Archive pour juin, 2007

Speranza che attende tra gli uomini fratelli

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Speranza che attende tra gli uomini fratelli

«Forse qualcuno non se n’è ancora accorto: i cristiani vivono nel mondo tamquam scintillae in arundineto, come scintille in mezzo al campo. Viviamo nella diaspora. Ma la diaspora è la condizione normale del cristianesimo nel mondo». Intervista col cardinale Godfried Danneels, primate del Belgio 

Intervista con il cardinale Godfried Danneels di Gianni Valente  

      Mechelen, 24 maggio 2007. Sua eminenza appare in forma, preso da mille cose. Aveva concentrato i suoi impegni a maggio, perché per giugno aveva in programma un viaggio a Pechino e nella Mongolia cinese, per andare a trovare le comunità cristiane iniziate laggiù grazie anche all’opera dei Missionari belgi di Scheut. Ma poi la lunga trasferta nell’ex Celeste Impero è stata rinviata: «Sta per arrivare la lettera del Papa ai cattolici cinesi, e non volevo che mentre ero lì si scatenasse qualche temporale sopra la testa…». Mancano pochi giorni a Pentecoste. Godfried Danneels, primate del Belgio, ricorda quello che nel 1968 disse il metropolita ortodosso Ignatios di Lattakia durante l’incontro ecumenico di Uppsala: «Quando non c’è lo Spirito Santo, Cristo rimane nel passato, il Vangelo è lettera morta,
la Chiesa è una mera organizzazione, l’autorità sembra una dominazione, la missione è una propaganda, il culto è un’evocazione, l’agire cristiano diventa una morale da schiavi».

     

 


Parole che appaiono attuali.
  GODFRIED DANNEELS: Queste cose valgono per tutti i tempi. Dall’Ascensione di Cristo, fino alla fine del mondo, sarà sempre così. Per me c’è una cosa che si può aggiungere: senza lo Spirito Santo
la Chiesa è nella paura. Si vede anche il giorno della Pentecoste: lì, nel cenacolo, vinceva la paura. Allora lo Spirito Santo fa finire la paura e dona di annunciare il Vangelo non solo a chi viveva secondo la legge giudaica, ma anche ai pagani.
La Chiesa ha come compito anche di custodire
la Tradizione. Ma è lo Spirito Santo che libera dalla paura e dona di vivere le stesse cose in circostanze diverse. Nella Chiesa è lo Spirito stesso che custodisce il
depositum fidei. È il solo che è capace di essere fedele al passato e preparato al futuro, perché non appartiene né al passato né al futuro, è attuale. Fuori dall’opera dello Spirito Santo, il futuro della Chiesa è sempre l’estrapolazione di pezzi del passato che si cerca di riattualizzare, ma non c’è mai niente che fa veramente nuove tutte le cose.
     
Adesso anche nella Chiesa c’è preoccupazione perché sembra rarefarsi nelle società occidentali il consenso condiviso su alcuni valori morali fondamentali.
      DANNEELS: È un dato di fatto che non c’è più una Civitas cristiana, che il modello medievale di Civitas cristiana non vale per il momento attuale. Forse qualcuno non se n’è ancora accorto, ma i cristiani vivono nel mondo tamquam scintillae in arundineto, come scintille sparse in un campo. Viviamo nella diaspora. Ma la diaspora è la condizione normale del cristianesimo nel mondo. L’eccezione è l’altra, la società completamente cristianizzata. Il modo ordinario di essere nel mondo dei cristiani è quello descritto già nella Lettera a Diogneto, del secondo secolo. I cristiani «non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia». Vivono «nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni terra straniera è patria loro, e ogni patria è straniera». È così che siamo cittadini della nuova società secolarizzata.
     
Ma essendo minoranza, non è il momento di dare battaglia, osando anche parole taglienti?
      DANNEELS: Quando il Papa è andato in Spagna, parlando della famiglia non ha mai usato formule in negativo. Ha soltanto proposto e ammirato la bellezza della famiglia cristiana. Qualcuno magari sarà rimasto deluso. Io proprio no. Il cristianesimo è prima di tutto un fermento buono, il dono di cose buone da offrire al mondo, e non avere il problema di vincere sul mondo. San Bernardo ripeteva ai suoi contemporanei: abbiate pietà delle vostre anime.
     
Non c’è il rischio di un ottimismo sentimentale?
      DANNEELS: Il Concilio Vaticano II intitolò il suo documento sulla Chiesa nel mondo con le sue due prime parole: Gaudium et spes. La coppia di parole che seguiva era luctus et angor, tristezza e angoscia. Forse, se il Concilio ci fosse oggi, i padri conciliari invertirebbero l’ordine, e comincerebbero con luctus et angor. L’entusiasmo di quel periodo forse era esagerato. C’era un elemento di reazione contro il pessimismo precedente. Ma in quella baldanza naïve c’era anche qualcosa di bello. Era un segno di gioventù. Come una ragazza che va per la prima volta a una festa da ballo. Poi viene l’età adulta. Si è visto che le quattro parole dell’incipit vanno tenute tutte in conto.
     
Oggi, da dove prenderebbe le mosse per descrivere il rapporto tra
la Chiesa e il mondo?

