Archive pour juin, 2007

San Cirillo di Gerusalemme

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Publié dans:immagini sacre |on 27 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Il cardinale Bertone apre il Triduo Petro-Paolino: il magistero del Papa sia un punto di riferimento meditato e seguito

dal sito: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=141671 

27/06/2007 14.06.16

Il cardinale Bertone apre il Triduo Petro-Paolino: il magistero del Papa sia un punto di riferimento meditato e seguito

 

Ieri pomeriggio il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone ha aperto il Triduo Petro-Paolino nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura. Nella sua omelia, il porporato, che ha presieduto i Vespri e
la Messa, ha invitato i fedeli a camminare uniti alla luce degli insegnamenti del Papa. Di fronte alle sfide e alle difficoltà di oggi, ha detto, la comunità cristiana è chiamata a stringersi attorno al Santo Padre. Il servizio di Tiziana Campisi:

“Amare Cristo, la passione che consumò l’esistenza di Pietro e di Paolo”, “deve diventare anche la nostra quotidiana ricerca”, solo aprendosi all’amore di Gesù, ha spiegato nella sua omelia il cardinale Tarcisio Bertone, è possibile “diventare annunciatori convinti e convincenti della Parola che salva, testimoni credibili e gioiosi del suo Vangelo di speranza e di pace”. Nel primo giorno del triduo che precede la solennità dei Santi Pietro e Paolo, il porporato ha sottolineato che questa festa – una delle più antiche dell’anno liturgico, inserita nel Calendario già nel IV secolo – ci invita a rinnovare il nostro amore per il Papa, perché si traduca nell’ascolto docile del suo magistero, ci spinga “a sostenerne in maniera fattiva il ministero secondo i nostri diversi ruoli e responsabilità”, “ci renda responsabili costruttori d’una Chiesa unita e fedele” ed ancora ci induca “a vivere con piena fedeltà la nostra vocazione cristiana”. Il cardinale Bertone ha ricordato anche le differenti personalità di Pietro e di Paolo: umile e forte il primo, entusiasta e zelante il secondo. “Con le loro diverse ricchezze, con il loro personale carisma”, ha affermato il cardinale segretario di Stato, “hanno contribuito ad edificare un’unica Chiesa”, e “la tradizione cristiana”, accomunandone il ricordo, ha come voluto “comporre in unità la loro testimonianza”. Una testimonianza scaturita anzitutto dalla loro sincera amicizia verso Cristo, che li ha spinti a dare persino la vita per Lui. Ed è questo che Dio “attende anche da noi” ha proseguito il cardinale Bertone: “essere suoi amici, amarlo sopra ogni cosa e nulla mai anteporre al suo amore”. Un amore che converte l’uomo ridandogli dignità ed autorità, che trasforma l’esistenza e rende capaci di cogliere e realizzare la propria vocazione. E il porporato ha esortato in particolare quanti vivono nella capitale a prendere spunto dalla festa dei Santi Pietro e Paolo per maturare la consapevolezza della speciale missione che
la Chiesa di Roma è chiamata a svolgere. Avere come Pastore il Papa, il successore di Pietro, per Roma è una grande grazia e responsabilità, ha concluso il cardinale Bertone, abbiamo “la certezza e la sicurezza che il Vangelo nel quale crediamo e su cui scommettiamo ogni giorno, pur con le nostre fragilità e incoerenze, è lo stesso Vangelo proclamato dagli Apostoli”, quello di Cristo. “E questa certezza di ortodossia la dobbiamo a Pietro e ai suoi successori”. “Chiediamo al Signore – ha detto il porporato – che ci renda attenti a quanto il Papa insegna, preghiamo perché il suo magistero sia sempre per l’intera Chiesa un punto di riferimento cercato, desiderato, meditato attentamente e, con la grazia di Dio, seguito”. 

 

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11263?l=italian

Benedetto XVI presenta la figura di Cirillo di Gerusalemme 

Intervento all’Udienza generale del mercoledì 

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 27 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale, incontrandosi con i pellegrini e i fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nella sua catechesi, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di Cirillo di Gerusalemme. 

* * * 

 Cari fratelli e sorelle!

