Archive pour avril, 2007

buona notte

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Albatros

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 29 avril, 2007 |Pas de commentaires »

« Io do loro la vita eterna »

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelia 14 sul vangelo ; PL 76, 1129-1130

« Io do loro la vita eterna »

Ecco che colui che è buono, non grazie a un dono ricevuto ma per natura, dice: « Io sono il buon Pastore ». E aggiunge, perché imitiamo il modello che egli ci ha dato nella sua bontà: « Il buon Pastore offre la vita per le pecore » (Gv 10,11). Egli ha attuato ciò che ha insegnato; egli ha mostrato ciò che ha comandato. Buon Pastore, ha dato la sua vita per le sue pecore, per cambiare il suo corpo e il suo sangue nel nostro sacramento, e saziare con il cibo della sua carne le pecore che aveva riscattate. La strada da seguire è indicata: questa strada è il disprezzo della morte. Ecco posto davanti a noi il modello al quale dobbiamo conformarci. Prima dedicarsi nei fatti con tenerezza alle proprie pecore; ma poi, se è necessario, offrire loro persino la propria morte.

Aggiunge poi: « Conosco le mie pecore », cioè le amo, « e le mie, pecore conoscono me ». Come a dire apertamente: corrispondono all’amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l’amore della verità. Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume delle verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell’amore; non del solo credere, ma anche dell’operare. L’evangelista Giovanni infatti spiega: « Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo » (1 Gv 2,4). Perciò in questo stesso passo, il Signore subito soggiunge: « come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore ». Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall’amore con cui muoio per le pecore.

Cipriano di Cartagine, L’orazione del Signore

 dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/elepreg.html

Questo pane sia dato a noi ogni giorno

 lo invece, una volta lavato i piedi,

ho bisogno di quel battesimo di cui il Signore ha detto:

« Quanto a me, con un altro battesimo

devo essere battezzato ».

Preghiamo che ogni giorno questo pane sia dato a noi,

che viviamo nella grazia di Cristo,

ed ogni giorno riceviamo l’Eucaristia

quale farmaco di salute,

affinche non ci avvenga che sospesi per qualche misfatto

dalla comunione del Pane celeste,

siamo separati dal corpo di Cristo.

Cipriano di Cartagine, L’orazione del Signore

Publié dans:preghiere |on 28 avril, 2007 |Pas de commentaires »

« L’imitazione di Cristo sofferente » dal sito della Parrocchia di Santa Melania

 il testo è interessante non so perché mi viene scritto in modo così strano, forse perché è un po’ lungo, ma è bello spero che lo apprezziate ugualmente,

