Archive pour le 5 juin, 2007

buona serata

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foto Nationale Geografic

Beltsville Agricultural Research Center, Beltsville, Maryland, 1976

Photograph by Bianca Lavies

A baby snapping turtle and baby bullfrog take advantage of unusual circumstances to get a good look at each other at Beltsville Agricultural Research Center. Once full-grown snapping turtles are at the top of the pond food chain, but until then they are lunch to adult bullfrogs and other predators.

Computer, una miniera di teologia – articolo di Bruno Forte

dal sito on line del giornale « Avvenire » un intervento di Bruno Forte: 

INTERVENTO
«Salvare», «convertire», «giustificare»: alcune delle parole chiave dell’informatica rivelano una parentela sorprendente con la tradizione biblica. Che non è soltanto di superficie

Computer, una miniera di teologia

Dietro l’inattesa convergenza tra Bibbia e Web forse si cela la nostalgia di una relazione vera con l’Altro

Nei due linguaggi, le stesse idee di custodire i fenomeni, stabilire rapporti, affermare il soggetto umano

Di Bruno Forte

«Ssalvare», «convertire», «giustificare» sono tre delle espressioni più usate nel linguaggio del computer e del Web. Tre parole chiave, la cui ignoranza evoca lo spettro dell’impossibilità effettiva di utilizzare fruttuosamente l’intelligenza artificiale, di cui tutti ormai sembrano non poter fare a meno. Ebbene, non a caso queste tre parole sono di derivazione teologica: solo nel mondo della fede biblica e della teologia ad essa collegata l’ignoranza di questi tre spazi di significato può compromettere il tutto, e cioè l’integralità dell’approccio credente alla rivelazione, analogamente a come la medesima ignoranza nell’uso del computer ne comprometterebbe in radice la praticabilità. Chi non sapesse che cos’è salvezza, conversione o giustificazione, chi non ne avesse neanche lontanamente l’idea o il bisogno, di certo non avrebbe alcun interesse esistenziale sufficiente per accostarsi alle Sacre Scritture e cercare in esse la luce del senso o la forza della redenzione. Chi non sapesse «salvare», o «convertire» o «giustificare» il materiale su cui sta lavorando informaticamente, rischierebbe semplicemente di perdere tempo e fatica.
Web e Bibbia sembrano dunque aver bisogno dei processi segnalati dai tre verbi «salvare», «convertire» e «giustificare». È questa constatazione tanto semplice, quanto intrigante, che fa nascere più di una domanda: c’è un rapporto fra i linguaggi della Rete e l’esperienza della Trascendenza, di cui la rivelazione biblica è testimone e strumento? Si nascondono forse in termini come i tre segnalati nostalgie prossime o remote di Trascendenza? Con quali prospettive sull’esperienza umana del vivere e del morire?

Salvare. Resistere all’oblio è il tormento del pensiero umano fin dalle sue origini. Dove tutto appare caducità, frammento che viene dal nulla e vi precipita, la passione del filosofo diventa quella di resistere al declino, di difendere il dono o il tormento di esistere. Ecco perché la filosofia nasce dove più forte appare la minaccia dell’inesorabile perdita. Salvezza è difesa dal nulla, baluardo contro il dissolvimento, custodia dell’esserci. È per soddisfare questo bisogno che nasce la scrittura: fermare nel tratto il pensiero, renderlo pronto a nuovi accessi, a nuove comunicazioni. È questo il sogno di ogni «grafia»: salvare il mortale fermandolo.
Salvare appare allora operazione necessaria, anche se non assoluta: e così è nel regno del Web. Senza il pensiero che salva o utilizza il salvato, a nulla varrebbe «salvare». La piccola salvezza offerta dalla scrittura, quella stessa piccola salvezza dell’uso informatico, fa appello ad un altro, che salvi il salvato richiamandolo, servendosene, dandogli nuova vita. Ed è allora che si comprende la differenza fra questo «salvare» e la salvezza della fede: l’Altro in questione nella storia della salvezza non è soltanto l’utente, lo scrittore o il lettore che passa, ma è il Creatore e Signore, l’Origine e il Fine,
la Custodia e il Grembo. La salvezza di cui parlano i testi biblici, l’opera del Salvatore Gesù, non è la protezione di un’ora, di una stagione, di un tempo fosse pure infinito. È l’accoglienza nella vita senza fine, è l’eternità offerta nel tempo.
Di questo approdo, il linguaggio del Web è pallida traccia, segno della nostalgia che tutti ne abbiamo. Eppure, proprio così, «salvare» è cifra di trascendenza, segnale di una sete originaria, quella della salvezza, e si offre come il testimone dell’Altro di cui abbiamo bisogno per vivere e per morire. Ogni atto del «salvare» è traccia di questa nostalgia che è in noi più forte e più profonda di ogni coscienza che possiamo averne: anche l’umile processo del «salvare» legato al mondo del Web.