La nostra attenzione si concentra oggi su san Cirillo di Gerusalemme. La sua vita rappresenta l’intreccio di due dimensioni: da una parte, la cura pastorale e, dall’altra, il coinvolgimento – suo malgrado – nelle accese controversie che travagliavano allora
la Chiesa d’Oriente. Nato intorno al 315 a Gerusalemme o dintorni, Cirillo ricevette un’ottima formazione letteraria; fu questa la base della sua cultura ecclesiastica, incentrata nello studio della Bibbia. Ordinato presbitero dal Vescovo Massimo, quando questi morì o fu deposto, nel 348 fu ordinato Vescovo da Acacio, influente metropolita di Cesarea di Palestina, filoariano, convinto di avere in lui un alleato. Fu, perciò, sospettato di avere ottenuto la nomina episcopale mediante concessioni all’arianesimo.

In realtà, ben presto Cirillo venne in urto con Acacio non solo sul terreno dottrinale, ma anche su quello giurisdizionale, perché Cirillo rivendicava l’autonomia della propria sede rispetto a quella metropolitana di Cesarea. Nel giro di una ventina d’anni, Cirillo conobbe tre esili: il primo nel 357, previa deposizione da parte di un Sinodo di Gerusalemme, seguito nel 360 da un secondo esilio ad opera di Acacio, e infine da un terzo, il più lungo – durò undici anni – nel 367 per iniziativa dell’imperatore filoariano Valente. Solo nel 378, dopo la morte dell’imperatore, Cirillo poté riprendere definitivo possesso della sua sede, riportando tra i fedeli l’unità e la pace.

In favore della sua ortodossia, messa in dubbio da alcune fonti coeve, militano altre fonti ugualmente antiche. Tra di esse la più autorevole è la lettera sinodale del 382, dopo il secondo Concilio ecumenico di Costantinopoli (381), al quale Cirillo aveva partecipato con un ruolo qualificato. In tale lettera, inviata al Pontefice romano, i Vescovi orientali riconoscono ufficialmente la più assoluta ortodossia di Cirillo, la legittimità della sua ordinazione episcopale e i meriti del suo servizio pastorale, che la morte concluderà nel 387.
Conserviamo di lui ventiquattro celebri catechesi, che egli espose come Vescovo verso il 350. Introdotte da una Procatechesi di accoglienza, le prime diciotto di esse sono indirizzate ai catecumeni o illuminandi (photizomenoi); furono tenute nella Basilica del Santo Sepolcro. Le prime (1-5) trattano ciascuna, rispettivamente, delle disposizioni previe al Battesimo, della conversione dai costumi pagani, del sacramento del Battesimo, delle dieci verità dogmatiche contenute nel Credo o Simbolo della fede. Le successive (6-18) costituiscono una « catechesi continua » sul Simbolo di Gerusalemme, in chiave antiariana. Delle ultime cinque (19-23), dette « mistagogiche », le prime due sviluppano un commento ai riti del Battesimo, le ultime tre vertono sul crisma, sul Corpo e Sangue di Cristo e sulla liturgia eucaristica. Vi è inclusa la spiegazione del Padre nostro (Oratio dominica): essa fonda un cammino di iniziazione alla preghiera, che si sviluppa parallelamente all’iniziazione ai tre sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia.

La base dell’istruzione sulla fede cristiana si svolgeva anche in funzione polemica contro pagani, giudeocristiani e manichei. L’argomentazione era fondata sull’attuazione delle promesse dell’Antico Testamento, in un linguaggio ricco di immagini. La catechesi era un momento importante, inserito nell’ampio contesto dell’intera vita, in particolare liturgica, della comunità cristiana, nel cui seno materno avveniva la gestazione del futuro fedele, accompagnata dalla preghiera e dalla testimonianza dei fratelli. Nel loro complesso, le omelie di Cirillo costituiscono una catechesi sistematica sulla rinascita del cristiano mediante il Battesimo. Al catecumeno egli dice: « Sei caduto dentro le reti della Chiesa (cfr Mt 13,47). Lasciati dunque prendere vivo; non sfuggire, perché è Gesù che ti prende al suo amo, per darti non la morte ma la risurrezione dopo la morte. Devi infatti morire e risorgere (cfr Rm 6,11.14)… Muori al peccato, e vivi per la giustizia fin da oggi » (Procatechesi 5).