« L’imitazione di Cristo sofferente »  di p. Tomáš Špidlík, sj   

Nelle scuole dell’antico impero romano c’era anche un programma di insegnamento morale. Lo si faceva in modo molto concreto.Si proponevano ai giovani esempi da seguire:dei saggi, degli eroi morti per la patria, dei grandi strateghi, e degli uomini di governo.Quando dopo la pace di Costantino l’impero divenne ufficialmente cristiano, questo programma non corrispondeva più alle esigenze dei tempi. Si cercarono quindi di sostituire questi esempi pagani con esempi cristiani, cioè con i santi  sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dei martiri e dei cristiani perfetti apparsi nella storia della Chiesa. Essi furono commemorati anche nella liturgia. Si è formato anche un calendario che propone l’esempio di un determinato santo quel giorno o quell’altro dell’anno.  Nello stesso tempo i fedeli furono convinti che i santi sono come “un riflesso del sole e dell’acqua”. Qui si può osservare la luce senza essere accecati dallo splendore. Ma resta pur vero che il primo esempio ad essere contemplato e seguito è  lo stesso Gesù Cristo.I suoi primi discepoli non avevano altro libro da imparare che tenere davanti ai loro occhi ciò che avevano veduto nel loro Maestro. Perciò nella storia della spiritualità il tema della imitazione di Cristo occupa un posto importante. “Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”.  Eppure ogni tanto venne qualche dubbio e qualche obiezione contro questo ideale. Lo espresse presempio Martin Lutero. Pensava che uno che imita un altro finisce per vederlo davanti a sè, separato da sè. In tal modo Cristo appare un ideale così sublime che l’uomo non può pretendere di essere capace imitarlo. Bisogna quindi che Cristo sia non “davanti a noi”, ma “dentro di noi”. In altre parole si dice, dobbiamo vivere non “secondo Cristo”, ma “in Cristo”, identificarci con Lui. Così si esprime già San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).  La risposta a queste obiezioni è facile. E’certo che Cristo non si può imitare come qualche eroe umano. Non ne abbiamo la forza. Ma i cristiani sono consapevoli che Cristo vive in loro per mezzo del suo Spirito ricevuto nel battesimo ed è in forza di questo Spirito che possiamo imitarlo secondo le nostre possibilità, lasciando che Lui stesso compia la sua opera in noi. I predicatori amano illustrare questo aspetto con un esempio. Si racconta che un giovane pittore sia stato un grande ammiratore del famoso maestro Domenichino. Decise di imitare uno dei suoi quadri in una chiesa. Lavorava con successo fino a quando doveva riprodurre il volto della persona. Per quanti sforzi facesse, il risultato era sempre negativo, usciva fuori sempre un volto differente. Disperato, buttò il pannello per terra. In quel momento si avvicinò un vechio signore che già da lungo lo osservava, prese il pennello e con poca fatica finì il quadro. E questa volta era la vera riproduzione del grande maestro. Il giovane lo gurdò sbalordito: “Signore, lei è un angelo!”. Il vecchio sorrise: “No non sono un angelo, sono Domenichino”. I santi hanno una simile esperienza. Dopo tanti fallimenti e dopo tante debolezze, sentono che Cristo vive in loro e che Lui stesso dipinge la sua immagine nel loro cuore. I pittori umani insegnano ai loro discepoli il metodo da seguire, il Mestro divino comunica a loro anche il suo talento.  Allora la via della imitazione di Cristo diventa facile. Lo si può illustrare con un altro esempio. La leggenda racconta che il santo principe Venceslao portava ai poveri legna e cibo nel duro inverno e in questa occasione andava a piedi nudi attraverso la neve. Il paggio che lo seguiva non sopportava il freddo e si lamentava. Allora il santo gli consigliò di mettere i suoi piedi accuratamente nelle sue tracce, nelle impronte sulla neve. Facendo così il paggio si sentì meravigliosamente riscaldato.  Frequentemente nei luoghi di pellegrinaggio è costruita una Via Crucis in forma vistosa. Ad ogni “stazione”  è consacrata una cappella speciale. Le preghiere corrispondenti esortano i fedeli a meditare sui diversi momenti della passione del Salvatore e a riflettere sulla propria vita, perché anch’essa è un cammino doloroso, ad imitazione di Gesù. Del resto una Via crucis si osserva in tutte le chiese cattoliche di rito latino.  Ma si sentono anche voci contrarie. Alcuni fanno obiezioni contro questo « dolorismo » medievale e portano l’esempio delle icone delle Chiese orientali dove Cristo è rappresentato come glorioso, cioè come colui che ha vinto il male e tutte le sue conseguenze. Vederlo solo nella nella sua sofferenza diminuisce il suo valore e dissuade dalla gioia di seguirlo. Inoltre vi si nota un modo di pensare troppo analitico che separa due aspetti di per sé indivisibili. Nella vita di Cristo vi è una “umiliazione fino alla morte » e insieme la « glorificazione » infinita. Sarebbero una « dopo » l’altra, o vanno piuttosto insieme? Nella prima metà di questo secolo il teologo orientale Sergej Bulgakov propose la sua spiegazione della kenosi di Cristo interpretando il testo fondamentale di San Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina… spogliò se stesso (in greco ekenosen, letteralmente: evacuò se stesso), facendosi obbediente fino alla morte e alla morte della croce; per questo Dio l’ha esaltato…» (Fil 2,5 ss). L’autore non vuol negare 1′insegnamento tradizionale secondo il quale Cristo ha sofferto eroicamente come uomo. Tuttavia, per comprendere la sofferenza dell’uomo, si deve partire da Cristo Dio, non vi può essere una incoerenza fra l’atteggiamento umano e l’atteggiamento divino.  Anche nella vita divina in seno alla SS. Trinità il Figlio si « spoglia », non tiene niente come proprio, ricevendo tutto il pensiero, tutta la volontà dal Padre. Ma questa « umiliazione celeste » costituisce la sua gloria e la sua beatitudine infinita, senza qualsiasi traccia di sofferenza. Incarnandosi, facendosi uomo, Cristo trasferisce questo stesso atteggiamento nella realtà del mondo peccaminoso che si ribella al Padre.  Ed a causa di questa resistenza del mondo peccaminoso, l’umiliazione del Figlio di Dio comporta la sofferenza che è inseparabile da ogni situazione peccaminosa. Ma con questo non dobbiamo immaginarci che la beatitudine di Cristo Dio non esista più. In modo misterioso, la sofferenza e la beatitudine sono unite. La beatitudine è come un fuoco che progressivamente brucia la sofferenza per arrivare allo stato glorioso anche nell’umanità.  Questo vale solo per il Cristo individuale o anche per il Cristo mistico, per i suoi santi? I diari dei mistici ci insegnano che anche nella loro vita le grandi sofferenze si trasformavano in una gioia indicibile. Solo così poteva scrivere santa Teresa d’Avila: «O patire o morire», cioè senza la sofferenza la vita non mi interessa più. In altro luogo attesta che soffriva molto, ma che Dio non l’ha mai lasciata patire senza una consolazione particolare. I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La meditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche « dolorismo » non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano con la ferma convinzione che questo viene progressivamente superato dal fuoco divino, dalla luce splendente dello Spirito che risiede nei nostri cuori.  

