Archive pour juin, 2007

La Santissima Trinità

La Santissima Trinità dans immagini sacre lonergan-trinity-icon

originale inglese, dal sito:

http://kmknapp.blogspot.com/2004_06_01_archive.html

This icon, in Toronto, Ontario, is titled, if my memory serves, « Holy Theologian Bernard in the Processions of the Holy Trinity. » The three holy visitors to Abraham, the iconic representation of the Trinity, are those three angel figures. The tiny guy in the righthand corner, who’s prostrating after dropping his book and pen, is the indomitable Bernard Lonergan. I myself suspect that Karl and Hugo Rahner and Hans Urs von Balthasar are just out-frame right in the same state of awe.

A glorious Trinity Sunday to you!

« Questa icona, a Toronto, Ontario, è intitolata, se la mia memoria serve, « Il teologo San Bernardo (Lonergan – non lo conosco)nelle Processioni della Trinità santa.„ I tre ospiti santi a Abraham, la rappresentazione iconica della Trinità, sono quelle figure di tre angeli. Il tipo molto piccolo nel angolo destro, che prostrating dopo avere caduto il suoi libro e penna, è il Bernardo indomitable Lonergan. Io stesso sospetto che Karl e Hugo Rahner e Hans Urs von Balthasar sono destra giusta della fuori-struttura in stessi dichiara di avere (?). Una Una buona domenica a tutti. »

« Cette icône, à Toronto, Ontario, est intitulée, si ma mémoire sert, « théologien saint Bernard dans les cortèges de la trinité sainte. » Les trois visiteurs saints à Abraham, la représentation iconique de la trinité, sont ces chiffres de trois anges. Le type minuscule dans le coin droit, qui se prosterne après la chute de son livre et stylo, est le Bernard indomptable Lonergan. I moi-même suspect que Karl et Hugo Rahner et Hans Urs von Balthasar ont raison juste de dehors-armature dans le même état de crainte. Une trinité dimanche glorieuse à toi ! »

 

Publié dans:immagini sacre |on 1 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Lo studioso ebreo citato nel «Gesù di Nazaret» di Ratzinger ha pubblicato un articolo sul «Jerusalem Post». Elogiando il Pontefice

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

IL CASO
Lo studioso ebreo citato nel «Gesù di Nazaret» di Ratzinger ha pubblicato un articolo sul «Jerusalem Post». Elogiando il Pontefice 

Il rabbino sta col Papa 

Neusner: «Col suo libro le dispute ebraico-cristiane entrano in una nuova era. Possiamo incontrarci in un promettente esercizio di ragione e di critica»«Negli ultimi due secoli ci siamo parlati per fare riconciliazione sociale; ora finalmente si torna a confrontarsi sulla questione della verità» 

