Archive pour mai, 2007

Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6)- di Abramo Alberto Piattelli

Il Rabbino Piettelli è stato professore mio di ebraismo, è una persona molto dolce e preaparata, alla Sinagoga di Roma fa parte dei « tre saggi » Dal sito:

http://www.nostreradici.it/giornata01_Piattelli.htm

Abramo ebbe fede in Dio (Gen 15, 5-6)-
Contributo di Abramo Alberto Piattelli Rabbino – Roma

 

Uno dei punti di riferimento più importanti nel dialogo interreligioso tra Chiesa cattolica e Comunità ebraica è costituito dalla centralità nelle due fedi della figura del patriarca Abramo.
Senza dubbio ciò è dovuto in primo luogo al fatto che nella Scrittura Abramo viene considerato come padre di una moltitudine di gente colui cioè che sentì su di sé e sulla propria discendenza il significato di un certo messaggio e la missione di condurre con amore e benevolenza tutte le genti verso la protezione delle ali della divina Provvidenza.
Questa propensione al significato universale della figura di Abramo, è messa in evidenza da un’ulteriore considerazione. Secondo il testo biblico, Abramo ebbe tre mogli: Sara, Hagar e Kenturà, da ognuna delle quali ebbe dei figli. Gli esegeti del Midrash mettono in evidenza l’origine diversa di ciascuna delle mogli: Sara sarebbe discendente di Sem, Hagar, l’egiziana, di Cam, mentre Kenturà di Jafet, da cui discenderebbe la stirpe indoeuropea. Dato che secondo la Bibbia, i figli di Noè costituirebbero i capostipiti del genere umano, Abramo sarebbe, dal punto di vista genealogico, capostipite di una discendenza universale.
Ma per ebrei Abramo costituisce innanzi tutto il patriarca del popolo ebraico, colui che lascia la proprio patria per poter portare avanti in maniera autonoma e senza influenze spurie l’intuizione di un Dio unico, trascendente e provvidenziale, creatore di ogni realtà. In risposta a questa obbedienza Dio gli promise che da lui sarebbe discesa una nuova nazione, la quale avrebbe recato una qualità spirituale al mondo del tutto speciale. La promessa di Dio ad Abramo appartiene all’intera umanità. Nella Scrittura interviene, però, un patto tra Dio e Abramo, che serve a definire la relazione particolare esistente tra Dio e la sua discendenza. Dio dovrà essere considerato come divinità specifica del popolo ebraico, mentre la discendenza dovrà tenere fede al patto particolare stipulato con Dio. In questa occasione, momento cruciale del futuro popolo d’Israele, la terra d’Israele viene promessa ai discendenti del Patriarca.
Nelle figura di Abramo, così come viene presentata nel libro della Genesi, si fondono insieme due valenze: il carattere universale da una parte e quello nazionale dall’altra. Nella teologia ebraica la stretta correlazione tra queste due valenze è la prospettiva fondamentale della storia dell’umanità.
Caratteristica della figura di Abramo, è quella di essere, a differenza di Isacco e di Giacobbe, il simbolo della virtù del hesed, dell’amore e dell’altruismo verso il proprio prossimo.
Dall’esame delle storie bibliche riguardanti Abramo, i Maestri ebrei con perspicacia midrascica hanno trovato diversi esempi di hesed da parte di Abramo, che viene intesa addirittura come forma di imitatio dei. Per esempio, la Scrittura racconta che la divinità apparve ad Abramo presso i querceti di Mamrè senza spiegare il motivo di tale apparizione. Rabbì Ammà bar Hanina insegna che Dio apparve ad Abramo allo scopo di fare visita al malato. Da poco, infatti, Abramo si era sottoposto alla circoncisione. Ad un certo punto però, continua la Scrittura, Abramo interruppe la comunione con la divinità per andare incontro a tre viandanti sconosciuti che provenivano dal deserto. Proprio come Dio eseguì un atto di amore nel visitare « il malato » Abramo, così questi interruppe la comunione con Dio e corse, nonostante la sua convalescenza, incontro ai viandanti, per offrire a loro ospitalità. Abramo preferì offrire agli essere umani un atto di amore piuttosto che riceverne uno da parte di Dio.
La lezione che emerge da questa esegesi midrascica è chiara: la imitatio dei deve avere l’assoluta precedenza, addirittura sul godimento della rivelazione divina. Insomma l’etica viene prima del misticismo e – come afferma il Talmud – il sentimento di ospitalità ha la precedenza sull’accoglimento della Presenza divina.
La vera religiosità trova espressione in atti di benevolenza e di altruismo che costituiscono l’espressione più alta della conoscenza di Dio da parte dell’uomo.
Non soltanto Abramo ha compiuto atti di hesed, ma ha impegnato i suoi discendenti a compiere tali atti, come afferma la Scrittura: « Io lo prediligo affinché raccomandi ai suoi figli ed alla sua progenie a venire, di osservare la via del Signore operando carità e giustizia ».
Abramo è presentato nella scrittura come il prototipo dell’uomo di fede, tanto che il testo afferma: « Ebbe fede nell’Eterno e questo gli fu ascritto come merito ». Tale sentimento trova la sua applicazione più alta nel momento del sacrificio del figlio Isacco, come pure in tanti altri episodi in cui prevale la sottomissione e la fiducia nel volere dell’Eterno. Ma come va intesa questa fede? « Nell’ebraismo la fede non è altro che la vivente coscienza dell’Eterno, il senso della vicinanza di Dio, della sua rivelazione e della sua potenza creatrice che si manifesta in tutte le cose. È la capacità dell’anima di percepire il permanente nel transitorio, il Segreto del Creato. La parola biblica che indica fede designa l’intima saldezza e l’interiore pace, la forza e la costanza dell’anima umana » (Baeck).
Ma l’Ebraismo non ammette che la fede da sola sia garanzia di salvezza; ad essa vanno accompagnate le opere, le azioni concrete che Dio indica nella sua Legge morale.
L’azione deve essere conseguenza della fede, così come affermano i Maestri ebrei « la cosa essenziale non è la teoria, bensì l’azione ».

