Archive pour avril, 2007

commento al vangelo del giorno – venderdì santo 2007

dal sito EAQ

San Massimo di Torino ( ? – circa 420), vescovo
Discorsi, 38 ; PL 57, 341s ; CCL 23, 149s

Il segno della salvezza

Nella sua Passione, il Signore ha assunto tutti i torti del genere umano affinché nulla in seguito potesse più arrecare torto all’uomo. La croce è dunque un grande mistero e, se proviamo a capirlo, vedremo che con questo segno il mondo viene salvato. Infatti quando i marinai fronteggiano il vento, drizzano prima l’albero della nave e tendono la vela perché si aprano i flutti; formano così la croce del Signore e, al sicuro grazie a questo segno del Signore, giungono al porto della salvezza e sfuggono al pericolo della morte. La vela sospesa all’albero è infatti l’immagine di questo segno divino, come Cristo è stato elevato sulla croce. Per questo, a motivo della fiducia che viene da questo mistero, gli uomini non si preoccupano delle burrasche di vento e giungono al porto auspicato. Allo stesso modo, così come la Chiesa non può stare in piedi senza la croce, una nave è indebolita senza il suo albero. Il diavolo infatti la tormenta e il vento colpisce la nave, ma appena si drizza il segno della croce, l’ingiustizia del diavolo è respinta, la burrasca si calma subito…

Anche l’agricoltore non intraprende il suo lavoro senza il segno della croce: nell’assemblare gli elementi del suo aratro, imita l’immagine di una croce… Anche il cielo è disposto come un’immagine di questo segno, con le sue quattro direzioni, Oriente, Occidente, Mezzogiorno e Nord. La forma dell’uomo stesso, quando eleva le mani, rappresenta una croce; soprattutto quando preghiamo con le mani alzate, proclamiamo con il nostro corpo la Passione del Signore… In questo modo ha vinto Mosè, il Santo, quando faceva la guerra contro Amalek, non con le arme cioè, bensì con le mani alzate verso Dio (Es 17,11)…

Con questo segno del Signore dunque, il mare viene aperto, la terra viene coltivata, il cielo viene governato, gli uomini vengono salvati. Anzi, lo affermo, con questo segno del Signore, gli abissi del soggiorno dei morti vengono aperti. Infatti l’uomo Gesù, il Signore, che portava la vera croce, è stato seppellito in terra, e la terra che egli aveva profondamente lavorata, che aveva, per così dire, spezzata da ogni parte, ha fatto germogliare tutti i morti che tratteneva.

SETTIMANA SANTA – GIOVEDÌ – UFFICIO DELLE LETTURE

Per il giovedì santo mi sembra bello rimanere un  po’ concentrati sulla “cena del Signore” e vi presento, dopo le parole del Papa, solamente: “La liturgia delle ore” completa di salmi e letture, di questa mattina, dal sito Maranathà:   

SETTIMANA SANTA – GIOVEDÌ
UFFICIO DELLE LETTURE
 
INVITATORIO
V. Signore, apri le mie labbra
R. e la mia bocca proclami la tua lode.
 
Antifona
Venite, adoriamo Cristo Signore:
per noi ha sofferto tentazione e morte.
SALMO 94  Invito a lodare Dio
( Il Salmo 94 può essere sostituito dal salmo 99 o 66 o 23 )
Esortandovi a vicenda ogni giorno, finché dura « quest’oggi » (Eb 3,13).
Si enunzia e si ripete l’antifona.

Venite, applaudiamo al Signore, *
acclamiamo alla roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, *
a lui acclamiamo con canti di gioia
(Ant.).Poiché grande Dio è il Signore, *
grande re sopra tutti gli dèi.
Nella sua mano sono gli abissi della terra, *
sono sue le vette dei monti.
Suo è il mare, egli l’ha fatto, *
le sue mani hanno plasmato la terra
(Ant.).Venite, prostràti adoriamo, *
in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati.
Egli è il nostro Dio, e noi il popolo del suo pascolo, *
il gregge che egli conduce
(Ant.)

.

Ascoltate oggi la sua voce: †
« Non indurite il cuore, *
come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,

dove mi tentarono i vostri padri: *
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere
(Ant.)
.Per quarant’anni mi disgustai di quella generazione †
e dissi: Sono un popolo dal cuore traviato, *
non conoscono le mie vie;
 
perciò ho giurato nel mio sdegno: *
Non entreranno nel luogo del mio riposo »
(Ant.).Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo. 
Come era nel principio, e ora e sempre *
nei secoli dei secoli. Amen
(Ant.)
.
 
Inno
Creati per la gloria del tuo nome,
redenti dal tuo sangue sulla croce,
segnati dal sigillo del tuo Spirito,
noi t’invochiamo: salvaci, o Signore!
Tu spezza le catene della colpa,
proteggi i miti, libera gli oppressi
e conduci nel cielo ai quieti pascoli
il popolo che crede nel tuo amore.
Sia lode e onore a te, pastore buono,
luce radiosa dell’eterna luce,
che vivi con il Padre e il Santo Spirito
nei secoli dei secoli glorioso. Amen.
1^ Antifona
Sono sfinito dal gridare
nell’attesa del mio Dio.

SALMO 68, 2-13   (I)

Mi divora lo zelo per la tua casa
Gli diedero da bere vino mescolato con fiele (Mt27, 34).
Salvami, o Dio: *
l’acqua mi giunge alla gola. 
Affondo nel fango e non ho sostegno; †
sono caduto in acque profonde *
e l’onda mi travolge. 
Sono sfinito dal gridare, †
riarse sono le mie fauci; *
i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio. 
Più numerosi dei capelli del mio capo *
sono coloro che mi odiano senza ragione. 
Sono potenti i nemici che mi calunniano: *
quanto non ho rubato, lo dovrei restituire? 

Dio, tu conosci la mia stoltezza *
e le mie colpe non ti sono nascoste. 

Chi spera in te, a causa mia non sia confuso, *
Signore, Dio degli eserciti; 
per me non si vergogni *
chi ti cerca, Dio d’Israele. 

Per te io sopporto l’insulto *
e la vergogna mi copre la faccia; 
sono un estraneo per i miei fratelli, *
un forestiero per i figli di mia madre. 

Poiché mi divora lo zelo per la tua casa, *
ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta. 
Mi sono estenuato nel digiuno *
ed è stata per me un’infamia. 

Ho indossato come vestito un sacco *
e sono diventato il loro scherno. 
Sparlavano di me quanti sedevano alla porta, *
gli ubriachi mi dileggiavano.

Gloria al Padre e al Figlio, * 
e allo Spirito Santo. 
Come era nel principio e ora e sempre * 
nei secoli dei secoli. Amen.