Convertire. «Salvare», però, non basta: se quanto è stato salvato non fosse più raggiungibile dalla continua evoluzione dei linguaggi del Web e del computer, vana sarebbe la resistenza all’oblio, vano il baluardo contrapposto alla vorace bocca del nulla. Come ogni linguaggio, an che quello informatico si evolve e cambia. Se il libro resiste con la consistenza e la palpabilità odorosa delle sue pagine, i file vivono le stagioni dei programmi in cui furono scritti. Occore «salvare» il «salvato»: questa operazione di «salvezza» al quadrato è il processo indicato dall’espressione «convertire». «Convertire» è nel Web l’espressione della continua lotta contro il tempo che passa, l’operazione finalizzata ad esprimere la signoria della continuità pensata e voluta dagli uomini sulla frammentazione.
«Salvare» è la vittoria sulla caducità dell’istante; «convertire» è il trionfo sull’incomunicabilità dei tempi, rendere prossimo lo straniero, familiare l’estraneo. È questo in realtà anche il senso originario dell’espressione biblica: «Teshuvà», la parola ebraica tradotta con «conversione», sta a dire l’atto del ritorno. L’ebraico fa capire concretamente come il convertirsi sia l’evento di una relazione ritrovata, di un legame nuovamente possibile. In fondo, il linguaggio del Web recupera questo stesso senso. Come nell’universo biblico, così nel mondo informatico «convertire» è il processo che testimonia l’importanza vitale della relazione e della comunicazione fra diversi. Leggere allora nel lemma «convertire» una cifra del bisogno di relazionarsi alla Trascendenza e di ancorarsi ad essa in una comunicazione viva e vitale, è allora forse molto meno che un arbitrio.

Giustificare. L’idea di «giustificazione» esprime nel mondo del computer l’urgenza di plasmare ciò che andiamo producendo secondo una forma che corrisponda al nostro gusto o al nostro bisogno di espressione creativa. L’allineamento a destra o a sinistra, il posizionamento al centro, la giustificazione piena, sono l’esercizio della sovrana libertà dell’autore di disporre del prodotto della sua opera. «Salvare» esprime l’urgenza «ontologica» di «salvare i fenomeni». «Convertire» mostra la necessità «etica» di stabilire relazioni. «Giustificare» manifesta invece la passio ne «estetica» che abita in ognuno di noi, il bisogno di dare forma all’informe, di mettere ordine nei frammenti, di far emergere il protagonismo del soggetto. Si coglie qui l’analogia e la differenza col senso di «giustificare» che appare nella Bibbia: l’analogia sta nell’esprimere la ricerca di un ordine, in cui chi si muove non si senta perduto. La differenza sta nel fatto che nell’orizzonte della fede il giustificatore è solo il Soggetto trascendente, il Dio vivo creatore e signore del cielo e della terra.
Certo, questo processo di giustificazione non avviene senza l’opera del protagonista umano, interlocutore pieno dell’alleanza con Dio: tra i due poli resta tuttavia un’irriducibile distanza, un’asimmetria che lungi dallo schiacciare la creatura, la esalta e la apre al più e all’oltre rispetto a sé. La giustificazione in senso teologico è, insomma, il processo dell’agire salvifico di Dio, cui corrisponde l’accoglienza della fede obbediente che si lascia ordinare e plasmare da Lui. Ancora una volta, un’espressione del linguaggio informatico si rivela cifra di una nostalgia che la supera. Una nostalgia che non è azzardato chiamare di Trascendenza, volta cioè a un altro ordine, a un’altra bellezza, che nel frammento delle opere e dei giorni degli uomini faccia risplendere la totalità di un disegno, di un possibile, impossibile amore che unifichi, salvi e converta. Giustificare è non solo ansia dell’io di esprimere la propria misura sulla propria opera, ma anche cifra di un più alto ordine, dove il Tutto si affacci nel frammento, e
la Bellezza eterna venga a dirsi nella struggente fragilità del tempo.