Publié dans:Approfondimenti |on 23 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Le reazioni alle affermazioni del Papa sul mondo indigeno sono decontestualizzate

dal sito: 

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-05-22  Le reazioni alle affermazioni del Papa sul mondo indigeno sono decontestualizzate 

APARECIDA, martedì, 22 maggio 2007 (ZENIT.org).- Il Cardinale Julio Terrazas Sandoval, CSSR, Arcivescovo di Santa Cruz de
la Sierra (Bolivia), ha spiegato questo martedì che le reazioni alle parole del Papa sul mondo indigeno nel corso del suo recente viaggio in Brasile nascono dalla mancanza di conoscenza del discorso del Pontefice e del suo contesto.
“Ciò che il Santo Padre ha detto sul mondo indigeno ha suscitato molte reazioni. Questo è normale soprattutto quando non si legge tutto il documento”, ha detto il Cardinale in un incontro con la stampa nel santuario di Aparecida.

Autorità latinoamericane e leader sociali e indigeni hanno criticato negli ultimi giorni la frase tratta dal discorso del Papa all’apertura delle Conferenza di Aparecida che afferma che “l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera”.

Secondo il Cardinale, la strumentalizzazione di questo passaggio del discorso del Papa “diventa materia per confondere e per denigrare il messaggio, e anche, lamentiamo, per insultare la persona”.

Il Cardinale ha affermato che le critiche non tengono conto del fatto che il Santo Padre chiedeva “che tutte le culture, non solo quelle indigene, si aprano a valori di altre culture, che entrino in dialogo, perché questo è il modo di arricchirsi pienamente”.

“Questo è il modo di conoscersi meglio ed è il modo di proiettare identità che non sono oggetto di ideologie passeggere ma identità che partono dalla propria vita”, ha detto monsignor Terrazas Sandoval.

Di fatto, il Papa nel suo discorso ha affermato che “le autentiche culture non sono chiuse in se stesse né pietrificate in un determinato momento della storia, ma sono aperte, più ancora, cercano l’incontro con altre culture, sperano di raggiungere l’universalità nell’incontro e nel dialogo con altre forme di vita e con gli elementi che possono portare ad una nuova sintesi nella quale si rispetti sempre la diversità delle espressioni e della loro realizzazione culturale concreta”.