      DANNEELS: Il mondo è una creazione di Dio. È vero che per il Vangelo di san Giovanni il mondo è posto nelle tenebre e si oppone a Dio. Ma questa non è la situazione originale: le creature escono buone dalle mani di Dio, omnis creatura Dei est bona. E non sarà nemmeno la situazione finale, quando tutto il Kósmos sarà redento. È una condizione transitoria, e a causarla non è stato Dio, siamo stati noi col nostro peccato.
La Chiesa ha sempre denunciato lo gnosticismo, che poneva il male come tratto originario nella creazione, e in qualche modo in Dio stesso.

     
Ma non è per questo che occorre ribadire con forza che la legge naturale, nella sua oggettività, è un dato originario iscritto nel cuore di ognuno?
      DANNEELS: Sì, ma riconoscendo che se dipende da noi, noi cristiani per primi ci troviamo nell’impotenza a obbedire, a credere, a pregare e a vivere bene, a praticare la vita buona. La disobbedienza delle origini ci ferisce ancora, ne siamo liberati solo grazie all’obbedienza di Gesù. È
la Sua obbedienza che traccia una linea di guarigione dentro i nostri tradimenti e le nostre malattie. E questo riconoscimento dovrebbe sconsigliare ogni superbia. E favorire uno sguardo di misericordia più grande verso ogni uomo.

     
C’è chi teme che si tiri in ballo la misericordia quando ci si vuole sottrarre al compito impopolare di dire verità opportune et importune, anche sulle questioni etiche e morali.
      DANNEELS: La missione della Chiesa non si esaurisce nell’annunciare la verità, ma nel diffondere la riconciliazione offerta e operata da Dio. E la misericordia non è una specie di amnistia obbligatoria, che sommerge le nostre miserie nell’indifferenza. Non è un frigorifero sempre pieno dove fare il self service. Non ce la meritiamo. Ma quando essa tocca gratuitamente i cuori, li cambia, li guarisce, e ci conduce fuori da noi stessi, più in alto. È attrattiva. È la medicina della misericordia che dona anche le lacrime di dolore per i peccati e le proprie miserie, che neanche avevamo più avvertito. Come capitò anche al primo dei discepoli, nel cortile della casa del sommo sacerdote: «Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro. E Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto… E uscito, pianse amaramente».

 

 

 

 

      Sta di fatto che nel dibattito pubblico si finisce spesso per identificare i cristiani come quelli che con le loro battaglie infieriscono sulle miserie umane. Péguy direbbe: gente con un’anima bella e fatta.
      DANNEELS: Gli uomini della nostra epoca non hanno la percezione di vivere in una condizione infantile o primitiva dal punto di vista morale. Si sentono moralmente evoluti. Magari poi teorizzano prassi e comportamenti fuori dalla legge morale naturale, ma questo è un altro discorso. E in questa situazione non so quanto convenga usare la strategia del niet. Ripetere in continuazione ciò che non va fatto, finendo quasi per nascondere il bene che si dice di difendere. Benedetto XVI, prima di andare a Colonia, ha detto che essere cristiani «è come avere le ali» e il cristianesimo non è un’immensità di divieti, «qualcosa di faticoso e oppressivo da vivere».
     
Ma cosa fare davanti alle legislazioni civili e ai nuovi progetti di legge che entrano in contrasto con i principi della morale cristiana?
      DANNEELS: Che la legge civile non coincida con i precetti del Vangelo e della morale cristiana, rappresenta la situazione normale. È vero che se la legge approva ad esempio le unioni omosessuali, il valore pedagogico della legge sparisce. La legge diventa una specie di termometro, che si limita a registrare e regolare i comportamenti individuali così come sono, rinunciando alla sua funzione di essere anche un termostato. Ma questo è un dato di fatto nelle nostre società moderne: la legge spesso non educa più. Non è una cosa buona, ma questo è il posto in cui ci è dato di vivere. Si devono denunciare i rischi, ma poi si tratta di vivere il Vangelo in una tale situazione, che non abbiamo creato noi. Non è la prima volta.
     
Stato terminale della vita, contraccezione, coppie di fatto. Sorgono controversie sul come devono comportarsi i legislatori cristiani su questi argomenti. Senza entrare nei dettagli, quali criteri andrebbero seguiti?
      DANNEELS: È sempre salutare la distinzione tra le cose che sono intollerabili, e quelle che vengono definite le “leggi imperfette”, che si possono tollerare in base alla categoria tradizionale del male minore. E poi, riguardo ai comportamenti dei singoli, c’è una saggezza della Chiesa, una capacità di guardare la realtà per quello che è, che per secoli si è esercitata soprattutto nel confessionale.
     
Lo sguardo con cui nella Chiesa si guarda al mondo condiziona in qualche modo tutta la sua missione. Oggi si punta molto sulla resa pubblica dell’annuncio, sulla sua capacità di dare risposte credibili davanti alle sfide culturali della mentalità corrente.
      DANNEELS: I professionisti delle vendite prendono di mira e studiano soprattutto il campo dove deve cadere il loro messaggio: ne analizzano il terreno, calcolano le chances di produttività. Non seminano lì dove l’humus offre poche possibilità di raccogliere risultati. Da decenni, anche l’evangelizzazione sembra puntare tutto sullo studio del terreno. Ma ogni bravo coltivatore sa che la fioritura del grano che ha gettato nel campo coscienziosamente lavorato dipende dalla pioggia e dal sole. Nell’annuncio cristiano questo vale ancora di più: la fertilità viene dall’alto, come il sole e la pioggia.
     
