Archive pour le 8 juin, 2007

Madonna col Bambino

Madonna col Bambino dans immagini sacre

Francesco di Valdambrino Palaia (Pisa)

http://www.casa-in-italia.com/artpx/quat/quat.htm

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Avviso: ho fatto un breve racconto dei miei « Corpus Domini, ma…

li ho messi sul mio Blog…Diario:

http://imagepourmesblog.unblog.fr/

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oggi sono cominciate le catechesi del Papa su Sant’Agostino…

Papa Benedetto oggi ha incominciato, nelle sue catechesi del mercoledì, a presentare la figura di Sant’Agostino. Nel 1953 divenne dottore in teologia con la tesi “Popolo e casa di Dio nella dottrina della Chiesa di Sant’Agostino”, negli anni seguenti ha continuato a seguire il pensiero di Sant’Agostino e presentarlo in molti suoi libri teologici, così come ha interpretato ed amato Sant’Agostino come Pastore della Chiesa, queste catechesi sono, quindi, particolarmente importanti, sia per comprendere la teologia e la persona del Santo, sia, ritengo, per comprendere meglio, lo stesso pensiero di Papa Benedetto, io metto il link del sito Vaticano alle  sue catechesi mano a mano che le offre, appena arrivano sul sito Vatitcano, quella di oggi e poi le prossime, nelle « Pages » sotto: « Sant’Agostino » e Papa Benedetto;

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Io sono stata alla celebrazione del Corpus Domini con il Papa ed alla Processione fino a Santa Maria Maggiore

Io sono stata alla celebrazione del Corpus Domini con il Papa ed alla Processione fino a Santa Maria Maggiore, è stato bellissimo, eravamo tantissimi, tanto che, normalmente, gli altri anni, alla fine della processione entravamo tutti, sia pure pigiati, pigiati, in Piazza di Santa Maria Maggiore,

questa volta eravamo talmente tanti che siamo rimaste, per l’adorazione, che si svolge davanti alla Basilica Mariana, poco fuori della Piazza, eppure ne’ telegiornali ne’ quotidiani, ne’ telegiornali regionali hanno riportato la notizia, migliaia di persone (non saprei quantificare) che camminano in processione dietro all’ostia consacrata e al Papa, non fa notizia;

comunque vi metto due immagini prese dal sito USA Yahoo:

Io sono stata alla celebrazione del Corpus Domini con il Papa ed alla Processione fino a Santa Maria Maggiore dans immagini del Papa

 

Pope Benedict XVI leads the Corpus Domini procession in an open van from St. John at the Lateran Basilica to St. Mary Major Basilica to mark the feast of the Body and Blood of Christ, in Rome, Thursday, June 7, 2007. Pope Benedict celebrated the evening Mass at St. John Lateran Basilica then traveled a short distance in a procession to St. Mary Major Basilica. (AP Photo/Pier Paolo Cito)

 dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI takes part in a candle-lit Corpus Domini procession, between the basilicas San Giovanni in Laterano and Santa Maria Maggiore, in Rome June 7, 2007. REUTERS/Chris Helgren (ITALY)

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Omelia di Benedetto XVI nel Corpus Domini

du site:

http://www.zenit.org/article-11051?l=italian

Omelia di Benedetto XVI nel Corpus Domini

ROMA, giovedì, 7 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l’omelia pronunciata da Benedetto XVI questo giovedì nella Messa del Corpus Domini che ha presieduto nella piazza attigua alla Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di Roma. 

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Poco fa abbiamo cantato nella Sequenza: « Dogma datur christianis, / quod in carnem transit panis, / et vinum in sanguinem – È certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, / si fa sangue il vino ». Quest’oggi riaffermiamo con grande gioia la nostra fede nell’Eucaristia, il Mistero che costituisce il cuore della Chiesa. Nella recente Esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis ho ricordato che il Mistero eucaristico « è il dono che Gesù Cristo fa di se stesso, rivelandoci l’amore infinito di Dio per ogni uomo » (n. 1). Pertanto quella del Corpus Domini è una festa singolare e costituisce un importante appuntamento di fede e di lode per ogni comunità cristiana. È festa che ha avuto origine in un determinato contesto storico e culturale: è nata con lo scopo ben preciso di riaffermare apertamente la fede del Popolo di Dio in Gesù Cristo vivo e realmente presente nel santissimo Sacramento dell’Eucaristia. È festa istituita per adorare, lodare e ringraziare pubblicamente il Signore, che « nel Sacramento eucaristico continua ad amarci ‘fino alla fine’, fino al dono del suo corpo e del suo sangue » (Sacramentum caritatis, 1).


