Archive pour le 20 juillet, 2007

Sant’Apollinare di Ravenna, memoria facoltativa

Sant'Apollinare di Ravenna, memoria facoltativa dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 20 juillet, 2007 |Pas de commentaires »

Anniversari: a cinquant’anni dalla morte del padre del «Gattopardo»,

dal sito on line di « Avvenire »: 

ANNIVERSARI
A cinquant’anni dalla morte del padre del «Gattopardo», un ritratto spiega il suo disincanto: nel trionfo della morte, la ricerca della fede 

Il Principe e Pascal 

Di Vincenzo Arnone; Di Franco Gabici  

l’autore
Giuseppe Tomasi e i santi di famiglia

Le rivelazioni spirituali: la badessa e i «Pensieri» del filosofo francese

Cinquant’anni fa, il 23 luglio 1957, moriva a Roma Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo. Attorno alla sua figura e al suo romanzo si creò, e giustamente, nel giro di pochi anni, un alone di leggenda letteraria e di aneddotica che mise ancora di più in luce il valore del romanzo che rimane, ad oggi, uno dei più validi del Novecento italiano. Ma sono varie le sfaccettature sotto cui può essere letta tutta l’opera del grande scrittore palermitano; intanto non solo Il Gattopardo, ma anche i Racconti, Lezioni su Stendhal e, ultimamente, un epistolario 1925-30, Viaggio in Europa, che poco aggiunge al Tomasi già conosciuto. Sfaccettature che vanno da quelle strettamente letterarie, a quelle storiche, culturali, di costume, siciliane, religiose; tutte insieme costruiscono la personalità di Tomasi di Lampedusa: nobile nel casato, nello stile e laico nel sentire religioso.
La dimensione del sacro, nel romanzo, sta come sullo sfondo, come un dato storico di cui lo scrittore prende atto; vive al di fuori dell’animo del Tomasi che il più delle volte guarda distaccato e sornione (si pensi al celebre attacco della recita del rosario, peraltro, letterariamente, bellissimo). Lo stesso si dica dei Racconti in cui lo scrittore rievoca, principalmente, i luoghi della sua prima infanzia, come la chiesa, il teatro e il palazzo di Santa Margherita Belice. «Il romanzo indubbiamente registra – osserva Gioacchino Lanza Tomasi – la contrapposizione fra laici e credenti nei suoi aspetti meno esaltanti, la rapacità connota soprattutto il campo liberale, l’ottusità quello ecclesiastico, ma al tempo stesso nel protagonista e in incidentali commenti sul destino ultimo si avverte anche tutta una problematica della questione; la presenza di Dio non soltanto è difficilmente avvertibile, ma è anche eminentemente instabile». E un attento criti co come Geno Pampaloni aveva osservato a suo tempo, nel 1986: «Un cattolico potrà scorgere nella sconsolata « fine di tutto » la messe attossicata di un mondo senza fede. Tuttavia c’è anche qualche cosa di più: al di là di ogni contenuto politico sociale o istituzionale, nel termine « liberazione » come l’Europa migliore lo ha interpretato e vissuto, c’è anche prepotente una luce di carità, l’appuntamento e l’impegno che ogni generazione prende, istintivamente, e collettivamente, verso una somma di valori spirituali in cui riconoscersi e realizzarsi. Questo appuntamento, possiamo dirlo, per la nostra generazione è fallito. Esplicitamente o no, è ancora al vuoto di questa crisi che Tomasi volge, dal fondo della sua solitaria esperienza, il suo disincanto».
Il senso del sacro si può trovare forse nella vita di Tomasi di Lampedusa, in quella sua grande passione per Pascal e i suoi Pensieri, in quel suo credere che la ragione non può esaurire la comprensione della realtà, nella ricerca della fede sulla scia dei suoi due antenati santi: san Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la venerabile suor Maria Crocifissa, vissuti nella seconda metà del Seicento; nella commossa e quasi rivelatoria visita al monastero di Palma di Montechiaro nel 1956, per le parole e la testimonianza di fede di una badessa di grande carisma come suor Maria Enrichetta Fanara. L’incontro, come ricorda il figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi, scosse fortemente l’animo dello scrittore, a contatto con le antiche testimonianze del monastero e soprattutto con le parole calde e spirituali della badessa. A distanza di cinquant’anni la figura di questo grande scrittore viene consegnata alla storia, pervasa da un pessimismo storico, da una grande cultura e da uno splendore letterario che in mezzo al qualunquismo odierno insegna molto. E ciò non è poco.