1^ Antifona
Sono sfinito dal gridare
nell’attesa del mio Dio.

2^ Antifona
Hanno messo nel mio cibo veleno,
nella mia sete mi hanno fatto bere l’aceto.

SALMO 68, 14-22   (II) Mi divora lo zelo per la tua casa
Gli diedero da bere vino mescolato con fiele (Mt27, 34).

Ma io innalzo a te la mia preghiera, *
Signore, nel tempo della benevolenza; 
per la grandezza della tua bontà, rispondimi, *
per la fedeltà della tua salvezza, o Dio. 
Salvami dal fango, che io non affondi, †
liberami dai miei nemici *
e dalle acque profonde. 
Non mi sommergano i flutti delle acque †
e il vortice non mi travolga, *
l’abisso non chiuda su di me la sua bocca. 
Rispondimi, Signore, benefica è la tua grazia; *
volgiti a me nella tua grande tenerezza. 

Non nascondere il volto al tuo servo, *
sono in pericolo: presto, rispondimi. 
Avvicinati a me, riscattami, *
salvami dai miei nemici. 

Tu conosci la mia infamia, †
la mia vergogna e il mio disonore; *
davanti a te sono tutti i miei nemici. 

L’insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. †
Ho atteso compassione, ma invano, *
consolatori, ma non ne ho trovati.

Hanno messo nel cibo veleno,
e quando avevo sete mi hanno fatto bere l’aceto.

Gloria al Padre e al Figlio, * 
e allo Spirito Santo. 
Come era nel principio e ora e sempre * 
nei secoli dei secoli. Amen.

2^ Antifona
Hanno messo nel mio cibo veleno,
nella mia sete mi hanno fatto bere l’aceto.

3^ Antifona
Cercate il Signore
e avrete la vita.

SALMO 68, 30-37   (III) Mi divora lo zelo per la tua casa
Gli diedero da bere vino mescolato con fiele (Mt27, 34).

Io sono infelice e sofferente; *
la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro. 
Loderò il nome di Dio con il canto, *
lo esalterò con azioni di grazie, 
che il Signore gradirà più dei tori, *
più dei giovenchi con corna e unghie. 
Vedano gli umili e si rallegrino; *
si ravvivi il cuore di chi cerca Dio, 
poiché il Signore ascolta i poveri *
e non disprezza i suoi che sono prigionieri. 
A lui acclamino i cieli e la terra, *
i mari e quanto in essi si muove. 

Perché Dio salverà Sion, †
ricostruirà le città di Giuda: *
vi abiteranno e ne avranno il possesso. 

La stirpe dei suoi servi ne sarà erede, *
e chi ama il suo nome vi porrà dimora.

Gloria al Padre e al Figlio, * 
e allo Spirito Santo. 
Come era nel principio e ora e sempre * 
nei secoli dei secoli. Amen.

3^ Antifona
Cercate il Signore
e avrete la vita.

Versetto
V. Quando sarò innalzato da terra,
R. attirerò a me ogni creatura.

Prima Lettura
Dalla lettera agli Ebrei 4, 14 – 5, 10

Gesù Cristo sommo sacerdote

Fratelli, poiché abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.
Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza; proprio a causa di questa anche per se stesso deve offrire sacrifici per i peccati, come lo fa per il popolo.
Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non si attribuì la gloria di sommo sacerdote, ma gliela conferì colui che gli disse: 
Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato (Sal 2, 7).
Come in un altro passo dice:
Tu sei sacerdote per sempre, alla maniera di Melchisedek (Sal 109, 4).
Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà. Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek.
Responsorio   Cfr. Eb 5, 8. 9. 7
R. Cristo, pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì, * e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
V. Nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere con forti grida e fu esaudito per la sua pietà,
R. e divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

Seconda Lettura
Dall’«Omelia sulla Pasqua» di Melitone di Sardi, vescovo
(Capp. 65-67; SC 123, 95-101)

L’agnello immolato ci strappò dalla morte

Molte cose sono state predette dai profeti riguardanti il mistero della Pasqua, che è Cristo, «al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Gal 1, 5 ecc.).  Egli scese dai cieli sulla terra per l’umanità sofferente; si rivestì della nostra umanità nel grembo della Vergine e nacque come uomo. Prese su di sé le sofferenze dell’uomo sofferente attraverso il corpo soggetto alla sofferenza, e distrusse le passioni della carne. Con lo Spirito immortale distrusse la morte omicida.
Egli infatti fu condotto e ucciso dai suoi carnefici come un agnello, ci liberò dal modo di vivere del mondo come dall’Egitto, e ci salvò dalla schiavitù del demonio come dalla mano del Faraone. Contrassegnò le nostre anime con il proprio Spirito e le membra del nostro corpo con il suo sangue. 
Egli è colui che coprì di confusione la morte e gettò nel pianto il diavolo, come Mosè il faraone. Egli è colui che percosse l’iniquità e l’ingiustizia, come Mosè condannò alla sterilità l’Egitto.
Egli è colui che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno. Ha fatto di noi un sacerdozio nuovo e un popolo eletto per sempre. Egli è la Pasqua della nostra salvezza.
Egli è colui che prese su di sé le sofferenze di tutti. Egli è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell’agnello fu sgozzato.
Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato.
Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l’agnello che non apre bocca, egli è l’agnello ucciso, egli è nato da Maria, agnello senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Sulla croce non gli fu spezzato osso e sotto terra non fu soggetto alla decomposizione.
Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l’umanità dal profondo del sepolcro.
Responsorio   Cfr. Rm 3, 23-25; Gv 1, 29
R. Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio; ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione di Cristo. * Dio lo ha stabilito come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
V. Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!
R. Dio lo ha stabilito come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
Orazione
O Dio, vita e salvezza di chi ti ama, rendici ricchi dei tuoi doni: compi in noi ciò che speriamo per la morte del Figlio tuo, e fa’ che partecipiamo alla gloria della sua risurrezione. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
 
R. Amen.
Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio. 

Publié dans:liturgia |on 5 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Omelia di Papa Benedetto per la messa crismale

 dal sito Zenith:

Omelia di Benedetto XVI per la Santa Messa Crismale 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 5 aprile 2006 (ZENIT.org).-

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel presiedere oggi, Giovedì Santo, nella Basilica Vaticana, la Santa Messa Crismale con i Cardinali, i Vescovi e i Presbiteri – diocesani e religiosi – presenti a Roma. 

