Archive pour mai, 2007

Gianfranco Ravasi: La polvere e lo splendore

27 Maggio 2007


MATTUTINO 


LA POLVERE E LO SPLENDORE

Dio è tutta la nostra gioia, e in lui la nostra polvere può diventare splendore.
Indimenticabile è la scena « dipinta » più che descritta da Ezechiele nel c. 37 del suo libro: su quella valle lastricata di scheletri, di ossa secche e di polvere passa il soffio dello Spirito divino; ed ecco uno stridio e un fremito di ossa che si ricollegano, di carni che rifioriscono, di vita che torna a pulsare. È ormai la morte che è trasformata in vita. Oppure pensiamo alla promessa di Isaia: «Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (26, 19). Sulla scia di queste parole profetiche, nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito di Dio soffia col vento del deserto nelle stanze chiuse dalla nostra paura, generando vita, forza e speranza, abbiamo posto a motto una frase desunta dal Segno di Giona, opera dello scrittore spirituale americano Thomas Merton (1915-1968).
A inviarmela sono state le Clarisse di un monastero, donne che conoscono e assaporano la verità di quella frase. In essa io porrei l’accento proprio su quella metamorfosi a prima vista impossibile: come può la polvere diventare luce? E invece tutti coloro che sanno veramente cosa siano la fede e l’amore, perché li hanno accolti e vissuti, ne sono certi. Le azioni più « impolverate » perché quotidiane e modeste si trasfigurano, quando si ama e si ha qualcuno (e Qualcuno) a cui donarle. Preparare il cibo alla sua famiglia per una madre e trascorrere la giornata in un lavoro usurante per un padre possono essere atti « splendidi », quando c’è uno scopo d’amore, quando c’è lo Spirito che respira nelle loro anime. 

Gianfranco Ravasi

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 28 mai, 2007 |Pas de commentaires »

L’annuncio missionario è la prima priorità episcopale, spiega il Papa

dal sito: 

http://www.zenit.org/italian/

L’annuncio missionario è la prima priorità episcopale, spiega il Papa  Ricevendo i Vescovi del Mozambico in visita “ad limina apostolorum” 

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 28 maggio 2007 (ZENIT.org).- L’annuncio missionario è “la prima” delle priorità dei Vescovi, che devono far sapere “a quanti hanno la grazia di essere cristiani che devono concorrere alla sua realizzazione”, ha spiegato Benedetto XVI. Ricevendo questo sabato i Vescovi del Mozambico in occasione della loro visita “ad limina apostolorum”, il Pontefice si è concentrato sul ruolo episcopale, ricordando ai presuli che sono “responsabili dell’annuncio della Parola di Dio in tutta la regione che vi è stata affidata; responsabili della celebrazione della liturgia, della formazione nella preghiera e nella preparazione ai sacramenti di modo che questi siano degnamente amministrati al popolo cristiano; e responsabili anche dell’unità organica della diocesi, delle sue istituzioni di assistenza, formazione e apostolato”.

“Per questo siete stati rivestiti dell’autorità del pastore”, ha osservato, sottolineando che questa autorità “prende la forma del Servo che offre la propria vita, il proprio tempo, le proprie forze e il proprio cuore per le sue pecore”.

Il Papa ha riconosciuto che “gli ostacoli sono numerosi e complessi”, e che “l’accoglienza e il fiorire dipendono non da noi ma dalla libertà delle persone e dalla grazia”.

“Mezzo provvidenziale per un rinnovato impulso missionario sono i movimenti ecclesiali e le nuove comunità – ha aggiunto –: accoglieteli e promuoveteli nelle vostre diocesi, perché lo Spirito Santo si serve di loro per risvegliare e approfondire la fede nei cuori e proclamare la gioia di credere in Gesù Cristo”.

Il Vescovo di Roma ha quindi ricordato l’importanza di approfondire la fede con tutti i mezzi a disposizione: “catechesi di giovani e adulti, riunioni, liturgia, e con l’inculturazione che si richiede”.

