Archive pour le 11 juillet, 2007

San Benedetto – Capolettera miniato

San Benedetto - Capolettera miniato  dans immagini sacre 972

San Benedetto

Anonimo

Capolettera miniato raffigurante San Benedetto e i monaci del suo ordine.
1460-1470 circa

Il capolettera è parte di un corale in uso in un monastero benedettino.

http://www.immaginidistoria.it/immagine1.php?id_img=972&id=10&id_epo=14

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Gianfranco Ravasi: la sua gioia

 dal sito on line del giornale « Avvenire »:

11 Luglio 2007  

 

la sua gioia 

 

La terra è la sua gioia, sua gioia il cielo e lo splendore del sole e della luna. Sua gioia è l’inizio, il mezzo e la fine. Sua gioia l’ombra e la luce. Oceani e onde sono la sua gioia. Suoi giochi sono la luce, l’acqua, l’universo intero, terra e cielo.
Forse è accaduto a tutti di sostare in uno degli splendidi monasteri benedettini storici in una giornata di luce e scoprire in quel silenzio, interrotto solo dall’eco del canto gregoriano o dai suoni della natura, un senso unico di pace e di contemplazione. Oggi la liturgia celebra s. Benedetto, il padre del monachesimo occidentale. Egli è il vessillo cristiano di un popolo universale di mistici, di una folla di fedeli che in tutte le lingue e anche in tutte le confessioni religiose, ha cercato Dio con cuore puro e sereno. È ciò che affiora anche nei versi che abbiamo desunto da uno (l’82°) dei Canti dell’amore infinito di un poeta mistico indiano, Kabir (ca. 1440-1518).
L’idea che il mondo sia una sorta di cristallizzazione della gioia di Dio si trasforma in un invito a vivere nascita e morte, presenza e assenza, festa e lutto, felicità e dolore come iridescenze differenti di un’unica realtà che ha al suo interno un progetto, un significato, una coerenza. Siamo, quindi, condotti all’esperienza profonda della fede che non ignora l’esistenza del male, dell’ombra, della prova ma che riesce a collocarla all’interno di un disegno che ha una sua armonia e che è retto da una mano sapiente e superiore. È un po’ questo il senso ultimo anche del libro di Giobbe. E dovrebbe essere un po’ questa la meta della nostra fede che trova nella storia, con tutto il suo peso e la sua opacità, il filo di luce che conduce alla meta. 

 

La terra è la sua gioia, sua gioia il cielo e lo splendore del sole e della luna. Sua gioia è l’inizio, il mezzo e la fine. Sua gioia l’ombra e la luce. Oceani e onde sono la sua gioia. Suoi giochi sono la luce, l’acqua, l’universo intero, terra e cielo.
Forse è accaduto a tutti di sostare in uno degli splendidi monasteri benedettini storici in una giornata di luce e scoprire in quel silenzio, interrotto solo dall’eco del canto gregoriano o dai suoni della natura, un senso unico di pace e di contemplazione. Oggi la liturgia celebra s. Benedetto, il padre del monachesimo occidentale. Egli è il vessillo cristiano di un popolo universale di mistici, di una folla di fedeli che in tutte le lingue e anche in tutte le confessioni religiose, ha cercato Dio con cuore puro e sereno. È ciò che affiora anche nei versi che abbiamo desunto da uno (l’82°) dei Canti dell’amore infinito di un poeta mistico indiano, Kabir (ca. 1440-1518).
L’idea che il mondo sia una sorta di cristallizzazione della gioia di Dio si trasforma in un invito a vivere nascita e morte, presenza e assenza, festa e lutto, felicità e dolore come iridescenze differenti di un’unica realtà che ha al suo interno un progetto, un significato, una coerenza. Siamo, quindi, condotti all’esperienza profonda della fede che non ignora l’esistenza del male, dell’ombra, della prova ma che riesce a collocarla all’interno di un disegno che ha una sua armonia e che è retto da una mano sapiente e superiore. È un po’ questo il senso ultimo anche del libro di Giobbe. E dovrebbe essere un po’ questa la meta della nostra fede che trova nella storia, con tutto il suo peso e la sua opacità, il filo di luce che conduce alla meta. 

