Archive pour mai, 2007

La visitazione della Vergine Maria alla cugina Elisabetta

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dal sito Maranathà:

La visitazione della Vergine Maria alla cugina Elisabetta

Publié dans:immagini sacre |on 31 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote

Dal sito Maranathà

 Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Lib. 1, 4; CCL 122, 25-26, 30)

«L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l’eternità.
Magnifica il Signore l’anima di colui che volge a lode e gloria del Signore tutto ciò che passa nel suo mondo interiore, di colui che, osservando i precetti di Dio, dimostra di pensare sempre alla potenza della sua maestà.
Esulta in Dio suo salvatore, lo spirito di colui che solo si diletta nel ricordo del suo creatore dal quale spera la salvezza eterna.
Queste parole, che stanno bene sulle labbra di tutte le anime perfette, erano adatte soprattutto alla beata Madre di Dio. Per un privilegio unico essa ardeva d’amore spirituale per colui della cui concezione corporale ella si rallegrava. A buon diritto ella poté esultare più di tutti gli altri santi di gioia straordinaria in Gesù suo salvatore. Sapeva infatti che l’autore eterno della salvezza, sarebbe nato dalla sua carne, con una nascita temporale e in quanto unica e medesima persona, sarebbe stato nello stesso tempo suo figlio e suo Signore.
«Cose grandi ha fatto a me l’onnipotente e santo è il suo nome».
Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono. Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).
Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l’inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell’incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima.
 

Chiude ad Aparecida la V Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano e dei Caraibi: i vescovi rilanciano la missione e la promozione umana

dal sito on line della Radio Vaticana:

http://www.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=136742

31/05/2007 12.45.18

Chiude ad Aparecida
la V Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano e dei Caraibi: i vescovi rilanciano la missione e la promozione umana 

Una solenne concelebrazione eucaristica chiuderà oggi nel Santuario di Aparecida
la Quinta Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano e dei Caraibi che era stata aperta da Benedetto XVI il 13 maggio scorso. Ieri i vescovi avevano pubblicato il Documento finale rilanciando la missionarietà di ogni battezzato. Oggi la diffusione del Messaggio al Popolo di Dio dei vescovi latinoamericani e caraibici. Il servizio di
Luis Badilla. 
 

 I vescovi, in comunione con Benedetto XVI, ribadiscono che il patrimonio più importante della cultura dei popoli latinoamericani è la « fede in Dio Amore ». Riconoscono con umiltà le luci e le ombre che ci sono nella vita cristiana e nell’opera pastorale. La prima Parte del documento finale, intitolata « La vita dei nostri popoli », prende in considerazione la realtà della regione e ringrazia Dio per i doni ricevuti, in particolare per la grazia della fede e per la gioia di poter partecipare alla missione ecclesiale. La seconda parte, intitolata « La vita di Gesù Cristo nei suoi discepoli missionari », riflette sulla bellezza della fede in Gesù, sorgente di vita. I vescovi approfondiscono le conseguenze per ogni cristiano della chiamata ad annunziare il Vangelo. Quindi si soffermano sulla santità dei cristiani chiamati a conformare la propria vita a quella di Cristo, vivificati dallo Spirito Santo. La terza parte del Documento finale, dal titolo « La vita di Gesù Cristo per i nostri popoli », riflette sulle principali azioni pastorali da intraprendere nell’odierna realtà storica ed ecclesiale dell’America Latina e dei Caraibi. Si trova in questa parte uno dei contenuti centrali della Conferenza di Aparecida: la missione dei discepoli al servizio della vita piena. La parola d’ordine è precisa: far diventare
la Chiesa una comunità più missionaria attraverso la conversione pastorale e il rinnovamento ecclesiale delle comunità e delle strutture. In questo contesto si parla a lungo della Missione continentale di cui si sottolineano le priorità: l’annuncio del Regno di Dio e la promozione umana. Si ribadiscono l’opzione preferenziale per i poveri e per gli esclusi, la promozione della giustizia internazionale, la difesa della vita, del matrimonio e della famiglia, la difesa dell’ambiente. L’ultima parte del Documento finale, intitolata « I nostri popoli e la cultura », conferma e aggiorna le scelte delle Conferenze di Puebla e Santo Domingo per quanto riguarda l’evangelizzazione inculturata. Si trattano temi come: l’educazione e la comunicazione; la pastorale nei grandi centri urbani; la presenza dei laici cristiani nella vita pubblica (con particolare riferimento all’impegno del laico in favore di una cittadinanza piena in una società autenticamente democratica); il tema dei popoli indigeni e afroamericani; la fratellanza e l’integrazione per costruire una comunità regionale di nazioni in America Latina e nei Caraibi. Infine, il Documento si conclude con significative riflessioni sull’amore dei popoli latinoamericani per
la Vergine Maria che indica
la Via,
la Verità e