«Salvare» – «convertire» – «giustificare»: un linguaggio teologico nel dominio della «téchne» che sembra voler invadere tutto? Semplice caso? Memoria antica? Debole apertura? Nostalgia di Trascendenza? Aver acceso la domanda è già forse aver varcato la soglia, per scrutare nel regno del Web l’abisso del cuore umano che è e resta il centro di tut to, anche nel tempo della tecnica e del «villaggio globale» favorito ed espresso dalla Rete: quel cuore che resta inquieto, aperto e interrogativo, finché non riposi nel Dio che lo ha creato senza di lui, ma che non lo salverà senza di lui. E in un contesto culturale in cui il Web e il computer riempiono e condizionano sempre più la vita e la psiche di milioni di esseri umani, soprattutto di giovani, aver riconosciuto nei linguaggi degli strumenti informatici una finestra più o meno esplicita sulla Trascendenza può essere un aiuto a percorrere il cammino verso quel «riposo» liberante e pacificante, che è l’incontro con Dio, di cui tutti abbiamo profondo bisogno per vivere e per misurarci con le sfide sempre incombenti della sofferenza, della fragilità, della morte e, in generale, della fatica di volerci e di essere veramente umani.

Publié dans:Approfondimenti |on 5 juin, 2007 |Pas de commentaires »

L’invito del Papa al G8: la lotta alla povertà nel mondo sia al centro del Vertice di Heiligendamm

dal sito on line della Radio Vaticana 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=137606  L’invito del Papa al G8: la lotta alla povertà nel mondo sia al centro del Vertice di Heiligendamm 

Mettere il tema della povertà nel mondo al centro del Vertice del G8 che inizia domani in Germania: lo chiede con forza il Papa ai leader del Gruppo dei 7 Paesi più industrializzati più
la Federazione russa che parteciperanno al summit di Heiligendamm. L’appello di Benedetto XVI è contenuto nella lettera che ha inviato al cancelliere tedesco Angela Merkel in occasione dell’inizio della presidenza tedesca dell’Unione Europea e del G8, nel dicembre scorso. Alla vigilia di questo importante appuntamento ripercorriamo i contenuti principali del messaggio. Ce ne parla Sergio Centofanti.

 

 Per il Papa l’obiettivo di eliminare la povertà estrema entro il 2015 è uno dei più importanti compiti del nostro tempo. E in questo – afferma – il G8 deve svolgere un ruolo guida. Ma
la Santa Sede è preoccupata “per la incapacità dei Paesi ricchi di offrire ai Paesi più poveri, in particolare a quelli dell’Africa, adeguate condizioni finanziarie e commerciali che renderebbero possibile la promozione di un loro sviluppo duraturo”. Non si tratta – scrive il Papa – “di concessioni” ma è “un dovere morale grave e incondizionato, basato sulla comune appartenenza alla famiglia umana”. Per i Paesi poveri – continua il Papa – bisogna “garantire condizioni commerciali favorevoli” e “un accesso ampio e senza riserve ai mercati”. Per Benedetto XVI occorre prendere “provvedimenti per una rapida cancellazione completa ed incondizionata del debito estero” di questi Paesi, prendendo nello stesso tempo misure affinché “non finiscano di nuovo in una situazione di debito insostenibile”. Il Papa esorta i Paesi industrializzati a rispettare gli impegni presi nella lotta contro la povertà e contro le pandemie, in particolare l’AIDS, la tubercolosi, la malaria e le altre malattie tropicali, “senza per questo avanzare richieste giuridiche o economiche”. Afferma quindi con forza che “la comunità internazionale deve continuare ad adoperarsi per una riduzione significativa del commercio delle armi … del traffico illegale di preziose materie prime e della fuga di capitali dai Paesi poveri e deve impegnarsi per l’eliminazione tanto di pratiche di riciclaggio di denaro sporco quanto della corruzione di funzionari nei Paesi poveri”. Si tratta di traguardi legati “indissolubilmente alla pace e alla sicurezza nel mondo”. Ascoltiamo in proposito le parole del Papa pronunciate il 19 maggio scorso alla Fondazione “Centesimus Annus – Pro Pontifice”. Benedetto XVI, ricordando il 40° anniversario della Populorum progressio di Paolo VI, sottolineava che « lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica » e che per essere autentico “deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo »:

