Archive pour mai, 2007

Alle nozze di cana Gesù mostra la sua gloria

 dal sito:

 

http://www.sanpaolo.org/madre/0705md/0705md05.htm 

 Le Feste mariane della Chiesa Copta d’Egitto 
 di GEORGE GHARIB  Alle nozze di cana Gesù mostra la sua gloria
    

La Chiesa copta d’Egitto è l’unica, sia in Oriente sia in Occidente, ad aver istituito la festa del miracolo operato da Gesù a Cana di Galilea, riportato dal Vangelo di Giovanni (2, 1-12).
   
Il libro liturgico copto detto Perle preziose così presenta il fatto: «Gesù ha operato molti segni straordinari, che
la Chiesa celebra a differenza di tutti gli altri: 1 perché è il primo dei prodigi da lui operati all’inizio della sua missione salvifica; 2 egli vi ha manifestato la sua gloria; 3 ha aperto la via alla fede invogliando molti a credere in lui; 4 e con la sua presenza alle nozze santificò queste, elevando il mistero delle nozze alla dignità di sacramento». 
Festa insieme di Cristo e di Maria La festa delle nozze di Cana nella liturgia copta fa parte delle feste minori di Cristo e porta il nome di « Memoria della trasformazione dell’acqua in vino a Cana di Galilea »; la sua celebrazione ricorre il 13 del mese copto di tubah, corrispondente all’8 gennaio del calendario giuliano (21 dello stesso mese nel calendario gregoriano). La data si situa quindi dopo la festa di Natale-Epifania, in corrispondenza dell’inizio della vita pubblica di Gesù. I libri liturgici copti non contengono molto materiale per mettere in risalto la festa. Un’attenta ricerca ci ha permesso però di trovare tre testi interessanti letti o cantati per l’occasione, che presentiamo qui di seguito: il testo del Sinassario, un’Omelia letta nel giorno della festa e una Dossologia dal libro liturgico omonimo. 


Nozze di Cana, icona ortodossa moderna. Il racconto del Sinassario Il libro liturgico del Sinassario, che contiene anche una presentazione del significato della festa, ha la seguente lezione storica, che riprende pressappoco il racconto del Vangelo di Giovanni. Eccone il testo tradotto dall’arabo: «In questo giorno
la Chiesa celebra la memoria del primo miracolo che Gesù fece in Cana di Galilea. Si tratta del primo miracolo operato da Gesù dopo il suo battesimo. Egli era stato invitato insieme alla sua santa Madre Maria alle nozze, assieme ad alcuni dei suoi discepoli. Essendo venuto a mancare il vino,
la Signora Vergine disse: « Non hanno più vino ». Gesù le rispose: « Che ho da fare con te, o Donna? Non è ancora giunta la mia ora ». Disse allora sua Madre agli inservienti: « Quello che vi dirà fatelo ». Vi erano là sei giare di pietra, e Gesù disse: « Riempite le giare d’acqua », ed essi le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: « Ora attingete e portatene al capo tavola ». Essi portarono il vino che era stato cambiato per il suo ordine divino in vino eccellente, come lo stesso maestro di tavola confermò quando disse: « Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai tenuto fino ad ora il vino buono ». Questo è l’inizio dei miracoli che Gesù fece in Cana di Galilea, manifestando la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. A lui la gloria assieme al suo Padre buono e al Santo Spirito in eterno. Amen». 
L’Omelia del patriarca Beniamino sulle nozze 

Il secondo testo sulla festa è un’omelia destinata a essere letta il giorno della celebrazione. L’autore è Beniamino I, trentottesimo patriarca della sua Chiesa, che resse dal 623 al 662. Il suo lungo patriarcato fu reso difficile dalla frizione con
la Chiesa melchita calcedonense locale, dall’occupazione persiana dell’Egitto con il suo seguito di distruzioni e dalla successiva invasione arabo-islamica (639-640). Con quest’ultima l’Egitto si liberò, è vero, dal giogo bizantino; ma l’autentica fisionomia dei dominatori musulmani non tardò a rivelarsi nella sua dura realtà, obbligando molti cristiani a passare all’Islam. 
Beniamino ha lasciato poche opere letterarie, e non sempre è sicuro quel tanto che gli si attribuisce. Fra gli scritti certi si segnala la sua Omelia sulle nozze di Cana, consistente in un commento al testo di Giovanni; egli presenta interessanti elementi circa la ragione della presenza di Maria alle nozze, il suo intervento presso il Figlio, dapprima restio a compiere il miracolo. Secondo l’autore, Maria era parente della famiglia degli sposi ed era arrivata prima di Gesù per aiutare i preparativi delle nozze. L’autore si sofferma sui commensali, gli stessi ricordati nel testo sacro, di cui dà i nomi e fornisce le ragioni della presenza. Egli si sofferma specialmente sul ruolo che ebbe Maria nel convincere il Figlio. Il racconto è intercalato da esclamazioni di ammirazione per comunicare ai fedeli in ascolto la grandezza del miracolo. Diamo qui di seguito i brani più significativi. 
Nozze di Cana, icona copta di Isaac Fanous (1919-2007). Motivo della presenza di Maria alle nozze 

«Il terzo giorno si fecero delle nozze a Cana di Galilea e c’era
la Madre di Gesù. Alle nozze fu pure invitato Gesù con i suoi discepoli. O evento mirabile!
La Madre di Gesù era là, dice. Ma era là per quale motivo? Era là per il servizio al banchetto nuziale, che lei svolgeva con tutte le donne. Mosè, infatti, camminava davanti agli uomini, quelli cioè della casa d’Israele. Anche Miriam camminava davanti alle donne con il suo tamburino (cf Es 15, 20). Ma tu mi dirai: Perché Maria si trovava là prima di Gesù? Ti persuaderò, amico mio. Che cosa c’è dunque di strano? Coloro che si sposavano non erano forse della parentela della Vergine? Per questa ragione era stata invitata in anticipo per preparare le cose necessarie al banchetto nuziale nel lasso di tempo che precedeva la venuta degli uomini. Voi sapete anche che sono le donne a fare il servizio durante la festa di nozze». 
Motivo della presenza degli apostoli «Anche Gesù era stato invitato alle nozze, ma con i suoi discepoli. Vuoi sapere perché furono invitati anche i discepoli? Te lo spiegherò. «Pietro fu invitato perché era il primo degli apostoli, affinché, quando Gesù avrebbe concluso la sua passione sulla croce, Pietro sostituisse il vero Sposo, nostro Signore Gesù Cristo, e prendesse il calice dal quale far colare su tutti gli uomini il sangue santo del Figlio di Dio, vita di tutti. 

