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Il Sacro Cuore di Gesù -LETTERA DEL SANTO PADRE AL PREPOSITO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’ENCICLICA HAURIETIS AQUAS

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LETTERA DEL SANTO PADRE AL PREPOSITO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DELL’ENCICLICA HAURIETIS AQUAS

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato al Rev.mo Padre Peter-Hans Kolvenbach, Preposito Generale della Compagnia di Gesù, in occasione del 50° anniversario dell’Enciclica Haurietis aquas con la quale si promuoveva il culto al Cuore di Gesù:

LETTERA DEL SANTO PADRE

Al Reverendissimo Padre
PETER-HANS KOLVENBACH, S.I.
Preposito Generale della Compagnia di Gesù

Le parole del profeta Isaia – « Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza » (Is 12,3) – che aprono l’Enciclica con cui Pio XII ricordava il primo centenario dell’estensione all’intera Chiesa della Festa del Sacro Cuore di Gesù – oggi, 50 anni dopo, non hanno perso nulla del loro significato. Nel promuovere il culto al Cuore di Gesù, l’Enciclica Haurietis aquas esortava i credenti ad aprirsi al mistero di Dio e del suo amore, lasciandosi da esso trasformare. A cinquant’anni di distanza resta compito sempre attuale dei cristiani continuare ad approfondire la loro relazione con il Cuore di Gesù in modo da ravvivare in se stessi la fede nell’amore salvifico di Dio, accogliendolo sempre meglio nella propria vita.

Il costato trafitto del Redentore è la sorgente alla quale ci rimanda l’Enciclica Haurietis aquas: a questa sorgente dobbiamo attingere per raggiungere la vera conoscenza di Gesù Cristo e sperimentare più a fondo il suo amore. Potremo così meglio comprendere che cosa significhi conoscere in Gesù Cristo l’amore di Dio, sperimentarlo tenendo fisso lo sguardo su di Lui, fino a vivere completamente dell’esperienza del suo amore, per poi poterlo testimoniare agli altri. Infatti, per riprendere un’espressione del mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, « vicino al Cuore di Cristo, il cuore umano apprende a conoscere il senso vero e unico della vita e del proprio destino, a comprendere il valore d’una vita autenticamente cristiana, a guardarsi da certe perversioni del cuore, a unire l’amore filiale verso Dio all’amore verso il prossimo. Così – ed è la vera riparazione richiesta dal Cuore del Salvatore – sulle rovine accumulate dall’odio e dalla violenza, potrà essere edificata la civiltà del Cuore di Cristo » (Insegnamenti, vol. IX/2, 1986, p. 843).

Conoscere l’amore di Dio in Gesù Cristo

Nell’Enciclica Deus caritas est ho citato l’affermazione della prima Lettera di san Giovanni: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto », per sottolineare che all’origine dell’essere cristiani c’è l’incontro con una Persona (cfr n. 1). Poiché Dio si è manifestato nella maniera più profonda attraverso l’incarnazione del suo Figlio, rendendosi « visibile » in Lui, è nella relazione con Cristo che possiamo riconoscere chi è veramente Dio (cfr Enc. Haurietis aquas, 29-41; Enc. Deus caritas est, 12-15). Ed ancora: poiché l’amore di Dio ha trovato la sua espressione più profonda nel dono che Cristo ha fatto della sua vita per noi sulla Croce, è soprattutto guardando alla sua sofferenza e alla sua morte che possiamo riconoscere in maniera sempre più chiara l’amore senza limiti che Dio ha per noi: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna » (Gv 3,16).