 

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SAN BENEDETTO – LA SANTA REGOLA – Capitolo VII – L’umiltà

dal sito:

 

http://www.maranatha.it/Testi/TestiVari/Testi2Text.htm#VI

 

SAN BENEDETTO –

LA SANTA REGOLA 

 

Capitolo VII – L’umiltà  

1.  La sacra Scrittura si rivolge a noi, fratelli, proclamando a gran voce: « Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato ». 

2. Così dicendo, ci fa intendere che ogni esaltazione è una forma di superbia, 

3. dalla quale il profeta mostra di volersi guardare quando dice: « Signore, non si è esaltato il mio cuore, né si è innalzato il mio sguardo, non sono andato dietro a cose troppo grandi o troppo alte per me ». 

4. E allora? « Se non ho nutrito sentimenti di umiltà, se il mio cuore si è insuperbito, tu mi tratterai come un bimbo svezzato dalla propria madre ». 

5. Quindi, fratelli miei, se vogliamo raggiungere la vetta più eccelsa dell’umiltà e arrivare rapidamente a quella glorificazione celeste, a cui si ascende attraverso l’umiliazione della vita presente, 

6. bisogna che con il nostro esercizio ascetico innalziamo la scala che apparve in sogno a Giacobbe e lungo la quale questi vide scendere e salire gli angeli. 

7. Non c’è dubbio che per noi quella discesa e quella salita possono essere interpretate solo nel senso che con la superbia si scende e con l’umiltà si sale. 

8. La scala così eretta, poi, è la nostra vita terrena che, se il cuore è umile, Dio solleva fino al cielo; 

9. noi riteniamo infatti che i due lati della scala siano il corpo e l’anima nostra, nei quali la divina chiamata ha inserito i diversi gradi di umiltà o di esercizio ascetico per cui bisogna salire. 

10.  Dunque il primo grado dell’umiltà è quello in cui, rimanendo sempre nel santo timor di Dio, si fugge decisamente la leggerezza e la dissipazione, 

11.    si tengono costantemente presenti i divini comandamenti e si pensa di continuo all’inferno, in cui gli empi sono puniti per i loro peccati, e alla vita eterna preparata invece per i giusti. 

12.   In altre parole, mentre si astiene costantemente dai peccati e dai vizi dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri della carne, 

13.   l’uomo deve prendere coscienza che Dio lo osserva a ogni istante dal cielo e che, dovunque egli si trovi, le sue azioni non sfuggono mai allo sguardo divino e sono di continuo riferite dagli angeli. 

14.   E’ ciò che ci insegna il profeta, quando mostra Dio talmente presente ai nostri pensieri da affermare: « Dio scruta le reni e i cuori » 

15.   come pure: « Dio conosce i pensieri degli uomini ». 

16.   Poi aggiunge: « Hai intuito di lontano i miei pensieri » 

17.   e infine: « Il pensiero dell’uomo sarà svelato dinanzi a te ». 

18.   Quindi, per potersi coscienziosamente guardare dai cattivi pensieri, bisogna che il monaco vigile e fedele ripeta sempre tra sé: « Sarò senza macchia dinanzi a lui, solo se mi guarderò da ogni malizia ». 

19.   Ci è poi vietato di fare la volontà propria, dato che
la Scrittura ci dice: « Allontanati dalle tue voglie » 

20. e per di più nel Pater chiediamo a Dio che in noi si compia la sua volontà. 

21.   Perciò ci viene giustamente insegnato di non fare la nostra volontà, evitando tutto quello di cui
la Scrittura dice: « Ci sono vie che agli uomini sembrano diritte, ma che si sprofondano negli abissi dell’inferno » 

22. e anche nel timore di quanto è stato affermato riguardo ai negligenti: « Si sono corrotti e sono divenuti spregevoli nella loro dissolutezza ». 