Dal punto di vista dottrinale, Cirillo commenta il Simbolo di Gerusalemme col ricorso alla tipologia delle Scritture, in un rapporto « sinfonico’ » tra i due Testamenti, approdando a Cristo, centro dell’universo. La tipologia sarà incisivamente descritta da Agostino d’Ippona: « L’Antico Testamento è il velo del Nuovo Testamento, e nel Nuovo Testamento si manifesta l’Antico » (De catechizandis rudibus 4,8). Quanto alla catechesi morale, essa è ancorata in profonda unità alla catechesi dottrinale: il dogma viene fatto discendere progressivamente nelle anime, le quali sono così sollecitate a trasformare i comportamenti pagani in base alla nuova vita in Cristo, dono del Battesimo. La catechesi « mistagogica », infine, segnava il vertice dell’istruzione che Cirillo impartiva non più ai catecumeni, ma ai neobattezzati o neofiti durante la settimana pasquale. Essa li introduceva a scoprire, sotto i riti battesimali della Veglia pasquale, i misteri in essi racchiusi e non ancora svelati. Illuminati dalla luce di una fede più profonda in forza del Battesimo, i neofiti erano finalmente in grado di comprenderli meglio, avendone ormai celebrato i riti.

In particolare, con i neofiti di estrazione greca Cirillo faceva leva sulla facoltà visiva, a loro congeniale. Era il passaggio dal rito al mistero, che valorizzava l’effetto psicologico della sorpresa e l’esperienza vissuta nella notte pasquale. Ecco un testo che spiega il mistero del Battesimo: « Per tre volte siete stati immersi nell’acqua e per ciascuna delle tre siete riemersi, per simboleggiare i tre giorni della sepoltura di Cristo, imitando, cioè, con questo rito il nostro Salvatore, che passò tre giorni e tre notti nel seno della terra (cfr Mt 12,40). Con la prima emersione dall’acqua avete celebrato il ricordo del primo giorno passato da Cristo nel sepolcro, come con la prima immersione ne avete confessato la prima notte passata nel sepolcro: come chi è nella notte non vede, e chi invece è nel giorno gode la luce, così anche voi. Mentre prima eravate immersi nella notte e non vedevate nulla, riemergendo invece vi siete trovati in pieno giorno. Mistero della morte e della nascita, quest’acqua di salvezza è stata per voi tomba e madre… Per voi… il tempo per morire coincise col tempo per nascere: un solo e medesimo tempo ha realizzato entrambi gli eventi » (Seconda Catechesi Mistagogica 4).

Il mistero da afferrare è il disegno di Dio, che si realizza attraverso le azioni salvifiche di Cristo nella Chiesa. A sua volta, alla dimensione mistagogica si accompagna quella dei simboli, esprimenti il vissuto spirituale che essi fanno « esplodere ». Così la catechesi di Cirillo, sulla base delle tre componenti descritte – dottrinale, morale e, infine, mistagogica –, risulta una catechesi globale nello Spirito. La dimensione mistagogica attua la sintesi delle prime due, orientandole alla celebrazione sacramentale, in cui si realizza la salvezza di tutto l’uomo. Si tratta, in definitiva, di una catechesi integrale, che – coinvolgendo corpo, anima e spirito – resta emblematica anche per la formazione catechetica dei cristiani di oggi.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia di Santa Maria Assunta, in Lesmo, che ricordano il centenario di dedicazione della propria chiesa; come pure quelli della parrocchia dei Santi Leucio e Pantaleone, in Borgo di Montoro Inferiore. Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita ed invoco volentieri su di voi e sulle vostre Comunità copiosi doni celesti per una sempre più solida testimonianza cristiana.

Saluto poi i partecipanti al Convegno internazionale sulle cellule staminali adulte, organizzato dall’Università  »
La Sapienza » di Roma, che si pone l’obiettivo di sviluppare la terapia cellulare autologa in ambito cardiaco, mediante l’utilizzo delle cellule staminali adulte. Al riguardo, la posizione della Chiesa, suffragata dalla ragione e dalla scienza, è chiara: la ricerca scientifica va giustamente incoraggiata e promossa, sempre che non avvenga a scapito di altri esseri umani la cui dignità è intangibile fin dai primi stadi dell’esistenza.

Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Siamo ormai entrati nell’estate, per molti tempo di ferie e di riposo. Per voi, cari giovani, sia un’occasione per utili esperienze sociali e religiose; per voi, cari sposi novelli, un opportuno periodo per cementare la vostra unione e approfondire la vostra missione nella Chiesa e nella società. Auspico inoltre che a voi, cari malati, non manchi durante questi mesi estivi la vicinanza di persone care.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 27 juin, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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http://www.christianfusi.com/blog/archives/000327.html

Dai nostri frutti ci riconosceranno

Sant’Ignazio d’Antiochia (? – circa 110), vescovo et martire
Lettera agli Efesini, 13-15

Dai nostri frutti ci riconosceranno

Impegnatevi a riunirvi più di frequente nell’azione di grazie e di gloria verso Dio. Quando vi riunite spesso, le forze di Satana vengono abbattute e il suo flagello si dissolve nella concordia della fede. Niente è più bello della pace nella quale si frustra ogni guerra di potenze celesti e terrestri.