il personaggio
Fabrizio Salina e la sfera di Venere

Il protagonista del romanzo era il bisnonno astronomo di Lampedusa: scoprì due pianetini

Il protagonista del Gattopardo non è figura di fantasia. Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, principe di Salina, era infatti il bisnonno di Giuseppe e fu un autodidatta appassionato di astronomia. Nato a Palermo nel 1815, era stato iniziato alla scienza del cielo dal suo precettore padre Foschi e nel 1853 aveva costruito due « osservatori » nelle sue ville di Spaccaforno e di San Lorenzo Colli. L’osservatorio di San Lorenzo era una costruzione a due piani e fu usato dal principe come logo della sua carta intestata. Pietro Tacchini, direttore dell’osservatorio del Collegio Romano, parlando degli osservatori privati nel nostro paese scrisse: «Un altro è a Palermo, e fino a che vivrà il principe di Lampedusa sarà il solo osservatorio privato degno di essere menzionato». Utilizzando una ricca strumentazione, parte della quale è stata acquistata dall’osservatorio di Palermo, il principe «contemplava nel silenzio, non distratto, i moti e le fasi degli astri e non vivea se non per questo». Si legge nel romanzo che il principe «possedeva forti e reali inclinazioni alle matematiche» e che «aveva applicato queste all’astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private». Sta anche scritto che il principe scoprì due « pianetini » che chiamò Salina e Svelto. Secondo alcune biografie i due oggetti corrisponderebbero a Palma e Lampedusa, ma ciò non è possibile in quanto Palma fu scoperto nel 1893 (Fabrizio era morto nel 1885) e Lampedusa in tempi recenti. E inoltre non esiste nessun documento sulla medaglia d’argento che
la Sorbona gli avrebbe consegnato per la scoperta. Al principe fu anche attribuita la scoperta di una cometa che in realtà era già stata osservata. Considerava questi oggetti non «messaggeri di catastrofi», ma prevedere la loro apparizione «era anzi il trionfo della ragione umana che si proiettava e prendeva parte alla sublime normalità dei cieli». Nel romanzo si ricorda anche il pianeta Venere, definito la «stella del p rincipe»: «Venere brillava, chicco d’uva sbucciato, trasparente e umido, e di già sembrava di udire il rombo del carro solare che saliva l’erta sotto l’orizzonte…». Quando morì, l’Accademia palermitana di cui era socio nella classe « Scienze naturali ed esatte », lo definì «cultore chiarissimo della scienza astronomica». Nel romanzo si registra anche un errore astronomico nella descrizione degli strumenti: «I due telescopi e i tre cannocchiali, accecati dal sole, stavano accucciati buoni buoni, col tappo nero sull’oculare, come bestie ben avvezze che sapessero come il loro pasto vien dato soltanto la sera». La descrizione è molto bella, ma chi è pratico di astronomia sa che il « tappo » non si mette sull’ »oculare », ma sull’ »obiettivo ». 

 

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San Camillo de Lellis, esempio attuale di carità

SCUSATE NON SO PERCHÉ VIENE COSÌ, FORSE STANNO FACENDO DEI LAVORI PER MIGLIORARE I BLOG, dal sito:

http://www.zenit.org/article-11479?l=italian

 San Camillo de Lellis, esempio attuale di carità 
La Chiesa lo ha festeggiato il 18 luglio 

 CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 20 luglio 2007 (ZENIT.org).-

Ci sono santi che resistono davvero al passare del tempo. Non importa quanti secoli ci possano dividere: alcuni di loro hanno vissuto lotte e difficoltà che anche noi, centinaia di anni dopo, possiamo sperimentare. E’ il caso di San Camillo de Lellis, la cui festa è stata celebrata il 18 luglio. Benedetto XVI lo ha già osservato, citando San Camillo nella sua prima Enciclica, “Deus caritas est”, tra San Francesco d’Assisi, San Giovanni della Croce, Madre Teresa di Calcutta e altri come “modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà”. Ciò che rende San Camillo unico è che fino a 32 anni nessuno avrebbe pensato che quel giovane strano e tormentato avrebbe potuto avere un destino così glorioso.Camillo de Lellis nacque nel 1550, figlio di un soldato mercenario. Sua madre morì quando era ancora un bambino. Il padre non era un grande modello: non gli importava da quale parte combatteva; prese perfino parte al sacco di Roma nel 1527.Cresciuto in quella che nel gergo moderno si chiamerebbe una “famiglia disfunzionale”, Camillo ricevette una scarsa istruzione e aveva una spiccata propensione per il gioco d’azzardo. Per pagare i suoi debiti seguì le orme paterne, diventando un mercenario. In uno dei suoi momenti peggiori, perse la spada, il fucile e le munizioni – gli strumenti del mestiere. Era povero nel corpo e nello spirito.