«Andrea fu invitato perché avrebbe fatto conoscere ai giovani il vero banchetto nuziale della Chiesa, affinché questi non si macchino col peccato, ma siano santi nel loro corpo. «Giacomo fu invitato per annunciare non solo a tutti i convitati ma al mondo intero: « Ho visto il volto del mio Salvatore brillare come il sole e i suoi vestiti diventare bianchi come la neve ». «Giovanni fu invitato perché avrebbe insegnato a tutti i convitati, o piuttosto al mondo intero, che quello era il Verbo incarnato e che era l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. «Filippo fu invitato perché era stato lui a invitare tutti alla festa nuziale nella sua famiglia; e così invitasse il mondo intero al vero festino nuziale della Chiesa. 

«Bartolomeo fu invitato perché inizialmente era stato contadino che vendeva legumi a chi glieli chiedeva; e annunciò all’intero festino nuziale, o meglio al mondo intero: « Io ho smesso di vendere legumi », donando la parola di Dio gratuitamente a chi la voleva. «Tommaso fu invitato per proclamare al mondo intero che ci sarebbe stato un banchetto nuziale per il mondo intero, cioè
la Chiesa; e questa si sarebbe riempita di gioia [...]. 
«Matteo fu invitato per fare al banchetto nuziale quest’annuncio: « Ero un pubblicano ma ora sono diventato un evangelista [...]« . «Fu invitato Giacomo, il figlio di Alfeo che nel suo cuore era avvolto dalla cintura spirituale e gridava a tutta l’assemblea del banchetto nuziale: « Ancora un poco e voi vedrete un prodigio che il mio Salvatore compirà affinché voi tutti crediate in lui ». 

«Taddeo fu invitato al banchetto nuziale per rendere testimonianza davanti al mondo intero: « Ho bevuto dell’acqua diventata vino; e non io solo, ma tutta l’assemblea del banchetto nuziale ». «Simone il Cananeo fu invitato affinché, dopo aver visto gli uomini che riempivano d’acqua gli otri e che questa, allorché fu versata per loro, era diventata vino per la potenza del Cristo, uscisse e annunciasse i miracoli che aveva visto. «Siediti anche tu, o Giuda, con colei che ti ha suggerito quel consiglio malvagio, in altre parole con tua moglie; prepara una corda per impiccarti insieme con lei; tu stai difatti per morire e perdere l’anima tua [...]. 
Nozze di Cana, icona greca moderna. 

Il vino venne a mancare «Ma ritorniamo alle parole di Giovanni il teologo: Gesù fu pure invitato, dice, insieme ai discepoli alle nozze. O cosa assai mirabile! Colui che invita tutti al suo banchetto nuziale, quello vero, è stato pure invitato dagli uomini a mangiare e a bere con loro, come un uomo. Colui che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, è venuto anch’egli al banchetto nuziale e si è seduto a tavola con gli uomini. Chi ha creato il vino per la gioia degli uomini, ha bevuto anche lui il vino che egli aveva operato. Colui che ha fatto il pane affinché l’uomo lo mangi per rafforzare il proprio corpo, ha allungato anche lui la mano e ha mangiato con tutti i convitati. «Mentre quelli si rallegravano, mangiando e bevendo, come si conveniva, ecco che venne a mancare il vino. E non ce n’era proprio più da offrire. Era certo un motivo di vergogna per lo sposo che il vino venisse a mancare prima del termine del banchetto. Si comprende allora il senso della parola: « Non hanno più vino! ». Ad ogni modo la cosa venne a conoscenza della Vergine tramite le donne che servivano con lei, le quali le dissero: « Il vino manca e noi non ne abbiamo più da offrire. Siamo davvero imbarazzate a causa dei commensali. Non abbiamo nessuna possibilità di comprarne e rendere la nostra gioia completa. Ecco che i suoi discepoli diranno: Se non sono in grado di portare a termine questa faccenda, perché ci hanno invitati? A farla breve: non sappiamo proprio cosa dobbiamo fare »». Intervento di Maria 

«Quando
la Vergine ebbe inteso questo, rispose loro con gioia: « Non temete, il mio Figlio è qui. Egli rimuoverà da loro l’imbarazzo della miseria. Anche mio Figlio è seduto a tavola con i convitati e farà per voi un grande prodigio ». Si diresse allora verso Gesù, lei che aveva offerto il suo seno alla sua bocca divina, e gli disse: « Non hanno più vino ». Egli volle obbedire a sua Madre e le rispose: « Che c’è tra me e te, o donna? La mia ora non è ancora venuta. Ma adempirò il desiderio del tuo cuore e non ti rattristerò ». 
«Se qualcuno infatti, o amatissimi, si rivolge a una donna, la quale vede che il proprio figlio ben l’ama nel suo cuore, e chiede a questa donna di dire al figlio una parola in suo favore, fiducioso che il figlio ascolterà la madre, questa allora si rivolge al figlio per trasmettergli la preghiera degli uomini e il figlio soddisfa con sollecitudine il desiderio della madre; allo stesso modo
la Vergine ebbe fiducia che il Figlio suo avrebbe fatto quello che gli avrebbe chiesto. Ella si diresse verso di lui e lo informò della mancanza di vino. « Che c’è tra me e te, o donna? La mia ora non è ancora giunta. Lo so, o Madre mia, che il vino e venuto a mancare, ancora prima che tu mi informassi. Ma la mia ora non è ancora giunta. Lo sapevo, o Madre mia, che si tratta di gente povera, ancora prima di venire al loro banchetto nuziale. Ma sono i poveri di questo mondo quelli che io ho scelto. Tuttavia la mia ora non è ancora venuta. Però se tu lo desideri, o Madre mia, soddisferò il desiderio del tuo cuore. Farò conoscere al mondo intero la potenza della mia divinità; mostrerò la mia gloria ai miei discepoli; farò abitare le mie benedizioni in questo banchetto nuziale; farò in modo che tutti rendano gloria a me, al Padre mio e allo Spirito Santo »». 
Gesù compie il miracolo «Gesù disse allora: « Riempite le idrie d’acqua » (Gv 2, 7). Ed essi riempirono le idrie d’acqua e le riempirono fino all’orlo. L’evangelista Giovanni così si esprime: « Vi erano là sei idrie collocate per la purificazione dei Giudei, le quali potevano contenere ciascuna due o tre misure. Gesù disse: Riempite le idrie d’acqua. Ed essi le riempirono fino all’orlo. Egli aggiunse: Ora attingetene e portatene al maestro di tavola. Ed essi glielo portarono. Come il maestro di tavola ebbe gustato l’acqua cambiata in vino, non vino di qualità ordinaria, ma vino migliore di quello servito all’inizio, egli non sapeva da dove venisse quel vino, ma lo sapevano i servitori che avevano attinto acqua » (Gv 2, 7-9), che prima era acqua e che loro stessi avevano attinta con le loro mani. 