Nulla di tutto questo vi sfuggirà, se avete perfettamente la fede e la carità in Gesù Cristo, che sono il principio e lo scopo della vita. Il principio è la fede, il fine la carità. L’una e l’altra insieme riunite sono Dio, e tutto il resto segue la grande bontà. Nessuno che professi la fede pecca, nessuno che abbia la carità odia. « L’albero si conosce dal suo frutto ». Così coloro che si professano di appartenere a Cristo saranno riconosciuti da quello che operano. Ora l’opera non è di professione di fede, ma che ognuno si trovi nella forza della fede sino all’ultimo.

È meglio tacere ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il maestro e « ha detto e ha fatto » (Sal 32,9) e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace. Nulla sfugge al Signore, anche i nostri segreti gli sono vicino. Tutto facciamo considerando che abita in noi templi suoi ed egli il Dio che è in noi, come è e apparirà al nostro volto amandolo giustamente.

iconostasi

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PARROCCHIA GRECO ORTODOSSA IN BOLOGNA

SAN DEMETRIO MEGALOMARTIRE

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Publié dans:immagini sacre |on 26 juin, 2007 |Pas de commentaires »

In centomila con Benedetto XVI per il Corpus Domini – MA QUEI 100MILA IN CORTEO NON SONO NOTIZIA

dal sito:

http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2576 

MA QUEI 100MILA IN CORTEO NON SONO NOTIZIA 

In centomila con Benedetto XVI per il Corpus Domini. E i media, tutti presi con Casarini, tacciono. Ci sono decine di miracoli eucaristici che fanno intuire quale grande mistero si nasconda in quel pezzo di pane che, una volta tra le mani del sacerdote, diventa Gesù… 