Di Giorgio Bernardelli  

«Benedetto XVI è un cercatore della verità. Quelli che stiamo vivendo sono tempi interessanti». Parola di Jacob Neusner, il rabbino newyorkese ampiamente citato dal Papa nel suo libro Gesù di Nazaret. Parola resa ancora più significativa dall’uditorio ebraico cui è stata rivolta. Si tratti infatti del passaggio finale di un lungo articolo di Neusner pubblicato l’altro giorno sul quotidiano israeliano Jerusalem Post. Un testo in cui il rabbino ripercorre la storia dei suoi studi e il suo rapporto con Ratzinger. «Immaginate il mio stupore quanto mi è stato detto che una risposta cristiana al mio libro A Rabbi Talks with Jesus era contenuta nel capitolo quarto del libro di Benedetto XVI», scrive. Ma soprattutto l’articolo di Neusner è un invito a considerare il volume di Joseph Ratzinger come l’apertura di una pagina nuova nel rapporto tra ebrei e cristiani. Prende le mosse da lontano, l’autore. «Nel Medio Evo – scrive – i rabbini erano costretti a impegnarsi, davanti a re e cardinali, in dispute con i sacerdoti su quale fosse la vera religione, l’ebraismo o il cristianesimo. Il risultato era scontato: i cristiani vincevano perché avevano la spada. Poi nell’era del secondo dopoguerra le dispute hanno lasciato il posto alla convinzione che le due religioni dicano la stessa cosa; le differenze sono state perciò ridotte a questioni secondarie. Ora invece è iniziato un nuovo tipo di disputa, nel quale è la verità delle due religioni a essere al centro del dibattito». È la prospettiva scelta da Neusner in A Rabbi Talks with Jesus, il suo libro pubblicato nel 1993 (in italiano Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, Piemme 1996). «Negli ultimi due secoli il dialogo ebraico-cristiano è servito come un mezzo per politiche di riconciliazione sociale – spiega l’autore -, non è stato più un’indagine religiosa sulle convinzioni dell’altro. Il negoziato ha preso il posto del dibattito, e si è pensato che la pretesa di verità della propria religione violasse le regole di buona c ondotta. Nel mio libro invece ho preso sul serio l’affermazione di Gesù secondo cui in lui
la Torah trova compimento e ho messo a confronto questa affermazione con gli insegnamenti di altri rabbini, in una sorta di colloquio tra maestri della Torah. Spiego in una maniera lucida e niente affatto apologetica perché, se fossi vissuto nella Terra di Israele del primo secolo e fossi stato presente al Discorso della Montagna, non mi sarei unito al gruppo dei discepoli di Gesù. Avrei detto no (anche se in maniera cortese) e sono sicuro di avere dalla mia parte solide ragioni e fatti». È una prospettiva – precisa il rabbino – che non indebolisce il dialogo, ma all’opposto lo rafforza. «Per molto tempo – si legge ancora nell’articolo apparso sul Jerusalem Post – gli ebrei hanno lodato Gesù come rabbino, un ebreo veramente come noi; ma per la fede cristiana in Gesù Cristo questa affermazione è assolutamente irrilevante. D’altra parte i cristiani hanno lodato l’ebraismo come la religione da cui è venuto Gesù, ma per noi questo è difficilmente un vero complimento. Io – aggiunge ancora Neusner – sottolineo le scelte diverse che sia l’ebraismo sia il cristianesimo compiono davanti alle Scritture che condividono. I cristiani capiranno meglio il cristianesimo se saranno consapevoli delle scelte che hanno compiuto; e lo stesso vale anche per gli ebrei rispetto all’ebraismo. Voglio spiegare ai cristiani perché io credo all’ebraismo; e questo dovrebbe aiutare loro a identificare quali sono le convinzioni che invece li portano in chiesa ogni domenica». Un compito sul quale ora Benedetto XVI rilancia. «Quando il mio editore mi chiese di consigliargli a quali colleghi chiedere di presentare il mio libro – scrive -, suggerii il rabbino capo Jonathan Sacks e il cardinale Joseph Ratzinger. Avevo ammirato gli scritti del cardinale Ratzinger sul Gesù della storia e gli avevo scritto per dirglielo. Lui mi aveva risposto e ci eravamo scambiati scritti e libri. La sua volontà di confrontarsi co n la questione della verità e non solo con le politiche della dottrina, mi era sembrata coraggiosa e costruttiva. Ora però Sua Santità ha compiuto un passo ulteriore e ha risposto alla mia critica con un esercizio di esegesi e teologia. Col suo Gesù di Nazaret le dispute ebraico-cristiane entrano in una nuova era. Siamo in grado di incontrarci l’un l’altro in un promettente esercizio di ragione e critica. Le parole del Monte Sinai ci portano insieme a rinnovare una tradizione lunga duemila anni di dibattito teologico al servizio della verità di Dio».

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 1 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Predicatore del Papa: “La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità”

du site: 

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-06-01  Predicatore del Papa: “La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità” 

Commento di padre Cantalamessa alla solennità della Santissima Trinità  ROMA, venerdì, 1° giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima, solennità della Santissima Trinità. 