“In ultima istanza – ha proseguito il Pontefice –, solo la verità unifica e la sua prova è l’amore. Per questo motivo Cristo, essendo realmente il Logos incarnato, ‘l’amore fino alla fine’, non è estraneo ad alcuna cultura né ad alcuna persona; al contrario, la risposta desiderata nel cuore delle culture è quella che dà ad esse la loro identità ultima, unendo l’umanità e rispettando contemporaneamente la ricchezza delle diversità, aprendo tutti alla crescita nella vera umanizzazione, nell’autentico progresso. Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura”.

buona notte

flower1a.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2007 |Pas de commentaires »

apocatastásis

apokatastasis1.jpg

apokatástasis: (attinenete all’Apocalisse di Giovannio all’Apocalisse come consumazione del tempo)

Publié dans:immagini sacre |on 22 mai, 2007 |Pas de commentaires »

preghiera allo Spirito Santo di Santa Teresa d’Avila

DAL SITO: 

http://www.rocciadisalvezza.it/preghiere_allo_spirito.htm

 SANTA TERESA D’AVILA

O Spirito Santo,
sei tu che unisci la mia anima a Dio:
muovila con ardenti desideri
e accendila con il fuoco
del tuo amore. 

Quanto sei buono con me,
o Spirito Santo di Dio:
sii per sempre lodato e Benedetto
per il grande amore che affondi su di me!
Dio mio e mio Creatore
è mai possibile che vi sia
qualcuno che non ti ami?
Per tanto tempo non ti ho amato!
Perdonami, Signore.

O Spirito Santo,
concedi all’anima mia
di essere tutta di Dio e di servirlo
senza alcun interesse personale,
ma solo perchè è Padre mio e mi ama.

Mio Dio e mio tutto,
c’è forse qualche altra cosa
che io possa desiderare?
Tu solo mi basti. AMEN.

Publié dans:preghiere |on 22 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Infame calunnia via Internet – Ai danni della Chiesa e di Ratzinger

DAL SITO ON LINE DI « AVVENIRE » IN DATA 19.5.07: 

http://www.avvenire.it/

 