«O miracolo di Dio! O gioia della Vergine in quel momento! Certamente, ecco le parole dette da Gesù a sua Madre: « O Madre mia, ecco io ho compiuto ciò che mi hai chiesto. Ecco che ho cambiato l’acqua in vino. Essi non hanno pagato nessun prezzo per questo vino. O Madre mia, io ho manifestato la gloria della mia divinità. Questo miracolo che si è compiuto è opera mia e del Padre mio. Io e il Padre mio siamo una cosa sola. Io non faccio nulla da solo, se non me lo dice il Padre che mi ha mandato. Ecco che i miei discepoli hanno creduto in me e nel Padre mio. Infatti io ho già detto loro: Voi siete i miei fratelli, i miei discepoli, i miei evangelisti. Per questo ho fatto ciò davanti ad essi, affinché annuncino i miracoli che hanno visto e tutti rendano gloria al Padre mio e a me ». «Il maestro di tavola interrogò lo sposo e gli disse: « Ogni uomo serve il vino buono all’inizio; e dopo, quando sono ebbri, serve quello meno buono. Tu invece hai conservato il vino buono fino a questo momento ». Questo è in effetti il vino della benedizione; questo è il vino della gioia, il vino in cui si trova ogni letizia, il vino puro, nel quale non c’è nessuna frode». Dossologia per la festa delle nozze di Cana L’ultimo testo che la liturgia copta propone per la festa delle nozze di Cana si trova nel libro detto Dossologia annuale, che contiene vario materiale per la celebrazione delle diverse feste del calendario copto. Il testo, piuttosto breve, in prosa rimata, porta il nome di Dossologia per la festa delle Nozze di Cana e contiene un invito alla gioia scambiato tra il celebrante e il coro. Eccone la traduzione: «Venite a vedere il prodigio, o popoli che amate il Cristo, su questo mistero che ci è stato manifestato oggi. 

«Il nostro Signore Gesù Cristo difatti si è riunito con la sua Madre Vergine e e coi nostri padri gli apostoli, e ha manifestato loro la sua divinità. «Sei idrie di acqua, egli le ha mutate in vino eletto, per mezzo della Sua grande gloria, alle nozze di Cana di Galilea.  «Colui che siede sui Cherubini manifestò la sua divinità, fece dei prodigi e delle cose stupende, e sedette con gli uomini in quanto Dio. «Colui che è consustanziale al Padre, che esiste da prima di tutti i tempi, è presente oggi alle nozze di Cana di Galilea. «Lo lodiamo, lo glorifichiamo e lo sopraesaltiamo in quanto buono e amante dell’umanità: abbi pietà di noi secondo la tua grande pietà». 

Publié dans:Approfondimenti |on 7 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Nazareth Riflessione

di Frédéric Manns, dal sito: 

http://198.62.75.5/www1/ofm/san/TSnzz07.html

Nazareth Riflessione

di Frédéric Manns (trad. G. Bissoli)

Due mila anni fa si diceva che non poteva uscire niente di buono da questo villaggio. Dopo che una giovane di Nazaret ha accettato di fare la volontà di Dio, diventando la madre del Messia, tutto è cambiato. Paolo VI, quando nel 1964 venne pellegrino a Nazaret, ha riassunto il messaggio di Nazaret in modo magistrale: Nazaret insegna il silenzio, insegna il lavoro e insegna la vita familiare. È difficile trovare espressioni più indovinate, per presentare Nazaret al mondo.

In questa città della Galilea la vita quotidiana si svolgeva tranquillamente, fino al giorno in cui si cercò di dividere cristiani e musulmani: per guadagnare qualche voto nelle elezioni, ai musulmani si propose di costruire una moschea accanto alla basilica. Sarà compito del papa riportare la calma in questa città, dove coabitano i figli di Abramo.

L’Islam onora Maria, la madre di Gesù. L’onore deve tradursi nei fatti, non solo nelle parole. Il dialogo con l’Islam deve aprirsi alla reciprocità per non essere svuotato. L’Islam militante deve rendersi conto che la sua volontà di potenza non può nutrirsi delle glorie del passato. La sua teologia non potrà resistere a lungo alle smentite della storia e delle sfide ancora più radicali della conoscenza scientifica. Gli intellettuali non possono rinunciare al loro ruolo, quando i politici vogliono monopolizzare le scelte.

La venuta a Nazaret del papa Giovanni Paolo II non ha una portata politica. Il Santo Padre ha scelto di visitare Nazaret il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, per ricordare al mondo il mistero dell’incarnazione. Quando a Nazaret Maria, figlia di Israele, ha accettato di fare la volontà di Dio, il Verbo si è fatto carne. Grazie a lei, l’albero di Iesse ha dato il suo frutto.
La Parola che Maria ha accolto in se stessa la spinge a scegliere la via della carità. Maria non tarda a donare ad Elisabetta ciò che ha di più prezioso: il Figlio che porta in seno. L’esplosione di gioia di Maria è segno che la vita ha vinto.

Il Giudaismo e l’Islam considerano l’idea dell’incarnazione di Dio come un’ingiuria alla sua trascendenza. Dio è troppo grande per unirsi alla natura umana. Tuttavia E. Lévinas, nel suo intervento alla settimana degli intellettuali cattolici tenuta a Parigi nel 1968 sul tema « Chi è Gesù Cristo? » ha ripreso il tema biblico dell’umiltà di Dio. Is 57,15 parla d’un Dio che dimora in chi è contrito e umile. La trascendenza si manifesta nell’umiltà. L’immagine di Dio è la prossimità di Dio sul viso dell’altro.

Questa idea ha il suo vertice nell’incarnazione, che abolisce la distanza tra il divino e l’umano. Dio si fa uomo, perché l’uomo possa diventare Dio. L’aspetto fondamentale del Cristianesimo che afferma un Dio incarnato vicino agli uomini, è sconosciuta ai Giudei. Malgrado ciò, Giudaismo e Cristianesimo fanno parte di uno stesso dramma e non sono così indifferenti uno verso l’altro, da non confrontarsi.

A Nazaret il papa Giovanni Paolo II vuole presentare anche alle donne del nostro tempo un modello di donna perfettamente realizzata.  »
La Chiesa vede nel viso delle donne una bellezza nella quale si leggono i sentimenti più nobili di cui sia capace il cuore umano: la totalità dell’amore che si offre; la forza capace di perseverare nelle più grandi sofferenze; la fedeltà senza limite e la dedizione infaticabile nel lavoro; una intuizione penetrante unita a parole di sostegno e di incoraggiamento » (Giovanni Paolo II).

La vocazione ad amare, intesa come vera apertura ai nostri simili giudei e musulmani, e come solidarietà a loro riguardo, è la più fondamentale di tutte le vocazioni. È all’origine di ogni vocazione personale.

Quando ha creato l’uomo a sua immagine, Dio ha iscritto nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, quindi la capacità e la responsabilità di amore e di comunione.

Se Dio si incarna, se si mette alla ricerca dell’uomo creato a sua immagine, lo fa perché lo ama eternamente nel suo Verbo e vuole elevarlo alla dignità di figlio adottivo mediante il Verbo.

Dicendo « io sono la serva del Signore », Maria esprime l’attitudine fondamentale della sua vita: la fede. Maria credeva nel compimento delle promesse di Dio. Per questo accetta di fare la volontà di Dio. La vita di Maria fu un pellegrinaggio di fede. Camminava nell’oscurità, sperando le cose che non si vedono. Maria resta il modello della donna dell’anno 2000. Nulla può dare un senso più profondo alla nostra esistenza terrena e a stimolarci a viverla come esperienza temporanea, quanto l’attitudine interiore di considerarci pellegrini.

