Archive pour le 6 juin, 2007

scoiattolo in preghiera – buona notte

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scoiattolo in preghiera

dal sito:

http://www.centoiso.com/oneshot/shot.asp?id=986

Amare Dio, il prossimo e se stesso

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
De Trinitate, 8,12 ; PL 42, 958

Amare Dio, il prossimo e se stesso

Chi non ama il fratello, non è nell’amore e chi non è nell’amore non è in Dio, perché « Dio è amore » (1 Gv 4,8).

Inoltre chi non è in Dio non è nella luce, perché « Dio è luce, e tenebra alcuna non è in lui » (1 Gv 1,5). Qual meraviglia, dunque, se chi non è nella luce non vede la luce, cioè non vede Dio, perché è nelle tenebre? Vede il fratello con sguardo umano che non permette di vedere Dio. Ma se amasse colui che vede per sguardo umano, con carità spirituale, vedrebbe Dio, che è la carità stessa, con lo sguardo interiore con cui lo si può vedere…

E non si ponga più il problema di sapere quanto amore dobbiamo al fratello, quanto a Dio. A Dio, senza alcun confronto, più che a noi. Al fratello poi tanto, quanto a noi stessi. Amiamo infine tanto più noi stessi quanto più amiamo Dio. È dunque con una sola ed identica carità che amiamo Dio e il prossimo; ma amiamo Dio per se stesso, noi stessi invece ed il prossimo per Dio.

vita quotidiana a Roma: al Colosseo, gatto e gladiatore

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vita quotidiana a Roma: al Colosseo, gatto e gladiatore

Marc Chagall: Parigi dalla Finestra

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Marc Chagall: Parigi dalla Finestra

dato che il sito mi sembra molto bello ed interessante vi metto anche il link alla Home page:

http://www.roberto-crosio.net/1_citta/index.htm

Publié dans:immagini belle |on 6 juin, 2007 |Pas de commentaires »

di Heschel: La santità delle parole

Dal sito: 

http://www.nostreradici.it/Heschel_parole.htm

L’autore è ebreo, ha scritto delle cose straordinarie, ho letto diversi libri scritti da lui, il più bello è proprio quello dal quale è stato tratto questo brano: Dio alla ricerca dell’uomo; 

SANTITA’ DELLE PAROLE 

Di A. Heschel , DAL LIBRO: Dio alla ricerca dell’uomo 

La bibbia è santità nelle parole. Per l’uomo del nostro tempo non vi è nulla di così familiare e banale come le parole. Di tutte le cose esse sono le più a buon mercato, le più abusate e meno stimate. Esse sono oggetto di continua profanazione. Noi tutti viviamo, sentiamo e pensiamo in esse, ma non riuscendo a sostenere la loro dignità indipendente, a rispettarne il potere e il peso, esse diventano evasive, ambigue: una manciata di polvere. Quando ci troviamo dinanzi alla Bibbia, le cui parole sono come dimore fatte di roccia, non sappiamo trovare la porta.

     Alcuni possono domandarsi: perché la luce di Dio è stata data in forma di linguaggio? Come è concepibile che il divino sia contenuto in vasi così fragili come le consonanti e le vocali? Questa domanda denuncia il peccato del nostro tempo: quello di trattare alla leggera l’etere che porta i flutti luminosi dello spirito. Che cos’altro al mondo è capace di avvicinare gli uomini al di sopra delle distanze di spazio e di tempo? Di tutte le cose sulla terra, soltanto le parole non muoiono mai. Esse hanno così poca sostanza e così tanto significato. 

     
La Bibbia non si occupa della divinità ma dell’umanità. Rivolgendosi ad esseri umani e parlando di cose umane, quale lingua dovrebbe usare se non quella dell’uomo? Eppure, è come se Dio avesse preso queste parole ebraiche e le avesse investite della sua potenza, e le parole fossero diventate un filo di tensione carico del suo spirito. Ancor oggi esse sono delle linee di unione tra il cielo e la terra.
 

    Quale altro strumento potrebbe essere stato impiegato per comunicare il divino? Disegni smaltati sulla luna? Statue tagliate dalle Montagne Rocciose? Che cosa non va nell’origine umana del vocabolario scritturale?

    Se
la Bibbia fosse un tempio, di maestosità e splendore uguale alla semplice grandiosità della sua forma attuale, il suo linguaggio divino avrebbe potuto conservare il segno della dignità divina con forza più innegabile per la maggior parte della gente. Ma l’uomo avrebbe adorato la sua opera invece della sua volontà… e questo è esattamente ciò che
la Bibbia ha cercato di prevenire.