Ai danni della Chiesa e di Ratzinger 

Infame calunnia via Internet 

Andrea Galli 

Ognuno, evidentemente, si consola come vuole. O, meglio, come può. Così stupisce solo in parte che dinanzi alla vitalità cattolica documentata sabato scorso in Piazza San Giovanni, ci sia chi trovi benefico sfogo a rovistare nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualche lisca di pesce o di qualche uovo in decomposizione. Confidando magari che qualche organo di informazione, più o meno clandestino, non faccia troppo lo schizzinoso, e rilanci generosamente il tutto, offrendo al proprio pubblico come sicuro il cibo ampiamente avariato.
Ci riferiamo ad un documentario su preti cattolici e abusi sessuali che, mandato in onda dalla Bbc nel 2006, viene oggi sottotitolato in italiano da Bispensiero, sito di amici siciliani di Beppe Grillo, e caricato su Video Google, dove pare abbia un certo successo. A proposito di bocche buone. Si tratta di un pot-pourri di affermazioni e pseudo-testimonianze che furono apertamente sconfessate a suo tempo dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò l’augusta Bbc
a « vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell’attaccare senza motivo Benedetto XVI ».
Il pezzo forte del servizio infatti consisteva (e ancora consiste) nell’accusa rivolta a Joseph Ratzinger di essere stato niente meno che il responsabile massimo della copertura di crimini pedofili commessi da sacerdoti in varie parti del globo, in quanto « garante » per 20 anni – da quando fu nominato prefetto vaticano – del testo Crimen sollicitationis, che è un’istruzione emanata in realtà
dal Sant’Uffizio il 16 marzo 1962. Da notare la data: nel 1962 infatti Joseph Ratzinger non era certo prefetto della futura Congregazione per la dottrina della fede, essendo in quel tempo ancora teologo molto impegnato nella sua Germania.
C’è da dire che quel documento veniva presentato dalla Bbc come un marchingegno furbesco, escogitato dal Vaticano per coprire reati di pedofilia, quando invece si trattava di un’impor tante istruzione atta ad «istruire» i casi canonici e portare alla riduzione allo stato laicale i presbiteri coinvolti in nefandezze pedofile. In particolare, trattava delle violazioni del sacramento della confessione. Da notare che l’Istruzione richiedeva il segreto del procedimento canonico per permettere ad eventuali testimoni di farsi avanti liberamente, sapendo che le loro deposizioni sarebbero state confidenziali e non esposte a pubblicità
. E di conseguenza anche la parte accusata non vedesse infamato il proprio nome prima della sentenza definitiva.
Insomma, un insieme di norme rigorose, che nulla aveva a che fare con la volontà di insabbiare potenziali scandali. E che il testo Crimen Sollicitationis non fosse pensato per tale fine lo dimostrava un paragrafo, il quindicesimo, che obbligava chiunque fosse a conoscenza di un uso del confessionale per abusi sessuali a denunciare il tutto, pena la scomunica. Misura che semmai dà l’idea della serietà del documento e di coloro che lo formularono, se si pensa che in base alla legge italiana il privato cittadino (tale è anche il vescovo e chi è investito di autorità ecclesiastica) è tenuto a denunciare solo i crimini contro l’autorità dello Stato, per i quali infatti è
prevista la pena dell’ergastolo.
Senza contare che Joseph Ratzinger, più tardi diventato sì prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, avrebbe firmato – ma siamo nel maggio 2001 – una Lettera ai Vescovi e altri Ordinari e Gerarchi della Chiesa Cattolica, pubblicata anche negli Acta Apostolicae Sedis, dove si prevede espressamente che « il delitto contro il sesto precetto del Decalogo, commesso da un chierico contro un minore di diciotto anni », sia di competenza diretta della Congregazione stessa. Segno, per chi abbia un minimo di buon senso giuridico, della volontà romana non certo di occultare, ma di dare piuttosto il massimo rilievo a certi reati, riservandone il giudizio non a realtà
« locali », potenzia lmente condizionabili, ma ad uno dei massimi organi della Santa Sede.
Questa, e non altra, è stata la posizione della Chiesa cattolica sui reati ad essa interni di pedofilia. Questa, e non altra, la limpida testimonianza del nostro Papa che in tempi non sospetti si scagliò
contro la sporcizia nella Chiesa.
I calunniatori dovrebbero chinare il capo e chiedere scusa.

Attacco gay alla Vergine Maria

dal sito: 

http://www.fattisentire.net/index.php

Attacco gay alla Vergine Maria  E’ successo giovedì 17 maggio 2007, durante la settimana in cui (tradizione che dura da secoli) la venerata immagine della Patrona di Bologna, la Beata Vergine di San Luca, scende dal Santuario sull’omonimo colle e viene posta nella centralissima Cattedrale, ove riceve l’omaggio di tutti i bolognesi, indipendentemente dalla loro fede o ideologia.
Un corteo aggressivo con bandiere organizzato da gay e lesbiche parte alle 19 dalla vicina Piazza Maggiore.
Non è
un’iniziativa di qualche psicopatico, ci sono esponenti politici: dalle deputate di Ds e Prc Katia Zanotti e Titti De Simone, al consiglieri comunali Sergio Lo Giudice (Ds), Roberto Panzacchi (Verdi) e Valerio Monteventi (Prc).
Si portano davanti alla Cattedrale, tra la folla di fedeli che entrano ed escono in continuazione.
Alcuni si buttano a aterra, per impedire l’ingresso in Chiesa.
Altri innalzano cartelli: «Bagnasco vergogna». Tiziano Loreti, segretario PRC, ironizza: «Vergogna è quasi affettuoso, si fa appello alla parte migliore dell´altro perché controlli la peggiore. E´ una espressione religiosa. Bagnasco non deve offendersi»
.
Urlano poi insulti contro il coraggioso Vescovo ausiliare, Mons. Vecchi. Grida violente, schiamazzi, minacce, sempre contro la Chiesa.
Qualcuno dalla cattedrale si spazientisce, grida loro di andarsene: «Vergognatevi» urla una buona signora. E´ la molla che fa scattare la rabbia: «Fascisti, fascisti!»
inveiscono dal corteo. Si alzano minacciosi: anche gli sciacalli diventano lupi davanti agli agnelli.
Si chiudono per precauzione le porte della Cattedrale.
Questa è la preparazione della manifestazione di giugno di Roma. Questo è
il dialogo possibile con il laicismo. Giacobbe, Roccella, Pezzotta e altri « buonisti », sono avvertiti.
Lo scontro sarà peggiore che durante gli anni totalitarismo liberale unitario, quando, nel 1876, un migliaio di anticlericali assaltò il III Congresso Cattolico Italiano a Bologna, nella chiesa della SS.Trinità: allora, nemmeno il becero massone Carducci, avrebbe immaginato di offendere la Madonna. 