* * * 


Cari fratelli e sorelle,

lo scrittore russo Leone Tolstoi narra in un piccolo racconto di un sovrano severo che chiese ai suoi sacerdoti e sapienti di mostrargli Dio affinché egli potesse vederlo. I sapienti non furono in grado di appagare questo suo desiderio. Allora un pastore, che stava giusto tornando dai campi, si offrì di assumere il compito dei sacerdoti e dei sapienti. Il re apprese da lui che i suoi occhi non erano sufficienti per vedere Dio. Allora, però, egli volle almeno sapere che cosa Dio faceva. « Per poter rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al sovrano – dobbiamo scambiare i vestiti ». Con esitazione, spinto tuttavia dalla curiosità per l’informazione attesa, il sovrano acconsentì; consegnò i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire del semplice abito dell’uomo povero. Ed ecco allora arrivare la risposta: « Questo è ciò che Dio fa ». Di fatto, il Figlio di Dio – Dio vero da Dio vero – ha lasciato il suo splendore divino: « …spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso … fino alla morte di croce » (cfr Fil 2,6ss). Dio ha – come dicono i Padri – compiuto il sacrum commercium, il sacro scambio: ha assunto ciò che era nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo, divenire simili a Dio.

San Paolo, per quanto accade nel Battesimo, usa esplicitamente l’immagine del vestito: « Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo » (Gal 3,27). Ecco ciò che si compie nel Battesimo: noi ci rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi non sono una cosa esterna. Significa che entriamo in una comunione esistenziale con Lui, che il suo e il nostro essere confluiscono, si compenetrano a vicenda. « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » – così Paolo stesso nella Lettera ai Galati (2,2) descrive l’avvenimento del suo battesimo. Cristo ha indossato i nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo, la fame, la sete, la stanchezza, le speranze e le delusioni, la paura della morte, tutte le nostre angustie fino alla morte. E ha dato a noi i suoi « vestiti ». Ciò che nella Lettera ai Galati espone come semplice « fatto » del battesimo – il dono del nuovo essere – Paolo ce lo presenta nella Lettera agli Efesini come un compito permanente: « Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima! … [Dovete] rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera. Perciò, bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo; perché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira, non peccate… » (Ef 4,22-26).

Questa teologia del Battesimo ritorna in modo nuovo e con una nuova insistenza nell’Ordinazione sacerdotale. Come nel Battesimo viene donato uno « scambio dei vestiti », uno scambio del destino, una nuova comunione esistenziale con Cristo, così anche nel sacerdozio si ha uno scambio: nell’amministrazione dei Sacramenti, il sacerdote agisce e parla ora « in persona Christi« . Nei sacri misteri egli non rappresenta se stesso e non parla esprimendo se stesso, ma parla per l’Altro – per Cristo. Così nei Sacramenti si rende visibile in modo drammatico ciò che l’essere sacerdote significa in generale; ciò che abbiamo espresso con il nostro « Adsum – sono pronto » durante la consacrazione sacerdotale: io sono qui perché tu possa disporre di me. Ci mettiamo a disposizione di Colui « che è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi… » (2Cor 5,15). Metterci a disposizione di Cristo significa che ci lasciamo attirare dentro il suo « per tutti »: essendo con Lui possiamo esserci davvero « per tutti ».

In persona Christi – nel momento dell’Ordinazione sacerdotale, la Chiesa ci ha reso visibile ed afferrabile questa realtà dei « vestiti nuovi » anche esternamente mediante l’essere stati rivestiti con i paramenti liturgici. In questo gesto esterno essa vuole renderci evidente l’evento interiore e il compito che da esso ci viene: rivestire Cristo; donarsi a Lui come Egli si è donato a noi. Questo evento, il « rivestirsi di Cristo », viene rappresentato sempre di nuovo in ogni Santa Messa mediante il rivestirci dei paramenti liturgici. Indossarli deve essere più di un fatto esterno: è l’entrare sempre di nuovo nel « sì » del nostro incarico – in quel « non più io » del battesimo che l’Ordinazione sacerdotale ci dona in modo nuovo e al contempo ci chiede. Il fatto che stiamo all’altare, vestiti con i paramenti liturgici, deve rendere chiaramente visibile ai presenti che stiamo lì « in persona di un Altro ». Gli indumenti sacerdotali, così come nel corso del tempo si sono sviluppati, sono una profonda espressione simbolica di ciò che il sacerdozio significa. Vorrei pertanto, cari confratelli, spiegare in questo Giovedì Santo l’essenza del ministero sacerdotale interpretando i paramenti liturgici che, appunto, da parte loro vogliono illustrare che cosa significhi « rivestirsi di Cristo », parlare ed agire in persona Christi.

L’indossare le vesti sacerdotali era una volta accompagnato da preghiere che ci aiutano a capire meglio i singoli elementi del ministero sacerdotale. Cominciamo con l’amitto. In passato – e negli ordini monastici ancora oggi – esso veniva posto prima sulla testa, come una specie di cappuccio, diventando così un simbolo della disciplina dei sensi e del pensiero necessaria per una giusta celebrazione della Santa Messa. I pensieri non devono vagare qua e là dietro le preoccupazioni e le attese del mio quotidiano; i sensi non devono essere attirati da ciò che lì, all’interno della chiesa, casualmente vorrebbe sequestrare gli occhi e gli orecchi. Il mio cuore deve docilmente aprirsi alla parola di Dio ed essere raccolto nella preghiera della Chiesa, affinché il mio pensiero riceva il suo orientamento dalle parole dell’annuncio e della preghiera. E lo sguardo del mio cuore deve essere rivolto verso il Signore che è in mezzo a noi: ecco cosa significa ars celebrandi – il giusto modo del celebrare. Se io sono col Signore, allora con il mio ascoltare, parlare ed agire attiro anche la gente dentro la comunione con Lui.

I testi della preghiera che interpretano il camice e la stola vanno ambedue nella stessa direzione. Evocano il vestito festivo che il padre donò al figlio prodigo tornato a casa cencioso e sporco. Quando ci accostiamo alla liturgia per agire nella persona di Cristo ci accorgiamo tutti quanto siamo lontani da Lui; quanta sporcizia esiste nella nostra vita. Egli solo può donarci il vestito festivo, renderci degni di presiedere alla sua mensa, di stare al suo servizio. Così le preghiere ricordano anche la parola dell’Apocalisse secondo cui i vestiti dei 144.000 eletti non per merito loro erano degni di Dio. L’Apocalisse commenta che essi avevano lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello e che in questo modo esse erano diventate candide come la luce (cfr Ap 7,14). Già da piccolo mi sono chiesto: Ma quando si lava una cosa nel sangue, non diventa certo bianca! La risposta è: il « sangue dell’Agnello » è l’amore del Cristo crocifisso. È questo amore che rende candide le nostre vesti sporche; che rende verace ed illuminato il nostro spirito oscurato; che, nonostante tutte le nostre tenebre, trasforma noi stessi in « luce nel Signore ». Indossando il camice dovremmo ricordarci: Egli ha sofferto anche per me. E soltanto perché il suo amore è più grande di tutti i miei peccati, posso rappresentarlo ed essere testimone della sua luce.