23. Quanto poi alle passioni della nostra natura decaduta, bisogna credere ugualmente che Dio è sempre presente, secondo il detto del profeta: « Ogni mio desiderio sta davanti a te ». 

24. Dobbiamo quindi guardarci dalle passioni malsane, perché la morte è annidata sulla soglia del piacere. 

25. Per questa ragione
la Scrittura prescrive: « Non seguire le tue voglie ». 

26. Se dunque « gli occhi di Dio scrutano i buoni e i cattivi » 

27. e se « il Signore esamina attentamente i figli degli uomini per vedere se vi sia chi abbia intelletto e cerchi Dio », 

28. se a ogni momento del giorno e della notte le nostre azioni vengono riferite al Signore dai nostri angeli custodi, 

29. bisogna, fratelli miei, che stiamo sempre in guardia per evitare che un giorno Dio ci veda perduti dietro il male e isteriliti, come dice il profeta nel salmo e, 

30. pur risparmiandoci per il momento, perché è misericordioso e aspetta la nostra conversione, debba dirci in avvenire: « Hai fatto questo e ho taciuto ». 

31.   Il secondo grado dell’umiltà è quello in cui, non amando la propria volontà, non si trova alcun piacere nella soddisfazione dei propri desideri, 

32. ma si imita il Signore, mettendo in pratica quella sua parola, che dice: « Non sono venuto a fare la mia volontà, ma quella di colui che mi ha mandato ». 

33. Cosa » pure un antico testo afferma: « La volontà propria procura la pena, mentre la sottomissione conquista il premio ». 

34. Terzo grado dell’umiltà è quello in cui il monaco per amore di Dio si sottomette al superiore in assoluta obbedienza, a imitazione del Signore, del quale l’Apostolo dice: « Fatto obbediente fino alla morte ». 

35. Il quarto grado dell’umiltà è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate nell’esercizio dell’obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza 

36. e sopporta tutto con pazienza, senza stancarsi né cedere secondo il monito della Scrittura:  » Chi avrà sopportato sino alla fine questi sarà salvato ». 

37. E ancora: « Sia forte il tuo cuore e spera nel Signore ». 

38. E per dimostrare come il servo fedele deve sostenere per il Signore tutte le possibili contrarietà, esclama per bocca di quelli che patiscono: « Ogni giorno per te siamo messi a morte, siamo trattati come pecore da macello ». 

39. Ma con la sicurezza che nasce dalla speranza della divina retribuzione, costoro soggiungono lietamente: « E di tutte queste cose trionfiamo in pieno, grazie a colui che ci ha amato », 

40. mentre altrove
la Scrittura dice: « Ci hai provato, Signore, ci hai saggiato come si saggia l’argento col fuoco; ci hai fatto cadere nella rete, ci hai caricato di tribolazioni ». 

41.   E per indicare che dobbiamo assoggettarci a un superiore, prosegue esclamando: « Hai posto degli uomini sopra il nostro capo ». 

42. Quei monaci, però, adempiono il precetto del Signore, esercitando la pazienza anche nelle avversità e nelle umiliazioni, e, percossi su una guancia, presentano l’altra, cedono anche il mantello a chi strappa loro di dosso la tunica, quando sono costretti a fare un miglio di cammino ne percorrono due, 

43. come l’Apostolo Paolo sopportano i falsi fratelli e ricambiano con parole le offese e le ingiurie. 

44. Il quinto grado dell’umiltà consiste nel manifestare con un’umile confessione al proprio abate tutti i cattivi pensieri che sorgono nell’animo o le colpe commesse in segreto, 

45. secondo l’esortazione della Scrittura, che dice: « Manifesta al Signore la tua via e spera in lui ». 