di ANTONIO SOCCI

I quattro sciamannati che contestano Bush da giorni hanno l’onore delle prime pagine e delle aperture dei tiggì. Ma le 100mila persone che giovedì sera, a Roma con il Papa, hanno partecipato alla processione del Corpus Domini fra le basiliche del Laterano e di Santa Maria Maggiore, non hanno meritato neanche una riga di attenzione da nessuno. È la dittatura del relativismo. Interessano i cattolici che ad Assisi fanno le marce della pace con Bertinotti, ma non le folle cattoliche che pregando portano per le vie di Roma l’Eucaristia. Cosa volete che sia la notizia di Dio che si fa carne e poi pane… Tutti siamo indotti a pensare che un Casarini che si agita in Trastevere sia più importante. Certo, tutto passa. Sono passati pure Lenin e Stalin, figuriamoci Casarini… Ma noi intellettuali invece pensiamo che siano i vari Casarini, i Silvestri e i Lapo Elkann e le veline, meteore che attraversano le nostre effimere cronache, a far notizia e non piuttosto il Signore della storia,
la Bellezza fatta carne, che è fra noi da duemila anni e che ha promesso di restare per sempre. Siamo accecati o banali? Anche se – nelle nostre disperate solitudini laiche – pensassimo che 100mila romani in processione siano solo folklore oppure – come scrive Odifreddi – ritenessimo che i cristiani siano dei «cretini», è pur sempre un fenomeno sociale clamoroso. Perché non interrogarsi?
IL FIGLIO DI DIO CHE DIVENTA PANE
Oltretutto a quel mistero che è l’Eucaristia sono state dedicate le nostre cattedrali e i più grandiosi capolavori della nostra arte. Fra i «cretini» devoti a quel mistero troviamo Mozart, Caravaggio, Dante, Raffaello che hanno espresso tutta la loro commozione per il Dio che si fa pane quotidiano. Folle di martiri hanno dato la vita per lui e i più grandi santi sono stati innamorati di Gesù «pane di vita»: da Francesco d’Assisi a Caterina da Siena, da Tommaso d’Aquino a Madre Teresa, da padre Pio a santa Chiara che con l’ostensorio fermò addirittura i saraceni. A far intuire che immane mistero si nasconda in quel pezzo di pane ci sono decine di miracoli eucaristici. Cito due dei più famosi. Quello di Lanciano e quello di Siena. A Lanciano, attorno al 750, un monaco stava celebrando la messa, ma da tempo era assalito dai dubbi: possibile che quella piccola ostia bianca diventi realmente fra le mani del sacerdote il vero corpo di Cristo? Mentre pregava Dio che lo liberasse da questo assillo, vide letteralmente il pane trasformarsi in carne. Atterrito e confuso scoppiò in lacrime. Il clamore fu enorme e quell’ostia di carne è tuttora conservata nella chiesa di San Francesco. Nel 1971 furono fatti esami di laboratorio. Il professor Odoardo Linoli il 4 marzo rese noti i risultati: si tratta di tessuto di cuore umano e sangue umano (emogruppo AB). Inoltre, «nel liquido di eluizione dell’antico sangue si riconoscono tutti i componenti del siero di sangue fresco (tracciato elettroforetico) e tutti gli accertamenti fatti sulla carne e sul sangue non hanno mai portato al riconoscimento di materiali estranei, destinati alla conservazione». Si è scoperto che la carne è parte del ventricolo sinistro di un cuore umano. Il professor Linoli dichiara che l’ipotesi di un falso (cioè di un cuore prelevato da un cadavere) non è convincente per il tipo di tessuto e per come tale tessuto è stato prelevato («le prime dissezioni anatomiche sull’uomo si ebbero posteriormente al 1300»). Inoltre – studiando la retrazione concentrica del tessuto stesso e come si tentò nell’VIII secolo di fissarlo – il professore ha concluso che questo frammento di cuore, quando il monaco se lo trovò fra le mani, «fosse allo stato vivente». Un altro caso a Siena. Il 14 agosto 1730 alcuni ladri, nella basilica di San Francesco, ru- bano la pisside d’argento piena di particole consacrate. Il sacrilegio sconvolge la città. Il giorno 17 le ostie sono ritrovate dentro una cassetta delle elemosine del santuario di S. Maria in Provenzano. Per farla breve, da allora – sono passati 277 anni – si conservano prodigiosamente incorrotte, sebbene il materiale di cui sono fatte sia quanto mai effimero. Analisi scientifiche hanno attestato che sono «intatte e senza sfrangiature». Conclusione del professor Grimaldi: «Le Sante Particole di Siena sono in perfetto stato di conservazione contro ogni legge fisica e chimica e nonostante le condizioni del tutto sfavorevoli in cui si sono venute a trovare. Un fenomeno eccezionale e straordinario». Molti altri sono i miracoli eucaristici riconosciuti dalla Chiesa. Poi ci sono gli episodi non ancora riconosciuti come miracoli, anche perché molto recenti, come quello clamoroso accaduto, il 7 novembre 1999, a Lourdes, nella basilica inferiore. Celebra- va l’arcivescovo di Lione e con lui il cardinal Lustiger, arcivescovo di Parigi, con molti vescovi d’Oltralpe. La messa era trasmessa in diretta dalla televisione francese Antenne 2 e dunque quello che accadde è tutto documentato (si può vedere su Internet). Al momento dell’epiclesi, cioè quando i sacerdoti stendono le mani invocando lo Spirito Santo perché il pane e il vino diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, si vede chiaramente che la grande ostia bianca si solleva, oscilla e resta sospesa nell’aria per molti minuti, a qualche centimetro dalla patena, fino alla fine del canone. Il movimento con cui si solleva è impressionante. Alcuni esperti hanno analizzato la ripresa escludendo ogni manipolazione tecnica. Un altro fatto inspiegabile pare sia accaduto alla coreana Julia Youn Hong-Son. Il 31 ottobre 1995 partecipa alla messa che Giovanni Paolo II celebrava nella sua cappella privata. Riceve da lui la comunione e qui accade un fatto sconvolgente: sulla sua lingua quell’ostia diventa di carne. C’è un filmato che mostra quando il Papa, finita la messa, giunge davanti a Julia: lei si inginocchia e mostra al Santo Padre il prodigio. Si nota lo sguardo stupito del Papa che carezza la guancia di Julia e traccia una croce sulla sua fronte (il filmato è stato mostrato per la prima volta da Piero Vigorelli, a « Miracoli », su Rete 4, il 18 maggio 2001). Certo su questo episodio come su quello di Lourdes dovrà pronunciarsi
la Chiesa. Ma i miracoli eucaristici già accertati parlano chiaro: alla fame di significato, di bellezza, di amore di ogni uomo, Cristo risponde facendosi pane, per sostenerci, trasformarci in Lui e divinizzare perfino il nostro corpo che si disfà e decade ogni giorno: se ci nutriamo di Lui è destinato a diventare un corpo glorioso come quello di Gesù dopo la resurrezione, non sottoposto più ai limiti dello spazio e del tempo, eternamente giovane.
UNA PRESENZA REALE CHE SPAZZA LE OMBRE
Ecco perché i centomila romani sono stati mossi dal desiderio di incontrare – ha detto il Papa – «Gesù che passa per le strade». Il cardinal Siri, 40 anni fa, in una circostanza analoga alla visita romana di Bush, ebbe a dire: «In questo mondo c’è Kennedy, c’è Kruscev, ci sono tutti gli altri, che nel giro di pochissimi anni non vi saranno più. Vi prego di ricordarvi che in questo mondo c’è Gesù Cristo (con questo è detto tutto!) e che Gesù Cristo è il Figlio di Dio fatto uomo, cioè Egli è l’infinito e il più umano di tutti, l’unico veramente umano perché in un modo non ripetibile dagli altri, è andato in croce per tutti gli uomini…. Questi uomini che se arriva in una città un divo o una diva dello schermo, parlano per qualche tempo solo di quello, ombre effimere, assolutamente effimere e inconsistenti come tutte le ombre! Costoro che non si ricordano che Nostro Signore e Salvatore, quello che è andato in croce per loro, rimane lì nel Tabernacolo, Dio e Uomo, non con la presenza spirituale, ma con la presenza reale…». Presenza che riempie ogni solitudine, vince il dolore e la morte e ama ciascuno chiamandolo per nome.
www.antoniosocci.it 