Una città offesa
di Carlo Caffarra * 

L’incivile gazzarra avvenuta davanti al portone della Cattedrale, spalancato per permettere ai fedeli l’accesso per pregare davanti alla venerata immagine della Madonna di San Luca, resterà come una macchia che non si cancella nella storia luminosa e commovente dell’amore di Bologna verso la sua Patrona.
La città è stata offesa. 

E’ stata offesa nel suo sentimento religioso profondo; un sentimento che davanti all’immagine della Beata Vergine sempre sa accantonare divisioni politiche e disuguaglianze sociali, ricomponendo il consorzio umano nella più profonda unità dell’amore orante a Maria. E’ stata offesa anche nella sua tradizione civile che ha sempre visto nella Madonna di San Luca il suo più alto vessillo identitario; una tradizione mai interrotta in 531 anni di discese della Venerata Immagine dal Colle della Guardia. E’ stata offesa nella sua virtuosa e permanente pratica della tolleranza e dell’ordine civico. Ed è tanto più grave che tale incivile manifestazione, nella quale sono state esibite persino scritte al limite del blasfemo, abbia avuto per protagonisti anche due deputati al Parlamento nazionale e alcuni esponenti politici locali. 

Come Vescovo di questa città, ritengo doveroso denunciare che simili episodi sono segno evidente di un degrado civico prima d’ora qui sconosciuto, e richiamare le autorità cui compete a far rispettare quelle regole di convivenza che la città e la Nazione si sono date per il bene comune. Invito i fedeli e tutti coloro che tengono tra gli affetti più preziosi quello per la Madonna di San Luca a pregare perché il Signore conforti chi – autorità ecclesiastiche e semplici fedeli – ieri è stato oggetto di dileggio e di offese, e perché Egli si lasci incontrare con il suo perdono, sulla via della conversione del cuore, da chi ha agito forse senza sapere quello che stava facendo. 

* Arcivescovo Metropolita di Bologna

du site: 

http://www.zenit.org/italian/

 

Data pubblicazione: 2007-05-21 

“Ideologica e calunniosa l’accusa di omofobia alla Chiesa”, sostiene il Presidente delle CEI 

ROMA, lunedì, 21 maggio 2007 (ZENIT.org).- Nel corso della prolusione con la quale ha aperto a Roma, il 21 maggio, la 57a Assemblea Generale dei Vescovi Italiani, monsignor Angelo Bagnasco ha respinto nettamente le accuse di omofobia rivolte alla Chiesa cattolica.

“Spiace rilevare – ha detto il Presidente della Conferenza Episcopale italiana (CEI) – che si levano a volte accuse di omofobia alla Chiesa e ai suoi esponenti. Diciamo serenamente che la critica è semplicemente ideologica e calunniosa, e contrasta con lo spirito e la prassi di totale e cordiale accoglienza verso tutte le persone”.

A proposito di un clima culturale ostile alla Chiesa cattolica, monsignor Bagnasco ha ricordato che il Segretario vaticano dei Rapporti con gli Stati, l’Arcivescovo Dominique Mamberti, di recente criticava “quell’intolleranza prevaricatrice che ha indotto il Parlamento europeo ad avanzare fino ad oggi ben 30 richiami censorii nei confronti della Chiesa cattolica”.

Circa le critiche e le offese lanciate contro il Pontefice, il Presidente della CEI ha detto: “Desidero esprimere a Papa Benedetto XVI la più sentita e partecipe vicinanza della Conferenza Episcopale Italiana per le sorprendenti esternazioni – tanto superficiali, quanto inopportune – con le quali si è inteso da taluni criticare il suo alto magistero”.