Senza questa formazione profonda, “la fede e la pratica religiosa rimarrebbero superficiali e fragili, i costumi ancestrali non si potrebbero impregnare di spirito cristiano, gli animi sarebbero agitati da ogni sorta di dottrina, le sette attirerebbero i fedeli sviandoli dalla Chiesa, il dialogo rispettoso con le altre religioni si impantanerebbe”, “e soprattutto i battezzati non potrebbero resistere all’indifferenza religiosa, al materialismo e al neo-paganesimo, fenomeni che spiccano oggi nelle società consumistiche”.

Si tratta di “un’opera etica di primaria grandezza, che serve il bene della patria; come pastori, spetta a voi ispirarla e sostenerla, conservando sempre la vostra libertà che è quella della Chiesa nella sua missione profetica, mantenendo ben nitida la distinzione tra questa missione pastorale e quelle che hanno in vista i programmi e i poteri politici”, ha affermato.

Quest’opera, ha riconosciuto il Pontefice, dipende “dal numero e dalla qualità degli operatori apostolici” che collaborano con i Vescovi: “sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e animatori di movimenti e comunità”.

Quanto ai sacerdoti, il Papa ha ricordato il loro I Incontro di Formazione Permanente nel luglio 2001, importante iniziativa che ha dato l’occasione “per esortarli a una revisione di vita a proposito della loro azione apostolica e del loro rinnovamento spirituale”.

“Altrettanto decisivo è preparare bene i futuri sacerdoti”, per cui Benedetto XVI ha esortato i Vescovi a “dedicare a questa formazione i vostri migliori presbiteri, e a vigilare perché i direttori spirituali dei seminari siano dovutamente preparati”.

“La grave carenza di sacerdoti mostra quanto sia necessario investire nella pastorale delle vocazioni sacerdotali e religiose, dando loro un nuovo impulso e coordinamento a livello diocesano e nazionale”.

Quanto ai catechisti, che in Mozambico come in molti Paesi africani “svolgono un ruolo determinante sia nella formazione dei catecumeni che nell’animazione di molte comunità sprovviste di un sacerdote permanente”, la loro “dedizione generosa e disinteressata” è “grande e meritevole”, “ma hanno bisogno di una formazione curata e di un sostegno particolare per affrontare la loro responsabilità di testimoni della fede di fronte all’evoluzione culturale dei loro fratelli e delle loro sorelle e di poterli guidare con l’esempio di una vita santa”.

Un elemento importante è la pastorale per i giovani, che costituiscono gran parte della popolazione del Mozambico. Il futuro dipenderà dal modo in cui questi “potranno acquisire convinzioni di fede, viverle in un ambiente che già non offre più loro gli orientamenti etici e il sostegno delle istituzioni come in passato, e integrarsi con fiducia nelle comunità ecclesiali”.

La crisi attuale, provocata tra gli altri fattori da “una società moderna piena di sensualità e individualismo”, non si attenuerà inoltre “se non con una pastorale familiare dinamica e ben radicata, che si basi su associazioni familiari coordinate a livello diocesano e nazionale”.

Tra gli altri settori nei quali è richiesta la sollecitudine pastorale dei Vescovi, il Papa ha citato “l’assistenza ai poveri, ai malati e agli emarginati, l’atteggiamento da adottare di fronte all’invasione delle sette, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione sociale”.

Benedetto XVI si è detto certo che tutte queste sfide possono essere superate grazie alla fede e alla determinazione che animano i presuli, e grazie allo Spirito Santo che non rifiuta mai il suo aiuto a quanti lo chiedono e cercano la volontà di Dio, che consiste in primo luogo nell’“unione affettiva ed effettiva” all’interno della Conferenza Episcopale.

“Questa unità tra voi pastori sarà la base della perfetta comunione ecclesiale, che abbraccia tutti in Cristo”, ha quindi concluso.