La Celebrazione
eucaristica di questa sera ci riconduce al clima spirituale del Giovedì Santo, il giorno in cui Cristo, alla vigilia della sua Passione, istituì nel Cenacolo la santissima Eucaristia. Il Corpus Domini costituisce così una ripresa del mistero del Giovedì Santo, quasi in obbedienza all’invito di Gesù di « proclamare sui tetti » ciò che Egli ci ha trasmesso nel segreto (cfr Mt 10,27). Il dono dell’Eucaristia, gli Apostoli lo ricevettero dal Signore nell’intimità dell’Ultima Cena, ma era destinato a tutti, al mondo intero. Ecco perché va proclamato ed esposto apertamente, perché ognuno possa incontrare « Gesù che passa » come avveniva per le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea; perché ognuno, ricevendolo, possa essere sanato e rinnovato dalla forza del suo amore. Questa, cari amici, è la perpetua e vivente eredità che Gesù ci ha lasciato nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Eredità che domanda di essere costantemente ripensata, rivissuta, affinché, come ebbe a dire il venerato Papa Paolo VI, possa « imprimere la sua inesauribile efficacia su tutti i giorni della nostra vita mortale » (Insegnamenti, V [1967], p. 779).

Sempre nell’Esortazione post-sinodale, commentando l’esclamazione del sacerdote dopo la consacrazione: « Mistero della fede!« , osservavo: con queste parole egli « proclama il mistero celebrato e manifesta il suo stupore di fronte alla conversione sostanziale del pane e del vino nel corpo e sangue del Signore Gesù, una realtà che supera ogni comprensione umana » (n. 6). Proprio perché si tratta di una realtà misteriosa che oltrepassa la nostra comprensione, non dobbiamo meravigliarci se anche oggi molti fanno fatica ad accettare la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Non può essere altrimenti. Fu così fin dal giorno in cui, nella sinagoga di Cafarnao, Gesù dichiarò apertamente di essere venuto per darci in cibo la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,26-58). Il linguaggio apparve « duro » e molti si tirarono indietro. Allora come adesso, l’Eucaristia resta « segno di contraddizione » e non può non esserlo, perché un Dio che si fa carne e sacrifica se stesso per la vita del mondo pone in crisi la sapienza degli uomini. Ma con umile fiducia,

la Chiesa fa propria la fede di Pietro e degli Apostoli, e con loro proclama e proclamiamo noi: « Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna » (Gv 6,68). Rinnoviamo questa sera la professione di fede nel Cristo vivo e presente nell’Eucaristia. Sì, « è certezza a noi cristiani: / si trasforma il pane in carne, / si fa sangue il vino« .


La Sequenza
, nel suo punto culminante, ci ha fatto cantare: « Ecce panis angelorum, / factus cibus viatorum: / vere panis filiorum – Ecco il pane degli angeli, / pane dei pellegrini, / vero pane dei figli ». E per la grazia del Signore siamo figli. L’Eucaristia è il cibo riservato a coloro che nel Battesimo sono stati liberati dalla schiavitù e sono diventati figli; è il cibo che li sostiene nel lungo cammino dell’esodo attraverso il deserto dell’umana esistenza. Come la manna per il popolo d’Israele, così per ogni generazione cristiana l’Eucaristia è l’indispensabile nutrimento che la sostiene mentre attraversa il deserto di questo mondo, inaridito da sistemi ideologici ed economici che non promuovono la vita, ma piuttosto la mortificano; un mondo dove domina la logica del potere e dell’avere piuttosto che quella del servizio e dell’amore; un mondo dove non di rado trionfa la cultura della violenza e della morte. Ma Gesù ci viene incontro e ci infonde sicurezza: Egli stesso è « il pane della vita » (Gv 6,35.48). Ce lo ha ripetuto nelle parole del Canto al Vangelo: « Io sono il pane vivo disceso dal cielo; chi mangia di questo pane vivrà in eterno » (cfr Gv 6,51).

Nel brano evangelico poc’anzi proclamato san Luca, narrandoci il miracolo della moltiplicazione dei cinque pani e due pesci con cui Gesù sfamò la folla « in una zona deserta », conclude dicendo: « Tutti ne mangiarono e si saziarono » (cfr Lc 9,11b–17). Vorrei in primo luogo sottolineare questo « tutti ». E’ infatti desiderio del Signore che ogni essere umano si nutra dell’Eucaristia, perché l’Eucaristia è per tutti. Se nel Giovedì Santo viene posto in evidenza lo stretto rapporto che esiste tra l’Ultima Cena e il mistero della morte di Gesù in croce, quest’oggi, festa del Corpus Domini, con la processione e l’adorazione corale dell’Eucaristia si richiama l’attenzione sul fatto che Cristo si è immolato per l’intera umanità. Il suo passaggio fra le case e per le strade della nostra Città sarà per coloro che vi abitano un’offerta di gioia, di vita immortale, di pace e di amore.