Ma non bisogna anche dissodare il terreno?
      DANNEELS: Chi con la sua vita annuncia e testimonia il vangelo non pretende di decidere da sé quale è la terra buona. E poi il campo ideale non esiste. Come nella parabola di Gesù, il campo presenta tutte le difficoltà possibili. Il seme è sempre buono, perché è il seme del Signore. Il bravo seminatore deve solo seminare. Lui non fa nient’altro che prendere il seme e metterlo nel campo. Non è lui che produce i frutti. Semina con generosità, senza stare troppo a pensare che ci sono pezzi di campo più o meno adatti. Nella speranza che da qualche parte ci sia sempre un pezzo di terra buona, che giungerà a fruttificare e darà la messe, anche se non sappiamo dove.
     
Oggi è molto frequente nella Chiesa anche l’insistenza sulla categoria di ragione. Per mostrare agli uomini d’oggi l’alleanza feconda tra la posizione cristiana e una ragione aperta al trascendente. Cosa pensa di questo approccio?
      DANNEELS: L’intelligenza è un dono da far fruttare. Non si deve cadere nel fideismo, quello delle sètte in America ma anche in Europa. La fede non è razionale, ma è ragionevole. Anche il Papa, quando parla di questo, suggerisce quest’apertura. Detto questo, non si possono comprendere razionalmente i misteri della fede. Come Dio è uno e trino? Come Gesù si incarna e nasce da Maria Vergine? Come risorge dopo la morte? E come è presente in corpo, sangue, anima e divinità, nel pane e nel vino? Talvolta ci si scoraggia perché pensiamo che la riuscita sia opera nostra, che tocca a noi quasi dimostrare tutto questo, e convincere, e vincere sul mondo. Allora la condizione di esilio e di diaspora che vive
la Chiesa può anche essere vista come una purificazione.

     
In che modo?
      DANNEELS: Nella Bibbia, prima dell’esilio, i giudei pensavano che potevano fare tutto da sé. Andava tutto bene anche senza Dio. Poi sono stati deportati in Babilonia e lì non avevano più niente. Né re, né sinagoga, né tempio, né santa montagna. Lì, come dice Daniele, «abbiamo ricevuto un cuore umile e pentito». E questo vale più di tutto. Nelle Chiese di antica cristianità anni fa pensavamo che tutto poteva andare avanti anche senza la grazia. Non lo dicevamo così, ma lo si pensava. C’era sempre l’idea che quando Gesù ha detto «senza di me non potete far nulla», lo ha detto tanto per dire. Adesso vediamo davvero che se il cristianesimo continua, è un miracolo.
     
A proposito dei miracoli, lei ha detto che quelli operati da Gesù nel Vangelo sono come anticipazioni dei sacramenti.
      DANNEELS: Il miracolo testimonia che accadono cose che non si spiegano con le premesse poste. Suggerisce che le conclusioni non sono sempre ciò che segue dalle premesse. Dunque col miracolo siamo sempre sul trampolino della speranza. Anche i sacramenti sono gesti Suoi. In questo senso, sono la continuazione dei miracoli. Molto meno spettacolari, ma ancora più forti e necessari, perché sono per l’anima e in forza della grazia.
     
Un’efficacia silenziosa che lei in un suo scritto ha accostato alla “discrezione” con cui opera lo stesso Gesù risorto…
      DANNEELS: Gesù quando risorge non impone la sua presenza anche se
la Pasqua segna una vittoria eclatante sulla morte e sul peccato. Appare ai suoi furtivamente, qui o lì, in singoli luoghi appartati. Non dissipa d’
emblée tutti i dubbi dei suoi discepoli. Semplicemente si mostra a loro così come è. E non è un ripiegamento nell’intimismo: gli apostoli ricevono subito la missione di annunciarLo al mondo intero.
     
Volevo farle qualche domanda sull’attualità della vita della Chiesa. Cosa l’ha colpita in particolare, di recente?
      DANNEELS: L’esortazione apostolica Sacramentum caritatis mi sembra buona, anche se è un po’ lunga. Ci ho trovato delle cose che non avevo mai letto, ad esempio sulla bellezza della liturgia. Per il resto, è diminuita la produzione di documenti vaticani, e questo è una cosa buona.

 


Come giudica le polemiche sorte anche di recente intorno ad alcuni discorsi del Papa? 
DANNEELS: Il Papa ha sempre un approccio teologico alle questioni, e a volte non viene compreso. Quando ha detto che ai popoli indiani
la Chiesa non ha imposto il Vangelo, ha detto cose vere dal punto di vista teologico, perché l’anima
naturaliter christiana degli indios era aperta e dunque non abbiamo assassinato quest’anima india portando il Vangelo. D’altra parte la maniera storica in cui ciò avvenne non fu senza problemi. E lui questo lo ha riconosciuto, parlando all’udienza qualche giorno dopo. Così come aveva chiarito il senso delle parole di Ratisbona, dopo le famose polemiche. Sarebbe meglio che non fosse obbligato a correggersi sempre.
     
Più di due anni fa, nella liturgia di ringraziamento per l’elezione di Benedetto XVI, lei disse che l’affetto, la carità e la lealtà dei fedeli plasmano il pastore, e costituiscono il “biotopo” adatto perché «la linfa della grazia tragga frutti sorprendenti dai doni naturali di lui».
      DANNEELS: È vero. Giovanni Paolo II era uno da vedere, ma dei suoi discorsi ufficiali si potevano saltare ampie sezioni, e non si perdeva molto. In Benedetto XVI sono le parole che sono importanti, non è lo show. È un teologo. Un professore. In Benedetto XVI, poi, la funzione che ricopre non è assorbita dalla sua personalità. E questo è sempre salutare. Quando il carisma personale entra a condizionare troppo l’esercizio del ministero petrino, ciò può essere negativo. È la funzione che è importante, non tanto le preferenze, i pregi e i limiti di chi la esercita.
     
