, “sei stata brava!”. Dite per piacere una parola, non sono di sasso! Non si può lavorare senza un riconoscimento, un incoraggiamento, per il solo re di Prussica! ». Può essere spicciola anche la carità sprivatizzata o sociale. C’è in atto uno sciopero giusto: può darsi che esso porti disagio a me, che non sono direttamente interessato alla vertenza. Accettare il disagio, non mormorare, sentirsi solidali con dei fratelli, che lottano per la difesa dei loro diritti, è pure carità cristiana. Poco notata, non per questo meno squisita.
Una gioia mescolata all’amore cristiano. Appare già nel canto degli Angeli a Betlemme. Fa parte dell’essenza del Vangelo, che è « novella lieta ». E’ caratteristica dei grandi santi: « Un Santo triste, diceva Santa Teresa d’Avila, è un triste santo ». « Qui da noi, soggiungeva San Domenico Savio, ci si fa santi con l’allegria ».
La gioia può diventare carità squisita, se comunicata, come appunto Voi facevate nelle ricreazioni del Carmelo, agli altri.L’irlandese della leggenda che, morto improvvisamente, si avviò al tribunale divino, era non poco preoccupato: il bilancio della vita gli si rivelava piuttosto magro. C’era una fila davanti a lui, stette a vedere e a sentire. Dopo aver consultato il gran registro, Cristo disse al primo nella fila: « Trovo che avevo fame, e tu mi hai dato da mangiare. Bravo! Passa in Paradiso! ». Al secondo: « Avevo sete e tu m’hai dato da bere ». A un terzo: « Ero in carcere e m’hai visitato ». E così via.
Per ognuno, che veniva spedito in Paradiso, l’irlandese faceva un esame e trovava di che temere: lui, non aveva dato né da mangiare né da bere, non aveva visitato né carcerati né malati. Venne il suo turno, tremava, guardando Cristo, che stava esaminando il registro. Ma ecco che Cristo alza gli occhi e gli dice: « Non c’è scritto molto. Però qualcosa hai fatto anche tu: ero mesto, sfiduciato, avvilito: sei venuto, m’hai raccontato delle barzellette, m’hai fatto ridere e ridato coraggio. Paradiso! ». E’ una facezia, d’accordo, ma sottolinea che nessuna forma di carità va trascurata o sottovalutata. Teresa, l’amore che avete portato a Dio (e al prossimo per amor di Dio) fu veramente degno di Dio. Così dev’essere l’amore nostro: fiamma, che si alimenta di tutto ciò che in noi è grande e bello; rinuncia a tutto ciò, che in noi è ribelle; vittoria, che ci prende sulle proprie ali e ci porta in regalo ai piedi di Dio. Giugno 1973 

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Per i cristiani è più certa che mai l’analogia fra la vicenda di Cristo e l’Olocausto

dal sito: 

http://www.nostreradici.it/articolo_Giussani.htm

Don Giussani: i cristiani e gli ebrei  

Per i cristiani è più certa che mai 
l’analogia fra la vicenda di Cristo e l’Olocausto
 

Pio XI, a chi gli chiese, mandatogli evidentemente da Mussolini, che anche
la Chiesa di Roma favorisse le leggi razziali di Hitler rispose: «Noi siamo spiritualmente degli ebrei» (1938). Certo, occorre una lettura culturalmente ben provveduta per dire così. Comunque, il rapporto tra il popolo cristiano e la realtà ebraica, culturalmente o no, nell’oggi della storia è perfettamente indicato nell’espressione usata da Pio XI.

Ciò che mi ha indotto a intervenire, è l’avere saputo da
la Repubblica del 21 dicembre l’orrendo fatto determinato in Germania da un rigurgito d’affermazione nazista: l’esplosione di una bomba nel cimitero ebraico di Berlino, che ha gravemente danneggiato la tomba di Heinz Galinski, una delle figure più rappresentative dell’ebraismo tedesco.

Questo episodio mi ha ricordato il momento in cui gli ebrei hanno levato un grido, facendolo intendere a tutto il mondo, attraverso il martirio dell’Olocausto, l’assurdo sacrificio sopportato per tutti. E per noi adesso la storia ebraica fino a Gesù sostiene una concezione dell’uomo, del suo destino, dei rapporti col mondo che il nostro popolo può sentire profeticamente analogica alla sua stessa storia. L’Olocausto è diventato una pedagogia per tutti i cristiani; come marchio doloroso e ingiusto
la Shoah è proposta dalla più fervida cultura ebraica come argomento cardine anche per l’umanità, quale debba essere. Così per noi cristiani oggi è più certa che mai l’analogia della vicenda di Cristo con il senso dell’Olocausto.