 

Ultimo appello: salvate il cristiano d’Iraq – È l’unico paese dove ancora si celebrano le liturgie in aramaico

dal sito: 

http://chiesa.espresso.repubblica.it/dettaglio.jsp?id=143981

Ultimo appello: salvate il cristiano d’Iraq
È l’unico paese dove ancora si celebrano le liturgie in aramaico, la lingua di Gesù. Ma lì la cristianità rischia di morire. Uccisioni, aggressioni, sequestri. E ora anche la « jiza », la tassa storicamente imposta dai musulmani ai sudditi « infedeli », quelli che ancora non sono fuggiti all’estero

di Sandro Magister

ROMA, 28 maggio 2007 – Nella guerra che insanguina l’Iraq, combattuta principalmente da gruppi musulmani contro altri musulmani e gli « infedeli », i cristiani iracheni sono gli unici che non utilizzano né armi né bombe, nemmeno per difendersi. Non esistono in Iraq milizie cristiane armate. Di fatto essi sono il gruppo più vulnerabile e perseguitato. Nel 2000 erano più di un milione e mezzo, il 3 per cento della popolazione. Oggi si stima che siano rimasti in meno di 500 mila.

In un comunicato ufficiale diffuso il 24 maggio, il governo iracheno ha promesso protezione alle famiglie cristiane minacciate e cacciate da gruppi terroristici islamici. Anche alcuni esponenti musulmani hanno espresso solidarietà. Il passo del governo – privo però di iniziative concrete – fa seguito al drammatico appello lanciato domenica 6 maggio da Emmanuel III Delly, patriarca dei caldei, la più cospicua comunità cattolica irachena, nell’omelia della messa celebrata nella chiesa di Mar Qardagh, ad Erbil, nel Kurdistan.

La regione curda, a settentrione di Baghdad, è la sola in Iraq dove oggi i cristiani vivono in relativa sicurezza. Ad Erbil è stato trasferito il seminario caldeo di Baghdad, il Babel College con la biblioteca, i cui edifici, nella capitale, sono divenuti piazzaforte delle truppe americane, nonostante le proteste del patriarcato.

Nelle città curde di Erbil, Zahu, Dahuk, Sulaymaniya, Ahmadiya e nei villaggi cristiani del circondario affluiscono i profughi cristiani dal centro e dal sud del paese.

Poco più a nord, però, nella regione di Mosul e nella piana di Ninive, il pericolo si fa di nuovo palpabile. Qui è la culla storica del cristianesimo in Iraq. Vi sono chiese e monasteri che risalgono ai primissimi secoli. In alcuni villaggi si parla ancora un dialetto aramaico chiamato sureth e nelle liturgie si usa l’aramaico, che era la lingua di Gesù. Sono presenti comunità di vari riti e dottrine: caldei, siro-cattolici, siro-ortodossi, assiri d’Oriente, armeni cattolici e ortodossi, greco-melchiti.

I villaggi cristiani sono però circondati da popolazioni musulmane ostili. E ancor più pericolosa è la vita dei cristiani nella capitale della regione, Mosul. I sequestri di persona sono frequentissimi. Il rilascio avviene dopo che i famigliari hanno versato una somma tra i 10 e i 20 mila dollari, oppure hanno accettato di cedere le loro case e lasciare la città. Ma il sequestro può anche finire nel sangue. Nel settembre del 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, un gruppo denominato « Leoni dell’islam » sequestrò padre Paulos Iskandar, siro-ortodosso. I rapitori pretesero che trenta fogli di scuse per le offese arrecate all’islam fossero affissi sulle chiese di Mosul. Poi lo decapitarono. Lo stesso giorno, a Baghdad, fu ucciso un altro sacerdote, padre Joseph Petros. Disse una suora all’agenzia vaticana Fides: « Gli imam nelle moschee predicano che uccidere un cristiano non è reato. È una caccia all’uomo ».