la Vita.
 
I vescovi, ieri, hanno inviato un telegramma ai leader che prenderanno parte il 6 giugno, in Germania, all’annuale vertice del G8, per chiedere “un’economia mondiale in favore dello sviluppo umano,un’economia ecologica e sostenibile, basata sulla giustizia, la solidarietà e il bene comune globale”. Per i presuli, anche se i Paesi del G8 non hanno un mandato per un governo globale, le loro decisioni hanno delle conseguenze sulla vita di milioni e milioni di persone. Per questo li invitano con forza “ad assumere questa responsabilità con grande solidarietà. Insieme con Papa Benedetto XVI, e condividendo quanto ha scritto al Cancelliere tedesco Angela Merkel, presidente di turno del G8, siamo convinti – concludono i vescovi – che il compito più urgente oggi è mettere fine all’estrema povertà entro il 2015, mettendo a disposizione le risorse necessarie. E’ una cosa che riguarda la pace e la sicurezza del mondo”. 

Publié dans:Approfondimenti |on 31 mai, 2007 |Pas de commentaires »

La Cannabis non è una droga leggera e può anche uccidere

 dal sito:

http://www.zenit.org/italian/


La Cannabis non è una droga leggera e può anche uccidere 
“Abbandonare i miti per salvare una generazione”, propone una specialista in psichiatria 

ROMA, mercoledì, 30 maggio 2007 (ZENIT.org).- La notizia di uno studente quindicenne che è morto nel corridoio di una scuola del Milanese, dopo aver fumato uno spinello, ha suscitato enorme scalpore, anche per il dilagante fenomeno dell’uso delle “droghe leggere” nelle scuole.Per non parlare dei video presenti in Internet e che ritraggono molto spesso scene in cui uno studente passa lo spinello ad un compagno durante la lezione (www.scuolazoo.com), o nel peggiore dei casi – come in un filmato diffuso su “YouTube” – un professore che « rolla » uno spinello in classe. Intervistata da ZENIT sui pericoli connessi all’uso delle cosiddette droghe leggere, la dottoressa Maria Cristina Del Poggetto, Specialista in psichiatria e in psicoterapia sistemico-relazionale, ha affermato che “a prescindere dai singoli casi, su cui non è corretto fare valutazioni senza avere in mano tutti gli elementi, le recenti notizie di cronaca possono essere l’occasione per fornire messaggi quanto più corretti possibile”.

“Oggi sappiamo – ha spiegato la dottoressa Del Poggetto – che la cannabis funziona da ‘gateway drug’, cioè da apripista per il consumo di altre droghe. Lo ha chiarito uno studio elegantemente disegnato su gemelli olandesi, dove, essendo la cannabis legale, non vi è sovrapposizione fra il circuito di distribuzione della cannabis e quello delle altre droghe e quindi l’effetto di facilitazione del consumo di marijuana verso altre droghe non è solo il risultato della proposta dei pusher”.

“Sappiamo inoltre – ha continuato la psichiatra – che il consumo di cannabis si associa ad un incremento del rischio d’incorrere in un incidente automobilistico mortale. Sono state condotte varie indagini in diversi Paesi europei e nord-americani che hanno confermato questi risultati. È altresì acclarato che l’uso di cannabis, particolarmente quando assunta in età giovanile, facilita lo sviluppo di un disturbo schizofrenico”.