Qualcuno lo dipinge ancora come una specie di castigatore universale.
      DANNEELS: Non si può dire che papa Ratzinger sia un castigatore. Il successore di Pietro è colui che prima di tutto porta sulle sue spalle le pecore che sono state ferite dagli attacchi dei lupi o dalle spine della vita. Per questo le cinque croci del pallio papale sono di colore rosso: è il sangue delle pecore ferite che segna le spalle del buon pastore.
     
Come giudica in questo periodo il ruolo della Curia?
      DANNEELS: Non sono stato a Roma di recente, non ho alcuna percezione di quello che
la Curia fa in questo momento. Ma di certo, essa deve rimanere un organo di esecuzione nelle mani del Papa.
La Curia è secondaria, assiste, ma non deve prendere in mano la direzione.

     
La proposta di istituire un “Consiglio della corona”, da lei già avanzata in passato, sentirebbe di riproporla nella situazione attuale?
      DANNEELS: Rimango ancora convinto che raccogliere ogni tanto intorno al papa un piccolo Consiglio di personalità della Chiesa provenienti da diversi Paesi, i cui membri magari possono variare ogni due o tre anni, sarebbe per lui un aiuto, per essere sicuro di poter avvertire la temperatura della Chiesa.
La Curia non può sentire e registrare tale temperatura, non è il suo compito. Certo, c’è già il Sinodo dei vescovi, e il Collegio dei cardinali. Ma quello che chiamo il “Consiglio della corona” potrebbe essere uno strumento più elastico, discrezionale, contingente, che certo non sta sopra il papa, ma è solo un organo di aiuto al suo servizio.

     
Riguardo al Sinodo, come giudica i nuovi statuti che aprono alla possibilità di prendere misure deliberative su singoli argomenti, con il consenso del papa?
      DANNEELS: Non mi sembrano variazioni sostanziali. Anche prima, se tutti i vescovi esprimevano una volontà comune su singoli punti e singole decisioni, non si poteva non tenerne conto, e il Sinodo da organismo consultivo diventava di fatto deliberativo.
     
Il prossimo Sinodo sarà sulla Sacra Scrittura.
      DANNEELS: Col cardinal Martini lo auspicavamo da almeno dieci anni. Non sono sicuro che andrò, l’anno prossimo raggiungo i 75 anni e dovrò presentare le mie dimissioni. E dal 1980 ho partecipato a tutti i Sinodi. Vedremo stavolta cosa decideranno i miei colleghi vescovi del Belgio.  

 

Publié dans:Approfondimenti |on 24 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Il Papa all’Angelus: la Chiesa come San Giovanni Battista sappia testimoniare con coraggio la verità e l’amore

dal sito:

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=141164 

24/06/2007 12.10.44

Il Papa all’Angelus:
la Chiesa come San Giovanni Battista sappia testimoniare con coraggio la verità e l’amore

 

Il Papa oggi all’Angelus, parlando dell’odierna solennità della Nascita di San Giovanni Battista, ha pregato perchè
la Chiesa, sull’esempio del precursore di Cristo, sappia testimoniare la verità e l’amore con coraggio e senza compromessi. Oltre 50 mila i pellegrini presenti in Piazza San Pietro. Il servizio di Sergio Centofanti.

Il 24 giugno
la Chiesa celebra
la Natività di San Giovanni Battista: una solennità così importante da essere festeggiata anche di Domenica, giorno del Signore. Il Papa ne spiega il motivo: la vita di Giovanni, come quella di Maria, è stata in realtà “tutta orientata a Cristo”:

 
“Giovanni Battista è stato il precursore, la ‘voce’ inviata ad annunciare il Verbo incarnato. Perciò, commemorare la sua nascita significa in realtà celebrare Cristo, compimento delle promesse di tutti i profeti, dei quali il Battista è stato il più grande, chiamato a ‘preparare la via’ davanti al Messia”.

 
Benedetto XVI ricorda che tutti i Vangeli iniziano la narrazione della vita pubblica di Gesù con il racconto del suo battesimo nel fiume Giordano ad opera di Giovanni. E anche il suo libro “Gesù di Nazaret” – sottolinea – prende le mosse da questo evento che ebbe enorme risonanza in quel tempo. Da Gerusalemme e da ogni parte della Giudea la gente accorreva per ascoltare Giovanni Battista e farsi da lui battezzare nel fiume, confessando i propri peccati. Giovanni è famoso, tuttavia non annuncia se stesso ma “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Lui è “il primo “testimone” di Gesù, avendone ricevuto indicazione dal Cielo, e lo indica “come Figlio di Dio e redentore dell’uomo”. Indica
la Verità, senza paura:

 
“Da autentico profeta, Giovanni rese testimonianza alla verità senza compromessi. Denunciò le trasgressioni dei comandamenti di Dio, anche quando protagonisti ne erano i potenti. Così, quando accusò di adulterio Erode ed Erodiade, pagò con la vita, sigillando col martirio il suo servizio a Cristo, che è
la Verità in persona. Invochiamo la sua intercessione, insieme con quella di Maria Santissima, perché anche ai nostri giorni
la Chiesa sappia mantenersi sempre fedele a Cristo e testimoniare con coraggio la sua verità e il suo amore per tutti”.