* * * 

UGUALI E DIVERSI 

Domenica della Santissima Trinità
Proverbi 8, 22-31; Romani 5,1-5; Giovanni 16, 12-15 
Nel Vangelo, tratto dai discorsi di addio di Gesù, si profilano sullo sfondo tre misteriosi soggetti, inestricabilmente uniti tra loro. « Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi condurrà alla verità tutta intera…Tutto quello che il Padre possiede è mio [del Figlio!] ». Riflettendo su questi e altri testi dello stesso tenore,
la Chiesa è giunta alla sua fede nel Dio uno e trino.

Molti dicono: ma cos’è questo rebus di tre che sono uno e di uno che sono tre? Non sarebbe più semplice credere in un Dio unico, punto e basta, come fanno gli ebrei e i musulmani? La risposta è semplice.
La Chiesa crede nella Trinità, non perché prenda gusto a complicare le cose, ma perché questa verità le è stata rivelata da Cristo. La difficoltà di comprendere il mistero della Trinità è un argomento a favore, non contro la sua verità. Nessun uomo, lasciato a se stesso, avrebbe mai escogitato un tale mistero.

Dopo che il mistero ci è stato rivelato, intuiamo che, se Dio esiste, non può che essere così: uno e trino allo stesso tempo. Non può esserci amore se non tra due o più persone; se dunque « Dio è amore », ci deve essere in lui uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce. I cristiani sono anch’essi monoteisti; credono in un Dio che è unico, ma non solitario. Chi amerebbe Dio se fosse assolutamente solo? Forse se stesso? Ma allora il suo non sarebbe amore, ma egoismo, o narcisismo.

Vorrei cogliere il grande e formidabile insegnamento di vita che ci viene dalla Trinità. Questo mistero è l’affermazione massima che si può essere uguali e diversi: uguali per dignità e diversi per caratteristiche. E non è, questa, la cosa che abbiamo più urgente bisogno di imparare, per vivere bene in questo mondo? Che si può essere, cioè, diversi per colore della pelle, cultura, sesso, razza e religione, eppure godere di pari dignità, come persone umane?

Questo insegnamento trova il suo primo e più naturale campo di applicazione nella famiglia. La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità. Essa è fatta da persone diverse per sesso (uomo e donna) e per età (genitori e figli), con tutte le conseguenze che derivano da queste diversità: diversi sentimenti, diverse attitudini e gusti. Il successo di un matrimonio e di una famiglia dipende dalla misura con cui questa diversità saprà tendere a una superiore unità: unità di amore, di intenti, di collaborazione.

Non è vero che un uomo e una donna debbano essere per forza affini per temperamento e doti; che, per andare d’accordo, debbano essere o tutti e due allegri, vivaci, estroversi e istintivi, o tutti e due introversi, quieti, riflessivi. Sappiamo anzi quali conseguenze negative possono derivare, già sul piano fisico, da matrimoni fatti tra parenti, all’interno di una cerchia ristretta. Marito e moglie non devono essere uno « la dolce metà » dell’altro, nel senso di due metà perfettamente uguali, come una mela tagliata in due, ma nel senso che ognuno è la metà mancante dell’altro e il complemento dell’altro. Questo intendeva Dio quando disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto simile a lui » (Gn 2,18). Tutto questo suppone lo sforzo per accettare la diversità dell’altro, che è per noi la cosa più difficile e in cui solo i più maturi riescono.

Vediamo anche da questo come sia errato considerare
la Trinità un mistero remoto dalla vita, da lasciare alla speculazione dei teologi. Al contrario, esso è un mistero vicinissimo. Il motivo è molto semplice: noi siamo stati creati a immagine del Dio uno e trino, ne portiamo l’impronta e siamo chiamati a realizzare la stessa sublime sintesi di unità e diversità.