Publié dans:meditazioni |on 28 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Basta con le stragi E stanotte si fa sul serio

Dal sito on line di “Avvenire”

Iniziativa simbolica per cambiare gli stili di vita 

Basta con le stragi E stanotte si fa sul serio 

Giovanni Ruggiero  

Si vedono sempre più spesso lungo le nostre strade quelle steli funerarie laiche che la polvere e i fumi di scappamento ingrigiscono, scolorando i fiori di plastica che lì qualcuno ha deposto. Queste lapidi senza una croce e senza una preghiera direbbero, come in una nostrana Spoon River: sono morto qui per un bicchiere di troppo e per provare un’ebbrezza in più. Con la spietatezza dei numeri, l’Istat ci dice che solo nel fine settimana in dieci anni sono morti sulle strade 8.000 ragazzi, quasi 200 dall’inizio del 2007: sono le stragi del sabato sera che rappresentano il 43 per cento di tutti gli incidenti stradali e la metà delle cause di morte tra i giovani. Su questi numeri riflettiamo, ma mai abbastanza, solo quando i giornali contano le vittime sull’asfalto. La soluzione, allora, appare a tutti delle volte ovvia e perfino immediata. La patente a punti, i maggiori controlli delle forze dell’ordine, la chiusura anticipata delle discoteche, la limitazione della somministrazione dell’alcol e dei decibel profusi nelle sale da ballo: sembrano tutte risposte possibili, efficaci e definitive. E lo sono, fino alla prossima strage.
Per riflettere su questo, proprio la prossima – stanotte – l’hanno battezzata « Una notte per la vita », per nutrire una speranza: svegliarsi domani senza contare altri morti e restare sgomenti per la violenza dell’urto, per la forza delle fiamme che hanno avvinto i corpi e per le lacrime di chi racconta. Questa notte, con lo stop alle auto per recarsi in discoteca, sostituite con taxi o con navette, dovrebbe dimostrare, secondo l’Associazione familiari vittime della strada che l’ha promossa, che è possibile la « mortalità zero » e che si può fermare la morte sul fronte del divertimento.
Questa notte ha un valore simbolico e, se vista nel complesso della Settimana mondiale per la sicurezza stradale promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è anche un’occasione per riflettere. All’iniziativa hanno aderito varie personalità de lla politica e il Forum delle associazioni familiari.
La Cei stessa, accogliendola come un segnale positivo, chiede che il problema sia posto in primo piano nell’impegno educativo delle comunità parrocchiali, delle famiglie e delle istituzioni.
Con ciò la prospettiva cambia: le stragi vanno fermate con gli strumenti di cui già disponiamo e con altri che si ipotizzano, come ad esempio l’uso gratuito di etilometri, così che il conducente possa appurare direttamente se può mettersi al volante, o anche l’introduzione di un tutore, una persona cioè che non beve e accompagna tutti a casa, come è costume in molti Paesi del Nord Europa. Ma basta? Il Papa ha di recente sollecitato le istituzioni pubbliche perché si adoperino «per mantenere le arterie stradali sicure», ma Benedetto XVI ha fatto anche appello al senso di responsabilità che ciascuno ha verso se stesso e verso la collettività.
Viene allora da chiedersi: la guida in stato di ubriachezza è solo la causa degli incidenti e dunque delle stragi, o è anche un sintomo di personalità che sono in ricerca di qualcosa che non trovano e che suppongono di aver conquistato con lo sballo di una notte? Diventa allora più difficile invertire la rotta e fermare le stragi, poiché resta alla base un problema educativo: educare ad amare la vita, la propria e quella degli altri. Una vita che è un bene da godere nella gioia, ma anche nel rispetto di regole che non sono soltanto quelle del codice della strada.

 

 

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 27 avril, 2007 |Pas de commentaires »

« Tu hai parole di vita eterna »

dal sito EAQ: 

Concilio Vaticano II
Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione (Dei Verbum), § 24-26

« Tu hai parole di vita eterna »

Le Sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio, sia dunque lo studio delle sacre pagine come l’anima della sacra teologia. Anche il ministero della parola, cioè la predicazione pastorale, la catechesi e ogni tipo di istruzione cristiana… trova in questa stessa parola della Scrittura un sano nutrimento e un santo vigore…

Il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli… ad apprendere « la sublime scienza di Gesù Cristo » (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. « L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo » (San Girolamo). Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini » (Sant’Ambrogio)…

In tal modo dunque, con la lettura e lo studio dei sacri Libri « la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» (2 Ts 3,1), e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso alla vita spirituale dall’accresciuta venerazione per la parola di Dio, che «permane in eterno» (Is 40,8; cfr. 1 Pt 1,23-25).

Bruno Forte – Lettera sulla preghiera

 dal sito:

http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/vis_diocesi.jsp?idDiocesi=55