Questo mistero dell’amore di Dio per noi, peraltro, non costituisce soltanto il contenuto del culto e della devozione al Cuore di Gesù: esso è, allo stesso modo, il contenuto di ogni vera spiritualità e devozione cristiana. E’ quindi importante sottolineare che il fondamento di questa devozione è antico come il cristianesimo stesso. Infatti, essere cristiano è possibile soltanto con lo sguardo rivolto alla Croce del nostro Redentore, « a Colui che hanno trafitto » (Gv 19,37; cfr Zc 12,10). A ragione l’Enciclica Haurietis aquas ricorda che la ferita del costato e quelle lasciate dai chiodi sono state per innumerevoli anime i segni di un amore che ha informato sempre più incisivamente la loro vita (cfr n. 52). Riconoscere l’amore di Dio nel Crocifisso è diventata per esse un’esperienza interiore che ha fatto loro confessare, insieme a Tommaso: « Mio Signore e mio Dio! » (Gv 20,28), permettendo loro di raggiungere una fede più profonda nell’accoglienza senza riserva dell’amore di Dio (cfr Enc. Haurietis aquas, 49).

Sperimentare l’amore di Dio volgendo lo sguardo al Cuore di Gesù Cristo

Il significato più profondo di questo culto all’amore di Dio si manifesta soltanto quando si considera più attentamente il suo apporto non solo alla conoscenza, ma anche, e soprattutto, all’esperienza personale di tale amore nella dedizione fiduciosa al suo servizio (cfr Enc. Haurietis aquas, 62). Ovviamente, esperienza e conoscenza non possono essere separate tra loro: l’una fa riferimento all’altra. Occorre peraltro sottolineare che una vera conoscenza dell’amore di Dio è possibile soltanto nel contesto di un atteggiamento di umile preghiera e di generosa disponibilità. Partendo da tale atteggiamento interiore, lo sguardo posato sul costato trafitto dalla lancia si trasforma in silenziosa adorazione. Lo sguardo al costato trafitto del Signore, dal quale scorrono « sangue e acqua » (cfr Gv 19,37), ci aiuta a riconoscere la moltitudine dei doni di grazia che da lì provengono (cfr Enc. Haurietis aquas, 34-41) e ci apre a tutte le altre forme di devozione cristiana che sono comprese nel culto al Cuore di Gesù.

La fede intesa come frutto dell’amore di Dio sperimentato è una grazia, un dono di Dio. Ma l’uomo potrà sperimentare la fede come una grazia soltanto nella misura in cui egli l’accetta dentro di sé come un dono, di cui cerca di vivere. Il culto dell’amore di Dio, al quale l’Enciclica Haurietis aquas invitava i fedeli (cfr ibid., 72), deve aiutarci a ricordare incessantemente che Egli ha preso su di sé questa sofferenza volontariamente « per noi », « per me ». Quando pratichiamo questo culto, non solo riconosciamo con gratitudine l’amore di Dio, ma continuiamo ad aprirci a tale amore in modo che la nostra vita ne sia sempre più modellata. Dio, che ha riversato il suo amore « nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (cfr Rm 5,5), ci invita instancabilmente ad accogliere il suo amore. L’invito a donarsi interamente all’amore salvifico di Cristo e a votarsi ad esso (cfr ibid., n. 4) ha quindi come primo scopo il rapporto con Dio. Ecco perché questo culto, totalmente rivolto all’amore di Dio che si sacrifica per noi, è di così insostituibile importanza per la nostra fede e per la nostra vita nell’amore.

Vivere e testimoniare l’amore sperimentato

Chi accetta l’amore di Dio interiormente, è da esso plasmato. L’amore di Dio sperimentato viene vissuto dall’uomo come una « chiamata » alla quale egli deve rispondere. Lo sguardo rivolto al Signore, che « ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie » (Mt 8, 17), ci aiuta a divenire più attenti alla sofferenza ed al bisogno degli altri. La contemplazione adorante del costato trafitto dalla lancia ci rende sensibili alla volontà salvifica di Dio. Ci rende capaci di affidarci al suo amore salvifico e misericordioso e al tempo stesso ci rafforza nel desiderio di partecipare alla sua opera di salvezza diventando suoi strumenti. I doni ricevuti dal costato aperto, dal quale sono sgorgati « sangue e acqua » (cfr Gv 19,34), fanno sì che la nostra vita diventi anche per gli altri sorgente da cui promanano « fiumi di acqua viva » (Gv 7,38) (cfr Enc. Deus caritas est, 7). L’esperienza dell’amore attinta dal culto del costato trafitto del Redentore ci tutela dal rischio del ripiegamento su noi stessi e ci rende più disponibili ad una vita per gli altri. « Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli » (1 Gv 3,16) (cfr Enc. Haurietis aquas, 38).