 
Il Papa affida all’intercessione di Giovanni Battista “tutti coloro che seguendo il suo esempio introducono nel mondo la giustizia del Regno di Dio”.

 
Dopo la preghiera dell’Angelus, Benedetto XVI ha ricordato che in questa domenica, che precede la solennità dei Santi Pietro e Paolo, in Italia si svolge
la Giornata per la carità del Papa: nelle offerte odierne si raccoglie il cosiddetto Obolo di San Pietro che il Pontefice destinerà ad interventi caritativi particolari:

 
“Cari fedeli italiani, vi sono vivamente grato per la preghiera e per il sostegno solidale con cui partecipate all’azione evangelizzatrice e caritativa del Successore di Pietro nel mondo intero”.

 
Numerose le opere realizzate con l’Obolo di San Pietro: tra queste la « Casa di accoglienza Giovanni Paolo II Opera Don Orione » a Monte Mario, attrezzata per ospitare gratuitamente i pellegrini disabili che vengono a Roma; il « Villaggio Città dei Ragazzi Nazareth » in Rwanda che accoglie gli orfani abbandonati durante la guerra civile; e ancora un Villaggio per gli orfani dell’AIDS in Kenya, ospedali in Armenia e Bosnia, e altri centri per gli indigeni dell’America Latina nonchè interventi a favore di terremotati, alluvionati e vittime della desertificazione nell’Africa subsahariana. Vari i modi per aderire all’Obolo di San Pietro: dalla raccolta operata nelle parrocchie al versamento on line. Per ogni informazione si può consultare la sezione apposita nel Sito vaticano www.vatican.va 

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 24 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Preghiera nella notte: Quando siamo più fragili

Quando siamo più fragili 24.6.07 

 

 

Madre del Buon Consiglio 

Che sei entrata nella mai vita 

Insegnami la tua semplicità, 

Tu dolce come tuo figlio 

 

Egli, l’onnipotente, il Signore, 

Ci ha ama, quando siamo più piccoli, 

Più fragili, più semplici, e più sinceri 

Che questa è la vera sapienza, 

  

 

La sapienza del tuo Figlio 

Che da Dio si è fatto uomo 

E ha patito le nostre sofferenze, 

Sopportato le stesse umiliazioni, 

 

 

Come guardiamo a noi, al mondo, 

Alle cose che ha creato, scorgiamo, 

Spesso nelle più piccole, il suo volto, 

la tua presenza,  il suo amore;

Gabriella 

Publié dans:preghiere |on 24 juin, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno Anthurium

Anthurium

http://www.mauritiusonline.it/Argomenti/immagini.html

« Egli deve crescere e io invece diminuire » (Gv 3,30

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso per la natività di Giovanni Battista ; PLS II, 497

« Egli deve crescere e io invece diminuire » (Gv 3,30)

La nascita di Giovanni e quella di Gesù, e in seguito le loro passioni, hanno rivelato la differenza che esiste fra di loro. Infatti Giovanni nasce quando il giorno comincia a volgere al declino; Cristo invece quando comincia a crescere. La diminuzione del giorno per l’uno è il simbolo della suo morte violenta. La sua crescita, per l’altro, l’esaltazione della croce.

Un altro senso segreto ci viene rivelato dal Signore… rispetto a quella parola di Giovanni su Gesù: « Egli deve crescere e io invece diminuire ». Ogni giustizia umana era stata compiuta da Giovanni; di lui la verità diceva: « Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista » (Mt 11,11). Nessun uomo dunque sarebbe stato capace di superarlo; ma egli era uomo. Ora per la grazia di essere cristiani, ci viene domandato di non vantarci nell’uomo, ma « chi si vanta, si vanti nel Signore » (2 Cor 10,7): uomo, nel suo Dio; servo, nel suo padrone. Per questo motivo dice Giovanni: « Egli deve crescere e io invece diminuire ». Certo che Dio non è diminuito né aumentato in sè, ma negli uomini man mano che progredisce il vero fervore, cresce la grazia divina, e la potenza umana diminuisce, finché giunga al suo adempimento la dimora di Dio che sta in tutte le membra di Cristo, e dove ogni tiranno, ogni autorità, ogni potenza sono morte, e dove Dio è tutto in tutti (Col 3,11).

Giovanni l’evangelista dice: « Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo » (1,9). Giovanni il Battista dice: « Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto » (Gv 1,16). Quando la luce, che in sé stessa è sempre totale, cresce in colui che viene illuminato, costui diminuisce in se stesso quando viene abolito in lui ciò che era senza Dio. Infatti l’uomo, senza Dio, non può nulla se non peccare, e la sua potenza umana diminuisce quando trionfa la grazia divina, distruttrice del peccato. La debolezza della creatura cede alla potenza del Creatore e la vanità delle nostre passioni egoiste crolla davanti all’universale amore mentre Giovanni il Battista dal fondo della nostra miseria, ci grida la misericordia di Gesù Cristo: « Egli deve crescere e io invece diminuire ».