Bruno Forte  Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto 

Lettera sulla preghiera

 Messaggio per
la Quaresima 2007 

La preghiera, l’elemosina, il digiuno:  ecco i tre pilastri del cammino di conversione della Quaresima. Al digiuno ho dedicato il messaggio per la Quaresima del 2005,  all’amore che è effuso in noi mediante la contemplazione  del Volto di Gesù e l’accoglienza della Sua misericordia  il messaggio quaresimale del 2006.  Dedico alla preghiera il messaggio di questa Quaresima,  riprendendo una lettera che ho scritto qualche anno fa durante una prolungata esperienza di preghiera,  un testo breve, già molto diffuso, tradotto anche in varie lingue,  che ora vorrei proporre a tutti Voi,  miei Figli della Chiesa di Chieti-Vasto, anche per prepararci alla Scuola della preghiera  cui vorremmo dare inizio nel prossimo Avvento. Possa lo Spirito insegnarci a pregare e ci accompagni in questo cammino la Vergine Orante,  Maria, Madre del Signore e Madre nostra.   Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere.  Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare:  una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita.   Mi dici: ma io non so pregare! Mi chiedi: come pregare? Ti rispondo: comincia a dare un po’ del tuo tempo a Dio. All’inizio, l’importante non sarà che questo tempo sia tanto, ma che Tu glielo dia fedelmente. Fissa tu stesso un tempo da dare ogni giorno al Signore, e daglielo fedelmente, ogni giorno, quando senti di farlo e quando non lo senti. Cerca un luogo tranquillo, dove se possibile ci sia qualche segno che richiami la presenza di Dio (una croce, un’icona, la Bibbia, il Tabernacolo con la Presenza eucaristica…). Raccogliti in silenzio: invoca lo Spirito Santo, perché sia Lui a gridare in te “Abbà, Padre!”. Porta a Dio il tuo cuore, anche se è in tumulto: non aver paura di dirGli tutto, non solo le tue difficoltà e il tuo dolore, il tuo peccato e la tua incredulità, ma anche la tua ribellione e la tua protesta, se le senti dentro.  Tutto questo, mettilo nelle mani di Dio: ricorda che Dio è Padre – Madre nell’amore, che tutto accoglie, tutto perdona, tutto illumina, tutto salva. Ascolta il Suo Silenzio: non pretendere di avere subito le risposte. Persevera. Come il profeta Elia, cammina nel deserto verso il monte di Dio: e quando ti sarai avvicinato a Lui, non cercarlo nel vento, nel terremoto o nel fuoco, in segni di forza o di grandezza, ma nella voce del silenzio sottile (cf. 1 Re 19,12). Non pretendere di afferrare Dio, ma lascia che Lui passi nella tua vita e nel tuo cuore, ti tocchi l’anima, e si faccia contemplare da te anche solo di spalle.  Ascolta la voce del Suo Silenzio. Ascolta la Sua Parola di vita: apri la Bibbia, meditala con amore, lascia che la parola di Gesù parli al cuore del tuo cuore; leggi i Salmi, dove troverai espresso tutto ciò che vorresti dire a Dio; ascolta gli apostoli e i profeti; innamorati delle storie dei Patriarchi e del popolo eletto e della chiesa nascente, dove incontrerai l’esperienza della vita vissuta nell’orizzonte dell’alleanza con Dio. E quando avrai ascoltato
la Parola di Dio, cammina ancora a lungo nei sentieri del silenzio, lasciando che sia lo Spirito a unirti a Cristo, Parola eterna del Padre. Lascia che sia Dio Padre a plasmarti con tutte e due le Sue mani, il Verbo e lo Spirito Santo. 
 All’inizio, potrà sembrarti che il tempo per tutto questo sia troppo lungo, che non passi mai: persevera con umiltà, dando a Dio tutto il tempo che riesci a darGli, mai meno, però, di quanto hai stabilito di poterGli dare ogni giorno. Vedrai che di appuntamento in appuntamento la tua fedeltà sarà premiata, e ti accorgerai che piano piano il gusto della preghiera crescerà in te, e quello che all’inizio ti sembrava irraggiungibile, diventerà sempre più facile e bello. Capirai allora che ciò che conta non è avere risposte, ma mettersi a disposizione di Dio: e vedrai che quanto porterai nella preghiera sarà poco a poco trasfigurato.  Così, quando verrai a pregare col cuore in tumulto, se persevererai, ti accorgerai che dopo aver a lungo pregato non avrai trovato risposte alle tue domande, ma le stesse domande si saranno sciolte come neve al sole e nel tuo cuore entrerà una grande pace: la pace di essere nelle mani di Dio e di lasciarti condurre docilmente da Lui, dove Lui ha preparato per te. Allora, il tuo cuore fatto nuovo potrà cantare il cantico nuovo, e il “Magnificat” di Maria uscirà spontaneamente dalla tue labbra e sarà cantato dall’eloquenza silenziosa delle tue opere.  Sappi, tuttavia, che non mancheranno in tutto questo le difficoltà: a volte, non riuscirai a far tacere il chiasso che è intorno a te e in te; a volte sentirai la fatica o perfino il disgusto di metterti a pregare; a volte, la tua sensibilità scalpiterà, e qualunque atto ti sembrerà preferibile allo stare in preghiera davanti a Dio, a tempo “perso”. Sentirai, infine, le tentazioni del Maligno, che cercherà in tutti i modi di separarti dal Signore, allontanandoti dalla preghiera. Non temere: le stesse prove che tu vivi le hanno vissute i santi prima di te, e spesso molto più pesanti delle tue. Tu continua solo ad avere fede. Persevera, resisti e ricorda che l’unica cosa che possiamo veramente dare a Dio è la prova della nostra fedeltà. Con la perseveranza salverai la tua preghiera, e la tua vita.  Verrà l’ora della “notte oscura”, in cui tutto ti sembrerà arido e perfino assurdo nelle cose di Dio: non temere. È quella l’ora in cui a lottare con te è Dio stesso: rimuovi da te ogni peccato, con la confessione umile e sincera delle tue colpe e il perdono sacramentale; dona a Dio ancor più del tuo tempo; e lascia che la notte dei sensi e dello spirito diventi per te l’ora della partecipazione alla passione del Signore. A quel punto, sarà Gesù stesso a portare la tua croce e a condurti con sé verso la gioia di Pasqua. Non ti stupirai, allora, di considerare perfino amabile quella notte, perché la vedrai trasformata per te in notte d’amore, inondata dalla gioia della presenza dell’Amato, ripiena del profumo di Cristo, luminosa della luce di Pasqua.  Non avere paura, dunque, delle prove e delle difficoltà nella preghiera: ricorda solo che Dio è fedele e non ti darà mai una prova senza darti la via d’uscita e non ti esporrà mai a una tentazione senza darti la forza per sopportarla e vincerla. Lasciati amare da Dio: come una goccia d’acqua che evapora sotto i raggi del sole e sale in alto e ritorna alla terra come pioggia feconda o rugiada consolatrice, così lascia che tutto il tuo essere sia lavorato da Dio, plasmato dall’amore dei Tre, assorbito in Loro e restituito alla storia come dono fecondo. Lascia che la preghiera faccia crescere in te la libertà da ogni paura, il coraggio e l’audacia dell’amore, la fedeltà alle persone che Dio ti ha affidato e alle situazioni in cui ti ha messo, senza cercare evasioni o consolazioni a buon mercato. Impara, pregando, a vivere la pazienza di attendere i tempi di Dio, che non sono i nostri tempi, ed a seguire le vie di Dio, che tanto spesso non sono le nostre vie.  Un dono particolare che la fedeltà nella preghiera ti darà è l’amore agli altri e il senso della chiesa: più preghi, più sentirai misericordia per tutti, più vorrai aiutare chi soffre, più avrai fame e sete di giustizia per tutti, specie per i più poveri e deboli, più accetterai di farti carico del peccato altrui per completare in te ciò che manca alla passione di Cristo a vantaggio del Suo corpo, la chiesa. Pregando, sentirai come è bello essere nella barca di Pietro, solidale con tutti, docile alla guida dei pastori, sostenuto dalla preghiera di tutti, pronto a servire gli altri con gratuità, senza nulla chiedere in cambio. Pregando sentirai crescere in te la passione per l’unità del corpo di Cristo e di tutta la famiglia umana. La preghiera è la scuola dell’amore, perché è in essa che puoi riconoscerti infinitamente amato e nascere sempre di nuovo alla generosità che prende l’iniziativa del perdono e del dono senza calcolo, al di là di ogni misura di stanchezza.  Pregando, s’impara a pregare, e si gustano i frutti dello Spirito che fanno vera e bella la vita: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Pregando, si diventa amore, e la vita acquista il senso e la bellezza per cui è stata voluta da Dio. Pregando, si avverte sempre più l’urgenza di portare il Vangelo a tutti, fino agli estremi confini della terra. Pregando, si scoprono gli infiniti doni dell’Amato e si impara sempre di più a rendere grazie a Lui in ogni cosa. Pregando, si vive. Pregando, si ama. Pregando, si loda. E la lode è la gioia e la pace più grande del nostro cuore inquieto, nel tempo e per l’eternità.  Se dovessi, allora, augurarti il dono più bello, se volessi chiederlo per te a Dio, non esiterei a domandarGli il dono della preghiera. Glielo chiedo: e tu non esitare a chiederlo a Dio per me. E per te. La pace del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con te. E tu in loro: perché pregando entrerai nel cuore di Dio, nascosto con Cristo in Lui, avvolto dal Loro amore eterno, fedele e sempre nuovo. Ormai lo sai: chi prega con Gesù e in Lui, chi prega Gesù o il Padre di Gesù o invoca il Suo Spirito, non prega un Dio generico e lontano, ma prega in Dio, nello Spirito, per il Figlio il Padre. E dal Padre, per mezzo di Gesù, nel soffio divino dello Spirito, riceverà ogni dono perfetto, a lui adatto e per lui da sempre preparato e desiderato. Il dono che ci aspetta. Che ti aspetta. 