Nel brano evangelico, un secondo elemento salta all’occhio: il miracolo compiuto dal Signore contiene un esplicito invito ad offrire ciascuno il proprio contributo. I cinque pesci e i due pani stanno ad indicare il nostro apporto, povero ma necessario, che Egli trasforma in dono di amore per tutti. « Cristo ancora oggi – ho scritto nella citata Esortazione post-sinodale – continua ad esortare i suoi discepoli ad impegnarsi in prima persona » (n. 88). L’Eucaristia è dunque una chiamata alla santità e al dono di sé ai fratelli, perchè « la vocazione di ciascuno di noi è quella di essere, insieme a Gesù, pane spezzato per la vita del mondo » (ibid.).

Questo invito, il nostro Redentore lo rivolge in particolare a noi, cari fratelli e sorelle di Roma, raccolti in questa storica Piazza intorno all’Eucaristia: vi saluto tutti con affetto. Il mio saluto è innanzitutto per il Cardinale Vicario e i Vescovi Ausiliari, per gli altri venerati Fratelli Cardinali e Vescovi, come pure per i numerosi presbiteri e diaconi, i religiosi e le religiose, e i tanti fedeli laici. Al termine della Celebrazione eucaristica ci uniremo in processione, quasi a portare idealmente il Signore Gesù per tutte le vie e i quartieri di Roma. Lo immergeremo, per così dire, nella quotidianità della nostra vita, perché Egli cammini dove noi camminiamo, perché Egli viva dove noi viviamo. Sappiamo infatti, come ci ha ricordato l’apostolo Paolo nella Lettera ai Corinzi, che in ogni Eucaristia, anche in quella di stasera, noi « annunziamo la morte del Signore finché egli venga » (cfr 1 Cor 11,26). Noi camminiamo sulle strade del mondo sapendo di aver Lui al fianco, sorretti dalla speranza di poterlo un giorno vedere a viso svelato nell’incontro definitivo.

Intanto già ora noi ascoltiamo la sua voce che ripete, come leggiamo nel Libro dell’Apocalisse: « Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (Ap 3,20). La festa del Corpus Domini vuole rendere percepibile, nonostante la durezza del nostro udito interiore, questo bussare del Signore. Gesù bussa alla porta del nostro cuore e ci chiede di entrare non soltanto per lo spazio di un giorno, ma per sempre. Lo accogliamo con gioia elevando a Lui la corale invocazione della Liturgia: « Buon Pastore, vero pane, / o Gesù, pietà di noi (…) Tu che tutto sai e puoi, / che ci nutri sulla terra, / conduci i tuoi fratelli / alla tavola del cielo / nella gioia dei tuoi santi« .

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Il Papa porta in processione Gesù Eucaristia per le vie di Roma

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11052?l=italian 

Il Papa porta in processione Gesù Eucaristia per le vie di Roma

ROMA, giovedì, 7 giugno 2007 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha portato questo giovedì pomeriggio, festa del Corpus Domini, in processione Gesù Eucaristia per le vie di Roma come un’offerta “di pace e di amore” per gli uomini e le donne nella loro vita quotidiana.

Lo ha spiegato il Papa stesso durante
la Messa che ha celebrato nella piazza della Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di Roma, di fronte a decine di migliaia di fedeli romani e pellegrini.

Il Pontefice ha seguito la processione inginocchiato, su un veicolo scoperto, di fronte all’Ostia esposta all’adorazione attraversando Via Merulana, che termina di fronte alla Basilica di Santa Maria Maggiore, dove ha impartito la benedizione con il Santissimo Sacramento.

Questo “passaggio fra le case e per le strade della nostra Città”, ha spiegato il Papa, è “per coloro che vi abitano un’offerta di gioia, di vita immortale, di pace e di amore”.

In questo modo, ha detto,
la Chiesa vuole “portare idealmente il Signore Gesù per tutte le vie e i quartieri di Roma”.

“Lo immergeremo, per così dire, nella quotidianità della nostra vita, perché Egli cammini dove noi camminiamo, perché Egli viva dove noi viviamo”, ha affermato nell’omelia.

