Dante, Benigni e la «maturità» del Governo di Antonio Socci

dal sito: 

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Dante, Benigni e la «maturità» del Governo 

Dopo il ’68 l’Alighieri era considerato un reazionario, poi è arrivato Benigni e l’ “homo de sinistra” ha riscoperto il poema sacro e con lui i media. Ma siamo sicuri che – al di là dello sdoganamento mediatico-politico della Commedia – se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del Ministero pare dimostrare il contrario: un’abissale ignoranza, perfino da parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro. Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in giro… Ma in mezzo a tanto squallore l’inizio di conversione di Benigni attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non lo capisce nessuno… 

di ANTONIO SOCCI 

A che serve il Ministero della Pubblica Distruzione? L’errore di quest’anno nel titolo del tema sulla Divina Commedia, non è uno dei tanti che di solito infarciscono i test per la maturità, a riprova del naufragio della scuola. No. Questo è una flop politico come
la Finanziaria o l’indulto. Il segnale infatti doveva essere l’esatto opposto. Volevano far capire che Dante era stato ormai sdoganato da Roberto Benigni diventando uno « de noantri » (di sinistra come la doccia e il caffè, mentre il thè e il bagno nella vasca restano « di destra »). Il genio di Veltroni – che già sdoganò a sinistra Alvaro Vitali ed Edwige Fenech – se fosse stato già al posto di Prodi avrebbe fatto un’operazione di successo. A ruota di Benigni che ha « ripulito » l’Alighieri rendendolo potabile allo snobismo dell’ « homo progressista », il quale detesta e disprezza tutto ciò che sa di cattolicesimo o parla « di santi e Madonne ». Il Dante di Benigni è diventato, da 5 o 6 anni a questa parte, un geniale compagno progressista che permette di ridere di Berlusconi, di Ferrara e dei preti come
la Guzzanti e
la Dandini. Un’operazione eccezionale. Per trent’anni – dopo il Sessantotto – il sommo poeta è stato considerato un vecchio barbogio da prendere a calci. Il nuovo potere scolastico lo ha squalificato come un palloso reazionario. Faceva testo – per la cultura Sessantottina – la canzoncina di Venditti, « Compagno di scuola », che si chiedeva «se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito» e dichiarava «
la Divina Commedia, sempre più commedia». La nostra provinciale intelligentsia non si era accorta nemmeno che nel frattempo – nel ’68 parigino – un intellettuale (allora) maoista come Philippe Sollers, folgorato dal poema dantesco, ne tracciava su « Tel Quel » una mirabolante lettura strutturalista, facendone il capolavoro di tutti i tempi, l’Opera di tutte le opere, la lingua universale.
EPURATO DALLA SCUOLA
Da noi il « reazionario » Dante veniva puntualmente sputacchiato ed epurato dai programmi ministeriali dove irrompeva e dilagava la mitica « attualità », fatta di Che Guevara, ecologia, problemi sociali e balle varie. Ho fatto il liceo e l’università dopo il Sessantotto, fra il 1974 e il 1983, e di Dante non c’era più traccia. Cancellato come capitava a certi poeti in disgrazia nell’Urss di Stalin. Due amici di Comunione e liberazione mi fecero scoprire e amare – insieme alla bellezza del cristianesimo – anche
la Divina Commedia, 25 anni prima di Benigni, che a quel tempo cantava ancora « L’inno del corpo sciolto ». Folgorato da Dante mi tuffai a leggere tutto, feci la tesina della maturità e poi la tesi di laurea sulla Divina Commedia nello sconcerto dei professori che mi ritennero un integralista provocatore. A rivelare Dante a noi giovani cercatori del senso della vita, in quegli anni bui, c’era quasi solo don Giussani, umanissimo maestro di Bellezza che ci struggeva i cuori aprendoci folgoranti panorami di poesia e di musica. Eravamo una piccola compagnia (presa a sputi dappertutto) che – con il bel gioco di parole di Davide Rondoni – si può definire il « Clan Destino ». Poi, vent’anni dopo, arrivò Benigni. E di punto in bianco l’ « homo de sinistra » e i media scoprirono Dante. Ed allora eccoli tutti emigrare in branchi, a migliaia, a riempire le piazze per ascoltare le declamazioni benignesche del poema sacro, a esprimere appassionato interesse, ad andare in sollucchero per