Publié dans:meditazioni |on 27 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Predicatore del Papa: la dimensione di Cristo come “buon pastore”

dal sito: 

http://www.zenit.org/italian/

Predicatore del Papa: la dimensione di Cristo come “buon pastore” 

Commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., al Vangelo domenicale 

ROMA, venerdì, 27 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di questa domenica, IV di Pasqua.

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IO SONO IL BUON PASTORE

IV Domenica di Pasqua
Atti 13, 14. 43-52; Apocalisse 7, 9.14b-17; Giovanni 10, 27-30

In tutti e tre i cicli liturgici, la IV Domenica di Pasqua presenta un brano del Vangelo di Giovanni sul buon pastore. Dopo averci condotto, Domenica scorsa, tra i pescatori, il Vangelo ci conduce tra i pastori. Due categorie di uguale importanza nei vangeli. Dall’una deriva il titolo di « pescatori di uomini », dall’altra quello di « pastori di anime », dato agli apostoli.

La maggior parte della Giudea era un altipiano dal suolo aspro e sassoso, più adatto alla pastorizia che all’agricoltura. L’erba era scarsa e il gregge doveva spostarsi continuamente; non c’erano muri di protezione e questo richiedeva la costante presenza del pastore in mezzo al gregge. Un viaggiatore del secolo scorso ci ha lasciato un ritratto del pastore nella Palestina di allora: « Quando lo vedi su un alto pascolo, insonne, lo sguardo che scruta in lontananza, esposto alle intemperie, appoggiato al suo bastone, sempre attento ai movimenti del gregge, capisci perché il pastore ha acquistato tale importanza nella storia d’Israele che essi hanno dato questo titolo ai loro re e Cristo lo ha assunto come emblema di sacrificio di sé ».