Pascale Warda, una cristiana assira, ministro dell’immigrazione nel penultimo governo iracheno, crede che sia necessario creare una provincia autonoma nella piana di Ninive, una specie di area protetta non solo per i cristiani ma anche per altre minoranze religiose come gli yazidi, cultori di un’antichissima religione prezoroastriana. Ma l’intensificarsi delle aggressioni da parte di musulmani che vivono nella stessa regione rende l’ipotesi impraticabile. Lo scorso aprile, 22 yazidi sono stati fatti scendere da un bus e uccisi su una strada vicino a Mosul. Nel 2005, un assalto terrorista massacrò i quattro assiri che scortavano la ministro.

A Mosul gruppi islamici hanno cominciato ad esigere dai cristiani il pagamento di una tassa, la jiza, il tributo storicamente imposto dai musulmani ai loro sudditi cristiani, ebrei e sabei che accettavano di vivere in regime di sottomissione, come « dhimmi ».

Ma è soprattutto a Baghdad che la jiza è imposta ai cristiani in modo sempre più generalizzato. Nel quartiere di Dora, 10 chilometri a sud-ovest della capitale, ad alta concentrazione di cristiani, gruppi legati ad al Qaeda hanno instaurato un sedicente « Stato islamico nell’Iraq » e riscuotono sistematicamente la tassa, fissata tra i 150 e i 200 dollari l’anno, l’equivalente del costo vita di un mese per una famiglia di sei persone. L’esazione del tributo si sta estendendo ad altri quartieri di Baghdad, verso al-Baya’a e al-Thurat.

Ad alcune famiglie cristiane di Dora è stato detto che possono restare solo se danno in sposa una figlia a un musulmano, in vista di una progressiva conversione all’islam dell’intera famiglia. Una fatwa vieta di portare al collo la croce. Quanto alle chiese, avvertimenti a colpi di granata hanno imposto di togliere le croci dalle cupole e dalle facciate. A metà maggio, la chiesa assira di San Giorgio è stata data alle fiamme. Sette sacerdoti sono stati finora sequestrati nella capitale. L’ultimo, nella seconda metà di maggio, è stato padre Nawzat Hanna, cattolico caldeo.

Secondo una stima del governo iracheno, la metà dei cristiani hanno lasciato Baghdad e i tre quarti se ne sono andati via da Bassora e dal sud. Chi non si ferma nel Kurdistan se ne va all’estero. Si calcola che in Siria vi siano fino a 700 mila cristiani arrivati dall’Iraq, altrettanti in Giordania, 80 mila in Egitto, 40 mila in Libano. I più restano lì bloccati, senza assistenza né diritti, in attesa di un improbabile visto per l’Europa, l’Australia, le Americhe.

In Iraq i cristiani sono tradizionalmente presenti nelle professioni. Molti sono medici e ingegneri. Nelle scuole sono – erano – il 20 per cento degli insegnanti. Sono attivi nei settori informatico, edilizio, alberghiero, agricolo specializzato. Gestiscono radio e tv. Fanno i traduttori e gli interpreti, professione particolarmente vulnerabile che ha già contato trecento vittime.

La costituzione irachena stabilisce per tutte le religioni una parità di diritti che non ha eguali nelle legislazioni degli altri paesi arabi e musulmani. Ma la realtà è opposta. Ha scritto la rivista di geopolitica « Limes » in un servizio sul suo ultimo numero, il terzo del 2007:

« L’annientamento del piccolo grande popolo cristiano iracheno, erede della speranza dei profeti, corrisponderebbe alla fine della possibilità che il nuovo Iraq diventi una nazione libera e democratica ».