Publié dans:Padre Cantalamessa |on 1 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Il cuore di Maria, secondo Benedetto XVI

du site:

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-06-01  Il cuore di Maria, secondo Benedetto XVI 

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 1° giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo per intero il discorso pronunciato da Benedetto XVI, nella notte di giovedì, di fronte ai numerosi fedeli che hanno partecipato all’incontro di preghiera a conclusione del mese di maggio, svoltosi come è ormai tradizione nei Giardini Vaticani. In questo giorno
la Chiesa celebra
la Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria. 
* * * 

Cari fratelli e sorelle! con gioia mi unisco a voi al termine di questa veglia mariana, sempre suggestiva, con la quale si conclude in Vaticano il mese di maggio nella festa liturgica della Visitazione della Beata Vergine Maria. Saluto con fraterno affetto i Cardinali e i Vescovi presenti, e ringrazio l’Arciprete della Basilica, Mons. Angelo Comastri, che ha presieduto la celebrazione. Saluto i sacerdoti, le religiose e i religiosi, in particolare le monache del Monastero Mater Ecclesiae in Vaticano; come pure le tante famiglie che prendono parte a questo rito. Meditando i misteri della luce del santo Rosario, siete saliti su questo colle ove avete rivissuto spiritualmente, nel racconto dell’evangelista Luca, l’esperienza di Maria, che da Nazaret di Galilea « si mise in viaggio verso la montagna » (Lc 1,39) per raggiungere il villaggio della Giudea dove abitava Elisabetta col marito Zaccaria.

Che cosa ha spinto Maria, giovane ragazza, ad affrontare quel viaggio? Che cosa, soprattutto, l’ha spinta a dimenticare se stessa, per spendere i primi tre mesi della sua gravidanza al servizio della cugina bisognosa di assistenza? La risposta sta scritta in un Salmo: « Corro per la via dei tuoi comandamenti, [Signore,] / perché hai dilatato il mio cuore » (Sal 118,32). Lo Spirito Santo, che rese presente il Figlio di Dio nella carne di Maria, dilatò il suo cuore alle dimensioni di quello di Dio e la spinse sulla via della carità.
La Visitazione di Maria si comprende alla luce dell’evento che immediatamente precede nel racconto del Vangelo di Luca: l’annuncio dell’Angelo e il concepimento di Gesù ad opera dello Spirito Santo.

Lo Spirito scese sulla Vergine, la potenza dell’Altissimo stese su di Lei la sua ombra (cfr Lc 1,35). Quello stesso Spirito la spinse ad « alzarsi » e a partire senza indugio (cfr Lc 1,39), per essere di aiuto all’anziana parente. Gesù ha appena incominciato a formarsi nel seno di Maria, ma il suo Spirito ha già riempito il cuore di Lei, così che
la Madre inizia già a seguire il Figlio divino: sulla via che dalla Galilea conduce in Giudea è lo stesso Gesù a « spingere » Maria, infondendole lo slancio generoso di andare incontro al prossimo che ha bisogno, il coraggio di non mettere avanti le proprie legittime esigenze, le difficoltà, le preoccupazioni, i pericoli per la sua stessa vita. E’ Gesù che l’aiuta a superare tutto lasciandosi guidare dalla fede che opera mediante la carità (cfr Gal 5,6).

Meditando questo mistero, noi vediamo bene che cosa significhi che la carità cristiana è una virtù « teologale ». Vediamo che il cuore di Maria è visitato dalla grazia del Padre, è permeato dalla forza dello Spirito e spinto interiormente dal Figlio; vediamo cioè un cuore umano perfettamente inserito nel dinamismo della Santissima Trinità. Questo movimento è la carità, che in Maria è perfetta e diventa modello della carità della Chiesa, come manifestazione dell’amore trinitario (cfr Enc. Deus caritas est, 19).