   Come è impossibile pensare a Dio senza il mondo, così è impossibile pensare alla sua sollecitudine senza la Bibbia.

   Se Dio è vivo, allora
la Bibbia è la sua voce. Nessun’altra opera è altrettanto degna di essere considerata una manifestazione della sua volontà. Non vi è altro specchio al mondo in cui si rifletta così chiaramente la sua volontà e la sua guida spirituale. Se è plausibile credere nell’immanenza di Dio nella natura, allora bisogna per forza credere nella immanenza di Dio nella Bibbia.
 

Publié dans:Approfondimenti |on 6 juin, 2007 |Pas de commentaires »

di Padre Manns: Il ritorno dei fondamentalismi religiosi

dal sito: 

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/dialogue/fondamentalismi.html

IL RITORNO DEI FONDAMENTALISMI RELIGIOSI  Frédéric Manns

La presa in ostaggio di giornalisti e volontari da parte di gruppi islamici che esigono l’annullamento della legge sul velo e la liberazione dei musulmani prigionieri in Iraq scuotono l’opinione pubblica mondiale. Questi ultimi incidenti fanno seguito ai numerosi gesti di violenza provenienti dal fondamentalisti musulmani.
Se i diritti dell’uomo vengono calpestati a che serve il dialogo interreligioso? E’ urgente che siano sempre più numerosi coloro che, di confessione musulmana, dovrebbero far vivere le regole democratiche, le stesse che gli estremisti che hanno catturato gli ostaggi vorrebbero vedere respingere.
Porre sullo stesso piano i diversi fondamentalismi religiosi senza distinzione sarebbe assurdo. C’è troppa differenza tra i miliziani islamici che difendono il mausoleo di Ali, a Najaf, i fondamentalisti giudei che difendono le colonie dei territori occupati Bibbia alla mano e quelli battisti americani che credono alla creazione del mondo in sette giorni, difendono la pena di morte e sostengono Israele in nome di un sionismo cristiano favorevole alla riunione di tutti i giudei sulla loro terra per attendere il ritorno del Messia glorioso.
Quello che invece è tra loro comune è un approccio « ingenuo » e non critico dei testi fondatori della religione.
La previsione attribuita a A. Malraux sul risveglio religioso del mondo al ventunesimo secolo si è avverata.
Dio è diventato il pretesto della maggior parte delle rivendicazioni nazionaliste, politiche e d’identità. I musulmani iniziano i loro interventi con la « bismila er rahman », in nome del misericordioso. In Israele non è raro che un discorso ufficiale si concluda con la citazione di un salmo di Davide. Infine in America, la campagna elettorale del partito repubblicano fa appello alla riforma morale. L’importanza acquisita dai fondamentalisti evangelici presso i suoi militanti è inquietante.
La religione civile, fondata sul rispetto di Dio e sul messianismo della nazione, va oltre le frontiere dei partiti americani. Già G. Bush, J. Carter e R. Reagan hanno sfruttato la retorica evangelica che è scioccante per gli europei abituati alla separazione della Chiesa dallo Stato. Sul dollaro si legge la professione di fede: In God we trust. E’ noto il peso che ha preso nella politica di G. Bush la visione dualistica del mondo, dove si affrontano le forze del Bene e quelle del male, e dove gli americani , nuovo popolo eletto da Dio, hanno una missione universale di salvezza e riforme.
Accompagnato da un proselitismo attivo e un conformismo morale, il protestantesimo evangelico in America ha il vento in poppa. E’ vero che il sogno teocratico è stato abbandonato, ma questo tipo di fondamentalismo, invece, intende pesare sugli affari della città e far rispettare il principio secondo il quale i « buoni » devono sempre fare la legge. Con le risorse del religioso e delle soluzioni semplici, oltre che con potenti finanziamenti, questo modello evangelico si esporta nelle megalopoli povere del terzo mondo. La « teologia » del western risolverebbe qualcosa in questa visione semplicistica del mondo?
L’islamismo, bisogna riconoscerlo, si nutre a volte dell’attitudine incosciente e missionaria di gruppi cristiani legati alle chiese evangeliche o battiste di origine americana. A Gerusalemme nella Via Dolorosa, un mercante giunge fino al punto di affiggere una scritta in inglese che non accetta dollari americani da parte dei pellegrini. Un giornale titolava: tutti i musulmani non sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani! Sognare cosa?
I fondamentalismi religiosi, che hanno in comune l’attingere nella falsa esegesi delle loro Scritture, si fecondano reciprocamente nell’offerta e nella violenza. Questa rivincita di Dio segna una rottura sia con la laicità di tipo occidentale che con le ideologie secolari sempre più contestate.
Molti giornalisti hanno difficoltà a comprendere l’importanza del fattore religioso nel moderno conflitto in Oriente. Sottolineare questo fenomeno, un ritorno al Medio Evo, affermano alcuni.
Questa visione della religione accredita la tesi della « guerra tra civiltà » e costituisce « il credo » condiviso da tutti fondamentalismi al di là delle loro differenze.
La paura dello « sconosciuto » e la mancata accettazione della differenza è un’altra caratteristica del ritorno ai fondamentalismi di ogni genere. Unico rimedio a questo male è cercare nella mutua conoscenza, prima tappa di ogni dialogo che genera il rispetto vicendevole.
Louis Massignon specialista degli scritti di un mistico musulmano, Al Halag (morto nel 922), ha fatto l’esperienza dell’amore di Dio. La vita di questi cristiani convinti è stata segnata dalla solidarietà con l’Islam.
La scoperta del perdono bretone dei sette dormienti, il quale culto si è esteso nel cristianesimo primitivo, gli ha permesso di fare un gesto interreligioso significativo.
I sette dormienti – martiri cristiani di Efeso murati vivi nel 250 d.C., sono infatti « gli uomini delle caverne » di cui parla il Corano. La tradizione riprende nei fatti alcuni elementi di una leggenda giudea. All’inizio della guerra d’Algeria L.Massignon invitò i musulmani a partecipare alla celebrazione del perdono bretone del Vecchio mercato (Côtes d’Armor) e fino alla sua morte nel 1962 egli difese la dimensione interreligiosa di questo perdono.
Ogni anno nel corso del week end che segue la festa di S. Maria Maddalena il pellegrinaggio comincia con un dibattito interreligioso sull’ospitalità o la vita in comune. I pellegrini cantano la leggenda dei sette dormienti prima di ritrovarsi davanti ad un fuoco purificatore. Il giorno successivo i musulmani recitano la sura 18 delle genti delle caverne. Le tradizioni, invece di separare, devono unire i credenti.
Guerre e guerriglie fanno scattare delle reazioni fondamentaliste da una parte e dall’altra. Resta l’urgenza di incontrarsi e scrivere insieme la storia. E’ stato anche l’obiettivo cui ha mirato l’incontro organizzato dalla Comunità di S. Egidio di Milano.
(Traduzione I.M.) 