E sarebbe una drammatica sconfitta anche per
la Chiesa.
 

il problema delle immagini, spero concluso

Io non vi ho raccontato più del problema delle immagini, devo toglierle dal Blog, ma penso che lo faccio solo su quello francese perché, avendolo aperto prima, ho consumato più spazio disco, qui, su questo italiano non ho bisogno di toglierle, però devo metterle con il codice HTLM, lo so che per voi non cambia nulla, però…dato che ne avevo parlato, vi dico il seguito e spero la conclusione del mio problema, era semplice in realtà, ma, forse, io questo periodo ero particolarmente stanca e non riuscivo a ragionare bene del tutto…su certe cose il cervello non si « connetteva » bene, faceva cilecca, ciao,

 Gabriella

Publié dans:con voi |on 27 mai, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

buona notte dans Bibbia: commenti alla Scrittura Astrophytum%20asterias%20S.K.2

(cactacee)

dal sito:

http://www.cactusedintorni.com/galleria_20.htm

« Cosa devo fare per avere la vita eterna ? »

San Giovanni Crisostomo (verso il 345-407), vescovo di Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Omelia 63 su San Matteo ; PG 58, 603s

« Cosa devo fare per avere la vita eterna ? »

Questo giovane non aveva dimostrato una premura mediocre; egli era come un innamorato. Mentre gli altri si avvicinavano a Gesù per metterlo alla prova o per parlargli delle loro malattie, di quelle dei parenti o di altri ancora, lui invece si avvicina per intrattenersi con lui sulla vita eterna. Il terreno era fertile, ma era pieno di rovi pronti a soffocare il seme (Mt 13,7). Considera quanto egli sia ben disposto ad obbedire ai comandamenti: « Cosa devo fare per avere la vita eterna? »… Nessun fariseo aveva mai manifestato tali sentimenti; erano piuttosto furiosi di essere stati ridotti al silenzio. Il nostro giovane, invece, ripartì con gli occhi abbassati dalla tristezza, segno non trascurabile del fatto che non era venuto con cattive disposizioni. Era soltanto troppo debole; aveva il desiderio della vita, ma una passione difficilissima da superare lo tratteneva…

« Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dàllo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi… Udito questo, il giovane se ne andò triste » (Mt 19,21). L’evangelista mostra quale è il motivo di tale tristezza: è cioè il fatto che aveva « molte ricchezze ». Coloro che hanno poco e coloro che sono immersi nell’abbondanza non possedono i beni allo stesso modo. In costoro l’avarizia può essere una passione violenta, tirannica. Ogni nuova acquisizione accende in loro una fiamma più viva, e coloro che ne sono affetti sono più poveri di prima. Hanno più desideri eppure sentono più fortemente la loro sedicente indigenza. Comunque considera quanto qui la passione abbia mostrato la sua forza… « Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio! » Non perché Cristo condannasse le ricchezze, ma piuttosto coloro che da esse sono posseduti.

Pentecoste

Pentecoste dans immagini sacre medium_pentecote

immagine dal sito:

http://fragmentsdegeographiesacree.hautetfort.com/cancer/

Publié dans:immagini sacre |on 27 mai, 2007 |Pas de commentaires »

ALESSANDRO MANZONI – Pentecoste

dal sito:

http://it.wikisource.org/wiki/Inni_sacri/La_Pentecoste 

ALESSANDRO MANZONI  Pentecoste 

Madre de’ Santi, immagine
Della città superna,
Del sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;
Tu che, da tanti secoli,

Soffri, combatti e preghi,
Che le tue tende spieghi
Dall’uno all’altro mar;
Campo di quei che sperano;
Chiesa del Dio vivente,

Dov’eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle,
Imporporò le zolle

Del suo sublime altar?E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;


E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;
Compagna del suo gemito,
Conscia de’ suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov’eri?
In tuo terror sol vigile,
Sol nell’obblio secura,

Stavi in riposte mura,
Fino a quel sacro dì,
Quando su te lo Spirito
Rinnovator discese
E l’inconsunta fiaccola

Nella tua destra accese;
Quando, segnal de’ popoli,
Ti collocò sul monte,
E ne’ tuoi labbri il fonte
Della parola aprì.

Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
Tal risonò moltiplice

La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.
Adorator degl’idoli,
Sparso per ogni lido,

Volgi lo sguardo a Solima,
Odi quel santo grido:
Stanca del vile ossequio,
La terra a Lui ritorni:
E voi che aprite i giorni

Di più felice età,Spose, che desta il subito
Balzar del pondo ascoso;
Voi già vicine a sciogliere
Il grembo doloroso;


Alla bugiarda pronuba
Non sollevate il canto
Cresce serbato al Santo
Quel che nel sen vi sta.
Perché, baciando i pargoli,
La schiava ancor sospira?
E il sen che nutre i liberi
Invidiando mira?
Non sa che al regno i miseri
Seco il Signor solleva?

Che a tutti i figli d’Eva
Nel suo dolor pensò?
Nova franchigia annunziano
I cieli, e genti nove;
Nove conquiste, e gloria

Vinta in più belle prove;
Nova, ai terrori immobile
E alle lusinghe infide,
Pace, che il mondo irride,
Ma che rapir non può.

O Spirto! supplichevoli
A’ tuoi solenni altari,
Soli per selve inospite,
Vaghi in deserti mari,
Dall’Ande algenti al Libano,

D’Erina all’irta Haiti,
Sparsi per tutti i liti,
Uni per Te di cor,
Noi T’imploriam! Placabile
Spirto, discendi ancora,

A’ tuoi cultor propizio,
Propizio a chi T’ignora;
Scendi e ricrea; rianima
I cor nel dubbio estinti;
E sia divina ai vinti

Mercede il vincitor.Discendi Amor; negli animi
L’ire superbe attuta:
Dona i pensier che il memore
Ultimo dì non muta;


I doni tuoi benefica
Nutra la tua virtude;
Siccome il sol che schiude
Dal pigro germe il fior;
Che lento poi sull’umili
Erbe morrà non còlto,
Né sorgerà coi fulgidi
Color del lembo sciolto,
Se fuso a lui nell’etere
Non tornerà quel mite

Lume, dator di vite,
E infaticato altor.
Noi T’imploriam! Ne’ languidi
Pensier dell’infelice
Scendi piacevol alito,

Aura consolatrice:
Scendi bufera ai tumidi
Pensier del violento;
Vi spira uno sgomento
Che insegni la pietà.

Per Te sollevi il povero
Al ciel, ch’è suo, le ciglia;
Volga i lamenti in giubilo,
Pensando a Cui somiglia;
Cui fu donato in copia,

Doni con volto amico,
Con quel tacer pudico,
Che accetto il don ti fa.
Spira de’ nostri bamboli
Nell’ineffabil riso;

Spargi la casta porpora
Alle donzelle in viso;
Manda alle ascose vergini
Le pure gioie ascose;
Consacra delle spose

Il verecondo amor.Tempra de’ baldi giovani
Il confidente ingegno;
Reggi il viril proposito
Ad infallibil segno;

Adorna le canizie
Di liete voglie sante;
Brilla nel guardo errante
Di chi sperando muor. 

Publié dans:liturgia |on 27 mai, 2007 |Pas de commentaires »

« La Chiesa parla tutte le lingue e va incontro a tutte le culture”

dal sito on line della Radio Vaticana:
http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=136028

“La Chiesa parla tutte le lingue e va incontro a tutte le culture”: nella solennità di Pentecoste, il Papa sottolinea la natura missionaria della Chiesa, animata incessantemente dallo Spirito Santo

Nella grande festa di Pentecoste, al Regina Caeli in Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha messo l’accento sulle caratteristiche essenziali e qualificanti della Chiesa, che ebbe il suo inizio solenne proprio con la discesa dello Spirito Santo. Il Papa ha sottolineato come Roma sia “il nome concreto della cattolicità e della missionarietà” ed ha ribadito che la Chiesa “parla tutte le lingue e va incontro a tutte le culture”. Il servizio di Alessandro Gisotti:
  