Ma con il vestito di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo e, in modo nuovo, nell’Ordinazione sacerdotale, possiamo pensare anche al vestito nuziale, di cui Egli ci parla nella parabola del banchetto di Dio. Nelle omelie di san Gregorio Magno ho trovato a questo riguardo una riflessione degna di nota. Gregorio distingue tra la versione di Luca della parabola e quella di Matteo. Egli è convinto che la parabola lucana parli del banchetto nuziale escatologico, mentre – secondo lui – la versione tramandata da Matteo tratterebbe dall’anticipazione di questo banchetto nuziale nella liturgia e nella vita della Chiesa. In Matteo – e solo in Matteo – infatti il re viene nella sala affollata per vedere i suoi ospiti. Ed ecco che in questa moltitudine trova anche un ospite senza abito nuziale, che viene poi buttato fuori nelle tenebre. Allora Gregorio si domanda: « Ma che specie di abito è quello che gli mancava? Tutti coloro che sono riuniti nella Chiesa hanno ricevuto l’abito nuovo del battesimo e della fede; altrimenti non sarebbero nella Chiesa. Che cosa, dunque, manca ancora? Quale abito nuziale deve ancora essere aggiunto? » Il Papa risponde: « Il vestito dell’amore ». E purtroppo, tra i suoi ospiti ai quali aveva donato l’abito nuovo, la veste candida della rinascita, il re trova alcuni che non portano il vestito color porpora del duplice amore verso Dio e verso il prossimo. « In quale condizione vogliamo accostarci alla festa del cielo, se non indossiamo l’abito nuziale – cioè l’amore, che solo può renderci belli? », domanda il Papa. Una persona senza l’amore è buia dentro. Le tenebre esterne, di cui parla il Vangelo, sono solo il riflesso della cecità interna del cuore (cfr Hom. 38, 8-13).

Ora che ci apprestiamo alla celebrazione della Santa Messa, dovremmo domandarci se portiamo questo abito dell’amore. Chiediamo al Signore di allontanare ogni ostilità dal nostro intimo, di toglierci ogni senso di autosufficienza e di rivestirci veramente con la veste dell’amore, affinché siamo persone luminose e non appartenenti alle tenebre.

Infine ancora una breve parola riguardo alla casula. La preghiera tradizionale quando si riveste la casula vede rappresentato in essa il giogo del Signore che a noi come sacerdoti è stato imposto. E ricorda la parola di Gesù che ci invita a portare il suo giogo e a imparare da Lui, che è « mite e umile di cuore » (Mt 11,29). Portare il giogo del Signore significa innanzitutto: imparare da Lui. Essere sempre disposti ad andare a scuola da Lui. Da Lui dobbiamo imparare la mitezza e l’umiltà – l’umiltà di Dio che si mostra nel suo essere uomo. San Gregorio Nazianzeno una volta si è chiesto perché Dio abbia voluto farsi uomo. La parte più importante e per me più toccante della sua risposta è: « Dio voleva rendersi conto di che cosa significa per noi l’obbedienza e voleva misurare il tutto in base alla propria sofferenza, all’invenzione del suo amore per noi. In questo modo, Egli può conoscere direttamente su se stesso ciò che noi sperimentiamo – quanto è richiesto da noi, quanta indulgenza meritiamo – calcolando in base alla sua sofferenza la nostra debolezza » (Discorso 30; Disc. teol. IV,6). A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in questo mondo. Ma guardando poi a Lui che ha portato tutto – che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza, il dolore, tutto il buio, allora questi nostri lamenti si spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente pesante.

Preghiamolo di aiutarci a diventare insieme con Lui persone che amano, per sperimentare così sempre di più quanto è bello portare il suo giogo. Amen. 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 5 avril, 2007 |Pas de commentaires »

per questo sei Tu l’Amore

per questo sei Tu l’Amore

(poesia mia, h  1,45 del 5.4.07, giovedì santo)

desiderio di amare,

lacrime di passione,

dove c’è anelito di te,

mio Dio e speranza,

desiderio cocente,

luminare che discende

da un limpido luogo,

umile servo che si

china al delicato servizio,

sei tu colui che aspetto?

sei tu, povero servo,

il Signore? non ti spettavo così

eppure, per questo, sei Tu: l’Amore

Publié dans:Non classé |on 5 avril, 2007 |Pas de commentaires »

buona notte

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Gerusalemme 

giovedì santo – 5.4.07

Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Commento su Giovanni, § 32, 25-35.77-83 ; SC 385, 199

« Se non ti laverò, non avrai parte con me »« Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò di tavola ». Ciò che non era prima nelle mani di Gesù è rimesso dal Padre nelle sue mani: non certe cose solamente, ma tutte. Davide aveva detto: « Oracolo del Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi » (Sal 109,1). I nemici di Gesù facevano parte infatti di quel ‘tutto’ che suo Padre gli donava… A causa di coloro che si erano allontanati da Dio, si è allontanato da Dio colui che per natura non vuole uscire dal Padre. È uscito da Dio affinché quanto si era allontanato da lui tornasse con lui, cioè nelle sue mani, presso Dio, secondo il suo disegno eterno…

Cosa dunque faceva Gesù lavando i piedi dei suoi discepoli? Lavandoli e asciugandoli con l’asciugatoio di cui si era cinto, Gesù non rendeva forse i loro piedi belli, per il momento in cui avrebbero avuto da annunciare la buona novella? Allora si compì, secondo me, la parola profetica: « Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi » (Is 52,7; Rm 10,15). Eppure se, lavando i piedi dei suoi discepoli, Gesù li rende belli, come esprimere la bellezza vera di coloro che egli immerge interamente nello « Spirito Santo e nel fuoco » (Mt 3,11)? I piedi degli apostoli sono divenuti belli affinché… possano porre il piede sulla strada santa e camminare in colui che ha detto: « Io sono la via » (Gv 14,6). Infatti chi ha avuto i piedi lavati da Gesù, e lui solo, segue quella via vivente che conduce al Padre; quella via non ha posto per i piedi sporchi… Per seguire quella via vivente e spirituale (Eb 10,20)…, occorre avere i piedi lavati da Gesù che ha deposto le vesti… per prendere nel suo corpo l’impurità dei loro piedi con quell’asciugatoio che era il suo solo vestito, perché « si è addossato i nostri dolori » (Is 53,4).