La risposta al comandamento dell’amore è resa possibile soltanto dall’esperienza che questo amore ci è già stato donato prima da Dio (cfr Enc. Deus caritas est, 14). Il culto dell’amore che si rende visibile nel mistero della Croce, ripresentato in ogni Celebrazione eucaristica, costituisce quindi il fondamento perché noi possiamo divenire persone capaci di amare e di donarsi (cfr Enc. Haurietis aquas, 69), divenendo strumento nelle mani di Cristo: solo così si può essere annunciatori credibili del suo amore. Questo aprirsi alla volontà di Dio, però, deve rinnovarsi in ogni momento: « L’amore non è mai ‘finito’ e completo » (cfr Enc. Deus caritas est, 17). Lo sguardo al « costato trafitto dalla lancia », nel quale rifulge la sconfinata volontà di salvezza da parte di Dio, non può quindi essere considerato come una forma passeggera di culto o di devozione: l’adorazione dell’amore di Dio, che ha trovato nel simbolo del « cuore trafitto » la sua espressione storico-devozionale, rimane imprescindibile per un rapporto vivo con Dio (cfr Enc. Haurietis aquas, 62).

Con l’augurio che la ricorrenza cinquantenaria valga a stimolare in tanti cuori una risposta sempre più fervida all’amore del Cuore di Cristo, imparto a Lei, Reverendissimo Padre, e a tutti i Religiosi della Compagnia di Gesù, sempre molti attivi nella promozione di questa fondamentale devozione, una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 15 maggio 2006

BENEDICTUS PP. XVI

Publié dans:Approfondimenti, immagini sacre |on 14 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Dante tra Mosè e san Giovanni – La tesi di uno studioso

dal sito on line del giornale « Avvenire »

CULTURA E RELIGIONE
500 citazioni: tanti sono gli echi della Bibbia nella Divina Commedia Ma non basta: tutto lo schema delle tre cantiche risulta impostato sul modello dei due Testamenti. La tesi di uno studioso 

Dante tra Mosè e san Giovanni 

Il poema illustrerebbe l’ascesa dalla Torah (e dai classici greci e latini) allo Spirito: l’Inferno è il regno della legge biblica, il Paradiso quello del Vangelo, mentre nel Purgatorio domina la misericordiaL’Alighieri rifiuta ogni interpretazione letterale dei testi sacri e ogni morale assoluta: le leggi riguardano solo Cesare e non devono essere attribuite a Dio. Persino la collocazione dantesca delle anime nei gironi della pena o nei cerchi della gloria non ha valore definitivo, ma conserva solamente un significato spirituale. 