“Noi camminiamo sulle strade del mondo sapendo di aver Lui al fianco, sorretti dalla speranza di poterlo un giorno vedere a viso svelato nell’incontro definitivo”, ha aggiunto.

Nell’omelia, il Pontefice ha spiegato che “per ogni generazione cristiana l’Eucaristia è l’indispensabile nutrimento che la sostiene mentre attraversa il deserto di questo mondo, inaridito da sistemi ideologici ed economici che non promuovono la vita, ma piuttosto la mortificano”.

“Un mondo – ha aggiunto – dove domina la logica del potere e dell’avere piuttosto che quella del servizio e dell’amore; un mondo dove non di rado trionfa la cultura della violenza e della morte”.

“Gesù – ha concluso – bussa alla porta del nostro cuore e ci chiede di entrare non soltanto per lo spazio di un giorno, ma per sempre”.

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L’ultima messa di padre Ragheed, martire della Chiesa caldea

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/dettaglio.jsp?id=145921 

L’ultima messa di padre Ragheed, martire della Chiesa caldea


L’hanno ucciso a Mosul, assieme a tre suoi suddiaconi. In un Iraq martoriato, era uomo e cristiano di fede limpida e coraggiosa. Ecco un suo ritratto, scritto da chi lo conosceva bene
di Sandro Magister

ROMA, 5 giugno 2007 – L’hanno ucciso la domenica dopo Pentecoste dopo che aveva celebrato messa nella chiesa della sua parrocchia dedicata allo Spirito Santo, a Mosul.

Hanno ucciso padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico caldeo, assieme ai tre suddiaconi che erano con lui, Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho, Gassan Isam Bidawed. Gli assalitori hanno allontanato la moglie di quest’ultimo e hanno abbattuto i quattro a sangue freddo. Poi hanno collocato attorno ai loro corpi delle auto cariche d’esplosivo perché nessuno osasse avvicinarsi. Solo a tarda sera la polizia di Mosul è riuscita a disinnescare gli ordigni e a raccogliere i corpi.

La Chiesa caldea li ha subito pianti come martiri. Da Roma Benedetto XVI ha pregato. Padre Ragheed era uno dei testimoni di vita cristiana più limpidi e coraggiosi, in un paese dei più martoriati.

Era nato a Mosul 35 anni fa. Laureato in ingegneria all’università locale nel 1993, dal 1996 al 2003 ha studiato teologia a Roma all’Angelicum, l’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino, conseguendo la licenza in teologia ecumenica. Oltre all’arabo, parlava correntemente italiano, francese e inglese. Era corrispondente dell’agenzia internazionale « Asia News », del Pontificio Istituto Missioni Estere.

Il giorno dopo il suo martirio « Asia News » ha pubblicato di lui questo ritratto:

« L’Eucaristia ci ridona la vita che i terroristi cercano di toglierci »

“Senza domenica, senza l’Eucaristia i cristiani in Iraq non possono vivere”: padre Ragheed raccontava così la speranza della sua comunità abituata ogni giorno a vedere in faccia la morte, quella stessa morte che ieri pomeriggio ha affrontato lui, di ritorno dalla messa.

Dopo aver nutrito i suoi fedeli con il corpo e il sangue di Cristo, ha donato anche il proprio sangue, la sua vita per l’unità dell’Iraq e per il futuro della sua Chiesa.

Con piena consapevolezza questo giovane sacerdote aveva scelto di rimanere a fianco dei suoi fedeli, nella sua parrocchia dedicata allo Spirito Santo, a Mosul, giudicata la città più pericolosa dell’Iraq, dopo Baghdad. Il motivo è semplice: senza di lui, senza il pastore, il gregge si sarebbe smarrito. Nella barbarie dei kamikaze e delle bombe almeno una cosa era certa e dava la forza di resistere: “Cristo – diceva Ragheed – con il suo amore senza fine sfida il male, ci tiene uniti, e attraverso l’Eucaristia ci ridona la vita che i terroristi cercano di toglierci”.

È morto ieri, massacrato da una violenza cieca. Ucciso di ritorno dalla chiesa, dove la gente, anche se sempre meno, sempre più disperata e impaurita, continuava però a riunirsi come poteva.

“I giovani – raccontava Ragheed alcuni giorni fa – organizzano la sorveglianza dopo i diversi attentati già subiti dalla parrocchia, i rapimenti e le minacce ininterrotte ai religiosi. I sacerdoti dicono messa tra le rovine causate dalle bombe. Le mamme, preoccupate, vedono i figli sfidare i pericoli e andare al catechismo con entusiasmo. I vecchi vengono ad affidare a Dio le famiglie in fuga dall’Iraq, il paese che loro invece non vogliono lasciare, saldamente radicati nelle case costruite con il sudore di anni. Impensabile abbandonarle”.