 

Dante, Benigni e la «maturità» del Governo di Antonio Socci

dal sito: 

http://www.fattisentire.net/modules.php?name=News&file=article&sid=2591 

Dante, Benigni e la «maturità» del Governo 

Dopo il ’68 l’Alighieri era considerato un reazionario, poi è arrivato Benigni e l’ “homo de sinistra” ha riscoperto il poema sacro e con lui i media. Ma siamo sicuri che – al di là dello sdoganamento mediatico-politico della Commedia – se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del Ministero pare dimostrare il contrario: un’abissale ignoranza, perfino da parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro. Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in giro… Ma in mezzo a tanto squallore l’inizio di conversione di Benigni attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non lo capisce nessuno… 

di ANTONIO SOCCI 

A che serve il Ministero della Pubblica Distruzione? L’errore di quest’anno nel titolo del tema sulla Divina Commedia, non è uno dei tanti che di solito infarciscono i test per la maturità, a riprova del naufragio della scuola. No. Questo è una flop politico come
la Finanziaria o l’indulto. Il segnale infatti doveva essere l’esatto opposto. Volevano far capire che Dante era stato ormai sdoganato da Roberto Benigni diventando uno « de noantri » (di sinistra come la doccia e il caffè, mentre il thè e il bagno nella vasca restano « di destra »). Il genio di Veltroni – che già sdoganò a sinistra Alvaro Vitali ed Edwige Fenech – se fosse stato già al posto di Prodi avrebbe fatto un’operazione di successo. A ruota di Benigni che ha « ripulito » l’Alighieri rendendolo potabile allo snobismo dell’ « homo progressista », il quale detesta e disprezza tutto ciò che sa di cattolicesimo o parla « di santi e Madonne ». Il Dante di Benigni è diventato, da 5 o 6 anni a questa parte, un geniale compagno progressista che permette di ridere di Berlusconi, di Ferrara e dei preti come
la Guzzanti e
la Dandini. Un’operazione eccezionale. Per trent’anni – dopo il Sessantotto – il sommo poeta è stato considerato un vecchio barbogio da prendere a calci. Il nuovo potere scolastico lo ha squalificato come un palloso reazionario. Faceva testo – per la cultura Sessantottina – la canzoncina di Venditti, « Compagno di scuola », che si chiedeva «se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito» e dichiarava «
la Divina Commedia, sempre più commedia». La nostra provinciale intelligentsia non si era accorta nemmeno che nel frattempo – nel ’68 parigino – un intellettuale (allora) maoista come Philippe Sollers, folgorato dal poema dantesco, ne tracciava su « Tel Quel » una mirabolante lettura strutturalista, facendone il capolavoro di tutti i tempi, l’Opera di tutte le opere, la lingua universale.
EPURATO DALLA SCUOLA
Da noi il « reazionario » Dante veniva puntualmente sputacchiato ed epurato dai programmi ministeriali dove irrompeva e dilagava la mitica « attualità », fatta di Che Guevara, ecologia, problemi sociali e balle varie. Ho fatto il liceo e l’università dopo il Sessantotto, fra il 1974 e il 1983, e di Dante non c’era più traccia. Cancellato come capitava a certi poeti in disgrazia nell’Urss di Stalin. Due amici di Comunione e liberazione mi fecero scoprire e amare – insieme alla bellezza del cristianesimo – anche
la Divina Commedia, 25 anni prima di Benigni, che a quel tempo cantava ancora « L’inno del corpo sciolto ». Folgorato da Dante mi tuffai a leggere tutto, feci la tesina della maturità e poi la tesi di laurea sulla Divina Commedia nello sconcerto dei professori che mi ritennero un integralista provocatore. A rivelare Dante a noi giovani cercatori del senso della vita, in quegli anni bui, c’era quasi solo don Giussani, umanissimo maestro di Bellezza che ci struggeva i cuori aprendoci folgoranti panorami di poesia e di musica. Eravamo una piccola compagnia (presa a sputi dappertutto) che – con il bel gioco di parole di Davide Rondoni – si può definire il « Clan Destino ». Poi, vent’anni dopo, arrivò Benigni. E di punto in bianco l’ « homo de sinistra » e i media scoprirono Dante. Ed allora eccoli tutti emigrare in branchi, a migliaia, a riempire le piazze per ascoltare le declamazioni benignesche del poema sacro, a esprimere appassionato interesse, ad andare in sollucchero per