 

Publié dans:Approfondimenti |on 7 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Multiculturalismo e Islam; coppie di fatto e omosessualità

questo articolo èdi un autore del quale ho già messo alcuni scriti sul Blog francese, Professore e sacerdote a Beirut, Dal sito:

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=8708&geo=&theme=&size=A

» 12/03/2007 09:48
ISLAM

Multiculturalismo e Islam; coppie di fatto e omosessualità
di Samir Khalil Samir, sj

L’Islam è stato sempre spietato sui rapporti omosessuali. Eppure in Italia c’è silenzio del mondo musulmano su coppie di fatto e omosessualità. C’è una manipolazione dell’islam da parte del progressismo liberal. Se Europa e America vogliono cambiare il concetto di “famiglia”, devono fare i conti anche con le tradizioni religiose universali. Secondo articolo di una serie sul multiculturalismo.

Beirut (AsiaNews) – Il multiculturalismo non aiuta l’occidente ad essere se stesso, né i musulmani d’Europa ad integrarsi meglio nei loro nuovi Paesi. Vorrei mostrare quanto dico esaminando la questione dell’omosessualità e della famiglia nella tradizione islamica e nel mondo islamico odierno. I musulmani d’Italia e il dibattito sulle coppie di fatto 

In Italia, proprio i fautori della tolleranza culturale ad oltranza stanno proponendo una legge sulle coppie di fatto, che prevede diritti anche per le coppie omosessuali. Sono stati preceduti da altri Paesi europei dove si può fare la stessa osservazione. Curiosamente, su questo problema, le comunità musulmane – tanto difese dai progressisti liberal – non si sono pronunciate.  L’Ucoii, ad esempio, – un’associazione di musulmani italiani che pretende di rappresentare la maggioranza dei musulmani perché controlla (spesso per motivi finanziari) gran parte delle moschee – parla solo quando gli conviene politicamente, quando si intravede la possibilità di ottenere un diritto, un privilegio, di avere una sala di preghiera, una moschea, una riduzione del tempo di lavoro durante il Ramadan, una vacanza per il pellegrinaggio alla Mecca, ecc. 

Ma i membri dell’Ucoii non si impegnano nelle cause che si dibattono in Italia. Il problema del valore della famiglia o delle coppie omosessuali sembra non interessarli. Ciò è segno che essi non portano avanti un progetto di integrazione, ma di rivendicazione. Diciamo subito che la questione delle coppie di fatti non è mai stata prospettata, né nel passato (come è ovvio), né oggigiorno. Più ancora che nel cristianesimo, l’islam mette l’accento nel matrimonio sulla procreazione, e in secondo luogo sul piacere sessuale, compreso esclusivamente nel quadro del legalità, sia quella del matrimonio, sia quella del concubinato. Fuori del matrimonio legale e del concubinato riconosciuto, qualunque atto sessuale è un peccato grave, e ciò in tutte le scuole giuridiche dell’islam, sunnita e sciita. 

Vediamo dunque qual’è la posizione ufficiale dell’islam (nelle sue più importante scuole giuridiche) riguardo all’omosessualità, poi qual è la realtà del mondo musulmano (ieri e oggi) sulla questione dell’omosessualità, e infine qual è la legislazione odierna dei vari Paesi musulmani. Il Corano e le Hadith sull’omosessualità 

Nel Corano, il rapporto anale è considerato un peccato molto grave. La storia biblica di Lot (Genesi 19) è raccontata 6 volte nel Corano, caso eccezionale che ne mostra l’importanza, e sempre con una condanna assoluta: Corano 7, 80-84 ; 11, 77-82 ; 15, 58-79 ; 26, 160-174 ; 27, 54-58 ; e 29, 28-35. Secondo la tradizione musulmana, questi sei testi risalgono al periodo della Mecca (610-622), anzi a ciò che gli orientalisti chiamano “il terzo periodo meccano” che copre gli anni 619-622. Secondo le edizioni dell’Arabia Saudita, questi capitoli corrispondono, nell’ordine, ai capitoli 39, 52, 54, 47, 48 e 85. La condanna dell’azione della gente di Sodoma è senza remissione. Per esempio Corano 29 (Il Ragno), 28-29: “E quando Lot disse al suo popolo: ‘Davvero commettete una turpitudine che mai nessuno al mondo ha commesso prima di voi. Concupite i maschi’”. 

Secondo
la Tradizione di Muhammad (Sunnah), l’omosessualità, sia maschile che femminile, sia attiva che passiva, è equiparata all’adulterio, ed è dunque passibile di morte. 
I dotti (‘ulama’) si riferiscono di solito a 3 hadith, che parlano del liwât (parola derivata da Loth) cioè del rapporto tra due maschi (ma significa anche l’omosessualità in modo generico), o del sihâq cioè del rapporto tra due femmine. Il primo hadith dice: “Quando un maschio monta un altro maschio, il trono di Dio trema”. Il secondo dice: “Uccidi la persona che lo sta facendo [cioè il partner attivo] e la persona che lo sta subendo [cioè il partner passivo]”. Il terzo tratta delle lesbiche: “Il sihâq delle donne è una fornicazione (zinâ)”. 

Inoltre, anche il rapporto anale con la propria moglie è condannato da un hadith: “Maledetto chi avvicina sua moglie dal di dietro” (Collezione dell’imam Ahmad 2/479). L’omosessualità è spesso praticata, in tutta la storia araba e islamica, tra un adulto e un giovane ragazzo. Un hadith dice di « diffidare dei giovani imberbi, perché sono una fonte di danno più grande delle giovani vergini. » Si dice dell’imam Sufyān al-Thawrī (morto nel 783) che sia scappato dalle terme un giorno, asserendo a proposito della tentazione sessuale che « se ogni donna ha un demone che l’accompagna, allora un bel giovane ne ha diciassette ». Il famoso giurista hanbalita Ibn al-Jawzī (morto nel 1200) avrebbe detto: “Colui che afferma di non provare alcun desiderio quando guarda a bei ragazzi o bei giovani è un bugiardo, e se gli credessimo lo vedremmo come un animale, non un essere umano”. Nella poesia araba classica i poemi sull’amore dei giovani abbondano, e addirittura molti andavano nei monasteri per contemplare i giovani novizi! 