Di Pietro Gibellini  

Mezzo migliaio, uno più uno meno. Tanti sono gli echi della Bibbia nella Divina Commedia, fra citazioni, allusioni e reminiscenze. A tacere delle molte edizioni commentate del poema, non mancano studi dedicati ai singoli aspetti, a partire dagli atti del convegno che vent’anni fa l’associazione «Biblia» dedicò al tema e che furono pubblicati da Olschki.
Eppure credo che il volume di Lodovico Cardellino, Dante e
la Bibbia
, sia il primo tentativo di interpretazione sistematica di quel delicato e cruciale rapporto. L’opera cade in tempi maturi per una riconsiderazione, anche da parte della cultura laica, della formidabile incidenza che il testo sacro ha avuto nella letteratura e nell’arte dell’Occidente: convegni e pubblicazioni al riguardo si vanno infittendo, anche al di là delle Alpi e dell’Atlantico. Ma quest’opera esce vicino a noi. La pubblica infatti Sardini di Bornato Franciacorta come quaderno a latere della rivista Bibbia e Oriente (pp. 224, euro 24). L’autore non è un accademico: aostano, si è laureato in fisica e in filosofia, ha girato mezzo mondo come addetto agli Istituti italiani di cultura.
Occorrevano forse la libertà dall’accademia, l’ardore e l’ardire del dilettante in senso nobile e una ventennale fatica per tentare un’impresa che fa tremar le vene e i polsi. Sono vent’anni, infatti, che Cardellino pubblica ricerche su singoli aspetti del problema, tessere ora riunite in mosaico compiuto e complesso.
Sì, il libro è complesso (per quanto lodevolmente chiaro), ma la tesi portante può riassumersi in breve. Il Vangelo insegna a leggere l’Antico Testamento in senso spirituale, al di là del senso letterale. San Gregorio Magno esprimeva questo programma esegetico nell’immagine di due ruote che si corrispondono punto a punto: «Il Nuovo Testamento è una ruota dentro la ruota del Vecchio», svela ciò che l’altro celava. Dante sviluppa questa immagine nel cielo della sapienza, dove due corone di beati ruotano attorno a Beatric e (immagine del Verbo divino) tessendo le lodi rispettivamente di Francesco, alter Christus, e di Domenico, che sarebbe un «doppio» del Battista, ancora vòlto verso
la Legge e l’Antico Testamento.
Un nuovo lustro appare infine attorno alle due ruote, come nuovo «poema sacro» (Paradiso XXIII 62 e XXV 1). Dante infatti ha impostato il suo poema per illustrare entrambe le Scritture: l’Inferno sarebbe il regno della legge biblica, il Paradiso brilla per l’assoluzione evangelica di tutto ciò che in inferno era apparso condannato. E il Purgatorio? Vi regnerebbe la misericordia biblica, concessa dopo confessione, pentimento e penitenza, secondo il richiamo dei Profeti e del Battista. Le tre cantiche segnerebbero l’ascesa dalla Torah (e dalla sapienza dei classici greco-latini) allo Spirito evangelico, di cui l’autore (diversamente da quanto oggi si tende generalmente a fare) avverte più lo stacco che la continuità con quei due Mondi antichi (ma nell’occhio dell’aquila celeste pone equamente due beati ebrei, due pagani e due cristiani…).
Nella costruzione del suo poderoso edificio, Dante guarderebbe continuamente al Vangelo di Giovanni, anche se, invece di cominciare come lui «in principio» (a imitazione della Genesi), inizia con «nel mezzo», dalla fase legalista, una fase di transito come quella di Israele nel deserto e di Lazzaro: ha colto il senso della risurrezione di Lazzaro e l’ha applicato a sé, riconoscendo anche il valore di stimolo, se non del peccato in sé, almeno della consapevolezza del peccato.
Cardellino legge così il poema come un esame di coscienza fatto da Dante, riconoscimento autocritico essenziale alla conversione e al ritrovamento di Dio in sé.
La Commedia, come il Vangelo, si oppone a ciò che lo studioso chiama «fondamentalismo etico ed esegetico»: rifiuta ogni interpretazione letterale delle Scritture e l’attribuzione a Dio di leggi morali assolute, scritte nella pietra. Dunque un Alighieri anarchico o buonista? Senz’altro no: Dante riconosce la necessità di leggi nella società, purché queste riguardino Cesare e non siano attribuite a Dio.
Il divieto evangelico di giudicare rivive nel poema, dove Beatrice lo sottolinea nell’Eden raccomandando a Dante di farne tesoro. Ma allora Dante, che ha ficcato all’inferno papi e sovrani, smentisce se stesso? Qui sta il punto per Cardellino: come
la Bibbia non va letta secondo la lettera ma secondo lo spirito, così Dante vuole che il suo poema sacro non sia preso alla lettera: la visione delle anime proposta sarebbe virtuale, anzi consapevolmente inattendibile (come conferma il IV canto del Paradiso). Ma, anziché negare se stessa o disperdersi nell’inconoscibile buio dei mistici, la visione dantesca mantiene un preciso significato spirituale, chiarito dalla presenza in paradiso di spiriti che ricordano comportamenti molto simili a quelli dei dannati e dei purganti.
L’autore del saggio ne deduce che il senso di tutta la visione, e il suo oggetto primo, è la condizione morale di Dante, e con lui di ogni lettore: egli vede tutti in inferno quando in lui dòmina una atteggiamento «legalista» o «fondamentalista», mentre trova tutti in paradiso quando è davvero convertito, passato cioè dalla scuola di Virgilio e del Deuteronomio a quella di Beatrice, cioè del Verbo espresso nel Vangelo: la stessa escatologia proposta da Giovanni.
Certo, vari punti del saggio appaiono suscettibili di discussione, e alcuni perfino sconcertanti: si pensi all’ipotesi di un Virgilio di cui Dante si farebbe burla, cogliendolo in contraddizioni e svarioni: l’ipotesi collima con l’immagine del poeta pagano inconsapevole profeta che reca la lucerna dietro la schiena rischiarando la via a chi lo segue ma non a sé. Ma urta contro la riverenza così spesso esibita dal mistico pellegrino al suo duca e auctor. Ovvero all’abbondanza di figure mitologiche proprio nel Paradiso, nella cantica cioè dove più forte dovrebbe essere la distanza dal sapere pre-cristiano (non si tratterà dun que di una scelta retorica, da stilus tragicus?). E come conciliare la svalutazione del senso letterale della Commedia con il concetto di figura elaborato da Auerbach universalmente accolto? Resta un fatto: questo è un libro che costringe a ripensare
la Commedia nel suo significato complessivo. E, con essa, anche il Vangelo di Giovanni. 