La conversione di Camillo non avvenne dalla mattina alla sera. Cercò di unirsi ai Francescani, fallì e ritornò alle vecchie abitudini. Si alzò e ricadde molte volte prima di iniziare a percorrere la giusta via.

Roma ebbe un ruolo importante nella sua conversione. Arrivò all’ospedale di San Giacomo degli Incurabili cercando cure per i suoi piedi, che lo tormentavano sin da piccolo. In cambio si offrì di assistere i malati e i morenti.

Dedicando tempo, amore e attenzione ai malati, iniziò a guarire spiritualmente e fisicamente. Smise di giocare d’azzardo e la sua malattia si affievolì.

La Provvidenza inviò a Camillo uno straordinario direttore spirituale: San Filippo Neri incontrò il giovane e lo prese sotto la sua protezione.

Camillo vide che voleva diventare qualcosa di più, per poter offrire di più. Andò a scuola, imparando la grammatica tra i ragazzi del Collegio Romano Gesuita. Apprese non sono le lettere, ma anche l’umiltà.

Venne ordinate sacerdote nel 1584 e fondò un ordine, i Fratelli della Buona Morte. Anche se curava i malati e i poveri, dedicava speciale attenzione a confortare i morenti.

Il suo passato gli fu utile. Nessun caso era troppo lontano per interessarsene, perché si ricordava quanto fosse stato perso egli stesso. Poteva riconosce i segni delle dipendenze immediatamente e in questo modo era capace di capire e di aiutare la gente che sarebbe stata trascurata da altri.

Nella “Deus Caritas Est”, il Santo Padre ha riflettuto sul fatto che i santi dimostrano che “chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino”.

L’“autoaiuto” di San Camillo si centrava sul vedere Gesù negli altri piuttosto che nel rimuginare su se stesso, consiglio che si adatta bene alla nostra epoca.

I Fratelli della Buona Morte in zone disastrate o ospedali erano facilmente identificabili dalle croci rosse che indossavano sul davanti del loro abito.

Ancora oggi,
la Croce Rossa è sinonimo di aiuto medico, anche se l’origine del simbolo moderno sembra diversa. Il fondatore della Croce Rossa moderna, Henri Dunant, era svizzero. Testimoniò la sofferenza dei feriti durante la battaglia di Solferino nel 1859 e reclutò gli abitanti dei villaggi vicini per prendersene cura.

L’iniziativa di Dunant venne ratificata durante
la Convenzione di Ginevra e la croce rossa su sfondo bianco, il contrario rispetto alla bandiera svizzera, venne scelta come simbolo in onore delle origini di Dunant.

Siano i due simboli collegati o meno, per mezzo millennio la croce rossa ha portato speranza agli afflitti e sollievo ai sofferenti. 

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Predicatore del Papa: la vera amicizia

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11480?l=italian

Predicatore del Papa:
la vera amicizia
  Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima 

ROMA, venerdì, 20 luglio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima. 


XVI Domenica del Tempo Ordinario (C)
Genesi 18, 1-10a; Colossesi 1, 24-28; Luca 10, 38-42
GLI AMICI DI GESU’