Un riflesso di quest’amore per i giovani fanciulli si trova pure nel Corano. Nella descrizione del Paradiso della sura 56, 12-19 si legge: “Nei Giardini delle Delizie, molti tra gli antichi, pochi tra i recenti, su divani rivestiti d’oro, sdraiati gli uni di fronte agli altri. Vagheranno tra loro fanciulli di eterna giovinezza, [recanti] coppe, brocche e calici di bevanda sorgiva, che non darà mal di testa né ebbrezza”. E ancora nella sura 52, 21-24: “Coloro che avranno creduto e che saranno stati seguiti nella fede dalla loro progenie, Noi li riuniremo ai loro figli. Non diminuiremo in nulla il merito delle loro azioni, poiché ognuno è pegno di quello che si sarà guadagnato. Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno. Si scambieranno un calice immune da vanità o peccato. E per servirli circoleranno tra loro giovanetti simili a perle nascoste”. Il Corano condanna dunque in modo assoluto l’omosessualità e la pareggia con l’adulterio. La tradizione del Profeta dell’islam accettata dai dotti dice esplicitamente che merita la morte. La pratica dell’omosessualità era però frequente. L’islam ha autorizzato l’amore casto con i giovanotti, purché non ci sia rapporto fisico. E un detto (hadith) dice: “Colui che ama e rimane casto e nasconde il suo segreto e muore, muore da martire”, cioè per aver resistito alla più forte delle tentazione. 

Posizione ufficiale dell’islam sull’omosessualità, ieri e oggi Oggi, nel mondo musulmano, ci sono cinque scuole giuridiche: 4 sunnite (hanafita, malikita, sciafeita e hanbalita) e la quinta sciita, chiamata gia‘farita. La hanafita non considera adulterio i rapporti omosessuali, ma lascia la pena a discrezione del giudice. Le quattro altre scuole le considerano adulterio e condannano a morte i due partner. Come per l’adulterio, c’è la necessità dei quattro testimoni maschi (o 8 testimoni femmine). 

L’imam Yûsuf al Qaradâwi, lo studioso più ascoltato dell’Islam sunnita moderno, scrive: “I giuristi dell’Islam hanno avuto opinioni divergenti riguardo la pena per questa pratica abominevole. Dovrebbe essere la stessa pena prevista per lo zina (fornicazione), o andrebbero uccisi sia il partecipante attivo che quello passivo? Anche se questa pena può sembrare crudele, è stato consigliato di mantenere la purezza della società islamica, e di mondarla dagli elementi pervertiti”. (Al-halâl w-al-harâm fî l-Islâm  – Il lecito e l’illecito nell’islam). Come viene applicata oggi la shari’ah, la legge islamica, nel mondo islamico? In sette nazioni, i rapporti omosessuali portano ufficialmente alla pena di morte, Arabia Saudita, Iran, Mauritania, Sudan, Somalia, Somaliland, Yemen e l’Afghanistan all’epoca dei Talibani. In molte nazioni l’omosessualità è punita con il carcere, o pene corporali, per esempio in Bahrain, Qatar, Algeria, Maldive, ecc. In alcuni nazioni (Turchia, Giordania, Egitto, Mali, ecc.), l’omosessualità non è proibita come tale, ma i gay possono essere condannati per offesa alla moralità pubblica; com’è successo al Cairo l’11 maggio 2001, quando  52 uomini sono stati arrestati a bordo del nightclub gay galleggiante Queen Boat, ancorato sul Nilo. E’ in Iran che la situazione è la più ingiusta: dalla rivoluzione islamica, il governo iraniano ha mandato a morte più di 4000 persone accusate di rapporti omosessuali. 

Su questo come in tanti altri punti l’Islam è in contraddizione con la carta universale dei diritti umani. Il motivo è il confondere l’etica con il diritto. Una religione può considerare un atto come un’offesa grave a Dio (un peccato), e nessuno può impedire a qualcuno di affermarlo – come è successo in modo vergognoso nel parlamento europeo con l’onorevole Buttiglione –. Ma la legge non può corrispondere sempre con l’etica. L’etica mira alla perfezione del comportamento, e deve proporre un ideale che sarà sempre difficile da raggiungere, ma che serve da faro per guidare l’uomo. La legge indica qual è il minimo al di sotto del quale c’è delitto. Inoltre, ed è un altro crimine, i media esercitano una pressione inaccettabile e immorale sugli omosessuali: nel caso dei 52 gay del Cairo, la stampa ha diffuso i loro nomi, indirizzi e telefoni, e pubblicato le loro foto: questo, e non l’omosessualità, avrebbe meritato il carcere. Vi è poi un’incoerenza: la morale islamica reprime l’omosessualità, ma la gente di solito la tollera. In Egitto, ad esempio, non è rara tra un adulto e un giovane. È talmente diffusa che in arabo abbiamo addirittura due parole per definire la parte attiva e passiva (‘ars e khawal) della coppia omosessuale. L’unica differenza con l’Europa è che nel mondo arabo nessuno vuole legalizzare questo tipo di unione. In molti paesi musulmani, finché è una cosa privata, l’omosessualità è abbastanza tollerata, considerata addirittura banale. In Libano ad esempio si sa tutto di tutti: chi va con chi, purché essi non pretendano una legittimità. 

Conclusione: difendere la famiglia per dialogare con l’Islam Sul problema dell’omosessualità e sul valore della famiglia come unione di maschio e femmina non trovo molto dibattito fra i musulmani in Europa. A favore della famiglia ho trovato solo una dichiarazione interreligiosa diffusa in Francia, a Lione.  Partita dal vescovo cattolico di Lione, questa lettera aperta è stata firmata da ebrei, cristiani (all’eccezione dei calvinisti) e musulmani. Senza violenza o omofobia, essi mettono in dubbio che lo stato possa  autorizzare il matrimonio fra due persone dello stesso sesso. 

“Non si tratta – essi dicono – di un dibattito sulla società, ma di una scelta superiore senza precedenti nella storia dell’umanità, dato che la famiglia come unione dell’uomo e della donna è un dono che si deve fare alle generazioni future”. La lettera continua dicendo che oggi la famiglia è molto fragile, perché gli adulti non riescono ad aiutare i giovani a costruire la loro vita. “Come potranno acquisire una formazione solida, affrontare il futuro con fiducia, rispettare i doveri di una professione e costruire nell’equilibrio la propria famiglia se si relativizza l’istituzione del matrimonio?”. In conclusione: 

1.                  Le religioni e le filosofie hanno il diritto di avere una loro scala di valori, di considerare che tale atto è morale o immorale, virtuoso o peccaminoso. Ogni uomo ha questo diritto. A condizione però che questo giudizio morale non influisca sul giudizio portato sulle persone e sul comportamento a loro riguardo. Un conto è l’atto, un conto la persona. 2.                  Le religioni hanno il dovere, se vogliono essere di aiuto alla società umana, di riesaminare periodicamente, costantemente, le loro posizioni, alla luce sia dei testi fondatori che della riflessione contemporanea. Per dirlo con il papa Benedetto: fede e ragione devono essere armonizzate e sono indissociabile l’una dall’altra. 