aggiungo qualche pensiero mio

io so che non è facile « fare » un Blog in italiano, sia perché ce ne sono già molti, sia perché, in un certo senso credo che bisogna comprendere un poco la pesona che scrive, dargli un consenso, una sorta di fiducia anticipata, io non so se la merito, tuttavia quello che faccio è: « gratis et amore dei », ogni cosa che faccio è per il Signore, ho fatto tante cose nel mondo: ho lavorato, ho studiato, ho fatto sport, non ho fatto l’amore,  mi sono donata a Dio, spero di non fare neppure questo per me stessa per sentirmi brava, ma solo per il Signore, non so se sono così « pura », ma il desiderio e l’intenzione ci sono,;

questo è tutto quello che volevo aggiungere stasera ai miei post;

Gabriella

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 dans immagini sacre T044694A

dal sito:

http://it.encarta.msn.com/media_461529791_761564745_-1_1/Madox_Brown_Lavanda_dei_piedi_a_Pietro.html

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S’inginocchiò davanti ai suoi discepoli e lavò i loro piedi.

da « Avvenire » on line, anno 2005: 

PASQUA 2005.

S’inginocchiò davanti ai suoi discepoli e lavò i loro piedi.

Tre intellettuali riflettono su questo rito misterioso e sul servizio al prossimo 

Ultimo tra gli ultimi 

Gianfranco Ravasi;Franco La Cecla;Erri De Luca 

Ravasi
Così ci ha detto di essersi donato
per riscattarci dal peccato

«Sei risalito dal fonte. Hai ascoltato la lettura. Il vescovo, raccolte le vesti, ti ha lavato i piedi». Così sant’Ambrogio nella sua opera I sacramenti (III, 4) attestava che il rito che oggi si celebra in molte chiese era anticamente connesso al battesimo, anche se ben presto fu riportato al giovedì santo, come sembra testimoniare s. Agostino. Gesù, infatti, stando al Vangelo di Giovanni (13, 1-15), aveva compiuto quel gesto durante l’ultima cena, mentre scendeva il tramonto su Gerusalemme.
Il suo era stato un atto simbolico ma anche provocatorio, come era emerso dalla reazione iniziale di Pietro: «Tu non mi laverai i piedi, mai!». Infatti nella prassi orientale antica era usanza offrire acqua all’ospite perché si lavasse i piedi impolverati dal viaggio (e coperti solo da sandali). Ma un testo giudaico di commento all’
Esodo esplicitamente ammoniva che non si poteva esigere neppure da uno schiavo che lavasse i piedi al padrone o al suo ospite. Siamo, quindi, di fronte a un atto estremo di umiliazione che Gesù, maestro e Signore, compie nei confronti dei suoi discepoli.
Egli in quel momento attuava in pienezza le parole che un giorno aveva proclamato: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… Egli si cingerà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Luca 12, 37). Un atto, certo, di umiltà ma anche di amore e di servizio. E’ significativo che in un’
opera giudaica del I secolo a.C. intitolata Giuseppe e Aseneth, la moglie egiziana di questo famoso personaggio della Genesi si dichiarava pronta a lavargli i piedi al posto delle serve perché «i tuoi piedi – diceva – sono i miei piedi! Nessun altro laverà i tuoi piedi».
Al di là delle molteplici interpretazioni che il gesto di Gesù ha ricevuto nella storia dell’esegesi della pagina giovannea (battesimale, eucaristico, sacrificale, morale), è indubbio che con questo atto simbolico egli – alla m aniera dei profeti – ha voluto rappresentare la sua donazione assoluta all’umanità nell’umiliazione della morte. Un’umiltà che non è fine a se stessa, ma ha una meta d’amore. Il gesto diventa in tal modo esemplare. E’ Gesù stesso a ricordarlo dopo che si è rialzato e ha ripreso il suo posto a mensa: «Se io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». E’
questa la lezione del Giovedì Santo.

La cecla
Quel gesto più che l’umiltà
ci chiede la reciprocità

Essere ai piedi di qualcuno. Toccargli i piedi. Slacciargli le scarpe, sciogliere i legacci dei calzari. Lavargli i piedi, asciugarglieli. Le figure dell’ossequio, dell’umiliazione, del sottomettersi, del subordinarsi. Cultura per cultura, i gesti del prendere i piedi a qualcuno stanno per una declinazione variegata del campo prossemico della subordinazione. Il corpo significa, con la sua posizione rispetto al corpo dell’altro, più di quanto possa dire uno scusarsi, un promettere fedeltà e obbedienza, un dichiarare sudditanza e rispetto. I discepoli del guru in India si chinano a toccarne i piedi, in segno di ammirata inferiorità. In molte culture i figli si inchinano a toccare con rispetto i piedi dei genitori.
I piedi altrui stanno a significare una indegnità di confronto, un potersi permettere solo questa confidenza con la parte altrui più vicina alla terra. Gli amanti non fanno diversamente, mettendo in scena una adorazione illegittima, una messinscena del preferire essere calpestati piuttosto che perdere l’amato. Solo ai malati e ai morenti si prendono i piedi in segno di estrema pietà e vicinanza, come accade nel racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Illich. Pietà al posto di umiliazione, i piedi come il luogo da consolare, come la parte più fragile dell’umanità dell’
altro.
Quando Cristo lava i piedi ai discepoli compie un gesto fuori da questi significati e da queste norme. Non corrisponde nemmeno al gesto del lavare i piedi ai po veri, che il Giovedì santo si ripete nelle basiliche.
Cristo lava i piedi di gente come lui, di poveri come lui. Non c’è ossequio e nemmeno umiliazione. Cosa significa lavare i piedi dei propri pari? Che significa lavare i piedi degli amici? Il gesto della lavanda dei piedi è qui disorientante rispetto ai codici tradizionali. Non corrisponde nemmeno al gesto della Maddalena, più simile a quello dell’amante o di chi presagisce la Passione prossima dell’
altro.
Cristo lava i piedi dei discepoli per infrangere il senso dell’
umiltà, per ricordare che da ora in poi è possibile solo come gesto reciproco. Lavando i piedi agli apostoli dichiara che loro sono maestri al pari di lui e che comunque lui abolisce la possibilità che loro lavino omaggianti i piedi di lui. Nel gesto evengelico si annullano e assimilano umiltà e umiliazione.
Qualcuno può rintracciarvi l’invenzione dell’umiltà cristiana, di chi si abbassa fino all’estremo sacrificio. Io vi vedo anche qualcos’altro. Un’eversione della tradizione, dove si rovescia l’inchino del suddito, si annulla la gerarchia, pur anche quella dei meriti e della santità. Cristo taglia corto con la simbolica del corpo riverente. E proclama l’accoglimento della comune radice dell’
ossequio tra figli di Dio.