Petra, Jordan, 1998

Petra, Jordan, 1998  NGM1998_12Cover

Petra, Jordan, 1998

Photograph by Annie Griffiths Belt

« Reclining on a rooftop carved two millennia ago, a Bedouin surveys the realm of the Nabataeans, whose ancient capital beckons from the sands of southern Jordan. Forgotten for centuries, Petra still echoes with mysteries of the past; this immense building, Al Deir (the Monastery), was probably a Nabataean shrine. »

—From « Petra: Ancient City of Stone, » December 1998, National Geographic magazine

Publié dans:Non classé |on 23 juin, 2007 |Pas de commentaires »

San Cipriano

San Cipriano dans immagini sacre 1083318023547

San Cipriano, detalle del mosaico del siglo VI que representa la procesión de los mártires, Basílica de San Apolinar Nuevo, Ravenna

http://www.30giorni.it/sp/articolo.asp?id=3569

Publié dans:immagini sacre |on 23 juin, 2007 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi – AMARE E ODIARE

dal sito on line del giornale « Avvenire » il « Mattutino » di Gianfranco Ravasi

AMARE E ODIARE

Gli uomini amano in fretta, ma odiano con tutta calma.
Molti lettori che mi inviano i loro suggerimenti per la nostra comune riflessione quotidiana rimangono delusi perché raramente adotto i loro testi. In verità, se alcune citazioni sono suggestive, esse però di solito mancano di una dote indispensabile, la brevità. Ecco, perché oggi accolgo la frase del famoso poeta inglese George G. Byron (1788-1824) che mi ha inviato un lettore reggino. Essenzialità e icasticità rendono questo monito di facile intuizione e di semplice memoria. Un po’ meno immediata ne è, invece, l’applicazione. Sì, perché come già diceva sant’Agostino, «la collera è un’erbaccia, ma l’odio è un albero». Con una variante, potremmo affermare, sulla scia di Byron, che l’amore è un fiore che presto appassisce, mentre l’odio è una gramigna sempre verde che attecchisce nel cuore e si ramifica nell’anima e persino nel corpo.
Non per nulla lo stesso Byron iniziava la frase citata dal nostro lettore (al quale dirò che essa si trova nel poema satirico Don Giovanni) con queste parole: «L’odio è di gran lunga il più durevole dei piaceri». Sì, purtroppo si riesce a distillare questo vizio radicale quasi come un’essenza preziosa o un liquore che si deve poi gustare goccia per goccia. E nella vita qualcosa di questo terribile sentimento si è deposta nello spirito di ciascuno di noi. Anzi, ci sono persone – bisogna riconoscerlo – che non riescono quasi a vivere se non ce l’hanno con qualcun altro. Forse dovremmo più spesso pensare a questa considerazione: quando odiamo qualcuno, probabilmente detestiamo qualcosa che abbiamo dentro di noi e che non osiamo confessare. 

Gianfranco Ravasi

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 23 juin, 2007 |Pas de commentaires »

ACCANTO AGLI ULTIMI – Le opere sostenute da Benedetto XVI grazie alla generosità dei fedeli di ogni continente

dal sito On line del giornale « Avvenire »

ACCANTO AGLI ULTIMI
Le opere sostenute da Benedetto XVI grazie alla generosità dei fedeli di ogni continente 

«Carità del Papa»:
un mondo di aiuti 

Domani
la Giornata in tutte le diocesi

Dalla «Fazenda de Esperança» visitata in Brasile alle grandi emergenze umanitarie 

Di Lorenzo Rosoli  

Sabato 12 maggio 2007. È quasi mezzogiorno quando Benedetto XVI – in una delle tappe più commoventi del suo viaggio in Brasile – si congeda dalla Fazenda da Esperança di Guaratinguetá per rientrare ad Aparecida. Quella mattina ha ricevuto il caloroso abbraccio della comunità di recupero fondata da frei Hans Stapel, col suo «popolo» di alcolisti, tossicodipendenti, ex spacciatori; ha lasciato loro parole forti, nella denuncia contro i trafficanti di morte come nell’invito alla conversione, alla speranza. Infine un gesto silenzioso e concreto: 100 mila dollari in dono alla Fazenda perché possa continuare il suo impegno di liberazione.
Centomila dollari attinti all’Obolo di San Pietro. Cioè all’aiuto economico che i fedeli – e gli uomini di buona volontà – di tutto il mondo offrono al Papa quale «segno di adesione alla sollecitudine del successore di Pietro per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi», come si legge nel sito Internet della Santa Sede (www.vatican.va) nelle pagine dedicate a questa pratica antichissima.
Le offerte dei fedeli sono linfa che giunge senza soste all’Obolo di San Pietro, tutto l’anno. Ma c’è un giorno speciale nel quale
la Chiesa chiama tutte le comunità a prendere coscienza del valore pratico, simbolico ed ecclesiale dell’Obolo: è
la Giornata per la carità del Papa che in tutto il mondo cattolico si celebra il 29 giugno o (come in Italia) la domenica più vicina alla solennità dei santi Pietro e Paolo. In questo 2007, dunque, domani: domenica 24 giugno.
«Nel 2000, l’anno del Grande Giubileo, abbiamo raccolto 63,6 milioni di dollari; nel 2005 erano 59,4. Ma più dei numeri, è bello e importante guardare alla destinazione di queste somme – spiega monsignor Tullio Poli, responsabile dell’Ufficio per l’Obolo di San Pietro presso
la Segreteria di Stato vaticana -. Le offerte dei fedeli al Papa sono indirizzate alle opere ecclesiali, alle iniziative umanitarie e di promozione sociale come anche al sostegno alle attività della Santa Sede. Il Papa, come pastore di tutta
la Chiesa, si preoccupa anche delle necessità materiali delle diocesi povere, degli istituti religiosi e dei fedeli in gravi difficoltà». Un ventaglio di situazioni che va dai poveri agli anziani all’infanzia abbandonata o sfruttata, dai profughi e migranti alle vittime di guerre o di calamità naturali, fino alle necessità delle Chiese locali, dell’educazione cattolica, e così via.
Qualche esempio? Poli può darne a piene mani. «Il villaggio per gli orfani dell’Aids in Kenya fondato dal gesuita italo-americano Angelo d’Agostino», l’infaticabile sacerdote morto il 21 novembre 2006 a 80 anni d’età dopo una vita fra i boat people vietnamiti e i bambini abbandonati o malati dell’Africa. Ancora: «L’Ospedale San Vincenzo de’ Paoli a Sarajevo, presenza sanitaria cattolica in una città dalla vocazione multietnica; l’Ospedale Redemptoris Mater, in Armenia;
la Città dei Ragazzi Nazareth a Mbare, in Ruanda, che accoglie orfani e bambini abbandonati, i più vittime della guerra e del genocidio che ha lacerato il Paese; l’Ospedale di Villa Maria della Congregazione Daughters of Mary nella diocesi di Masaka, in Uganda. In Italia? La casa d’accoglienza Giovanni Paolo II dell’Opera Don Orione a Monte Mario, attrezzata per assistere e ospitare i pellegrini disabili che vengono a Roma, e gratuitamente quelli senza mezzi».
Parte dell’Obolo, inoltre «confluisce negli aiuti che
la Santa Sede offre tramite il Pontificio Consiglio Cor Unum in situazioni d’emergenza come terremoti o alluvioni – continua Poli -; l’Obolo sostiene anche le attività della Fondazione Populorum progressio per i contadini e gli indigeni dell’America Latina e della Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, che realizza progetti di sviluppo nelle zone minacciate dalla desertificazione nell’A frica sub-sahariana. Sostiene inoltre seminari e istituti di formazione cristiana in molti Paesi in via di sviluppo». 