Circa il ruolo dell’uso di cannabis nell’insorgenza, nella persistenza e nell’aggravamento dei sintomi depressivi, la psichiatra ha rilevato che “desta allarme uno studio pubblicato nell’ottobre 2004 su Archives General Psychiatry condotto su gemelli discordanti per uso di cannabis; i risultati di questa ricerca hanno evidenziato che nei consumatori di tale sostanza il rischio di pensieri e di tentativi di suicidio era quasi triplo”.

A tal proposito proprio questo mese è stato pubblicato uno studio neo-zelandese che ha mostrato come gli adolescenti consumatori abituali di cannabis avessero ridotti livelli di attenzione e apprendimento.

Secondo
la Del Poggetto è evidente che “non esiste un solo rapporto scientifico che abbia dimostrato che la cannabis a scopo ricreazionale faccia bene”.

La specialista in psicoterapia ha voluto sottolineare come “i dati che, come specialisti abbiamo a disposizione, mostrano l’importanza del contesto, laddove la disgregazione familiare e le amicizie favorevoli all’uso di marijuana sono fattori favorenti il successivo avvio all’assunzione di questo genere di droga”.

“In tale prospettiva – ha continuato – sono rimasta davvero allibita dalle parole di un collega, ascoltate casualmente per radio, che non stigmatizzava l’uso di cannabis come frutto e germe di un comportamento problematico, ma asseriva piuttosto che ai giovani si dovesse insegnare il ‘dove, quando e perché‘ assumere la cannabis, come se ci fosse un dove e un quando in cui stordirsi faccia bene”.

La specialista in psichiatria ha poi affermato che “saremmo davvero al paradosso più avvilente, se proprio i medici preposti ad aiutare queste persone, spesso molto giovani, abdicassero dal cercare di comprendere le ragioni che hanno spinto un adolescente ad assumere sostanze nocive per aiutarli a superare le difficoltà, e proponessero invece anche dei perché a sostegno della bontà di una tale scelta”.

Per
la Del Poggetto, “siamo sempre più in presenza di un disease mongering applicato all’intera esistenza umana, che confeziona la sostanza chimica adatta ad ogni situazione della vita, un’anticipazione emulativa farmacologica del futuro matrix cibernetico”.

Per rispondere a quanti continuano a presentare l’uso della cannabis come innocuo, la dottoressa ha quindi precisato che “la classe medica sta incrementando progressivamente la consapevolezza dei danni arrecati dal consumo di cannabis; non è un caso che il Collegio Pediatrico Americano, consapevole di tali effetti nocivi, abbia pubblicato un articolo dal titolo oltremodo indicativo: Uso della marijuana: la legalizzazione non è una buona idea”.

Per quanto riguarda invece la condotta da seguire in famiglia, la dottoressa ha spiegato che “quello che purtroppo notiamo spesso in terapia familiare è il risultato di una condotta educativa adottata dai genitori, per lo più in maniera inconsapevole, caratterizzata dalla prospettiva amicale”.

“Tale impostazione – ha osservato –, pur racchiudendo anche alcuni elementi positivi, finisce molto spesso per chiedere livelli di assunzione di responsabilità e maturità a cui i figli non sono preparati”.

In conclusione
la Del Poggetto ha affermato: “È comune osservare giovani che non hanno ricevuto mappe etiche in grado di dare un orientamento, anzi, spesso subiscono in maniera martellante le coordinate morali offerte da un sistema mediatico che non aiuta la ragione a svilupparsi, ma la pone solamente in un’anarchica ed inconcludente fibrillazione”.

“Non si tratta di rivestire un ruolo autoritario, ma di recuperare una dimensione di autorevolezza. Se certi miti non saranno abbandonati, avremo la responsabilità d’intere generazioni bruciate”, ha poi avvertito.

**********
Bibliografia di approfondimento:
– Lynskey, M et al., Major depressive disorder, suicidal ideation, and suicide attempt in twins discordant for cannabis dependence and early-onset cannabis use. Archives of General Psychiatry, 61:1026–1032, 2004.


Harvey MA, Sellman JD, Porter RJ, Frampton CM. The relationship between non-acute adolescent cannabis use and cognition. Drug Alcohol Rev. 2007 May;26(3):309-19.