 

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Nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù di domani, la Chiesa prega per la santificazione del clero. Intervista con l’arcivescovo Mauro Piacenza

dal sito:

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=139315

Nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù di domani,
la Chiesa prega per la santificazione del clero. Intervista con l’arcivescovo Mauro Piacenza 
Si celebra domani, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù,
la Giornata della santificazione del clero. Un appuntamento voluto da Giovanni Paolo II nel 1995. Questa Giornata ha come significato la presa di coscienza da parte di tutto il popolo di Dio della insostituibilità del sacerdozio. Ma perché si fa coincidere questa ricorrenza con la solennità del Sacro Cuore di Gesù? Giovanni Peduto lo ha chiesto al segretario della Congregazione per il Clero, l’arcivescovo Mauro Piacenza:

R. – Il cuore, noi sappiamo, che è il simbolo dei sentimenti. Come noi vediamo riprodotto il cuore in un quadro, pensiamo immediatamente all’amore, al palpitare dei sentimenti. Il Cuore di Gesù è il simbolo, il punto di attribuzione proprio della sua carità pastorale verso le anime. Quando guardiamo a quel Cuore pensiamo alla frase “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e stanchi. Io vi ristorerò”. Allora il sacerdote, da una parte, si sente amato ed accolto come amico: “Non vi chiamerò più servi, ma amici”, dice Gesù ai suoi sacerdoti e ai suoi apostoli. Il sacerdote, allora, si sente compreso anche nei momenti della sua solitudine o nel dramma della difficoltà di comunicare i valori ad una società secolarizzata. Dall’altra parte, per il sacerdote è una scuola, e cioè è la scuola per poter essere inondato di quella carità pastorale per essere lui stesso rifugio delle anime. La presenza stessa del sacerdote, il vederlo – e per questo è importante anche che lo si veda esternamente nel suo abito e nel suo conseguente contegno – deve essere un segno: le persone, vedendo passare un sacerdote, dovrebbero sentire questo senso di paternità, di accoglienza, di comprensione, di rifugio e questo per tutti, in tutte le condizioni. Direi allora che è anche una scuola particolare per essere dei buoni confessori, per amministrare la misericordia di Dio.