 

Benedetto XVI presenta la figura di Atanasio d’Alessandria

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11194?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di Atanasio d’Alessandria 

Intervento all’Udienza generale del mercoledì 

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 20 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale, incontrandosi con i pellegrini e i fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nella sua catechesi, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di Atanasio d’Alessandria. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle,

continuando la nostra rivisitazione dei grandi Maestri della Chiesa antica, vogliamo rivolgere oggi la nostra attenzione a sant’Atanasio di Alessandria. Questo autentico protagonista della tradizione cristiana, già pochi anni dopo la morte, venne celebrato come « la colonna della Chiesa » dal grande teologo e Vescovo di Costantinopoli Gregorio Nazianzeno (Discorsi 21,26), e sempre è stato considerato come un modello di ortodossia, tanto in Oriente quanto in Occidente. Non a caso, dunque, Gian Lorenzo Bernini ne collocò la statua tra quelle dei quattro santi Dottori della Chiesa orientale e occidentale – insieme ad Ambrogio, Giovanni Crisostomo e Agostino –, che nella meravigliosa abside della Basilica vaticana circondano
la Cattedra di san Pietro.

Atanasio è stato senza dubbio uno dei Padri della Chiesa antica più importanti e venerati. Ma soprattutto questo grande santo è l’appassionato teologo dell’incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che – come dice il prologo del quarto Vangelo – « si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell’eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, ridotto ad una creatura « media » tra Dio e l’uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia e che vediamo in atto in diversi modi anche oggi. Nato probabilmente ad Alessandria, in Egitto, verso l’anno 300, Atanasio ricevette una buona educazione prima di divenire diacono e segretario del Vescovo della metropoli egiziana, Alessandro. Stretto collaboratore del suo Vescovo, il giovane ecclesiastico prese parte con lui al Concilio di Nicea, il primo a carattere ecumenico, convocato dall’imperatore Costantino nel maggio del 325 per assicurare l’unità della Chiesa. I Padri niceni poterono così affrontare varie questioni, e principalmente il grave problema originato qualche anno prima dalla predicazione del presbitero alessandrino Ario.

Questi, con la sua teoria, minacciava l’autentica fede in Cristo, dichiarando che il logos non era vero Dio, ma un Dio creato, un essere « medio » tra Dio e l’uomo e così il vero Dio rimaneva sempre inaccessibile a noi. I Vescovi riuniti a Nicea risposero mettendo a punto e fissando il « Simbolo di fede » che, completato più tardi dal primo Concilio di Costantinopoli, è rimasto nella tradizione delle diverse confessioni cristiane e nella liturgia come il Credo niceno-costantinopolitano. In questo testo fondamentale – che esprime la fede della Chiesa indivisa, e che recitiamo anche oggi, ogni domenica, nella Celebrazione eucaristica – figura il termine greco homooúsios, in latino consubstantialis: esso vuole indicare che il Figlio, il logos, è « della stessa sostanza » del Padre, è Dio da Dio, è la sua sostanza, e così viene messa in luce la piena divinità del Figlio, che era negata dagli ariani.