– Bedard M, Dubois S, Weaver B. The impact of cannabis on driving. Can J Public Health. 2007 Jan-Feb;98(1):6-11.

– Laumon B, Gadegbeku B, Martin JL,
Biecheler MB; SAM Group. Cannabis intoxication and fatal road crashes in
France: population based case-control study. BMJ. 2005 Dec 10;331(7529):1371.

– Mura P, Chatelain C, Dumestre V, Gaulier JM, Ghysel MH, Lacroix C, Kergueris MF, Lhermitte M, Moulsma M, Pepin G, Vincent F, Kintz P. Use of drugs of abuse in less than 30-year-old drivers killed in a road crash in France: a spectacular increase for cannabis, cocaine and amphetamines. Forensic Sci Int. 2006 Jul 13;160(2-3):168-72. 

buona notte

buona notte dans immagini buon...notte, giorno pesco

« A che debbo che la madre del mio Signore venga a me ? »

Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Discorsi su san Lucca, 7 ; PG 13, 1817s 

« A che debbo che la madre del mio Signore venga a me ? » 

“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo cha
la Madre del mio Signore venga a me?” Queste parole: “A che debbo?” non sono un segno di ignoranza, come se Elisabetta, piena dello Spirito Santo non sapesse che
la Madre del Signore fosse venuta per volontà di Dio. Il senso delle sue parole è questo: “Cosa ho fatto di bene? In cosa le mie opere hanno  tanto  valore da far sì che
la Madre del Signore venga a trovarmi? Sono forse una santa? Per quale perfezione, per quale fedeltà interiore ho meritato questo favore, una visita della Madre del Signore?” “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”. Aveva sentito che il Signore era venuto per santificare il suo servo anche prima la sua nascita.

Che io possa essere considerato pazzo da coloro che non hanno la fede, per aver creduto tali misteri!… Perché, ciò che è ritenuto follia da questa gente è per me occasione di salvezza. Infatti se la nascita del Salvatore non fosse stata celeste e beata, se essa non avesse avuto nulla di divino e di superiore alla natura umana, la sua dottrina non avrebbe mai raggiunto tutta la terra. Se nel seno di Maria, non vi fosse stato altro che un uomo, e non il Figlio di Dio, come sarebbe potuto succedere che, in quell’ epoca e ancora oggi, ogni sorta di malattia, non solo del corpo, ma anche dell’anima avesse potuto essere guarita?… Se raccogliamo quanto è stato riferito di Gesù, possiamo constatare che quanto è stato scritto a suo riguardo viene considerato divino e degno di ammirazione. Infatti la sua nascita, la sua educazione, la sua potenza, la sua Passione, la sua risurrezione, non sono soltanto dei fatti che sono successi in quell’ epoca: operano in noi, ancora oggi.

La festa della Protezione della Madre di Dio, celebrato il 1 ottobre…

La festa della Protezione della Madre di Dio, celebrato il 1 ottobre... dans immagini sacre md-protection-p

du site:

http://www.pagesorthodoxes.net/ressources/monastere-protection.htm

Monastère de la
Protection-de-la-Mère-de-Dieu
Église orthodoxe roumaine
Archidiocèse d’Amérique et du Canada
(traduzione dal francese)

La festa della Protezione della Madre di Dio, celebrato il 1 ottobre, ricorda una visione di santo André, il pazzo in Cristo, un giorno che si celebrava una guardia notturna nella chiesa dei Blanchernes a Costantinopoli. Alla quarta ora della notte, il santo in preghiera alzò verso il cielo gli occhi e vide la santa Madre di Dio tenersi al disopra dell’assemblea e ricoprire i suoi fedeli di suono  » mamphorion. » La Madre di Dio voleva significare che proteggeva la città imperiale e, per analogia, tutta la santa Chiesa di cui è il Segno. La Protezione della Madre di Dio (Pokrov) (Icona della Cappella

Publié dans:immagini sacre |on 30 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Pope Benedict XVI blesses a photo of 4-year-old abducted British girl Madeleine McCann

Pope Benedict XVI blesses a photo of 4-year-old abducted British girl Madeleine McCann dans immagini del Papa