Ragheed era come loro, come un padre forte che vuole proteggere i suoi figli: “Quello di non disperare è un nostro dovere. Dio ascolterà le nostre suppliche per la pace in Iraq”.

Nel 2003 dopo gli studi a Roma decise di tornare nel suo paese, “perché lì è il mio posto”. Tornò anche per partecipare alla ricostruzione della sua patria, alla ricostruzione di una “società libera”. Parlava dell’Iraq pieno di speranza, con il suo sorriso accattivante: “È caduto Saddam, abbiamo eletto un governo, abbiamo votato una Costituzione!”. Organizzava corsi di teologia per i laici a Mosul; lavorava con i giovani; consolava le famiglie disagiate. In questo ultimo mese stava operando per far curare a Roma un bambino con gravi problemi alla vista.

La sua è la testimonianza di una fede vissuta con entusiasmo. Obiettivo di ripetute minacce e attentati fin dal 2004, ha visto soffrire parenti e scomparire amici, eppure ha continuato fino all’ultimo a ricordare che anche quel dolore, quella carneficina, quell’anarchia della violenza, aveva un senso: andava offerta.

Dopo un attacco alla sua parrocchia, la scorsa domenica delle Palme, 1° aprile, diceva: “Ci siamo sentiti simili a Gesù quando entra a Gerusalemme, sapendo che la conseguenza del Suo amore per gli uomini sarà
la Croce. Così noi, mentre i proiettili trafiggevano i vetri della chiesa, abbiamo offerto la nostra sofferenza come segno d’amore a Gesù”.

Raccontava ancora poche settimane fa: “Attendiamo ogni giorno l’attacco decisivo ma non smetteremo di celebrare messa. Lo faremo anche sotto terra, dove siamo più al sicuro. In questa decisione sono incoraggiato dalla forza dei miei parrocchiani. Si tratta di guerra, guerra vera, ma speriamo di portare questa Croce fino alla fine con l’aiuto della Grazia divina”.

E tra le difficoltà quotidiane lui stesso si stupiva di riuscire così a comprendere in modo più profondo “il grande valore della domenica, giorno dell’incontro con Gesù Risorto, giorno dell’unità e dell’amore fra di noi, del sostegno e dell’aiuto”.

Poi le autobombe si sono moltiplicate; i rapimenti di sacerdoti a Baghdad e Mosul si sono fatti sempre più frequenti; i sunniti hanno iniziato a chiedere una tassa ai cristiani che vogliono rimanere nelle loro case, pena la loro confisca da parte dei miliziani. Continua a mancare elettricità, acqua, la comunicazione telefonica è difficile. Ragheed comincia ad essere stanco, il suo entusiasmo si indebolisce. Fino a che, nella sua ultima mail ad « AsiaNews », il 28 maggio scorso, ammette: “Stiamo per crollare”. E racconta dell’ultima bomba caduta nella chiesa del Santo Spirito, proprio dopo le celebrazioni del giorno di Pentecoste, il 27 maggio; della “guerra” scoppiata una settimana prima, con 7 autobombe e 10 ordigni in poche ore; del coprifuoco che per tre giorni “ci ha tenuti imprigionati nelle nostre case”, senza poter celebrare la festa dell’Ascensione, il 20 maggio.

Si chiedeva quale sentiero avesse imboccato il suo paese: “In un Iraq settario e confessionale, che posto sarà assegnato ai cristiani? Non abbiamo sostegno, nessun gruppo che si batta per la nostra causa, siamo soli in questo disastro. L’Iraq è già diviso e non sarà mai più lo stesso. Qual è il futuro della nostra Chiesa?”.

Ma poi a confermare la forza della sua fede, provata ma salda: “Posso sbagliarmi, ma una cosa, una sola cosa, ho la certezza che sia vera, sempre: che lo Spirito Santo continuerà ad illuminare alcune persone perché lavorino per il bene dell’umanità, in questo mondo così pieno di male”.

Caro Ragheed, con il cuore che grida di dolore, tu ci lasci questa tua speranza e certezza. Colpendo te hanno voluto annientare la speranza di tutti i cristiani in Iraq. Invece, con il tuo martirio, tu nutri e doni nuova vita alla tua comunità, alla Chiesa irachena e a quella universale. Grazie, Ragheed!

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