De Luca
Fu il segno della rinuncia
a ogni potenza su questa terra

Prima di finire rinchiusi nelle scarpe, i piedi andavano a spasso all’aria aperta. Le calzature della scrittura sacra erano sandali. In quei tempi si camminava assai, pochi avevano una cavalcatura. Viaggi, pellegrinaggi, spostamenti avvenivano a piedi: da qui l’importanza della loro salute. Nel cammino si impolverano, si feriscono e a ogni sosta vanno ristorati. Lavarli, ungerli, trattarli come il prezioso cuoio dei sandali, era l’atto di migliore accoglienza.
Oggi ognuno di noi possiede varie paia di calzature, mette il piede in molte scarpe. A quel tempo chi possedeva un paio di sandali li teneva in gran conto. La mossa di lavare i piedi al l’ospite l’inaugura Abramo alle querce di Mamre (Genesi/Bereshit 18,4) quando accoglie tre messaggeri e come prima mossa d’
ospitalità offre loro ombra per sedersi e acqua per i piedi.
Nei precipitosi giorni di Gesù a Gerusalemme, nel tumulto di folla venuta da tutto Israele per la festa maggiore, la Pasqua ebraica, l’
opera di lavare i piedi non è strana. È però strepitoso che sia Gesù e non un servo a compiere il lavaggio.
Molti da lui si aspettano un gesto politico, la città santa è sotto occupazione militare romana, gremita di popolo commosso e offeso. Gesù non dice una sola parola a proposito. Al termine della cena rituale s’inginocchia e lava i piedi ai suoi. Sono ebrei, nel rito hanno ricordato l’uscita a strappo dall’
Egitto, il profumo selvatico del deserto e della libertà. Ora sono oppressi.
Gesù al culmine della maturità e della missione fa il gesto di abbassarsi, l’opposto di innalzarsi. Difficile da intendere anche per i presenti scelti, Gesù rinuncia a ogni potere, a ogni potenza in terra. Abbraccia gli uomini ai piedi, là dove poggia il peso e la statura di ognuno, i piedi che non portano corona. 

Publié dans:Approfondimenti |on 4 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Dimorare nella debolezza e nella tentazione per sperimentare la Grazia

dal sito:

Dimorare nella debolezza e nella tentazione per sperimentare la Grazia 

di p. Andrè Louf 

Riportiamo una meditazione di Andrè Louf, già Abate di Mont-Des-Cats che con il suo sapiente discernimento diviene non solo uno dei protagonisti dell’aggiornamento conciliare nel monastero e nell’ordine trappista, ma una delle figure spirituali di maggiore autorevolezza nella Chiesa dei nostri giorni. I suoi testi, tradotti anche in italiano, abbracciano tematiche essenziali per il vissuto della fede nel mondo contemporaneo: accanto ai commenti in più volumi al Vangelo della domenica (Beata debolezza), troviamo testi sull’esistenza cristiana (Sotto la guida dello Spirito), sulla preghiera (Lo Spirito prega in noi), sulla paternità spirituale (Generati dallo Spirito), sull’interiorità e la vita di comunione (La vita spirituale), sull’umiltà.Padre André Louf svolge per trentacinque anni il suo ministero di abate di Mont-des-Cats, poi lascia l’incarico e si ritira in un eremo nel sud della Francia, dove vive tuttora nella preghiera e nello studio degli amati padri della chiesa.
Il testo che segue e’ tratto da: Andrè Louf, “Sotto la guida dello Spirito”, Edizioni Qiqajon, Magnano(BI), 1990, pp. 44-54. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
04/03/2007
 
 



 Dio resta incrol­labilmente fedele a noi: ebbene, questa fedeltà appare in ma­niera clamorosa nell’ora della tentazione. Non c’è fede che non sia tentata, come non c’è albero che non debba essere potato per portare più frutto (Gv 15,2). La Bibbia non ripete forse che la fedeltà di Dio si afferma, si rende visibile soprattutto nella tentazione? E inoltre, non ci ricorda forse quanto è necessario per noi attraversare la tentazione per crescere nella fede? Ascol­tiamo Paolo: « Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via di uscita e la forza per sopportarla » (1Cor 10,13). Ma c’è so­prattutto il famoso testo con il quale Giacomo inizia in modo così rude la sua lettera: « Miei fratelli, considerate piena letizia quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la perseveranza. E la perseveranza perfe­zioni l’opera in voi, perché siate perfetti e integri, senza manca­re di nulla » (Gc 1,2-4). 

La carne debole 

Ma l’uomo sopporta di essere costantemente nella tentazione per diventare così miracolo continuo della grazia di Dio? L’e­vangelo ci ricorda in svariati modi che i nostri progressi su que­sta strada avvengono assai di rado in linea retta. La notte precedente la passione, quando Gesù aveva accennato con discre­zione al modo poco coerente con cui i discepoli avrebbero cer­cato di camminare sui suoi passi, Pietro, come suo solito, aveva protestato energicamente: « Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai! ». E dopo che Gesù gli fece no­tare che proprio lui stava per rinnegarlo, Pietro non esitò a pun­tare ancora più in alto: « Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò » (Mt 26,30-35). Subito dopo cadde, nonostante la duplice esortazione di Gesù: « Vegliate e pregate, per non ca­dere in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole » (Mt 26,41). 

Nessuno può sottrarsi a queste parole di Gesù: anche se il no­stro spirito è più o meno ardente, la nostra carne rimane incura­bilmente debole. Nessuno può sfuggire a questa disarmonia che arriva fino a una vera lotta tra le due realtà. In qualsiasi espe­rienza cristiana bisogna vivere così: combattuti tra il fervore e la debolezza, bisogna cioè vivere nella tentazione. Pietro, che diventerà il testimone principale della resurrezione di Gesù e sul quale poco dopo verrà edificata la chiesa, è anche quello che ha dovuto confrontarsi per primo con la tentazione e che, per primo, è stato trovato mancante ed è caduto. Il rinnegamento della notte della passione non è d’altronde privo di precedenti, Pietro non è al suo primo passo falso. Quando Gesù annunciò per la prima volta la passione e la resurrezione che lo attendeva­no, Pietro si preoccupò immediatamente di distrarlo da queste idee cupe: `Dio te ne scampi, Signore! Questo non ti accadrà mai!’. Ma Gesù, voltandosi, disse a Pietro: `Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini! »‘ (Mt 16,22-23). Solo quando il Padre lo assiste in modo particolare Pietro è in grado di confessare che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente: rivelazione che gli sfugge totalmente quando si lascia guidare dalla carne e dal san­gue (cf. Mt 16,17), cioè quando si basa su modi di vedere umani. 