Pope Benedict XVI blesses a photo of 4-year-old abducted British girl Madeleine McCann, while meeting her mother Kate McCann (R), after his weekly general audience at the Vatican May 30, 2007. The parents of a four-year-old British girl snatched from a Portuguese holiday resort nearly a month ago met Pope Benedict on Wednesday and the Pontiff blessed a photograph of the child. The mother of Madeleine McCann appeared to be holding back tears as she held up the picture of her daughter, which the Pope touched gently and then blessed with the sign of the cross. REUTERS/Osservatore Romano (VATICAN)

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Papa Benedetto – udienza genrale del mercoledì – Tertulliano

dal sito Vaticano

BENEDETTO XVI  

UDIENZA GENERALE  

Piazza San Pietro
Mercoledì, 30 maggio 2007 
  

Tertulliano 

Cari fratelli e sorelle, 

con la catechesi di oggi riprendiamo il filo delle catechesi abbandonato in occasione del viaggio in Brasile e continuiamo a parlare delle grandi personalità della Chiesa antica: sono maestri della fede anche per noi oggi e testimoni della perenne attualità della fede cristiana. Oggi parliamo di un  africano, Tertulliano, che tra la fine del secondo e l’inizio del terzo secolo inaugura la letteratura cristiana in lingua latina. Con lui comincia una teologia in tale lingua. La sua opera ha dato frutti decisivi, che sarebbe imperdonabile sottovalutare. Il suo influsso si sviluppa su diversi piani: da quelli del linguaggio e del recupero della cultura classica, a quelli dell’individuazione di una comune “anima cristiana” nel mondo e della formulazione di nuove proposte di convivenza umana. Non conosciamo con esattezza le date della sua nascita e della sua morte. Sappiamo invece che a Cartagine, verso la fine del II secolo, da genitori e da insegnanti pagani, ricevette una solida formazione retorica, filosofica, giuridica e storica. Si convertì poi al cristianesimo, attratto – come pare – dall’esempio dei martiri cristiani. Cominciò a pubblicare i suoi scritti più famosi nel 197. Ma una ricerca troppo individuale della verità insieme con le intemperanze del carattere — era un uomo rigoroso — lo condussero gradualmente a lasciare la comunione con
la Chiesa e ad aderire alla setta del montanismo. Tuttavia, l’originalità del pensiero unita all’incisiva efficacia del linguaggio gli assicurano una posizione di spicco nella letteratura cristiana antica. 

Sono famosi soprattutto i suoi scritti di carattere apologetico. Essi manifestano due intenti principali: quello di confutare le gravissime accuse che i pagani rivolgevano contro la nuova religione, e quello – più propositivo e missionario – di comunicare il messaggio del Vangelo in dialogo con la cultura del tempo. La sua opera più nota, l’Apologetico, denuncia il comportamento ingiusto delle autorità politiche verso
la Chiesa; spiega e difende gli insegnamenti e i costumi dei cristiani; individua le differenze tra la nuova religione e le principali correnti filosofiche del tempo; manifesta il trionfo dello Spirito, che alla violenza dei persecutori oppone il sangue, la sofferenza e la pazienza dei martiri: “Per quanto raffinata – scrive l’Africano -, a nulla serve la vostra crudeltà: anzi, per la nostra comunità, essa è un invito. A ogni vostro colpo di falce diveniamo più numerosi: il sangue dei cristiani è una semina efficace! (semen est sanguis christianorum!)” (Apologetico 50,13). Il martirio, la sofferenza per la verità sono alla fine vittoriosi e più efficaci della crudeltà e della violenza dei regimi totalitari. 

Ma Tertulliano, come ogni buon apologista, avverte nello stesso tempo l’esigenza di comunicare positivamente l’essenza del cristianesimo. Per questo egli adotta il metodo speculativo per illustrare i fondamenti razionali del dogma cristiano. Li approfondisce in maniera sistematica, a cominciare dalla descrizione del “Dio dei cristiani”: “Quello che noi adoriamo – attesta l’Apologista – è un Dio unico”. E prosegue, impiegando le antitesi e i paradossi caratteristici del suo linguaggio: “Egli è invisibile, anche se lo si vede; inafferrabile, anche se è presente attraverso la grazia; inconcepibile, anche se i sensi umani lo possono concepire; perciò è vero e grande!” (ibid., 17,1-2). 