D. – Quale figura di prete si aspetta oggi la comunità cristiana?

R. – Direi una figura di prete molto diversa da quella che i mezzi di comunicazione sociale in genere presentano: viene infatti presentato quasi come uno « yuppy ». Il sacerdote che ci si attende è soprattutto l’uomo di Dio e questo ho dovuto constatarlo anche quando per tanti anni sono stato insegnante di religione in alcuni licei. Io ho sempre visto che i ragazzi possono anche ridere, scherzare, dare una pacca sulla spalla all’insegnante di religione, al sacerdote, ma quando cercano veramente il prete, cercano l’uomo di Dio. Cercano cioè un uomo alla Santo Curato d’Ars, alla San Giovanni Bosco, ognuno naturalmente con il suo carattere, con le proprie caratteristiche, ma l’uomo sicuramente intriso della presenza di Dio. Quando si diceva del Santo Curato d’Ars, si diceva: “Chi sei andato a vedere?”. La risposta era: “Sono andato a vedere Dio in un uomo”. Io credo che anche i laicisti, anche le persone più lontane nelle pieghe riposte del loro cuore, quando si parla di prete, quando dovessero aprirgli l’animo, cercano un uomo di Dio.

D. – Quali sfide si trovano davanti i sacerdoti oggi?

R. – Certamente, quelle stesse sfide che indica spesso il Santo Padre e cioè quella della secolarizzazione, quella del relativismo, quella del cosiddetto pensiero debole, che è purtroppo molto forte nella sua debolezza proprio perché è molto diffuso nella cultura di massa, veicolato anche dai mezzi di comunicazione. Penso all’indifferentismo, e quando io dico « irenismo » intendo dire proprio una sorta di « buonismo » generale, per cui tutto va bene. Allora non si vede sufficientemente la necessità assoluta e non relativa di nostro Signore Gesù Cristo come Redentore dell’uomo. Io credo che le insidie della cultura contemporanea siano queste: una tolleranza intollerante, che tollera tutto eccetto che la verità e la proposta della verità. Non si può pretendere che tutti siano in questa dimensioni della verità oggettiva, ma che la cerchino come l’aspirazione più profonda dell’uomo. C’è questo coacervo di linee relativistiche, anche una cultura vagamente new age, vagamente teista. La ricerca di valori, tutto sommato c’è, ma si tratta di valori in senso vago e non il valore che è Gesù Cristo: Via, Verità e Vita. Questo supporto culturale, piuttosto materialistico, è però in contraddizione, perché allo stesso tempo si cerca grande spiritualità ed è quello che l’uomo di Dio, il sacerdote, deve dare. Vediamo, però, materialismo, secolarismo e quasi irrisione dei grandi valori. Invece, c’è bisogno di questo: il sacerdote che non va dietro al mondo, ma deve essere pieno di Dio perché il mondo vada dietro a lui e quindi dietro a Dio. Un sacerdote che deve, quindi, saper affrontare queste sfide con una grande pienezza di amore di Dio e di passione per la missione.

D. – Un sacerdote santo fa i fedeli santi: è reale l’interattività tra il livello spirituale del clero e quello dei fedeli?