Per precederci nella chiesa e nell’amore di Gesù, Pietro deve innanzitutto precederci nella tentazione. Questo legame è chia­ramente espresso da Gesù stesso quando annuncia il rinnega­mento di Pietro, secondo l’evangelista Luca: « Simone, Simone,ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,31-32). 

… Il vaglio è l’immagine della grande tentazione alla fine dei tempi (c£ Mt 3,12), la fede messa alla prova, la conversione che segue la tentazione. Sarà solo dopo essersi dibattuto fino all’estremo in questa tentazione e in que­sto processo di conversione che Pietro potrà, grazie alla propria esperienza, confermare e guidare i propri fratelli nella stessa pro­va. E proprio grazie all’esperienza vissuta che Pietro può sapere come la debolezza e la grazia procedono insieme e si accordano l’una all’altra in ogni discepolo di Gesù. 

Bisogna sottolineare il fatto che, per nominare un capo, Ge­sù non cerca un modello di virtù e di perfezione da poter essere contemplato e imitato, secondo le possibilità, dai cristiani di tutti i tempi. Se così fosse, Pietro non avrebbe potuto essere preso in considerazione. I tratti che ci hanno lasciato di lui gli evan­geli ce lo descrivono in modo trasparente e pittoresco: un gran brav’uomo, rude pescatore, impetuoso e avventato, non sem­pre capace di dominare i propri sentimenti. E evidentissimo che ama Gesù e gli è perdutamente affezionato: più commette sba­gli e si fa rimproverare da Gesù, e più lo ama. No, Pietro non è un modello di virtù, ma è capace di trasmettere l’esperienza che lui stesso ha vissuto grazie all’amore per Gesù e ne potrà sempre rendere testimonianza. Certamente la tentazione l’ha fat­to traballare, ma al cuore di questa e nel più profondo della ca­duta è stato meravigliosamente liberato da Gesù. 

In realtà, tutto è cominciato già al momento della chiamata: il racconto di Luca lascia trasparire il dialogo avviato tra la de­bolezza di Pietro e la forza della grazia (c£ Lc 5,1-11). All’ini­zio Pietro partecipa appena all’evento, alla fine di una brutta nottata: non che non sia riuscito ad addormentarsi, ma non ha proprio dormito del tutto, ha dovuto pescare tutta notte senza alcun risultato. Pietro non doveva certo essere di buon umore mentre controllava le reti, non lontano da quel giovane rabbi intento ad annunciare qualche messaggio ai suoi ascoltatori: se Pietro ascoltava, lo faceva in modo distratto. Non sembra che Gesù avesse notato Pietro che, da parte sua, non conosceva an­cora Gesù; tuttavia è proprio quest’ultimo a fare il primo passo: sale sulla barca di Pietro e gli chiede di allontanarsi da riva. La folla lo incalzava ed egli voleva parlarle dalla barca, a una certa distanza. Pietro fu indubbiamente colpito dal fatto che Gesù si rivolgesse a lui: ecco che Gesù gli parla da uomo a uomo, gli chiede un servizio. Pietro non resta insensibile: acconsente alla richiesta e si trova obbligato a prestare attenzione alle parole di Gesù. A questo punto arriva il secondo passo di Gesù: termi­nato il discorso, invita Pietro a pescare: « Prendi il largo e calate le reti per la pesca ». Tra Gesù e Pietro è nata una certa simpa­tia, Pietro può difficilmente rifiutare, anche se sa che in quella zona non ci sono pesci. Accenna a una protesta ricordando lo scacco della notte, ma finisce per arrendersi alla proposta di Gesù. Intuisce forse che Gesù può rimediare a quell’insuccesso? In ogni caso, Pietro si rivolge ora a Gesù in modo familiare, quasi inti­mo: anche in mancanza di pesci « sulla tua parola getterò le re­ti ».  

Questo abbozzo di fiducia permette a Gesù di porre un nuovo gesto: il miracolo della pesca. Pietro prende molti più pesci di quanto avrebbe mai potuto sperare, addirittura più di quanti ne potessero contenere le reti. Ha bisogno di aiuto e tutte e due le barche si riempiono fino quasi ad affondare. Pietro potrebbe adesso ringraziare Gesù per il prodigio insperato ma, nel frat­tempo, qualcosa è avvenuto in lui: la pesca miracolosa non gli ha soltanto fatto dimenticare la brutta notte. Molto più in pro­fondità dello scacco umano, la pesca ha messo a nudo in lui uno scacco ben più grave e fondamentale. Attraverso il miracolo Gesù ha improvvisamente colpito il peccato di Pietro: « Al vedere que­sto, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: `Si­gnore, allontanati da me che sono un peccatore! »‘. 

Pietro non dice: rabbi, maestro, bensì Kyrios, Signore: è il nome riservato a Dio. In Gesù, Pietro ha riconosciuto Dio; nello stes­so istante prende coscienza di essere solo un peccatore. E qual­cosa di estremamente normale: appena Gesù si rivela, il nostro peccato è messo in luce; e viceversa: ci è impossibile vedere ve­ramente il nostro peccato finché non siamo nella luce di Gesù. 

Pietro viene così messo a confronto con lo scacco che rappre­senta per se stesso e che osa svelare a Gesù. Porta in sé lo scac­co più nascosto, più desolante e all’improvviso ne prende co­scienza: non è nient’altro che un poveraccio, addirittura un pec­catore. E come peccatore, è convinto di non aver nulla a che fare con Gesù, né Gesù ha nulla a che fare con lui: « Allontanati da me che sono un peccatore! ». 

Enorme sorpresa! E esattamente il contrario che è vero: la confessione stessa di Pietro permette a Gesù di compiere un ul­timo passo per mettere alle strette Pietro, a meno che non sia stato Gesù a provocare la confessione di Pietro. In ogni caso, il riconoscimento e la confessione del peccato obbliga entrambi a riconoscersi vinti. Non appena Pietro confessa il suo peccato, Gesù può agire e perdonare; non appena la ferita è scoperta, Gesù può esercitare la sua potenza guaritrice e, per così dire, ricostruire Pietro, ricrearlo: « D’ora in poi sarai pescatore di uomini ». Non è per nulla sorprendente che, nel momento stesso in cui Gesù chiama Pietro, si imbatta nel suo peccato. Gesù non va in cerca di nessuna qualità eccezionale nei suoi primi discepoli: quello che cerca è la loro debolezza, i loro scacchi inconsci, le loro col­pe insospettate, tutte quelle zone malate di ogni uomo che han­no bisogno del suo amore, che possono essere colte e assunte solo dall’amore, sulle quali il suo amore può intervenire con la sua onnipotenza. Gesù è venuto fino a noi proprio per prendere su di sé la nostra debolezza e per trasformarla in forza. E morto una volta per tutte al peccato e il Padre l’ha risuscitato dai mor­ti per una vita nuova. 