3.                  L’islam in particolare passa attraverso una fase di ritorno alle origini, per proteggersi contro l’occidente da esso giudicato irreligioso e ateo. Facilmente rischia di cadere nella regressione. Per poter realizzare l’armonia tra fede e ragione, è indispensabile che la fede non sia spiegata solo dagli “uomini di religione” come si dice nel nostro gergo (rigiâl al-dîn), ma anche da studiosi delle discipline scientifiche e umane. Il dramma dell’islam contemporaneo è la dicotomia dentro la comunità, la umma: chi guida (o dovrebbe guidare) la comunità studia solo le scienze religiose e ciò che le spiega; chi fa altri studi non interferisce sull’intelligenza della fede. 4.                  Il concetto di famiglia ha un significato quasi unanime riconosciuto dacché esiste l’uomo, e cioè come nucleo composto da un uomo e da una donna con i loro figli. Il concetto può allargarsi ai parenti di vari gradi, ma il nucleo è quello. Il fatto dell’omosessualità è sempre esistito nella storia dell’umanità, la quale l’ha tollerato senza mai legittimarlo. L’occidente propone un nuovo approccio del concetto della famiglia, presentandolo come un “progresso”. Trattandosi di un punto così fondamentale, sarebbe necessario tener conto non solo dell’opinione nazionale, ma dell’approccio che ne ha tutta l’umanità. L’Europa o l’America (o parti di esse) non possono considerarsi come il motore dell’umanità e del suo progresso: questo può essere vero al livello tecnologico e scientifico, non al livello etico e filosofico. 

5.                  L’atteggiamento occidentale sui punti che riguardano la famiglia e il sesso confermano i musulmani nell’idea che la civiltà occidentale è decadente, e attribuiscono questa decadenza alla perdita della fede e della pratica religiosa. I più decisi reagiscono anche con violenza contro questo male. Come spiegare ai musulmani tradizionali (la maggioranza di loro) che la modernità è carica di valori (anche se ci sono delle deficienze come in ogni realtà umana), se ciò che appare di questa civiltà è contrario a certi valori riconosciuti? La lotta dell’islam contro l’Occidente, visto come depravato, continuerà, prendendo anche forme violente, perché l’atteggiamento occidentale violenta in punti importanti la coscienza del mondo musulmano.  6.                  Aggiungerei infine una domanda. Come mai, quando si è trattato di togliere alcuni segni visibili della tradizione cristiana (il crocifisso, il presepio, ecc…) parecchie voci hanno utilizzato l’argomento dei musulmani da non offendere (come se il presepio fosse un offesa per loro!), e quando si tratta di questioni così fondamentali per loro non se ne parla? Non sarà che il mondo liberal li sta strumentalizzando, utilizzandoli per confortare una sua opinione solo quando fa comodo? Questo non è rispetto, ma manipolazione … e i musulmani (o anche gli Arabi) non sono così stupidi per crederci! 

Publié dans:Approfondimenti |on 7 mai, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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« Lo Spirito Santo v’insegnerà ogni cosa »

Beato Jan Ruysbroeck (1293-1381), canonico regolare
Le nozze spirituali, III

« Lo Spirito Santo v’insegnerà ogni cosa » La vita di contemplazione è la vita del cielo… Grazie all’amore di unione con Dio infatti, l’uomo passa al di là del suo essere creatura, per scoprire e assaporare la ricchezza e le delizie che Dio è in persona, e che egli lascia scorrere senza sosta nel più intimo dello spirito umano, laddove questo è simile alla nobilità di Dio. Quando l’uomo raccolto e contemplativo ha così raggiunto la sua immagine eterna, e quando, in tale limpidezza, grazie al Figlio, ha trovato il suo posto nel seno del Padre, viene illuminato dalla verità divina… Dobbiamo sapere infatti che il Padre celeste, abisso vivo, è rivolto, mediante delle opere, con tutto ciò che vive in lui, verso il Figlio suo come verso la sua eterna Sapienza (Pr 8,21); e questa Sapienza, con tutto ciò che vive in essa, si riflette, mediante delle opere, nel Padre cioè nell’abisso dal quale è uscita. Da questo incontro sgorga la terza Persona, che sta tra il Padre e il Figlio, cioè lo Spirito Santo, il loro comune amore, che è una cosa sola con entrambi, nella stessa natura. Questo amore abbraccia e attraversa con godimento il Padre e il Figlio e tutto ciò che in essi vive, con una tale opulenza e una tale gioia da ridurre ogni creatura al silenzio eterno. Infatti la meraviglia inafferrabile nascosta in tale amore, supererà eternamente la comprensione di ogni creatura.Possiamo riconoscere questa meraviglia e assaporarla senza sorpresa, quando il nostro spirito si trova al di là di se stesso, essendo una cosa sola con lo spirito di Dio, assaporando e guardando senza misura, così come Dio assapora e guarda la propria ricchezza, nell’unità della sua profondità vivente, secondo il suo modo increato… Questo  delizioso incontro, che ha luogo in noi secondo il modo di Dio, è continuamente rinnovato… Infatti, così come il Padre guarda senza sosta tutte le cose come nuove nella nascita di suo Figlio, queste sono anche amate in un modo nuovo dal Padre e dal Figlio nello sgorgare dello Spirito Santo. Questo è l’incontro del Padre e del Figlio nel quale siamo amorosamente stretti, grazie allo Spirito Santo, in un amore eterno.

Preghiere a Maria

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dal sito maranathà

Preghiere a Maria

Regina dei cieli, rallegrati, alleluia:
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto, come aveva promesso, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia.

Regína caeli, laetáre, allelúia,
Quia quem meruísti portáre, allelúia,
Resurréxit sicut dixit, allelúia;
Ora pro nobis Deum, allelúia.

Publié dans:Maria Vergine |on 6 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Papa: cresca nei cristiani la coscienza di essere tutti missionari

Dal sito Asia News: 

» 05/05/2007 13:18

VATICANO

Papa: cresca nei cristiani la coscienza di essere tutti missionari

Benedetto XVI a 50 anni dalla Fidei donum afferma che pur nelle difficoltà del nostro tempo esistono “segni di speranza” come la vitalità missionaria. Bisogna sempre conservare la “certezza” che il Signore non farà mancare i sacerdoti e per questo bisogna pregare. Una lettera del Segretario di Stato vaticano al prefetto per l’Evangelizzazione dei popoli.

Città del Vaticano (AsiaNews) – Nella certezza che “il Padrone della messe non farà mancare operai alla sua messe”,
la Chiesa guarda oggi alle sfide che la società contemporanea pone alla evanelizzazione e se non mancano i problemi, come la scarsità di vocazioni, non mancano neppure “i segni di speranza che in ogni parte del mondo testimoniano una incoraggiante vitalità missionaria del popolo cristiano” e cresce “la coscienza di essere tutti ‘missionari’, tutti cioè coinvolti, sia pure in modi diversi, nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo”. 
E’ un forte invito alla fiducia ed alla speranza quello che Benedetto XVI ha rivolto oggi alla Chiesa intera, nel discorso che ha rivolto ai partecipanti all’incontro del Consiglio superiore delle Pontificie opere missionarie e al congresso mondiale dei missionari « Fidei donum », svoltosi nei giorni scorsi per commemorare il 50mo anniversario dell’enciclica Fidei donum di Pio XII (21 aprile 1957). 