Morto il Vescovo Alessandro, Atanasio divenne, nel 328, suo successore come Vescovo di Alessandria, e subito si dimostrò deciso a respingere ogni compromesso nei confronti delle teorie ariane condannate dal Concilio niceno. La sua intransigenza, tenace e a volte molto dura, anche se necessaria, contro quanti si erano opposti alla sua elezione episcopale e soprattutto contro gli avversari del Simbolo niceno, gli attirò l’implacabile ostilità degli ariani e dei filoariani. Nonostante l’inequivocabile esito del Concilio, che aveva con chiarezza affermato che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, poco dopo queste idee sbagliate tornarono a prevalere – in questa situazione persino Ario fu riabilitato –, e vennero sostenute per motivi politici dallo stesso imperatore Costantino e poi da suo figlio Costanzo II. Egli, peraltro, che non si interessava tanto della verità teologica quanto dell’unità dell’Impero e dei suoi problemi politici; voleva politicizzare la fede, rendendola più accessibile – secondo il suo parere – a tutti i suoi sudditi nell’Impero.

La crisi ariana, che si credeva risolta a Nicea, continuò così per decenni, con vicende difficili e divisioni dolorose nella Chiesa. E per ben cinque volte – durante un trentennio, tra il 336 e il 366 – Atanasio fu costretto ad abbandonare la sua città, passando diciassette anni in esilio e soffrendo per la fede. Ma durante le sue forzate assenze da Alessandria, il Vescovo ebbe modo di sostenere e diffondere in Occidente, prima a Treviri e poi a Roma, la fede nicena e anche gli ideali del monachesimo, abbracciati in Egitto dal grande eremita Antonio con una scelta di vita alla quale Atanasio fu sempre vicino. Sant’Antonio, con la sua forza spirituale, era la persona più importante nel sostenere la fede di sant’Atanasio. Reinsediato definitivamente nella sua sede, il Vescovo di Alessandria poté dedicarsi alla pacificazione religiosa e alla riorganizzazione delle comunità cristiane. Morì il 2 maggio del 373, giorno in cui celebriamo la sua memoria liturgica.

L’opera dottrinale più famosa del santo Vescovo alessandrino è il trattato Sull’incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest’opera Atanasio, con un’affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio « si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità » (54,3). Con la sua resurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse « paglia nel fuoco » (8,4). L’idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant’Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente « Dio con noi ».

Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa – che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana – ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all’amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere « festali », indirizzate all’inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell’Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità.

Atanasio è, infine, anche autore di testi meditativi sui Salmi, poi molto diffusi, e soprattutto di un’opera che costituisce il best seller dell’antica letteratura cristiana:
la Vita di Antonio, cioè la biografia di sant’Antonio abate, scritta poco dopo la morte di questo santo, proprio mentre il Vescovo di Alessandria, esiliato, viveva con i monaci del deserto egiziano. Atanasio fu amico del grande eremita, al punto da ricevere una delle due pelli di pecora lasciate da Antonio come sua eredità, insieme al mantello che lo stesso Vescovo di Alessandria gli aveva donato. Divenuta presto popolarissima, tradotta quasi subito in latino per due volte e poi in diverse lingue orientali, la biografia esemplare di questa figura cara alla tradizione cristiana contribuì molto alla diffusione del monachesimo, in Oriente e in Occidente. Non a caso la lettura di questo testo, a Treviri, è al centro di un emozionante racconto della conversione di due funzionari imperiali, che Agostino colloca nelle Confessioni (VIII,6,15) come premessa della sua stessa conversione.

Del resto, lo stesso Atanasio mostra di avere chiara coscienza dell’influsso che poteva avere sul popolo cristiano la figura esemplare di Antonio. Scrive infatti nella conclusione di quest’opera: « Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l’avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest’uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l’avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù » (Vita di Antonio 93,5-6).

Sì, fratelli e sorelle! Abbiamo tanti motivi di gratitudine verso sant’Atanasio. La sua vita, come quella di Antonio e di innumerevoli altri santi, ci mostra che « chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino » (Deus caritas est, 42).

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo ora un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto in particolare i Cappellani del Sovrano Militare Ordine di Malta, i Soci del Motoclub di Castellazzo Bormida e gli alunni della Scuola Elementare di Alberobello. Vi ringrazio tutti, cari amici, per la vostra visita ed invoco su di voi e sulle vostre Comunità copiosi doni celesti per una sempre più solida testimonianza cristiana.

Saluto, inoltre, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Domani celebreremo la memoria liturgica di san Luigi Gonzaga, mirabile esempio di austerità e purezza evangelica. Invocatelo, cari giovani, perché vi aiuti a costruire un’intima amicizia con Gesù che vi renda capaci di affrontare con serietà la vostra vita. Questo giovane santo sia per voi, cari malati, sostegno nel trasformare le sofferenze e le prove quotidiane in privilegiate occasioni per cooperare alla salvezza delle anime e renda voi, cari sposi novelli, testimoni di un amore casto e generoso.

[Appello del Santo Padre:]

Oggi si celebra
la Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni Unite perché non venga meno nella pubblica opinione l’attenzione verso quanti sono stati costretti a fuggire dai loro Paesi a seguito di reali pericoli di vita. Accogliere i rifugiati e dar loro ospitalità è per tutti un doveroso gesto di umana solidarietà, affinché essi non si sentano isolati a causa dell’intolleranza e del disinteresse. Per i cristiani è, inoltre, un modo concreto di manifestare l’amore evangelico. Auspico di cuore che a questi nostri fratelli e sorelle duramente provati dalla sofferenza siano garantiti l’asilo e il riconoscimento dei loro diritti, e invito i responsabili delle Nazioni ad offrire protezione a quanti si trovano in così delicate situazioni di bisogno.

A tutti auguro ogni bene. Grazie per la vostra presenza

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 23 juin, 2007 |Pas de commentaires »
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