la Commedia: 70 repliche in 27 città, 120 mila spettatori solo a Roma per il V canto dell’Inferno. «Da mesi fa il tutto esaurito, dovunque si sposti, ci sono già andati in 500 mila, la gente fa la fila al botteghino», scrive Siegmund Ginzberg su « Repubblica » a proposito del «fenomeno Benigni». Ed ecco
la Rai che programma, sulla prima rete, per l’anno prossimo, una serie di letture dantesche di Benigni che si annunciano già un gran successo. È un’ottima idea, perché sottrae meritoriamente serate a « Porta a porta » e finalmente, nell’orrida tv dei reality e dei crimini familiari, fa irrompere
la Bellezza. Si aprono però alcune domande. Prima: qualche rappresentante della cultura Sessantottarda ha fatto ammenda? Ha riconosciuto che intere generazioni di giovani sono state ingiustamente private di un tesoro così prezioso? E in tutta questa « Dantemania » si comprende davvero l’essenza cristiana della Commedia? E si riconosce, di conseguenza, l’insensatezza dell’attuale tentativo di sradicamento delle radici cattoliche della nostra cultura? O hanno sempre ragione loro e, dopo averlo epurato, oggi possono impunemente fingersi scopritori di Dante, continuando però a odiare e combattere il suo connotato cristiano? Seconda domanda: siamo sicuri che – al di là dello sdoganamento mediatico-politico della Commedia – se ne conoscano almeno le nozioni basilari? La gaffe del Ministero pare dimostrare il contrario: un’abissale ignoranza, perfino da parte degli addetti ai lavori, del Poema sacro, quello da cui è stata tratta la lingua italiana (caso unico, una lingua nazionale ricavata da un Poema letterario). Proporre Dante ai temi di maturità senza reinserirlo nei programmi è davvero una colossale presa in giro. Ieri Nadia Verdile, una professoressa, sul « Manifesto », ha addirittura invitato i ragazzi impegnati nella maturità «a chiedere alla magistratura di invalidare la stessa per palese difformità con le leggi dello Stato e per ingiustificato razzismo nei confronti degli studenti non liceali». Il ragionamento dell’insegnante è questo: «Le cantiche della Divina Commedia si studiano, anno per anno, solo nei licei! Maledizione, questi programmi sono legge dello Stato italiano». E siccome in tutti gli altri istituti superiori, tre quarti del totale, «non si insegna la lettura delle cantiche e dei canti della Divina Commedia», il tema di quest’anno della maturità rappresenta una palese ingiustizia. Si potrebbe obiettare che c’erano altri temi, «ma» replica l’insegnante «sarebbe razzismo e soprattutto negazione di un diritto, cioè quello di avere le stesse possibilità degli studenti liceali». A parte l’accusa di « razzismo », che mi pare qui non c’entri niente, resta un problema: se le nostre giovani generazioni sono tuttora derubate di questo eccezionale tesoro, il ministro Fioroni non ritiene che si debbano rivedere i programmi?
TROPPO CATTOLICO
Terza domanda: Benigni come lettore e interprete di Dante è attendibile? Vittorio Sermonti, che lo ha preceduto nelle letture pubbliche della Commedia, intervistato giovedì da « Magazine », ha punzecchiato il comico toscano: «Non mi dispiace come lo legge. Ma credo che il pubblico di Benigni esca dallo spettacolo uguale a quando ci è entrato e pensando che Dante sia attualissimo e un po’ fessacchiotto. Io rivendico il diritto all’inattualità, non la faccio così facile». Sermonti ha ragione, ma dipende solo da Benigni o anche dal suo pubblico che non si lascia mettere in discussione? In un’altra intervista Sermonti afferma che una «lettura appassionante» di Dante nella scuola è possibile e auspicabile, perché «costringerebbe a pensare al Cristianesimo non in termini edulcorati o sentimentali, ma permetterebbe di comprendere lo « scandalo » di cui è portatore. E gli studenti troverebbero molte risposte alle loro domande di senso». Ma è per questo che Dante a scuola continua ad essere bandito. Perché tipico dell’intellettualità italiana è non volersi mai mettere in discussione sul cattolicesimo e non si può capire davvero
la Commedia senza far esperienza dell’infelicità del peccato, della bellezza del perdono e della felicità che dà la grazia. Benigni in realtà è un testimone convincente e commovente perché il suo stupore di fronte a Cristo o alla bellissima Vergine Maria, è evidente. In questo senso il suo inizio di conversione attraverso Dante è lo spettacolo più bello e struggente. Ma non lo capisce nessuno.
www.antoniosocci.it