 
Nell’avvenimento straordinario della Pentecoste, la Chiesa ebbe il suo solenne inizio con la discesa dello Spirito Santo: è quanto sottolineato da Benedetto XVI, che ha ricordato come cinquanta giorni dopo la Pasqua, lo Spirito Santo scese sulla comunità dei discepoli, “assidui e concordi nella preghiera”, radunati “con Maria, la madre di Gesù” e con i dodici apostoli. Proprio in questo passo di San Luca, negli Atti degli Apostoli, ha detto il Papa, possiamo trovare le note “essenziali e qualificanti della Chiesa”:
  

La Chiesa è una, come la comunità di Pentecoste, che era unita nella preghiera e “concorde”: “aveva un cuore solo e un’anima sola”. La Chiesa è santa, non per i suoi meriti, ma perché, animata dallo Spirito Santo, tiene fisso lo sguardo su Cristo, per diventare conforme a Lui e al suo amore. La Chiesa è cattolica, perché il Vangelo è destinato a tutti i popoli e per questo, già all’inizio, lo Spirito Santo fa sì che essa parli tutte le lingue. La Chiesa è apostolica, perché, edificata sopra il fondamento degli Apostoli, custodisce fedelmente il loro insegnamento attraverso la catena ininterrotta della successione apostolica.
 
E la Chiesa, ha proseguito, “è per sua natura missionaria”. Dal giorno di Pentecoste, infatti, lo Spirito Santo “non cessa di spingerla sulle strade del mondo, fino agli estremi confini della terra e fino alla fine dei tempi”. E’ questa, ha detto, “una realtà che possiamo verificare in ogni epoca” ed è già “come anticipata nel Libro degli Atti degli Apostoli”. Qui, infatti, leggiamo del passaggio del Vangelo dagli Ebrei ai pagani, da Gerusalemme a Roma, che sta ad indicare “tutti i popoli che sono al di fuori dell’antico popolo di Dio”.

In effetti, gli Atti si concludono con l’arrivo del Vangelo a Roma. Si può allora dire che Roma è il nome concreto della cattolicità e della missionarietà, esprime la fedeltà alle origini, alla Chiesa di tutti i tempi, a una Chiesa che parla tutte le lingue e va incontro a tutte le culture.

 
Il Papa non ha poi mancato di sottolineare che la prima Pentecoste avvenne quando la Madonna era presente “in mezzo ai discepoli nel Cenacolo di Gerusalemme e pregava”. Anche oggi, è stata la sua invocazione, affidiamoci alla sua materna intercessione affinché “lo Spirito Santo scenda in abbondanza sulla Chiesa del nostro tempo e riempia i cuori di tutti i fedeli e accenda in essi il fuoco del suo amore”. Dopo il Regina Caeli, salutando i pellegrini di lingua francese ha ribadito l’auspicio che lo Spirito di Pentecoste susciti nuovi operatori di pace.
In polacco, ha salutato i membri del Movimento delle Famiglie Nazaretane. Poi, in tedesco, ha ringraziato le bande musicali tedesche e austriache, che hanno preso parte ad una parata dedicata al Santo Padre in occasione del suo 80.mo compleanno. Infine, in italiano, un pensiero speciale a quanti soffrono a causa di gravi malattie:


In questa giornata, che le autorità italiane hanno dedicato in modo speciale al “sollievo della sofferenza” dei malati gravi, assicuro la mia preghiera per i pazienti e per quanti si impegnano ad assicurare loro cure adeguate, ma anche speranza e sostegno. A tutti auguro una buona domenica illuminata dallo Spirito Santo!
 
(Applausi)

 
Dunque, al Regina Caeli, il Papa ha salutato i membri del Movimento delle Famiglie Nazaretane. Al microfono di Alessandro Gisotti, l’animatore del movimento in Olanda, Carlo Sala, si sofferma sul significato della Pentecoste per la vita delle famiglie cristiane: Image25 dans Papa Benedetto XVI
La prima cosa che mi viene in mente è che lo Spirito Santo è lo Spirito santificatore; la famiglia è un po’ come una chiesa familiare, una specie di laboratorio, dove tutti hanno la possibilità di santificarsi. Santificarsi non è facile, però la famiglia è un laboratorio eccezionale per questo. Noi ci ispiriamo alla Famiglia di Nazareth, perché anche noi possiamo avere Maria, se la invitiamo a stare a casa nostra, possiamo avere Gesù Cristo nell’Eucaristia che cerchiamo di ricevere giornalmente, e l’abbiamo negli avvenimenti familiari di tutti i giorni che cerchiamo di leggere alla luce della fede. Cerchiamo di vedere come Dio sia presente nella nostra vita quotidiana, familiare, quello che si aspetta da noi come genitori, come cresciamo i bambini, come insegniamo loro il linguaggio della fede …