46. E anche: « Aprite l’animo vostro al Signore, perché è buono ed eterna è la sua misericordia », 

47. mentre il profeta esclama: « Ti ho reso noto il mio peccato e non ho nascosto la mia colpa. 

48. Ho detto: « confesserò le mie iniquità dinanzi al Signore » e tu hai perdonato la malizia del mio cuore ». 

49. Il sesto grado dell’umiltà è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e grossolane e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto quello che gli impone l’obbedienza, 

50. ripetendo a se stesso con il profeta: « Sono ridotto a nulla e nulla so; eccomi dinanzi a te come una bestia da soma, ma sono sempre con te ». 

51.   Il settimo grado dell’umiltà consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell’esserne convinto dal profondo del cuore, 

52. umiliandosi e dicendo con il profeta: « Ora io sono un verme e non un uomo, l’obbrobrio degli uomini e il rifiuto della plebe »; 

53. « Mi sono esaltato e quindi umiliato e confuso » 

54. e ancora: « Buon per me che fui umiliato, perché imparassi la tua legge ». 

55. L’ottavo grado dell’umiltà è quello in cui il monaco non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo sprona la regola comune del monastero e l’esempio dei superiori e degli anziani. 

56. Il nono grado dell’umiltà è proprio del monaco che sa dominare la lingua e, osservando fedelmente il silenzio, tace finché non è interrogato, 

57. perché
la Scrittura insegna che « nelle molte parole non manca il peccato » 

58. e che « l’uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla terra ». 

59. Il decimo grado dell’umiltà è quello in cui il monaco non è sempre pronto a ridere, perché sta scritto: « Lo stolto nel ridere alza la voce ». 

60. L’undicesimo grado dell’umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce, 

61.   come sta scritto: « Il saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare ». 

62. Il dodicesimo grado, infine, è quello del monaco, la cui umiltà non è puramente interiore, ma traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento esteriore, 

63. in quanto durante l’Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell’orto, per via, nei campi, dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi, tiene costantemente il capo chino e gli occhi bassi; 

64. e, considerandosi sempre reo per i propri peccati, si vede già dinanzi al tremendo giudizio di Dio, 

65. ripetendo continuamente in cuor suo ciò che disse, con gli occhi fissi a terra il pubblicano del Vangelo: « Signore, io, povero peccatore, non sono degno di alzare gli occhi al cielo ». 

66. E ancora con il profeta: « Mi sono sempre curvato e umiliato ». 

67. Una volta ascesi tutti questi gradi dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quella carità, che quando è perfetta, scaccia il timore; 

68. per mezzo di essa comincerà allora a custodire senza alcuno sforzo e quasi naturalmente, grazie all’abitudine, tutto quello che prima osservava con una certa paura; 

69. in altre parole non più per timore dell’inferno, ma per timore di Cristo, per la stessa buona abitudine e per il gusto della virtù. 

70. Sono questi i frutti che, per opera dello Spirito Santo, il Signore si degnerà di rendere manifesti nel suo servo, purificato ormai dai vizi e dai peccati. 

 

 

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P. Zanchi: padre Bossi sta continuando la sua missione, in modo diverso, non programmato da lui

dal sito: 

 http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9790&size=A

» 11/07/2007 10:01
ITALIA – FILIPPINE

P. Zanchi: padre Bossi sta continuando la sua missione, in modo diverso, non programmato da lui

Il superiore generale del PIME, durante la messa per il sacerdote rapito, ricorda le parole di Paolo, “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”, per invitare alla speranza. La giornata di preghiera è stata celebrata nei cinque continenti.