Tertulliano, inoltre, compie un passo enorme nello sviluppo del dogma trinitario; ci ha dato in latino il linguaggio adeguato per esprimere questo grande mistero, introducendo i termini “una sostanza” e “tre Persone”. In modo simile, ha sviluppato molto anche il corretto linguaggio per esprimere il mistero di Cristo Figlio di Dio e vero Uomo. 

L’Africano tratta anche dello Spirito Santo, dimostrandone il carattere personale e divino: “Crediamo che, secondo la sua promessa, Gesù Cristo inviò per mezzo del Padre lo Spirito Santo, il Paraclèto, il santificatore della fede di coloro che credono nel Padre, nel Figlio e nello Spirito” (ibid., 2,1). Ancora, nelle opere dell’Africano si leggono numerosi testi sulla Chiesa, che Tertulliano riconosce sempre come ‘madre’. Anche dopo la sua adesione al montanismo, egli non ha dimenticato che
la Chiesa è
la Madre della nostra fede e della nostra vita cristiana. Egli si sofferma pure sulla condotta morale dei cristiani e sulla vita futura. I suoi scritti sono importanti anche per cogliere tendenze vive nelle comunità cristiane riguardo a Maria santissima, ai sacramenti dell’Eucaristia, del Matrimonio e della Riconciliazione, al primato petrino, alla preghiera… In modo speciale, in quei tempi di persecuzione in cui i cristiani sembravano una minoranza perduta, l’Apologista li esorta alla speranza, che – stando ai suoi scritti – non è semplicemente una virtù a sé stante, ma una modalità che investe ogni aspetto dell’esistenza cristiana. Abbiamo la speranza che il futuro è nostro perché il futuro è di Dio. Così la risurrezione del Signore viene presentata come il fondamento della nostra futura risurrezione, e rappresenta l’oggetto principale della fiducia dei cristiani: “La carne risorgerà – afferma categoricamente l’Africano -: tutta la carne, proprio la carne, e la carne tutta intera. Dovunque si trovi, essa è in deposito presso Dio, in virtù del fedelissimo mediatore tra Dio e gli uomini Gesù Cristo, che restituirà Dio all’uomo e l’uomo a Dio” (Sulla risurrezione dei morti 63,1). 

Dal punto di vista umano si può parlare senz’altro di un dramma di Tertulliano. Con il passare degli anni egli diventò sempre più esigente nei confronti dei cristiani. Pretendeva da loro in ogni circostanza, e soprattutto nelle persecuzioni, un comportamento eroico. Rigido nelle sue posizioni, non risparmiava critiche pesanti e inevitabilmente finì per trovarsi isolato. Del resto, anche oggi restano aperte molte questioni, non solo sul pensiero teologico e filosofico di Tertulliano, ma anche sul suo atteggiamento nei confronti delle istituzioni politiche e della società pagana. A me fa molto pensare questa grande personalità morale e intellettuale, quest’uomo che ha dato un così grande contributo al pensiero cristiano. Si vede che alla fine gli manca la semplicità, l’umiltà di inserirsi nella Chiesa, di accettare le sue debolezze, di essere tollerante con gli altri e con se stesso. Quando si vede solo il proprio pensiero nella sua grandezza, alla fine è proprio questa grandezza che si perde. La caratteristica essenziale di un grande teologo è l’umiltà di stare con
la Chiesa, di accettare le sue e le proprie debolezze, perché solo Dio è realmente tutto santo. Noi invece abbiamo sempre bisogno del perdono. 

In definitiva, l’Africano rimane un testimone interessante dei primi tempi della Chiesa, quando i cristiani si trovarono ad essere autentici soggetti di “nuova cultura” nel confronto ravvicinato tra eredità classica e messaggio evangelico. E’ sua la celebre affermazione secondo cui la nostra anima “è naturaliter cristiana” (Apologetico 17,6), dove Tertulliano evoca la perenne continuità tra gli autentici valori umani e quelli cristiani; e anche quell’altra sua riflessione, mutuata direttamente dal Vangelo, secondo cui “il cristiano non può odiare nemmeno i propri nemici” (cfr Apologetico 37), dove il risvolto morale, ineludibile, della scelta di fede, propone la “non violenza” come regola di vita: e non è chi non veda la drammatica attualità di questo insegnamento, anche alla luce dell’acceso dibattito sulle religioni. 