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 27 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Prosegue in Brasile la conferenza di Aparecida.

dal sito on line della Radio Vaticana: 

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=136028

Prosegue in Brasile la conferenza di Aparecida. Al centro dei lavori la missione della Chiesa, fondata sul dialogo per indicare al popolo “
la Via,
la Verità e
la Vita »

Alla vigilia della Pentecoste, ieri, la celebrazione dell’Eucaristia è stata presieduta dal cardinale Clàudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero, che nella sua omelia ha rivolto un saluto speciale alle migliaia di pellegrini che ogni anno durante questa grande festa che ricorda la nascita della Chiesa affollano il Santuario della Madonna Aparecida. Un saluto affettuoso – ha affermato il porporato – per “tutti coloro che arrivano fin qua per offrire alla Madre di Dio le loro sofferenze, talvolta la propria povertà, la condizione di disoccupati, ma anche allegrie, speranze, aneliti e progetti”. Rammentando le parole di Benedetto XVI, che “è venuto a chiederci di essere discepoli di Gesù con convinzioni forti e con grande adesione personale e comunitaria”, il card. Hummes, ha aggiunto: “Non possiamo restare a casa; dobbiamo uscire, andare incontro a coloro che non partecipano più alla vita della comunità dei cristiani”.
La Grande missione – ha proseguito – “ci deve spingere ad andare ovunque, parrocchie, case, scuole, per annunziare Cristo, per essere solidali, facendo nostra l’opzione preferenziale per i poveri. In nome di Gesù e del suo Vangelo, forti dal fatto che Lui stesso si fece carne tra i poveri, dobbiamo indicare al popolo
la Via,
la Vita e
la Verità”. Già venerdì scorso, il card. Hummes aveva illustrato alla stampa contenuti, metodi e scopi della “Missione Continentale”. Una missione che implica un atteggiamento di ascolto. “Dobbiamo ascoltare tutti – ha spiegato – perché ognuno senta di essere considerato e amato per aprire così un dialogo che porti alla lettura del Vangelo, alla preghiera, cercando riposte ai bisogni spirituali e materiali. Più che annunciare la dottrina occorre trasmettere vita, stili di vita, esempi”. Non bisogna quindi investire solo nella ragione. “Dobbiamo incontrare l’essere umano integrale, così come accade, quando ci si incontra con Gesù, con la ragione ma anche con i sentimenti”. Questa Missione – ha precisato inoltre il porporato – “deve raggiungere tutti i livelli sociali per coinvolgere nell’evangelizzazione i molteplici aspetti dell’educazione, della salute, dell’economia, della politica, delle scienze, della cultura e dei mass media”. Visitare le famiglie nelle loro case è importante, ma non è l’unico metodo. Occorre arrivare ad ogni battezzato – ha concluso rivolgendosi soprattutto a sacerdoti e religiosi – per capire i motivi dell’allontanamento dalla pratica religiosa. Sempre ieri, nell’incontro con la stampa, il cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per
la Cultura, mons. Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e Itineranti e mons. José Luis Lacunza, vescovo della diocesi panamense di David, hanno parlato delle trasformazioni culturali nella regione e dei migranti. Il card. Poupard, dal canto suo, ha sottolineato ancora una volta l’importante sfida che
la Chiesa deve affrontare nell’ambito dell’evangelizzazione della cultura. (A cura di Luis Badilla Morales) 

 

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