Roma (AsiaNews) – Padre Giancarlo “sta continuando la sua missione, in modo diverso, non programmato da lui” e, condividendo la “compassione” di Gesù, sta comunicando ai suoi sequestratori il messaggio del perdono e dell’amore. E’ la speranza il segno che ha maggiormente caratterizzato la celebrazione eucaristica presieduta dal superiore generale del PIME, padre Gian Battista Zanchi, nella casa generalizia di Roma, colma di fedeli, e concelebrato da tutti i missionari dell’Istituto presenti in città. Speranza fondata sulla fede, evocata nella frase paolina “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” che anche in questo momento padre Zanchi vuole “risuoni nella mente e nel cuore di padre Giancarlo”. 

  

Con accenti diversi, lo stessa speranza e la stessa fede sono risuonate, oggi, nei cinque continenti, in tutte le case dei missionari del PIME, uniti in una preghiera che, cadenzata dal calare del sole nelle regioni del mondo, ha coperto l’intero giorno. Televisioni e giornali, accorsi non solo a Roma, ne stanno allargando l’eco. 

  

Paolo, dunque, nelle parole di padre Zanchi, “esprime la sua persuasione innegabile: nessun ostacolo potrà mai spegnere la sua fede nell’amore di Dio e di Cristo per noi. Questa, dice Paolo, è la sua missione come evangelizzatore: annunciare che Dio ama l’umanità in Cristo e darne conferma subito con la propria testimonianza personale. Paolo dice che Dio si è servito di lui come di un esempio per dimostrare quanto è grande la sua magnanimità. ‘…Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna’ (1Tim 1,15-16)”. 

  

“Vorremmo – ha proseguito il superiore generale del PIME – che queste parole, piene di fede, di Paolo: ‘Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?’ risuonino nella mente e nel cuore di P. Giancarlo. Come anche queste altre parole del Signore al suo profeta: ‘Ora va’, io ti mando… Non temere. Sono con te per proteggerti’ (Ger 1,8), ‘Sii forte e coraggioso, non temere dunque e non spaventarti perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada’ (Giosuè 1,9)”. 

  

“P. Giancarlo – ha detto ancora padre Zanchi – sta continuando la sua missione, in modo diverso, non programmato da lui, prigioniero in un piccolo luogo geografico, rivolto a poche persone: i suoi ‘sequestratori’, ai quali ha un solo messaggio da comunicare: che li perdona, che non farà mai del male né a loro né alle loro famiglie, che li ama e che continuerà ad amarli, anche se lo hanno preso e trattenuto ingiustamente, perché questo è l’insegnamento e l’esempio di Gesù, il missionario per eccellenza”. 

  

Prendendo poi spunto dal Vangelo odierno che racconta della guarigione di un indemoniato muto il superiore generale ha sottolineato ciò che caratterizza la “missione” di Gesù. “L’attività di Gesù è presentata come insegnamento, predicazione, guarigione; riguarda tutti ‘tutte le città e i villaggi’; ‘ogni malattia ed infermità’; ed è originata dalla sua ‘compassione’ di fronte alla precaria condizione del popolo, gente che manca di una guida saggia e sicura ed è per questo esposta a ogni tipo di influenza, è stanca, affamata e vaga senza una meta, ha esaurito le forze e ha perso la speranza. Questa condizione del popolo spinge Gesù a coinvolgere i discepoli, li invita a pregare Dio, il padrone della messe, perché mandi operai. Gesù chiede anzitutto di pregare. Ci ricorda che non siamo noi i padroni, né del campo né della messe. Il padrone è Dio, ed è ancora Lui che vuole togliere le persone dalla paralisi in cui si trovano perchè stanche e scoraggiate. Pregare vuol dire essere in comunione con il pastore, muoverci con lui e come lui per radunare chi è solo e disperso, per guarire chi è ferito e malato. Dal pastore vengono l’esempio e la forza: la preghiera ci mantiene svegli e volonterosi, e questo serve a trasformare la compassione in carità e solidarietà”. 