Negli scritti dell’Africano, insomma, si rintracciano numerosi temi che ancor oggi siamo chiamati ad affrontare. Essi ci coinvolgono in una feconda ricerca interiore, alla quale esorto tutti i fedeli, perché sappiano esprimere in maniera sempre più convincente
la Regola della fede, quella – per tornare ancora una volta a Tertulliano – “secondo la quale noi crediamo che esiste un solo Dio, e nessun altro al di fuori del Creatore del mondo: egli ha tratto ogni cosa dal nulla per mezzo del suo Verbo, generato prima di tutte le cose” (La prescrizione degli eretici 13,1). 

 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 30 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Joseph Ratzinger: l’uomo, il teologo, il Papa

dal sito:

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-05-29 

Joseph Ratzinger: l’uomo, il teologo, il Papa 

Giacomo Samek Lodovici e Alessandra Borghese ne hanno dibattuto alla “Giornata del Timone”

MILANO, martedì, 29 maggio 2007 (ZENIT.org).- A due anni dalla sua elezione al soglio pontificio la figura di Papa Benedetto XVI è sempre più al centro dei dibattiti culturali e delle tavole rotonde. Il pensiero e la personalità di Joseph Ratzinger sono stati oggetto anche della Giornata del Timone, tenutasi a Oreno di Vimercate sabato scorso.

La conferenza, intitolata “Benedetto XVI, l’uomo. La fede. La ragione”, ha avuto come relatori, il professor Giacomo Samek Lodovici, Assegnista di ricerca in Filosofia Morale all’Università Cattolica di Milano, e Alessandra Romana Borghese, giornalista e scrittrice, autrice del recente bestseller “Sulle tracce di Joseph Ratzinger”, sorta di diario di viaggio sui luoghi bavaresi dell’infanzia e della giovinezza del futuro Pontefice.

“Da circa mezzo secolo – ha esordito Samek Lodovici – gli scritti del teologo Joseph Ratzinger, incidono fortemente sul pensiero cristiano. Un aspetto saliente di tali opere è rappresentato dall’insistenza sulle due grandi dimensioni del Dio cristiano: l’Amore e
la Ragione”.

“Il cristianesimo ha infatti attribuito alla ragione umana un valore straordinario – ha spiegato Samek Lodovici – in quanto essa rispecchia la ragione di Dio, trasmette la dottrina della creazione che attribuisce a Dio la creazione di ottime cose e impone agli uomini il dovere di far fruttificare i doni che abbiamo ricevuto (vedi la parabola dei talenti)”.

“La maggior parte delle religioni antiche – ha proseguito – enfatizzavano soprattutto il senso del mistero. Il cristianesimo, al contrario, afferma che il mondo e la materia sono degni oggetti di scoperta e conoscenza. La nostra non è una religione panteistica: ammirando la bellezza dell’universo si può ammirare il genio di Dio, così come apprezzando un quadro, avremo in stima il pittore che lo ha dipinto”.

“Nello spiegare il rapporto tra amore e ragione – ha detto ancora– Benedetto XVI, nella Deus Caritas Est, ci dimostra quanto l’uomo sia tenuto a coniugare queste due componenti. Da un lato l’amore deve essere ragionevole, ovvero rifiutare ogni forma di sentimentalismo e di ‘emotivismo’ esagerati, così come siamo tenuti a respingere atti, spacciati erroneamente per esercizi di pietà umana, come l’aborto e l’eutanasia”.

“Fede e ragione, sono così strettamente legate ad avviso del Papa – ha continuato Samek Lodovici – da rendere inaccettabili il fideismo, ovvero il divorzio della fede dalla ragione (che già intravediamo nella Riforma Protestante) o nello scientismo che ritiene conoscibili esclusivamente i fenomeni percepibili dalla ragione”.