   “Sono trascorsi cinquant’anni – ha detto ai presenti, guidati dal card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli – da quando questo mio venerato Predecessore, dinanzi all’evolversi dei tempi e all’affacciarsi sulla scena della storia di nuovi popoli e nazioni, con lungimirante sapienza pastorale comprese che si aprivano inediti e provvidenziali orizzonti e itinerari missionari per l’annuncio del Vangelo in Africa. Specialmente all’Africa, infatti, guardava Pio XII quando, con intuizione profetica, pensò a quel nuovo « soggetto » missionario, che dalle prime parole dell’Enciclica trasse il nome di « Fidei donum ». Intendeva incoraggiare, accanto alle forme tradizionali, un ulteriore tipo di cooperazione missionaria tra le Comunità cristiane cosiddette ‘antiche’ e quelle appena nate o nascenti nei territori di recente evangelizzazione: le prime cioè venivano invitate a mandare in aiuto delle Chiese ‘giovani’ e in promettente crescita alcuni sacerdoti, perché essi collaborassero con gli Ordinari del luogo per un tempo determinato”. 

   “Duplice, pertanto – ha proseguito Benedetto XVI – era lo scopo che animava il venerato Pontefice: da una parte, suscitare in ogni componente del popolo cristiano una rinnovata « fiamma » missionaria e, dall’altra, promuovere una più consapevole collaborazione fra le diocesi di antica tradizione e le regioni di prima evangelizzazione. Nel corso di questi cinque decenni l’invito di Pio XII è stato a più riprese ribadito da tutti i miei Predecessori e, grazie anche all’impulso impresso dal Concilio Vaticano II, è andato moltiplicandosi il numero dei sacerdoti ‘fidei donum’, partiti insieme a religiosi e volontari laici in missione per l’Africa e per altre regioni del mondo, talora a costo di non pochi sacrifici per le loro diocesi di appartenenza. Vorrei qui esprimere un particolare ringraziamento a questi nostri fratelli e sorelle, alcuni dei quali hanno versato il loro sangue per diffondere il Vangelo. L’esperienza missionaria, voi lo sapete bene, lascia un segno indelebile in chi la compie e contribuisce, al tempo stesso, ad alimentare quella comunione ecclesiale che fa sentire tutti i battezzati membri dell’unica Chiesa, Corpo mistico di Cristo. Nel corso di questi decenni i contatti e gli scambi missionari si sono intensificati, grazie anche allo sviluppo e al moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione, così che
la Chiesa è venuta a contatto praticamente con ogni civiltà e cultura. D’altro lato, lo scambio di doni tra Comunità ecclesiali di antica e di recente fondazione ha costituito un arricchimento reciproco e ha favorito la crescita della coscienza di essere tutti ‘missionari’, tutti cioè coinvolti, sia pure in modi diversi, nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo”. 

   “Mentre rendiamo grazie al Signore per l’impegno missionario in atto – ha proseguito il Papa – non possiamo simultaneamente non guardare alle difficoltà che oggi emergono in questo campo. Tra di esse, mi limito a sottolineare la diminuzione e l’invecchiamento del clero nelle diocesi che un tempo inviavano missionari in regioni lontane. Nel contesto di una diffusa crisi vocazionale, questo costituisce certo una sfida con cui occorre confrontarsi. Il Convegno organizzato dalla Pontificia Unione Missionaria per commemorare i 50 anni della Fidei donum, vi ha dato modo di analizzare attentamente questa situazione che vive oggi
la Chiesa. Se non possiamo ignorare i problemi e le ombre, occorre tuttavia volgere lo sguardo al futuro con fiducia, conferendo rinnovata e più autentica identità ai missionari ‘Fidei donum’, in un contesto mondiale indubbiamente mutato rispetto agli anni 50 del secolo passato. Se tante sono le sfide all’evangelizzazione in questa nostra epoca, tanti sono anche i segni di speranza che in ogni parte del mondo testimoniano una incoraggiante vitalità missionaria del popolo cristiano. Mai soprattutto venga meno la consapevolezza che il Signore, prima di lasciare i discepoli per il Cielo, nell’inviarli ad annunciare il suo Vangelo in ogni angolo del mondo, ha assicurato: ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Cari fratelli e sorelle, questa certezza non ci deve mai abbandonare. Il Padrone della messe non farà mancare operai alla sua messe, se con fiducia e insistentemente glielo domandiamo nella preghiera e nel docile ascolto della sua parola e dei suoi insegnamenti”. 

Un invito a rilanciare attraverso i sacerdoti fidei donum “l’impegno missionario promosso 50 anni fa da Papa Pio XII con l’Enciclica Fidei donum” arriva anche dal segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, in una lettera indirizzata al prefetto per l’Evangelizzazione dei popoli, card. Ivan Dias. La missiva è datata al 21 aprile scorso, giorno in cui ricorreva il 50esimo anniversario del documento del 1957.  Nel ocumeno, il card. Bertone esprime anche apprezzamento per l’organizzazione di un prossimo Convegno a Roma, promosso dalla Pontificia Unione Missionaria, su richiesta anche dei Direttori Nazionali delle Pontificie Opere Missionarie, il porporato sottolinea l’opportunità di “ripensare la comunione e la corresponsabilità delle Chiese per la missione, come pure le implicazioni metodologiche, quali l’esigenza di una progettualità comune, l’inserimento dei missionari « fidei donum » con compiti e ruoli specifici, il reinserimento nelle Chiese d’origine, lo scambio vicendevole di persone, mezzi e metodologie apostoliche, i percorsi formativi per i missionari”. 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 6 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Di Gianfranco Ravasi – San Paolo in carne e ossa

dal sito on line del giornale « Avvenire »

BIOGRAFIE

Murphy-O’Connor propone la versione «narrativa» delle sue monumentali ricerche sull’Apostolo e sui suoi viaggi per il Mediterraneo 