Ogni gesto di amore genuino, anche il più piccolo, contiene in sé una scintilla del mistero infinito di Dio: lo sguardo di attenzione al fratello, il farsi vicino a lui, la condivisione del suo bisogno, la cura delle sue ferite, la responsabilità per il suo futuro, tutto, fin nei minimi dettagli, diventa « teologale » quando è animato dallo Spirito di Cristo. Ci ottenga Maria il dono di saper amare come Lei ha saputo amare. A Maria affidiamo questa singolare porzione di Chiesa che vive e lavora in Vaticano; Le affidiamo
la Curia Romana e le istituzioni ad essa collegate, perché lo Spirito di Cristo animi ogni compito ed ogni servizio. Ma da questo colle allarghiamo lo sguardo a Roma e al mondo intero, e preghiamo per tutti i cristiani, perché possano dire con san Paolo: « l’amore di Cristo ci spinge », e con l’aiuto di Maria sappiano diffondere nel mondo il dinamismo della carità.

Vi ringrazio ancora per la vostra devota e calorosa partecipazione. Portate il mio saluto ai malati, agli anziani e a ciascuno dei vostri cari. A tutti imparto di cuore la mia Benedizione.

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno GreatEgret

Great Egret, dal sito: 

http://www.sbs.utexas.edu/halldw/Bio340L/BirdList.html

 

 

« Abbiate fede in Dio »

San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa
Catechesi, n° 5

« Abbiate fede in Dio »

Sta scritto: « È difficile trovare un uomo fedele! » (Pr 20,6). Non dico che tu debba rivelare la tua coscienza a me, ma che mostri la sincerità della tua fede a Dio che scruta le reni e i cuori, e conosce i pensieri degli uomini (Sal 7,10;93,11). Gran cosa essere fedeli: rende l’uomo più ricco degli arciricchi. Il fedele infatti possiede tutti i beni del mondo, in quanto li disprezza e li calpesta; al contrario, i ricchi di beni materiali, benché ne abbiano a dovizia, finiscono col mancare di quelli dell’anima. Più ne ammassano, infatti, e più si consumano per la brama di quanto loro manca. Il fedele insomma è un uomo straordinario: ricco nella sua povertà perché sa che bisogna avere solo di che coprirsi e di che nutrirsi; quindi se n’accontenta, e disprezza le ricchezze.
Osservare la fede è un prestigioso distintivo non soltanto per noi cristiani che di Cristo portiamo il nome, ma lo è pure per chiunque nel mondo e anche presso gli estranei alla Chiesa osserva in modo assoluto la fede data. Vincolo di fede chiamiamo il patto che unisce nelle nozze persone estranee l’una all’altra; sulla fede si fonda anche l’agricoltore fiducioso di raccogliere i frutti, perché nessuno senza fiducia s’assoggetterebbe a fatiche. Per fede gli uomini solcano il mare affidandosi con fiducia a un piccolo legno. Sulla fede insomma si fonda la maggior parte degli umani negozi.
La lettura di oggi vi ha però chiamato alla vera fede, e vi ha indicato la via che dovete anche voi seguire per piacere a Dio. Per Daniele, come leggiamo, la fede chiuse la bocca ai leoni (Dn 6,23). « Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno » (Ef 6,16)… la fede dà all’uomo tanta forza da farlo camminare sulle onde restando a galla (Mt 14,29). La fede è tanto potente che non salva soltanto chi crede, ma anche altri per merito dei credenti. Per il paralitico di Cafarnao ebbero fede quelli che lo portarono e calarono per il tetto (Mt 9,2). La fede delle sorelle di Lazzaro ebbe tanto potere, che richiamò il morto dalle porte degli inferi (Gv 11)… Questa fede quindi, che viene data come carisma dello Spirito e non solo come dottrina, infonde un’energia superiore alle possibilità umane, per cui chi la possiede può dire a questo monte: « Spostati da qui a lì », ed esso si trasferisce.

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