In merito alle minacciose scritte sui muri ed alle lettere minatorie ricevute, l’Arcivescovo di Genova, ha affermato: “Rivolgo inoltre al Santo Padre, con sentimenti filiali, uno speciale ringraziamento per le sue affettuose espressioni di vicinanza e di incoraggiamento a seguito dei noti episodi di cronaca che mi hanno direttamente coinvolto”.

“Episodi, peraltro, costruiti su interpretazioni distorte e su attribuzioni di pensieri mai pensati, e che neppure le immediate smentite e precisazioni sono servite a chiarire”, ha aggiunto.

Monsignor Bagnasco ha spiegato che rispetto al Paese ed al popolo italiano “i Vescovi rinnovano il gesto semplice e vero dell’amicizia. Non parliamo dall’alto, né vogliamo fare in alcunché da padroni. Ci preme Cristo e il suo Vangelo, null’altro. Lo annunciamo come misura piena dell’umanesimo, non per rilevare debolezze o segnare sconfitte, ma per un’obbedienza che è esigente prima di tutto verso di noi, e che è promozione di autentica libertà per tutti”.

“Quando ci appelliamo alle coscienze – ha continuato il Presidente della CEI –, non è per essere intrusivi, ma per richiamare quei contenuti pregnanti senza i quali cessa il presidio ultimo di ogni persona, anzitutto per i meno fortunati”.

“La distinzione ‘tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio’, come struttura fondamentale non solo del cristianesimo ma anche delle moderne democrazie, ci trova decisamente persuasi che dobbiamo insieme, ciascuno a proprio modo, cercare il progresso delle nostre comunità, risvegliando anche quelle forze spirituali e morali senza le quali un popolo non può svettare”, ha continuato.

“La nostra parola non ha mai doppiezze – ha sottolineato il presule –. Con trasparenza, siamo a servizio della gioia. Nel nostro orizzonte non c’è un popolo triste, svuotato dal nichilismo e tentato dalla decadenza”.

“C’è un popolo vivo, capace di rinnovarsi grazie alle proprie risorse e alla propria inevitabile disciplina, capace di non tradire i suoi giovani, capace di parole credibili nel consesso internazionale”, ha sottolineato.

Monsignor Bagnasco ha concluso affermando che “i Vescovi sono con il loro popolo, e per questo popolo come sui lavori di questa assemblea invocano − oranti − l’aiuto onnipotente del Signore, per intercessione della Vergine, in ogni nostra contrada amata e invocata”.

buona notte

summeryellowbird.jpg

« Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini »

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Der Gott Jesu Christi

« Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini »

Cosa vuole dire, il Nome di Dio?… Nel libro dell’Apocalisse, l’avversario di Dio, la Bestia, non porta un nome ma un numero: 666 (Ap 13,18). La Bestia è numero e trasforma in numeri. Sappiamo ciò che questo significa, noi che abbiamo fatto l’esperienza del mondo dei campi di concentramento; l’orrore in essi viene proprio dal fatto che cancellano i volti… Dio, invece, ha dei nomi a chiama per nome. È persona e cerca la persona. Ha un volto e cerca il nostro volto. Ha un cuore e cerca il nostro cuore. Per lui, non siamo delle funzioni nella grande macchina del mondo, ma sono suoi appunto coloro che non hanno nessuna funzione. Il nome, è la possibilità di venire chiamati, è la comunione.

Per questo motivo Cristo è il vero Mosè, il compimento cioè della rivelazione del nome. Non viene a portare, come nome, una parola nuova; fa di più: è in persona, il volto di Dio. È in persona il nome di Dio; è in persona la possibilità per Dio di venire chiamato « tu », di venire chiamato come persona, come cuore. Il suo stesso nome, « Gesù » porta al suo compimento il nome misterioso del roveto ardente (Es 3,14); ora appare chiaramente che Dio non aveva finito di parlare, che aveva solo per un tempo interrotto il suo discorso. Infatti il nome di Gesù contiene la parola « Jahve » nella sua forma ebraica e le aggiunge qualcosa: « Dio salva ». Jahve, cioè, « Io sono colui che sono » vuole dire ora, inteso a partire da Gesù: « Io sono colui che salva ». Il suo essere è la salvezza

1...45678...18

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31