LIBERO 23 giugno 2007

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2 Commentaires Commenter.

  1. le 31 décembre, 2008 à 18:19 marialuisa neri écrit:

    Leggo oggi-31 dicembre 2008-l’articolo di Socci: non è vero che Dante sia epurato dalle scuole perché continua ad essere previsto dai programmi ministeriali (p.e.: le sperimentazioni a regime secondo Brocca) e continua ad essere letto e studiato negli istituti superiori; come me, tanti miei colleghi insistono e persistono nel proporre Dante agli allievi e a farne studiare a memoria le terzine più significative. Le letture televisive di Benigni sono servite e servono ad avvicinare Dante al grande pubblico: e non è poco. Certo,Sermonti è un’altra cosa…Sono una docente di lettere con 40 anni di servizio (ahimé) e

  2. le 1 janvier, 2009 à 16:51 incamminoverso écrit:

    Buonasera,

    la ringrazio di avermi scritto, le rispondo con un mio pensiero che non è quello di una esperta però;
    io ho pubblicato un articolo che mi sembrava interessante, un giudizio sullo studio di Dante nelle scuole non sono in grado di darlo, tuttavia, l’impressione che ho è, appunto, non dalla scuola ma dalle persone con le quali si parla, che qualche cosa è andato perduto nella lettura di Dante, non solo perché molti non lo conoscono o lo conoscono poco, ma perché, mi sembra, è sì qualcosa di bello da studiare, ma non un Maestro, non uno che, sia pure in modo letterario, ma vissuto, ha percorso un cammino di vita importante nella sua storia, ossia un’esperienza; ho visto in televisione la lettura di Benigni e la sua interpretazione, bella ed istruttiva certo, però è mancata, se posso permettermi, la lettura della Commedia dal punto di vista della fede, che certo Dante aveva, e così si corre il pericolo di sviare o non cogliere la profondità del pensiero e della fede di Dante; io credo che vada letta come lui l’ha scritta o ha voluto scriverla, credo: un’esperienza visssuta e da vivere nella storia individuale e colletiva dell’uomo;
    purtroppo succede anche con i santi; come lei sa questo è l’anno di San Paolo, anche io mi sto cimentando nel mio Blog: « la pagina di San Paolo » nel tentativo di farlo « vivere » renderlo attuale, perché anche per Paolo si corre il rischio di leggerlo come un opera di un passato lontano e morto, e non di un vivente; l’intento di tutti questli che stanno studiando e presentando San Paolo è quello di renderlo attuale, di farlo vivere;
    l’impressione che ho riguardo lo studio dell’opera di Dante è, in un certo senso questo: si legge un morto, un’opera morta, non qualcosa che serve per la vita;
    comunque, professoressa, il mio percorso di studi ha certamente toccato Dante in porfondità, ma poi si è spostato verso la teologia dogmatica, quindi la mia è solo un’impressione, un pensiero, mi corregga se sbaglio,

    auguri per il nuovo anno,

    Gabriella

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