la Commedia: 70 repliche in 27 città, 120 mila spettatori solo a Roma per il V canto dell’Inferno. «Da mesi fa il tutto esaurito, dovunque si sposti, ci sono già andati in 500 mila, la gente fa la fila al botteghino», scrive Siegmund Ginzberg su « Repubblica » a proposito del «fenomeno Benigni». Ed ecco
la Rai che programma, sulla prima rete, per l’anno prossimo, una serie di letture dantesche di Benigni che si annunciano già un gran successo. È un’ottima idea, perché sottrae meritoriamente serate a « Porta a porta » e finalmente, nell’orrida tv dei reality e dei crimini familiari, fa irrompere
la Bellezza. Si aprono però alcune domande. Prima: qualche rappresentante della cultura Sessantottarda ha fatto ammenda? Ha riconosciuto che intere generazioni di giovani sono state ingiustamente private di un tesoro così prezioso? E in tutta questa « Dantemania » si comprende davvero l’essenza cristiana della Commedia? E si riconosce, di conseguenza, l’insensatezza dell’attuale tentativo di sradicamento delle radici cattoliche della nostra cultura? O hanno sempre ragione loro e, dopo averlo epurato, oggi possono impunemente fingersi scopritori di Dante, continuando però a odiare e combattere il suo connotato cristiano? Seconda domanda: siamo sicuri che – al di là dello sdoganamento mediatico-politico della Commedia – se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del Ministero pare dimostrare il contrario: un’abissale ignoranza, perfino da parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro, quello da cui è stata tratta la lingua italiana (caso unico, una lingua nazionale ricavata da un Poema letterario). Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in giro. Ieri Nadia Verdile, una professoressa, sul « Manifesto », ha addirittura invitato i ragazzi impegnati nella maturità «a chiedere alla magistratura di invalidare la stessa per palese difformità con le leggi dello Stato e per ingiustificato razzismo nei confronti degli studenti non liceali». Il ragionamento dell’insegnante è questo: «Le cantiche della Divina Commedia si studiano, anno per anno, solo nei licei! Maledizione, questi programmi sono legge dello Stato italiano». E siccome in tutti gli altri istituti superiori, tre quarti del totale, «non si insegna la lettura delle cantiche e dei canti della Divina Commedia», il tema di quest’anno della maturità rappresenta una palese ingiustizia. Si potrebbe obiettare che c’erano altri temi, «ma» replica l’insegnante «sarebbe razzismo e soprattutto negazione di un diritto, cioè quello di avere le stesse possibilità degli studenti liceali». A parte l’accusa di « razzismo », che mi pare qui non c’entri niente, resta un problema: se le nostre giovani generazioni sono tuttora derubate di questo eccezionale tesoro, il ministro Fioroni non ritiene che si debbano rivedere i programmi?
TROPPO CATTOLICO
Terza domanda: Benigni come lettore e interprete di Dante è attendibile? Vittorio Sermonti, che lo ha preceduto nelle letture pubbliche della Commedia, intervistato giovedì da « Magazine », ha punzecchiato il comico toscano: «Non mi dispiace come lo legge. Ma credo che il pubblico di Benigni esca dallo spettacolo uguale a quando ci è entrato e pensando che Dante sia attualissimo e un po’ fessacchiotto. Io rivendico il diritto all’inattualità, non la faccio così facile». Sermonti ha ragione, ma dipende solo da Benigni o anche dal suo pubblico che non si lascia mettere in discussione? In un’altra intervista Sermonti afferma che una «lettura appassionante» di Dante nella scuola è possibile e auspicabile, perché «costringerebbe a pensare al Cristianesimo non in termini edulcorati o sentimentali, ma permetterebbe di comprendere lo « scandalo » di cui è portatore. E gli studenti troverebbero molte risposte alle loro domande di senso». Ma è per questo che Dante a scuola continua ad essere bandito. Perché tipico dell’intellettualità italiana è non volersi mai mettere in discussione sul cattolicesimo e non si può capire davvero
la Commedia senza far esperienza dell’infelicità del peccato, della bellezza del perdono e della felicità che dà la grazia. Benigni in realtà è un testimone convincente e commovente perché il suo stupore di fronte a Cristo o alla bellissima Vergine Maria, è evidente. In questo senso il suo inizio di conversione attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non lo capisce nessuno.
www.antoniosocci.it