“La stessa fede deve parimenti essere ragionevole, evitando di giustificare fenomeni come la guerra santa – ha sottolineato –. La ragione, a sua volta, può essere di aiuto alla fede nel dimostrare l’esistenza di Dio, dando così uno scossone agli increduli ma anche accrescendo la fede di chi già crede”.

“Papa Ratzinger ci mette, inoltre, in guardia dal razionalismo estremo che erroneamente attribuisce alla ragione capacità illimitate, dimenticando che essa appartiene ad un essere finito. Una fede indebolita, poi, non può che debilitare a sua volta la ragione, dando luogo al cosiddetto ‘pensiero debole’”.

“Il divorzio tra fede e ragione fa scaturire, infine la dittatura del relativismo, dove il bene e il male non sono più comprensibili razionalmente e diventano una scelta arbitraria e soggettiva. Estrema conseguenza di ciò è la dittatura del desiderio, secondo la quale sono la natura e la legge a doversi adeguare al volere dell’uomo e non viceversa”, ha poi concluso.

L’intervento di Alessandra Borghese è stato incentrato sul suo ultimo libro e sul resoconto di un viaggio nella terra natale di Joseph Ratzinger, coinciso in parte con l’ultima visita pastorale del Santo Padre nella sua Baviera.

“Secondo monsignor Alessandro Maggiolini, Papa Ratzinger è sostanzialmente un agostiniano – ha affermato da subito
la Borghese –. Sant’Agostino, infatti, affermava che la ragione non può cogliere nel segno se non è trafitta dall’affectus, dall’abbandono e dallo stupore”.

“Visitare la terra natale del Papa – ha proseguito
la Borghese – mi ha fatto apprezzare sempre di più il personaggio Joseph Ratzinger. Attraverso le testimonianze di molti amici d’infanzia e conoscenti ho potuto ricostruire nel mio libro la storia della sua vicenda umana e spirituale e spiegarmi soprattutto il perché della grande fede di quest’uomo”.

“Il giovane Joseph – ha detto ancora
la Borghese – è cresciuto in una famiglia molto unita e molto religiosa, in una terra caratterizzata da una forte devozione popolare. Negli anni del nazismo la preghiera era per la famiglia Ratzinger, la miglior forma di difesa nei confronti di quanto stava accadendo in quegli anni in Germania”.

“Fu la madre, donna docile e piena di attenzioni, a indirizzare verso una salda religiosità i tre figli Maria, Georg (anch’egli sacerdote) e Joseph – ha raccontato –. Entrare in seminario al culmine di una guerra voluta da un regime ferocemente anticristiano e anticlericale, oltre che antisemita, fu un atto di grandissimo coraggio”.


La Baviera – ha raccontato
la Borghese, tornando all’attualità – offre ancora un cattolicesimo legato alle tradizioni popolari, ricco di allegria e giocosità. Le liturgie sono particolarmente ricche e i ragazzi sono orgogliosi di fare i chierichetti”.

“C’è una grande osservanza verso feste e solennità: l’onomastico è considerato più importante del compleanno e viene festeggiato regolarmente. Insomma, la ‘bavaresità’ ha senz’altro aiutato Jospeh Ratzinger a diventare Papa Benedetto XVI”, ha affermato poi.

“Conoscevamo il Cardinal Ratzinger come un distaccato intellettuale – ha detto ancora
la Borghese – oltre che inflessibile custode della dottrina e dell’ortodossia. Abbiamo scoperto, altresì, Benedetto XVI, un Papa ma anche un maestro della fede che sa parlare ai bambini e trasmettere loro con parole semplici ed efficaci il grande valore del sacramento della penitenza”.

“Abbiamo un Papa che non impone il pensiero cristiano a nessuno ma lo trasmette in maniera molto chiara, anche nei suoi aspetti più ‘scomodi’. Rispetto a Giovanni Paolo II, tende ad approfondire di più, anche in pubblico, gli aspetti più delicati e complessi del suo magistero”, ha commentato.

“Crede moltissimo nell’Italia ed è convinto che nel nostro paese il cattolicesimo è ancora radicato – anche in considerazione del grande successo del Family Day – sebbene spesso il nostro linguaggio di cattolici non è sempre compreso”, hai quindi concluso.

 

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