Per noi la pedagogia divina attraverso il popolo ebraico tende a insegnarci, come supremo fattore del benessere sociale, la concezione del Dio unico biblico, creatore e Mistero, che nel tempo delinea un progetto per cui tutto il mondo dispiega una dinamica da cui scaturisce la sua ricerca di felicità e di compimento; Dio, l’unico, il totalmente Altro che è pur senso del tempo e Signore della persona, impegnativo nel giudicare i poteri e le vie dell’uomo; il Dio unico presente sulla terra attraverso il « Tempio » («Verrò a voi nel tempio»), non solo come simbolo del divino, ma come il luogo in cui Egli partecipa all’esistenza concreta dell’uomo, creando il suo popolo. E così il Tempio rimane il luogo supremo per tutti i tempi e gli spazi della storia umana. Per affermare Dio e questo Tempio (tutti gli uomini debbono!) viene eletto un popolo: quello che nasce da Abramo, per cui la persona viene creata per la salvezza del mondo con un compito identificabile con quello del popolo stesso.

Questo popolo a cui Dio dà corpo nella storia per dilatare la conoscenza del proprio Mistero in tutto il mondo e in tutti i tempi, «in tutte le nazioni», trova impegnata la parola sua nella visione del fine della storia in cui il popolo stesso si troverà nel giorno di Dio, nel quale si compiranno le promesse cui gli ebrei debbono corrispondere con la loro fedeltà di attesa. E’ l’attesa di qualcosa che salvi l’uomo e l’umanità, cioè la liberi dal fatto significativamente primo della storia dell’uomo che prevede, per il peccato originale, una fatica della libertà davanti a Dio. E perciò dolore e « distruzione ». Così la grandiosa letteratura profetica segna l’acme e la profondità possibile della coscienza dell’ebreo in cammino.

Il soggetto di quel « grande giorno » tanto atteso veniva identificato nel termine « servo di
 » o « Messia ». La coscienza avveduta di un cristiano investita dalla tradizione non può non identificare il proprio esistere in questa storia. Che cosa ci può essere di diverso? Che per noi il Mistero è voluto intervenire nella tragedia dell’uomo dentro il cosmo, divenendo uomo. Gesù di Nazareth per noi è il compimento dell’attesa in cui tutto il popolo d’Israele è vissuto, unico nella storia del mondo. 
 

Ma la nostra non è presunzione, bensì uno stupefatto paragone, per cui a noi poveri uomini comuni il Mistero di quella persona si è comunicato, sì che guardando la storia come ha raggiunto noi in paragone con la storia degli ebrei, saremmo più felici di chiedere ai nostri fratelli ebrei di perdonarci la nostra certezza, mentre ad essi è riservato ancora di portare pondus diei et aestus (cioè tutto il peso della storia) nella vita. Ma la fatica della fedeltà nell’attesa di Dio si realizza anche come croce nella vita dei credenti. 

 Stralcio da Luigi Giussani

(la Repubblica, 2 gennaio 1999 

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buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno 661087

Madagascar, 2000

Photograph by Lynn Johnson

Light permeates the sheer petals of a Madagascar periwinkle. Catharanthus roseus’s delicate appearance belies its powerful pharmaceutical prowess. The flower yields a compound that has been used effectively to treat leukemia.

Scientists are racing to study the thousands of potentially beneficial plant species found in the world’s tropical forests before they are destroyed by deforestation.

(Photo shot on assignment for, but not published in, « Nature’s RX, » April 2000, National Geographic magazine)

http://lava.nationalgeographic.com/pod/

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« Chiunque fa la volontà del Padre mio…, questi è per me fratello, sorella e madre »

Jean-Jacques Olier (1608-1657), fondatore dei Sulpiziani
Lettera n° 30

« Chiunque fa la volontà del Padre mio…, questi è per me fratello, sorella e madre »

Vedevo quel mirabile capolavoro di Dio, la Santa Vergine, piena dello Spirito Santo fin dalla sua nascita…, e le operazioni dello Spirito Santo che agiva in lei, comunicandosi a lei in pienezza. E consideravo la santa anima di Maria mentre rendeva a Dio Padre, fin dalla sua nascita tutti i suoi servizi. Mi appariva mentre offriva se stessa a Dio e offriva insieme a sé tutta la Chiesa, dovendo un giorno esserne la Madre; cosicché in questa volontà, noi eravamo accolti, santificati e consacrati a Dio, nell’offerta che Maria aveva fatto di se stessa, consacrandosi a Dio in tutto ciò che era e che sarebbe stata. Mi sembrava, secondo questa visione, che dovessimo ratificare questa offerta, votarci a Dio così come lei si era votata, e consacrarci a lui tanto fedelmente quanto lei lo aveva fatto, sia per lei che per noi. Che gioia nel cuore di Dio, dicevo dentro di me, per una’offerta tanto santa quanto la Vergine Maria! Che dolce regalo un cuore tanto innamorato e tanto vasto da contenere, da solo, più amore e presentare servizi più numerosi di tutti gli angeli insieme. Infatti Maria presenta a Dio la sua anima che contiene Gesù e tutta la sua Chiesa…

O Vergine Santa, vera dimora di Dio, che comprendi in te tutta la Chiesa, non possiamo esprimere la gloria e la grandezza della tua anima. Essa è davanti agli occhi di Dio così amabile, che chiunque ti conoscerà… deve attendere la misericordia.

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