Nell’antico Testamento Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo. « Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla  » (Sal 23,1). « Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce » (Sal 95,7). Il futuro Messia è anch’esso descritto con l’immagine del pastore: « Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri » (Is 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo. Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; si impietosisce del popolo perché lo vede « come pecore senza pastore » (Mt 9,36); chiama i suoi discepoli « il piccolo gregge » (Lc 12, 32). Pietro chiama Gesù « il pastore delle nostre anime » (1 Pt 2, 25) e la Lettera agli Ebrei « il grande pastore delle pecore » (Eb 13,20).

Di Gesù buon pastore il brano evangelico di questa Domenica mette in risalto alcune caratteristiche. La prima riguarda la conoscenza reciproca tra pecore e pastore: « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono ». In certi paesi d’Europa, gli ovini sono allevati principalmente per le carni; in Israele erano allevati soprattutto per la lana e il latte. Esse perciò rimanevano per anni e anni in compagnia del pastore che finiva per conoscere il carattere di ognuna e chiamarla con qualche affettuoso nomignolo.

È chiaro ciò che Gesù vuole dire con queste immagini. Egli conosce i suoi discepoli (e, in quanto Dio, tutti gli uomini), li conosce « per nome » che per la Bibbia vuol dire nella loro più intima essenza. Egli li ama con un amore personale che raggiunge ciascuno come se fosse il solo ad esistere davanti a lui. Cristo non sa contare che fino a uno: e quell’uno è ognuno di noi.

Un’altra cosa ci dice del buon pastore il brano odierno di Vangelo. Egli dà la vita alle pecore e per le pecore e nessuno potrà rapirgliele. L’incubo dei pastori d’Israele erano le bestie selvagge – lupi e iene – e i briganti. In luoghi così isolati essi costituivano una minaccia costante. Era il momento in cui veniva fuori la differenza tra il vero pastore -quello che pasce le pecore di famiglia, che ha la vocazione di pastore- e il salariato che si mette a servizio di qualche pastore unicamente per la paga che ne riceve, ma non ama, e spesso anzi odia le pecore. Di fronte al pericolo, il mercenario fugge e lascia le pecore in balia del lupo o del brigante; il vero pastore affronta coraggiosamente il pericolo per salvare il gregge. Questo spiega perché la liturgia ci propone il Vangelo del buon pastore nel tempo pasquale: la Pasqua è stata il momento in cui Cristo ha dimostrato di essere il buon pastore che da la vita per le sue pecore.

 

 

Benedetto XVI presenta la figura di Origene

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al sito Zenith: 

Data pubblicazione: 2007-04-26 

Benedetto XVI presenta la figura di Origene 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 aprile 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale, incontrandosi con i pellegrini e i fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nella sua catechesi, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi sui Padri Apostolici, si è soffermato sulla figura di Origene. 

* * * 

Cari fratelli e sorelle,

nelle nostre meditazioni sulle grandi personalità della Chiesa antica, ne conosciamo oggi ad una delle più rilevanti. Origene alessandrino è realmente una delle personalità determinanti per tutto lo sviluppo del pensiero cristiano. Egli raccoglie l’eredità di Clemente alessandrino, su cui abbiamo meditato mercoledì scorso, e la rilancia verso il futuro in maniera talmente innovativa, da imprimere una svolta irreversibile allo sviluppo del pensiero cristiano. Fu un vero « maestro », e così lo ricordavano con nostalgia e commozione i suoi allievi: non soltanto un brillante teologo, ma un testimone esemplare della dottrina che trasmetteva. « Egli insegnò », scrive Eusebio di Cesarea, suo biografo entusiasta, « che la condotta deve corrispondere esattamente alla parola, e fu soprattutto per questo che, aiutato dalla grazia di Dio, indusse molti a imitarlo » (Hist. Eccl. 6,3,7).

Tutta la sua vita fu percorsa da un incessante anelito al martirio. Aveva diciassette anni quando, nel decimo anno dell’imperatore Settimio Severo, scoppiò ad Alessandria la persecuzione contro i cristiani. Clemente, suo maestro, abbandonò la città, e il padre di Origene, Leonide, venne gettato in carcere. Suo figlio bramava ardentemente il martirio, ma non poté realizzare questo desiderio. Allora scrisse al padre, esortandolo a non recedere dalla suprema testimonianza della fede. E quando Leonide venne decapitato, il piccolo Origene sentì che doveva accogliere l’esempio della sua vita. Quarant’anni più tardi, mentre predicava a Cesarea, uscì in questa confessione: « A nulla mi giova aver avuto un padre martire, se non tengo una buona condotta e non faccio onore alla nobiltà della mia stirpe, cioè al martirio di mio padre e alla testimonianza che l’ha reso illustre in Cristo » (Hom. Ez. 4,8). In un’omelia successiva – quando, grazie all’estrema tolleranza dell’imperatore Filippo l’Arabo, sembrava ormai sfumata l’eventualità di una testimonianza cruenta – Origene esclama: « Se Dio mi concedesse di essere lavato nel mio sangue, così da ricevere il secondo battesimo avendo accettato la morte per Cristo, mi allontanerei sicuro da questo mondo… Ma sono beati coloro che meritano queste cose » (Hom. Iud. 7,12). Queste espressioni rivelano tutta la nostalgia di Origene per il battesimo di sangue. E finalmente questo irresistibile anelito venne, almeno in parte, esaudito. Nel 250, durante la persecuzione di Decio, Origene fu arrestato e torturato crudelmente. Fiaccato dalle sofferenze subite, morì qualche anno dopo. Non aveva ancora settant’anni.