“L’attenzione alle vere esigenze dell’essere umano, il rispetto della dignità di ogni persona, la ricerca sincera del bene comune sono i principi ispiratori che è bene tener presenti quando si progetta lo sviluppo di una nazione. Purtroppo, però, questo non sempre avviene. L’odierna società globalizzata registra spesso paradossali e drammatici squilibri. In effetti, quando si considera l’incremento sostenuto dei tassi di crescita economica, quando ci si sofferma ad analizzare le problematiche collegate al progresso moderno, non escluso l’elevato inquinamento e l’irresponsabile consumazione delle risorse naturali e ambientali, appare evidente che solo un processo di globalizzazione attento alle esigenze della solidarietà può assicurare all’umanità un futuro di autentico benessere e di stabile pace per tutti”.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 5 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Card. Zen: “Pechino lavi la sporcizia lasciata dal massacro di Tiananmen”

dal sito:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=9453&size=A

 

05/06/2007 09:01
HONG KONG – CINA
Card. Zen: “Pechino lavi la sporcizia lasciata dal massacro di Tiananmen”
di Kevin Wang


In occasione dell’anniversario della repressione del movimento anti-corruzione e pro-democrazia, il vescovo di Hong Kong ha guidato un incontro di preghiera per la democrazia ad Hong Kong ed in Cina, che ha preceduto l’imponente veglia in ricordo delle vittime svoltasi in serata nel Victoria Park.

 

Hong Kong (AsiaNews) – Il vescovo di Hong Kong, card. Joseph Zen Ze-kiun, ha espresso ieri il desiderio di vedere le autorità della Cina continentale “lavare via la sporcizia” prodotta 18 anni fa dal massacro di Tiananmen.

Il porporato ha guidato un incontro di preghiera per la democrazia nel Territorio ed in Cina, che ha preceduto l’imponente veglia in ricordo del movimento anti-corruzione e pro-democrazia svoltasi in serata nel Victoria Park. All’incontro erano presenti circa 500 cattolici.

Il card. Zen, rientrato da un viaggio in Nord America, ha aggiunto: “Molti emigranti cinesi che ora vivono in Occidente sperimentano lo stato di diritto e la libertà che ne consegue. Mi chiedo quando anche i cinesi che vivono nella madrepatria potranno godere di una tale benedizione. Spero che Pechino abbia il coraggio di affrontare quello che ha fatto 18 anni fa”.

Secondo i dati degli organizzatori, oltre 55mila persone hanno partecipato alla marcia in ricordo delle vittime della strage di Tiananmen, che ogni anno viene organizzata nel Territorio in occasione dell’anniversario della violenta repressione ordinata da Deng Xiaoping.

In maggio, un deputato pro-Pechino di Hong Kong si è attirato il pubblico biasimo per aver dubitato del massacro, definito “un’invenzione”, e per aver mancato di rispetto alle vittime. Il deputato si era in un secondo momento scusato con il suo partito, ma non con l’opinione pubblica.

 

buona notte

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immagine dal sito:

http://www.pierluigisurace.it/imagerie/sea.htm

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