A Maria non sembrava vero di avere il Maestro, una volta tanto, tutto per sé, di poter ascoltare in silenzio le parole di vita eterna che egli diceva anche nei momenti di riposo. Così ella se ne stava ad ascoltarlo accovacciata ai suoi piedi, come si usa fare ancora oggi in oriente. Non è difficile immaginare il tono, tra il risentito e lo scherzoso, con cui Marta, passando davanti ai due, dice a Gesù (ma perché senta sua sorella!):  » Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti ». Fu a questo punto che Gesù pronunciò una parola che da sola costituisce un piccolo vangelo: « Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta ». La tradizione ha visto nelle due sorelle il simbolo, rispettivamente, della vita attiva e della vita contemplativa; la liturgia, con la scelta della prima lettura (Abramo che accoglie i tre angeli alle querce di Mamre), mostra di vedere nell’episodio un esempio di ospitalità. Io credo, però, che il tema più evidente sia quello dell’amicizia. « Gesú amava Marta, insieme a sua sorella e a Lazzaro », si legge nel vangelo (Gv 11,5); quando gli recano la notizia della morte di Lazzaro dice ai discepoli: « Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a risvegliarlo » (Gv 11, 11). Davanti al dolore delle due sorelle, scoppia a piangere anche lui, tanto che i presenti esclamano: « Guardate come l’amava! » (Gv 11, 36). È tanto bello e consolante sapere che Gesú ha conosciuto e coltivato quel sentimento tanto bello e prezioso per noi uomini che è l’amicizia. Dell’amicizia si deve dire quello che S. Agostino diceva del tempo: « Io so cos’è il tempo, ma se qualcuno mi chiede di spiegarglielo, non lo so più ». In altre parole, è più facile intuire cos’è l’amicizia che spiegarlo a parole. È un’attrazione reciproca e un’intesa profonda tra due persone, ma non basata sul sesso, come è l’amore coniugale. È l’unione di due anime, non di due corpi. In questo senso gli antichi dicevano che l’amicizia è avere « un’anima sola in due corpi ». Può costituire un vincolo più forte della stessa parentela. Questa consiste nell’avere lo stesso sangue nelle vene; l’amicizia nell’avere gli stessi gusti, ideali, interessi. È essenziale per l’amicizia che essa sia fondata su una comune ricerca del bene e dell’onesto. Quella tra persone che si uniscono per fare il male, non è amicizia ma complicità, è « associazione a delinquere », come si dice in gergo giudiziario. L’amicizia è diversa anche dall’amore prossimo. Questo deve abbracciare tutti, anche chi non ti riama, anche il nemico, mentre l’amicizia esige la reciprocità, cioè che l’altro corrisponda al tuo amore. L’amicizia si nutre di confidenza, cioè del fatto che io confido a un altro quello che c’è di più intimo e personale nei miei pensieri ed esperienze. A volte io dico ai giovani: Volete scoprire quali sono i vostri veri amici e fare una graduatoria tra di essi? Cercate di ricordare quali sono le esperienze più segrete della vostra vita, positive o negative, osservate a chi le avete confidate: quelli sono i vostri veri amici. E se c’è una cosa della vostra vita, così intima che l’avete rivelata a una persona sola, quella è il vostro più grande amico o amica. La Bibbia è piena di elogi dell’amicizia. « Un amico fedele è un sostegno potente; chi lo trova ha trovato un tesoro » (Sir 6, 14 ss). Il banco di prova della vera amicizia è la fedeltà. « Finiti i soldi, finiti gli amici », dice un detto popolare. Non è vera amicizia quella che viene meno alla prima difficoltà dell’amico. Il vero amico si vede nella prova. La storia è piena di storie di grandi amicizie immortalate dalla letteratura; ma anche la storia della santità cristiana conosce esempi di amicizie famose. Un problema delicato circa l’amicizia è se essa è possibile anche una volta sposati. Non è detto che si debba fare un taglio netto con tutte le amicizie coltivate prima del matrimonio, ma certo si richiede un riassetto, pena difficoltà e crisi tra la coppia. Le amicizie più sicure sono quelle coltivate insieme, come coppia. Tra le amicizie coltivate separatamente, quelle con persone del proprio sesso creeranno meno problemi di quelle di sesso diverso. Spesso in questi casi viene punita la presunzione, il fatto di credersi al di sopra di ogni sospetto e di ogni pericolo. Film con titoli del tipo: « La moglie del mio migliore amico » la dicono lunga sul problema…Ma a parte questo fatto estremo, si creano problemi pratici seri. L’amico non può avere più importanza del coniuge. Non si può uscire ogni sera con gli amici lasciando l’altro (più spesso l’altra, la moglie!) solo in casa. Anche per le persone consacrate le amicizie più sicure sono quelle condivise con il resto della comunità. Parlando di Lazzaro, Gesú non dice « il mio amico Lazzaro », ma « il nostro amico Lazzaro ». Lazzaro e le sorelle erano divenute amici anche degli apostoli, secondo il noto principio « gli amici dei miei amici sono miei amici ». Così erano le grandi amicizie tra alcuni santi, per esempio quella tra Francesco d’Assisi e Chiara. Francesco è fratello e padre di tutte le suore; Chiara è la sorella e la madre di tutti i frati.

Publié dans:Bibbia: commenti alla Scrittura |on 20 juillet, 2007 |Pas de commentaires »

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