R. – In effetti, c’è una interazione, c’è una interdipendenza. Più il sacerdote è santo e più quanti sono oggetto della sua cura e stanno attorno a lui sul territorio – pensiamo al parroco, al viceparroco, oppure ai Movimenti e alle Associazioni – certamente c’è, a cerchi concentrici, una diffusione di bontà, di santità. In fondo, è come la fonte di calore: se c’è un calorifero in una stanza e il calorifero è incandescente, la stanza diventa tiepida. Io vorrei dire, concludendo, che è bene che i fedeli siano stimolati a pregare per i loro sacerdoti e a pretendere questa testimonianza dai loro sacerdoti. Ma devono avere anch’essi molta comprensione, essendo cioè loro stessi, direi, capaci di favorire la santificazione dei sacerdoti affinché, al loro contatto, il sacerdote si senta provocato nel cercare sempre di più l’imitazione di Cristo. Mi permetto di concludere anche dicendo che c’è sempre una strada maestra: l’affidamento totale alla Santa Vergine. Certamente, Colei che dentro di sé ha accolto la vita, perché adombrata dallo Spirito Santo ha generato Cristo nel tempo ed ha quindi plasmato il Corpo di Gesù sacerdote, sia Lei a plasmare nei sacerdoti i tratti del suo Figlio Gesù. 

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Il Papa invita a scoprire nella Chiesa l’amore di Dio e non gli scandali presentando la figura del primo storico del cristianesimo, Eusebio di Cesarea

dal sito: 

http://www.zenit.org/article-11110?l=italian

Il Papa invita a scoprire nella Chiesa l’amore di Dio e non gli scandali 

Presentando la figura del primo storico del cristianesimo, Eusebio di Cesarea 

CiTTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 13 giugno 2007 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha esortato i credenti a cercare nella Chiesa, e soprattutto nelle sue vicissitudini storiche, la manifestazione dell’amore di Dio e non semplicemente lo “scandalistico a ogni costo”.

E’ la conclusione alla quale è giunto nell’Udienza generale di questo mercoledì, in cui ha presentato la figura del primo storico del cristianesimo, Eusebio di Cesarea, in Palestina, morto intorno all’anno 339.

Ripercorrendo insieme a più di 20.000 pellegrini riuniti in piazza San Pietro brani della “Storia ecclesiastica” scritta da Eusebio, il Vescovo di Roma ha mostrato come con il suo racconto l’autore cristiano inviti alla “conversione” e a “una autentica testimonianza di vita cristiana da parte dei fedeli”.

“In questo modo – ha aggiunto – Eusebio interpella vivacemente i credenti di ogni tempo riguardo al loro modo di accostarsi alle vicende della storia, e della Chiesa in particolare”.

“Egli interpella anche noi: qual è il nostro atteggiamento nei confronti delle vicende della Chiesa? È l’atteggiamento di chi se ne interessa per una semplice curiosità, magari andando in cerca del sensazionale e dello scandalistico a ogni costo?”.

“Oppure è l’atteggiamento pieno d’amore, e aperto al mistero, di chi sa – per fede – di poter rintracciare nella storia della Chiesa i segni dell’amore di Dio e le grandi opere della salvezza da lui compiute?”, ha proseguito.

“Se questo è il nostro atteggiamento – ha risposto –, non possiamo non sentirci stimolati a una risposta più coerente e generosa, a una testimonianza più cristiana di vita, per lasciare i segni dell’amore di Dio anche alle future generazioni”.

La “storia che Dio realizza per l’uomo, non la realizza senza di lui”, ha ricordato il Papa. Per questo motivo, ha indicato, “arrestarsi alla contemplazione delle ‘grandi cose’ di Dio significherebbe vedere solo un aspetto delle cose. Di fronte ad esse sta la risposta degli uomini”.

Il Pontefice ha quindi invitato i credenti “a stupirci, a contemplare nella storia le grandi opere di Dio per la salvezza degli uomini”, sorpresa che a sua volta porta “alla conversione della vita”.

“Infatti, di fronte a un Dio che ci ha amati così, non possiamo rimanere inerti. L’istanza propria dell’amore è che la vita intera sia orientata all’imitazione dell’Amato”.

“Facciamo dunque di tutto per lasciare nella nostra vita una traccia trasparente dell’amore di Dio”, ha concluso.

La meditazione del Papa su Eusebio di Cesarea si inserisce nella serie di riflessioni che sta offrendo nelle catechesi del mercoledì sulle grandi figure della Chiesa delle origini. 

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