Abbiamo accennato a quella « svolta irreversibile » che Origene impresse alla storia della teologia e del pensiero cristiano. Ma in che cosa consiste questa « svolta », questa novità così gravida di conseguenze? Essa corrisponde in sostanza alla fondazione della teologia nella spiegazione delle Scritture. Far teologia era per lui essenzialmente spiegare, comprendere
la Scrittura; o potremmo anche dire che la sua teologia è la perfetta simbiosi tra teologia ed esegesi. In verità, la sigla propria della dottrina origeniana sembra risiedere appunto nell’incessante invito a passare dalla lettera allo spirito delle Scritture, per progredire nella conoscenza di Dio. E questo cosiddetto « allegorismo », ha scritto von Balthasar, coincide precisamente « con lo sviluppo del dogma cristiano operato dall’insegnamento dei dottori della Chiesa », i quali – in un modo o nell’altro – hanno accolto la « lezione » di Origene. Così la tradizione e il magistero, fondamento e garanzia della ricerca teologica, giungono a configurarsi come « Scrittura in atto » (cfr Origene: il mondo, Cristo e
la Chiesa
, tr. it., Milano 1972, p. 43). Possiamo affermare perciò che il nucleo centrale dell’immensa opera letteraria di Origene consiste nella sua « triplice lettura » della Bibbia. Ma prima di illustrare questa « lettura » conviene dare uno sguardo complessivo alla produzione letteraria dell’Alessandrino. San Girolamo nella sua Epistola 33 elenca i titoli di 320 libri e di 310 omelie di Origene. Purtroppo la maggior parte di quest’opera è andata perduta, ma anche il poco che ne rimane fa di lui l’autore più prolifico dei primi tre secoli cristiani. Il suo raggio di interessi si estende dall’esegesi al dogma, alla filosofia, all’apologetica, all’ascetica e alla mistica. È una visione fondamentale e globale della vita cristiana.

Il nucleo ispiratore di quest’opera è, come abbiamo accennato, la « triplice lettura » delle Scritture sviluppata da Origene nell’arco della sua vita. Con questa espressione intendiamo alludere alle tre modalità più importanti – tra loro non successive, anzi più spesso sovrapposte – con le quali Origene si è dedicato allo studio delle Scritture. Anzitutto egli lesse
la Bibbia con l’intento di accertarne al meglio il testo e di offrirne l’edizione più affidabile. Questo, ad esempio, è il primo passo: conoscere realmente che cosa sta scritto e conoscere che cosa questa scrittura voleva intenzionalmente e inizialmente dire. Ha fatto un grande studio a questo scopo ed ha redatto un’edizione della Bibbia con sei colonne parallele, da sinistra a destra, con il testo ebraico in caratteri ebraici – egli ha avuto anche contatti con i rabbini per capire bene il testo originale ebraico della Bibbia -, poi il testo ebraico traslitterato in caratteri greci e poi quattro traduzioni diverse in lingua greca, che gli permettevano di comparare le diverse possibilità di traduzione. Di qui il titolo di « Esapla » (« sei colonne ») attribuito a questa immane sinossi. Questo è il primo punto: conoscere esattamente che cosa sta scritto, il testo come tale. In secondo luogo Origene lesse sistematicamente
la Bibbia con i suoi celebri Commentari. Essi riproducono fedelmente le spiegazioni che il maestro offriva durante la scuola, ad Alessandria come a Cesarea. Origene procede quasi versetto per versetto, in forma minuziosa, ampia e approfondita, con note di carattere filologico e dottrinale. Egli lavora con grande esattezza per conoscere bene che cosa volevano dire i sacri autori.

Infine, anche prima della sua ordinazione presbiterale, Origene si dedicò moltissimo alla predicazione della Bibbia, adattandosi a un pubblico variamente composito. In ogni caso, si avverte anche nelle sue Omelie il maestro, tutto dedito all’interpretazione sistematica della pericope in esame, via via frazionata nei successivi versetti. Anche nelle Omelie Origene coglie tutte le occasioni per richiamare le diverse dimensioni del senso della Sacra Scrittura, che aiutano o esprimono un cammino nella crescita della fede: c’è il senso « letterale », ma esso nasconde profondità che non appaiono in un primo momento; la seconda dimensione è il senso « morale »: che cosa dobbiamo fare vivendo la parola; e infine il senso « spirituale », cioè l’unità della Scrittura, che in tutto il suo sviluppo parla di Cristo. E’ lo Spirito Santo che ci fa capire il contenuto cristologico e così l’unità della Scrittura nella sua diversità. Sarebbe interessante mostrare questo. Un po’ ho tentato, nel mio libro «Gesù di Nazaret», di mostrare nella situazione di oggi queste molteplici dimensioni della Parola, della Sacra Scrittura, che prima deve essere rispettata proprio nel senso storico. Ma questo senso ci trascende verso Cristo, nella luce dello Spirito Santo, e ci mostra la via, come vivere. Se ne trova cenno, per esempio, nella nona Omelia sui Numeri, dove Origene paragona
la Scrittura alle noci: « Così è la dottrina della Legge e dei Profeti alla scuola di Cristo », afferma l’omileta; « amara è la lettera, che è come la scorza; in secondo luogo perverrai al guscio, che è la dottrina morale; in terzo luogo troverai il senso dei misteri, del quale si nutrono le anime dei santi nella vita presente e nella futura » (Hom. Num. 9,7).