San Paolo in carne e ossa 

Di Gianfranco Ravasi  

«Il vero cristianesimo, che durerà eternamente, viene dai Vangeli, non dalle epistole di Paolo. Gli scritti di Paolo sono stati, in verità, un pericolo e uno scoglio; sono stati la causa dei principali difetti della teologia cristiana. Paolo è il padre del sottile Agostino, dell’arido Tommaso d’Aquino, del tetro calvinista, del bisbetico giansenista. Gesù è, invece, il padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle loro anime». Forse non lo diranno così enfaticamente come faceva Ernest Renan nel suo Saint Paul (1869), ma sono in molti a pensarla ancora in questo modo. Ben venga, allora, un libro come quello di Jerome Murphy-O’Connor, uno degli attuali maggiori studiosi dell’Apostolo, che basandosi su una sua precedente poderosa Vita di Paolo, tradotta in italiano da Paideia nel 2003, propone ora a una più vasta cerchia di lettori un ritratto del grande protagonista della Chiesa delle origini.
Definire il genere di quest’opera è facile se si ricorre al sottotitolo dell’originale inglese, ove si parla di una story. Come è noto, il termine significa, certo, anche « storia » ma non nel senso più tecnico di history, bensì in quello più generico di racconto, di ricostruzione narrativa di un personaggio o di un evento. Intendiamoci bene: questo approccio potrebbe implicitamente condurre verso un altro genere apparentato ma nettamente differente, quello del romanzo storico. Ebbene, l’autore, che è docente nella prestigiosa École Biblique di Gerusalemme, è molto attento nell’evitare questa deriva, pur distanziandosi dal saggio accademico, quale era la sua precedente biografia paolina.
Proprio perché siamo davanti a un ritratto, il profilo di Paolo risultante è vivo e diretto, non meramente ancorato al documento e alle fonti, tra le quali Murphy-O’Connor a ragione colloca in primo piano le Lettere. Sì, perché questi scritti paolini, con buona pace della « vulgata » codificata da Renan, non sono solo testi ad alta densità teorica, sono anche specchi di sentimenti e tensioni personali e hanno in filigrana l’evocazione di dati e fatti. In particolare essi riflettono il dinamismo missionario che è stata quasi l’egida dell’esistenza dell’Apostolo. Si pensi che in questo libro si ricostruiscono almeno quarantadue itinerari seguiti da Paolo, partendo da quello che condusse i suoi genitori da Giscala, il loro paese galileo, a Tarso, capitale della Cilicia, ove egli nacque quando i suoi genitori erano ormai liberti e quindi in grado di trasmettergli la cittadinanza romana.
Questa trama comprende anche ricostruzioni ipotetiche, come quella del viaggio in Spagna, programmato in Romani 15, 24, ma del quale non si hanno altre attestazioni. Tuttavia la rete dei percorsi non è disegnata come in una mappa topografica, bensì in una documentata e avvincente narrazione, resa possibile non attraverso la fantasia dell’autore che racconta « in soggettiva » (come si usa dire nel linguaggio televisivo), cadendo così nel romanzo storico, bensì dando reviviscenza a tutto ciò che è attestato a livello storico e culturale. Infatti, noi sappiamo, ad esempio, dalle testimonianze letterarie antiche come si svolgeva allora un viaggio per terra o in navigazione, come si trascorreva una notte in locanda, come si snodava la vita quotidiana, mentre l’archeologia ci permette di ricomporre il profilo di una città antica (si pensi solo al fascino che ancor oggi produce Efeso coi suoi monumenti rimessi in luce).
È per questo che Murphy-O’Connor tiene davanti a sé il Barrington Atlas of the Greek and Roman World, pubblicato nel 2000 dall’università americana di Princeton: là c’è la possibilità di seguire le strade romane, si possono calcolare le distanze reali di allora tra l’una e l’altra meta, c’è dunque lo schema esteriore di un’esistenza che aveva, però, un turgore interiore la cui ricomposizione è possibile solo attraverso il ritorno a quelle Lettere da cui si deve sempre partire e, naturalmente, anche a quel racconto degli Atti degli apostoli, il secondo scritto lucano da vagliare con finezza critica. Dodici sono le tappe dell’itinerario biografico e interiore proposto in quest’opera, dai primi anni e dalla conversione fino all’addio nei confronti dell’Oriente e l’avvio a Roma per quell’ultimo periodo, destinato a sfociare nella sentenza capitale, un dato da ricostruire fuori del perimetro documentario neotestamentario e che il nostro autore colloca nel 67 (sempre secondo la sua ricerca, Paolo avrebbe avuto allora 73 anni).
Naturalmente sono molti i dati offerti in questo ritratto biografico attraente: un esempio per tutti, l’assegnazione della Seconda Lettera a Timoteo al tempo della prigione romana e quindi alle soglie della morte dell’Apostolo. I fondali sono campiti con pennellate vivaci, eppure nessun tratto è frutto di mera fantasia. Il cuore e la mente di Paolo appaiono in azione e si intuiscono pure i motori segreti che li fanno agire, ossia Cristo col suo messaggio ma anche la teologia biblica e giudaica. Si compie, così, il progetto di questo esegeta che ha voluto – come egli stesso confessa – dare carne e vita a quel volto, proprio perché cadano gli equivoci sulla sua figura ed essa torni a parlare all’uomo di oggi. Un po’ come aveva sognato di fare Pasolini con la sua sceneggiatura incompiuta per il film San Paolo, mai realizzato. La sua idea, infatti, era quella di trasporre la vicenda dell’Apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura con New York, Londra, Parigi, Roma,
la Germania, perché – scriveva – «Paolo è qui, oggi, tra noi con la semplice forza del suo messaggio».

Jerome Murphy-O’Connor
PAOLO

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 6 mai, 2007 |Pas de commentaires »

domenica 6.5.07 – Le parole del papa prima del Regina Coeli

Dal sito: Korazym: 

Le parole del papa prima del Regina Coeli 

 

Cari fratelli e sorelle!

E’ iniziato da qualche giorno il mese di maggio, che per molte Comunità cristiane è il mese mariano per eccellenza. Come tale, esso è diventato nel corso dei secoli una delle devozioni più care al popolo ed è stato sempre più valorizzato dai Pastori come occasione propizia per la predicazione, la catechesi e la preghiera comunitaria. Dopo il Concilio Vaticano II, che ha sottolineato il ruolo di Maria Santissima nella Chiesa e nella storia della salvezza, il culto mariano ha conosciuto un profondo rinnovamento. E il mese di maggio, coincidendo almeno in parte con il tempo pasquale, è assai propizio per illustrare la figura di Maria quale Madre che accompagna
la Comunità dei discepoli raccolti in unanime preghiera, in attesa dello Spirito Santo (cfr At 1,12-14). Questo mese, pertanto, può essere occasione per ritornare alla fede della Chiesa delle origini e, in unione con Maria, comprendere che anche oggi la nostra missione è annunciare e testimoniare con coraggio e con gioia Cristo crocifisso e risorto, speranza dell’umanità.

Alla Vergine Santa, Madre della Chiesa, desidero affidare il viaggio apostolico che compirò in Brasile dal 9 al 14 maggio prossimi. Come fecero i miei venerati Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II, presiederò l’apertura della Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi,
la Quinta, che avrà luogo domenica prossima nel grande Santuario nazionale di Nostra Signora Aparecida, nella città omonima. Prima, però, mi recherò nella vicina metropoli di San Paolo, dove incontrerò i giovani e i Vescovi del Paese e avrò la gioia di iscrivere nell’albo dei Santi il beato Fra Antonio di Sant’Anna Galvão. E’ la mia prima visita pastorale in America Latina e mi preparo spiritualmente ad incontrare il subcontinente latinoamericano, dove vive quasi la metà dei cattolici del mondo intero, molti dei quali sono giovani. Per questo è stato soprannominato il « Continente della speranza »: una speranza che riguarda non solo
la Chiesa, ma tutta l’America e il mondo intero.
 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 6 mai, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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