Publié dans:Approfondimenti |on 6 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Il riposo ci fa liberi

dal sito on line del giornale « Avvenire »:

Il riposo ci fa liberi 

La festa per non finire schiacciati 

Giuseppe Anzani  

Ricordate quando c’erano le domeniche? Se ne avvertiva la gioia fin dalla quieta trepidazione della vigilia, quando l’attesa del « dì di festa » accendeva l’emozione del farsi nuovo del tempo, come intervallo felice della faticosa quotidianità. La domenica era riposo e svago, rientro e frequentazione dei rapporti affettivi, persino vestito e desco diversi, spazio di memorie accantonate e ravvivate, festa insomma; e su tutto, quel grande rito di preghiera comune cui la campana invitava, e il sentirsi famiglia, e l’indugiare poi sul sagrato a riconoscere e confermare la fraternità del villaggio umano.
Nel dialetto, non si chiamava neppure domenica, ma semplicemente « festa ». Che giorno è oggi? È festa. Nel mio dialetto lombardo la differenza della festa svettava dirimpetto a tutto il resto del tempo, chiamato globalmente dinlauràa, intraducibile monoverbo che chiama i giorni comuni con la loro essenziale vocazione al lavoro, alla consueta fatica.
Oggi quella festa ci sembra rubata, oggi il dinlauràa ha invaso l’intero giardino del tempo e non distingue più il fiore dall’erba. La domenica lavorata al pari dei giorni feriali è divenuta costume. Non è in discussione che nell’intreccio dei nostri reciproci bisogni qualcuno debba essere sacrificato a differire la sua festa. Non però se ciò lo fa servo di un nuovo taylorismo in cui l’uomo è fatto schiavo di istanze produttive che fronteggiano la « domanda » di uno stordito e bulimico consumismo, sul sagrato di nuovi templi sacri dove tutto si compra e si vende, secondo la docile e intruppata risposta ai nuovi catechismi, dettati dai nuovi padroni del tempo. Rientrano nei precetti gli stordimenti del sabato sera, non meno che quelli della « domenica bestiale ». Ce ne crediamo padroni vittoriosi e ne siamo servi sconfitti.
La festa è altro. Dice, in gioia, che l’uomo non è solo una macchina, un paio di braccia che si stancano; e neanche un ventre che consuma. L’uomo è un cervello e un cuore, si inte rroga e dialoga, guarda la terra e l’oltre, non è fatto solo di polvere. La festa è il rapporto dell’uomo col cosmo e con l’oltre. È tregua al negotium (parola che « nega »), per capire la festa che chiama alla bellezza dell’essere. La festa risucchiata al comune territorio del dinlauràa è l’affronto di una menzogna, è l’immagine di un orologio senza lancette, di un tempo lineare e indefinito, sul quale il mercato disegna i suoi ritmi, e vi piega la vita degli uomini. La trascolora, la sciupa.
La direttiva europea n. 34 del 2000 dice che ogni Stato membro dell’Unione deve decidere il giorno di riposo settimanale tenendo conto «delle tradizioni e delle esigenze culturali, sociali, religiose e familiari dei suoi cittadini». Non so se l’indirizzo recupera la memoria delle radici della nostra casa comune europea, che restano pregnanti per la nostra identificata civiltà. Nelle radici, la festa è domenica, giorno del Signore. La nostra Cassazione ha detto che «la domenica è il giorno abitualmente destinato al soddisfacimento di bisogni di vita familiare e sociale». Io leggo di più, leggo che l’apparentamento della festa con l’immanente bene dell’uomo resta scritto per la storia nelle Dieci Parole al pari del non uccidere, del non rubare e del non mentire. Non sono cose su cui, riflettendo sulla storia umana, prima che sulla fede, si possono far sconti alla deriva culturale del « consumismo anzitutto », che deruba la festa, senza tradire l’umanesimo.