LIBERO 23 giugno 2007

NEPAL – Era una dea vivente, reclama il diritto ad una vita normale

dal sito AsiaNews:

 26/06/2007 12:42
NEPAL
Era una dea vivente, reclama il diritto ad una vita normale
di Kalpit Parajuli
Una delle ex Kumari indù parla della sua infanzia di reclusione, privata di amicizie, famiglia ed istruzione. Tornata mortale, dopo la sua deposizione, ora si è diplomata e giura di sfidare “l’inumana superstizione” che la vorrebbe nubile per tutta la vita.

 

Kathmandu (AsiaNews) – Nascono comuni mortali, membri delle caste basse, per poi essere elevate a divinità viventi; costrette a vivere in isolamento fin dall’infanzia, senza amicizie ed istruzione, al primo ciclo mestruale o malattia tornano drasticamente esseri umani con tutte le difficoltà di riadattarsi alla quotidianità. Sono le Kumari, le divinità viventi degli indù, che ora iniziano a ribellarsi a “superstizioni disumane” che in Nepal le costringono ad una vita solitaria, priva di affetti e con la credenza che chiunque sposeranno morirà entro pochi mesi. 

  

Rashmila Shakya, nata a Kwahiti, è stata Kumari dal 1984 al 1991. Ora ha 24 anni e si sta per diplomare in Informatica. A 4 anni è stata strappata alla sua famiglia per diventare una divinità. “Durante la mia infanzia – racconta – ho vissuto confinata nel Kumari Ghar (il tempio dedicato alle dee viventi, ndr), ora che sono tornata normale e che sono ancora giovane perché non posso sposarmi?”. La ragazza ricorda: “Non ho mai ricevuto un’istruzione adeguata, veniva a trovarmi un tutore che mi faceva lezione solo per un’ora al giorno”. Rashmila ha iniziato così a studiare in modo sistematico solo all’età di 12 anni, quando è stata sostituita da una nuova Kumari. Ora reclama il suo diritto ad una vita normale e definisce “inumana pratica superstiziosa” quella che le imporrebbe di rimanere nubile per sempre. Si ritiene che un uomo che sposa una ex Kumari è condannato a morire entro sei mesi, tossendo sangue. 

  

Il culto della Kumari (che significa “vergine”) ha sede in Nepal; è l’incarnazione della Dea Taleju Bhawani, meglio conosciuta in India come Durga.
La Kumari viene scelta tra le bambine buddiste della casta Newar Shakya, residenti a Kathmandu da almeno tre generazioni; la casta è la stessa cui apparteneva il Buddha. Anche se scelta tra i buddisti è ugualmente venerata dagli indù. La sua festa annuale, in cui le è concesso di uscire in pubblico su un carro, è
la Kumari Jiatra. 

  

Poiché viene considerata onnisciente
la Kumari non riceve alcuna istruzione. Più di recente, in ogni caso, le è stato assegnato un tutore, una modernizzazione che si è vista necessaria perché fosse in grado di reintrodursi nella vita normale. 

 

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giochi d’acqua

 

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