  

“Anche oggi tanta gente è stanca e sfinita, delusa, senza speranza, abbandonata a se stessa. Condividere la ‘compassione’ di Gesù significa prestare attenzione alla sofferenza delle persone, farsi prossimo a loro per portare una speranza di vita. E’ quello che ha fatto p. Giancarlo per la gente delle Filippine e di Payao recentemente. Non doveva andare lì. Nell’assemblea regionale del febbraio scorso, alla quale ho partecipato, il P. Giancarlo, appena rientrato dall’Italia, aveva comunicato ai confratelli il suo desiderio/progetto di cominciare un altro tipo di presenza in un piccolo villaggio, condividendo la vita dei contadini, la loro fede, il loro lavoro. Poi è arrivato inaspettato l’invito/proposta dell’Amministratore della Diocesi di Ipil: non potresti tornare nella parrocchia di Payao rimasta senza sacerdote? E’ stato sufficiente manifestare questo bisogno urgente e P. Giancarlo, messo da parte il suo progetto, accetta subito l’invito, con sorpresa del superiore locale”. 

  

“Nella zona di Payao il P. Giancarlo aveva vissuto i primi anni di missione, aveva costruito il convento, cioè la casa del parroco, lì con la sua semplicità, con il duro lavoro, anche fisico, con la sua bontà e capacità di stabilire ottime relazioni con tutti aveva conquistato il cuore della gente, cristiana e non. A Payao P. Giancarlo era tornato da pochi mesi e già aveva suscitato gioia, tanto entusiasmo e speranza tra la gente, quando, del tutto inaspettato, è giunto il sequestro. Da quel giorno, domenica 10 giugno, la gente di Payao, sia cristiani che musulmani, si è subito raccolta in preghiera e continua, senza stancarsi e senza interruzioni, a presentare al Signore la sua intercessione per la liberazione di p. Giancarlo. Anche noi, e con noi tutte le comunità Pime sparse nel mondo, in comunione con le comunità cristiane e di altre confessioni religiose, preghiamo per il pronto ritorno di P. Giancarlo. Sono certo che questa preghiera concorde ed incessante che sale a Dio da tante parti, in tante lingue ed espressioni religiose diverse, toccherà il cuore di Dio, che manderà il suo angelo o indicherà la via per la giusta trattativa che porti alla liberazione di P. Giancarlo”. 

  

“A Maria, Regina degli apostoli e soprattutto Mamma, – è stata la preghiera conclusiva – affidiamo il P. Giancarlo, perché lo protegga da ogni pericolo e conservi nel suo cuore la pace, la speranza e la pazienza”. 

buona giornata (oramai!)

buona giornata (oramai!) dans immagini buon...notte, giorno Lilium_martagon_4_o

Lilium martagon L., Martagone, Riccio di dama: pianta, fiore , Liliaceae. Protetta

http://www.gnbellona.it/temi/lu.html

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L’Europa civilizzata e evangelizzata dai figli di san Benedetto

Pio XII, papa dal 1939 al 1958
Lettera Enciclica Fulgens radiatur, 21/3/1947

L’Europa civilizzata e evangelizzata dai figli di san Benedetto

Come invero nei secoli passati le legioni romane marciavano per le vie consolari per assoggettare all’impero di Roma tutte le nazioni, così ora numerose schiere di monaci, le cui armi «non sono carnali, ma potenti in Dio solo» (2Cor 10,4), sono inviate dal sommo pontefice, affinché dilatino felicemente il pacifico regno di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, non con la spada, non con la forza, non con le stragi, ma con la croce e con l’aratro, con la verità e con l’amore.

E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù. Innumerevoli apostoli, accesi di soprannaturale carità, percorsero incognite e turbolente regioni d’Europa, le innaffiarono generosamente del loro sudore e del loro sangue, e ai popoli pacificati portarono la luce della cattolica verità e santità…

Difatti non solo l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda, la Frisia, la Danimarca, la Germania, la Scandinavia e l’Ungheria, ma anche non poche nazioni slaviche si vantano dell’apostolato di questi monaci e li annoverano tra le loro glorie e come gli illustri fondatori della loro civiltà

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