 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 6 juin, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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Cathédrale Notre Dame de Reims

Le sourire du XIIIe siècle

Il y a dans la civilisation française du XIIIe siècle quelque chose d’épanoui, à la fois de souriant et de fort, qui est le signe d’une grande époque. Les façades et les chapiteaux, que les artistes romans avaient peuplés de bêtes et de monstres inquiétants, sont désormais éclairés par les visages rayonnants d’anges ou de christs. Dans les oratoires, comme la Sainte-Chapelle, ou dans les vastes cathédrales, comme Reims ou Notre-Dame, partout l’élégance s’allie à la puissance de la conception, au jaillissement de l’élan créateur. Il émane de ces architectures fortes une plénitude sereine, symbolisant l’accord trouvé entre l’intelligence et la sensibilité, entre le divin et les choses de la terre.

Il sorriso del XIIIe secolo c’è nella civiltà francese del XIIIe secolo qualche cosa di sbocciato, al tempo stesso di sorridente e di forte che è il segno di una grande epoca. Le facciate ed i capitelli, che gli artisti romani (romani-bizantini, l’ho trovato su una speigazione della Chiesa de le Sacre-Coeur) avevano popolato di bestie e di mostri inquietanti, sono illuminati oramai dai visi radiosi di angeli o di christs. Negli oratori, come la Santa-cappella, o nelle vaste cattedrali, come Reims, o Notre Dame, dovunque l’eleganza si allea al potere della concezione, allo zampillo dello slancio creatore. Emana di queste architetture forti una pienezza serena, simboleggiando che l’accordo trovato, introduce l’intelligenza e la sensibilità, tra il divino e le cose della terra.

« Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà » (Credo)

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Mitarbeiter der Wahrheit (Vivere la fede)

(una traduzione più precisa del titolo del libro è: Collaboratori della Verità, Gabriella)

« Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà » (Credo)

Il cristianesimo non promette la semplice salvezza dell’anima, in un aldilà qualsiasi in cui tutti i valori e le cose preziose di questo mondo scomparirebbero come se si trattasse di una scena che fosse stata costruita un tempo e che ormai debba scomparire. Il cristianesimo promette l’eternità di ciò che si è realizzato in questa terra.

Dio conosce e ama quell’uomo totale che siamo fin d’ora. È dunque immortale ciò che cresce e si sviluppa nella nostra vita di ora. Nel nostro corpo noi soffriamo e amiamo, speriamo, proviamo gioia e tristezza, e progrediamo attraverso il tempo. Quanto cresce nella nostra vita di oggi, è imperituro. È dunque imperituro ciò che siamo divenuti nel nostro corpo, ciò che è cresciuto e maturato nel cuore della nostra vita, in legame con le cose di questo mondo. Proprio l’ « uomo totale » tale quale si è collocato in questo mondo, tale quale ha vissuto e ha sofferto, sarà un giorno portato nell’eternità di Dio e participerà, in Dio stesso, all’eternità. Proprio questo deve colmarci di una gioia profonda.

Publié dans:Non classé |on 6 juin, 2007 |Pas de commentaires »

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