Soprattutto per questa via Origene giunge a promuovere efficacemente la « lettura cristiana » dell’Antico Testamento, rintuzzando in maniera brillante la sfida di quegli eretici – soprattutto gnostici e marcioniti – che opponevano tra loro i due Testamenti fino a rigettare l’Antico. A questo proposito, nella medesima Omelia sui Numeri l’Alessandrino afferma: « Io non chiamo
la Legge un ‘Antico Testamento’, se la comprendo nello Spirito.
La Legge diventa un ‘Antico Testamento’ solo per quelli che vogliono comprenderla carnalmente », cioè fermandosi alla lettera del testo. Ma « per noi, che la comprendiamo e l’applichiamo nello Spirito e nel senso del Vangelo,
la Legge è sempre nuova, e i due Testamenti sono per noi un nuovo Testamento, non a causa della data temporale, ma della novità del senso… Invece, per il peccatore e per quelli che non rispettano il patto della carità, anche i Vangeli invecchiano » (Hom. Num. 9,4).

Vi invito – e così concludo – ad accogliere nel vostro cuore l’insegnamento di questo grande maestro nella fede. Egli ci ricorda con intimo trasporto che, nella lettura orante della Scrittura e nel coerente impegno della vita,
la Chiesa sempre si rinnova e ringiovanisce.
La Parola di Dio, che non invecchia mai, né mai si esaurisce, è mezzo privilegiato a tale scopo. E’ infatti
la Parola di Dio che, per opera dello Spirito Santo, ci guida sempre di nuovo alla verità tutta intera (cfr Benedetto XVI, Ai partecipanti al Congresso Internazionale per il XL anniversario della Costituzione dogmatica «Dei Verbum», in: Insegnamenti, vol. I, 2005, pp. 552-553). E preghiamo il Signore che ci dia oggi pensatori, teologi, esegeti che trovano questa multidimensionalità, questa attualità permanente della Sacra Scrittura, la sua novità per oggi. Preghiamo che il Signore ci aiuti a leggere in modo orante
la Sacra Scrittura, a nutrirci realmente del vero pane della vita, della sua Parola.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i fedeli delle Diocesi del Triveneto, che accompagnano i loro Vescovi nella Visita ad limina proprio nel giorno della festa di san Marco, patrono delle popolazioni trivenete. Cari fratelli e sorelle, restate fedeli alle vostre feconde tradizioni cristiane che hanno ispirato e dato vita a significative opere di carità. Accompagnate le giovani generazioni, incoraggiandole a seguire il Vangelo e fate sentire loro che anche oggi vale la pena di consacrarsi totalmente al Signore nella vita sacerdotale e religiosa. Penso qui con compiacimento alla schiera di missionari che dalle vostre regioni hanno recato il lieto annuncio della salvezza in terre lontane: il loro esempio sia di stimolo per tutti a testimoniare in ogni luogo l’amore di Dio. Saluto poi i partecipanti al simposio, che si terrà nei prossimi giorni a Mosca, sulla luminosa figura del medico Friedrch Joseph Haass e i rappresentanti del Collegio Canova di Possagno che celebrano significative ricorrenze. Saluto, inoltre, gli esponenti del Rinnovamento nello Spirito Santo e il gruppo di Scout di Mortara.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Celebriamo oggi
la Festa di San Marco evangelista, collaboratore dell’apostolo Pietro. Cari giovani, vi esorto a mettervi alla scuola di Cristo per imparare a seguire fedelmente le sue orme. Invito voi, cari malati, ad accogliere con fiducia le vostre prove e a trasformarle in dono di amore a Cristo per la salvezza delle anime. A voi, cari sposi novelli, auguro di vivere il matrimonio come cammino di fede, diventando sempre più convinti servitori del Vangelo della vita.

[Appello del Santo Padre:]

Per iniziativa delle Nazioni Unite, questa settimana è dedicata alla sicurezza stradale. Rivolgo una parola di incoraggiamento alle Istituzioni pubbliche che si adoperano per mantenere le arterie stradali sicure e salvaguardare la vita umana con strumenti idonei; a quanti si dedicano alla ricerca di nuove tecnologie e strategie per ridurre i troppi incidenti sulle strade di tutto il mondo. E mentre invito a pregare per le vittime, per i feriti e le loro famiglie, auspico che un consapevole senso di responsabilità verso il prossimo induca gli automobilisti, specie i giovani, alla prudenza e a un maggior rispetto del codice della strada.

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 27 avril, 2007 |Pas de commentaires »
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