La forza di Dio nella debolezza 

Una delle più antiche professioni di fede della chiesa, e una delle più convincenti, citata da Paolo nella sua seconda lettera ai Corinti, esprime chiaramente questa tensione salutare tra la tentazione e la vittoria, tra la debolezza e la forza, fino ad applicarla alla pasqua di Gesù: « Egli fu crocifisso per la sua debo­lezza, ma vive per la potenza di Dio » (2Cor 13,4). Gesù fu cro­cifisso ed è morto a causa della debolezza dell’uomo, debolezza che ha preso su di sé fino all’estremo; ma a partire da questa debolezza è risuscitato e ora vive per la potenza di Dio. Proprio in questa debolezza, che è la nostra, Gesù ha incontrato la po­tenza di Dio, ed è a partire da questa debolezza che Dio lo ha risuscitato a nuova vita. Anche per Gesù la debolezza dell’uo­mo è stata il cammino che gli ha permesso di incontrare la po­tenza del Padre. 

Ecco perché il discepolo che vuole servire Gesù nel suo cam­mino deve necessariamente accettare a sua volta la propria de­bolezza e quindi la tentazione. Dopo che Gesù ha sofferto la nostra debolezza e ne è morto per risorgere, la potenza di Dio è nascosta al cuore di ogni debolezza umana, come un seme che si prepara a germínare grazie alla fede e all’abbandono. Fino a quando ci opponiamo in mille modi alla nostra debolezza, la po­tenza di Dio non può agire in noi. Naturalmente possiamo fare qualche sforzo per correggere un po’ la nostra debolezza, ma in realtà non serve a nulla: la meraviglia della potenza di Dio e la meraviglia della nostra conversione restano al di fuori della no­stra portata. 

Cerchiamo di risolvere i nostri problemi con un misto di buona volontà e di generosità, facciamo del nostro meglio per condurre una vita virtuosa e giusta, ci appoggiamo su buoni pro­positi e sulle nostre energie naturali, tentiamo di farcela a parti­re dalla nostra lealtà e generosità… Tutto questo dura per un po’, finché non rischiamo la disfatta e arriviamo al bordo del precipizio. Grazie a Dio! Altrimenti non avremmo mai potuto convertirci e saremmo rimasti al servizio delle nostre illusioni e dei nostri idoli, ignorando l’autentica fede, per quanto possa essere piccola… come un granello di senape. Sarà addirittura ne­cessario che noi un giorno sprofondiamo, per fare l’esperienza concreta della nostra debolezza, quella debolezza in cui potrà finalmente dispiegarsi la potenza di Dio. Come è capitato a Pietro, che non poteva riconoscere Gesù finché annoverava se stesso tra i giusti, ma che si colloca tra i peccatori non appena Gesù si rivela veramente a lui. Come ha detto a chiare lettere, Gesù non viene per i giusti ma solo per i peccatori (cf. Mt 9,13). 

E qui in gioco un dato essenziale di ogni esperienza cristiana, che è indubbiamente l’unica condizione per essere toccati dalla grazia e per potervi acconsentire. Paolo esprime questo dato più o meno negli stessi termini: costretto dagli avversari a elencare tutti i propri meriti, nella speranza di far accettare la sua testi­monianza, comincia con il vantarsi di tutto quello che ha rice­vuto e che lo pone in buona luce agli occhi di quanti dubitano della sua missione. Ma alla fine preferisce vantarsi delle proprie debolezze: « Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un in­viato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non va­da in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: `Ti ba­sta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie de­bolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi com­piaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono de­bole è allora che sono forte » (2Cor 12,7-10). In cosa consista concretamente questo « inviato di Satana » incaricato di schiaf­feggiare Paolo non interessa il nostro discorso. Tuttavia, dal con­testo, sembra trattarsi di una forma di tentazione nella quale Paolo era messo di fronte in modo bruciante alla propria debo­lezza, al punto che cercava rifugio nella preghiera e supplicava il Signore di liberarlo. 

 Forse Paolo aveva paura di fronte alla propria debolezza? Era forse un’idea per lui intollerabile? In ogni caso, Gesù non cede: la tentazione non viene risparmiata a Pao­lo, perché è molto più vantaggioso per lui restare nella tentazio­ne in modo da imparare come la potenza di Dio è capace di agi­re al cuore della debolezza. Né la forza di Paolo, né la sua vitto­ria personale hanno qui importanza, ma unicamente la sua perseveranza nella tentazione e, al contempo, nella grazia. La grazia non viene a innestarsi sulla nostra forza o sulla nostra virtù, ma unicamente sulla nostra debolezza. Allora basta ampiamen­te, e noi siamo forti solo quando la nostra debolezza ci diventa evidente: è il luogo benedetto in cui la grazia di Gesù può sor­prenderci e invaderci. 

Riconciliarsi con la propria debolezza 

Quanto abbiamo appena detto non è immediatamente evidente nell’esperienza quotidiana della vita spirituale. La maggior par­te di noi è inquieta, se non addirittura smarrita, quando ci ap­pare, in modo più o meno brutale, la nostra debolezza. Alcuni arrivano perfino a fuggire: bisogna aver già una certa esperien­za dell’amore di Dio per osare permanere nella debolezza e ri­conciliarsi con il proprio peccato. Alcuni non riusciranno mai a riconoscere la minima traccia di debolezza in se stessi, il che è molto grave. La vita di costoro può sembrare molto generosa, perché fanno degli autentici sforzi, ma nel contempo sarà sem­pre un po’ rigida e forzata: una vita in cui l’amore autentico non può sgorgare; sono persone alla soglia dell’indurimento, prossi­me all’accecamento spirituale. 

Grazie a Dio, molto più spesso non è così: è più frequente che noi conosciamo bene la nostra debolezza ma senza sapere come gestirla. Essa ferisce inconsciamente l’immagine ideale di noi stessi che portiamo sempre con noi. Spontaneamente pen­siamo che la santità va ricercata nella direzione opposta al pec­cato e contiamo su Dio perché il suo amore ci liberi dalla debo­lezza e dal male e ci permetta così di raggiungere la santità. Ma non è così che Dio agisce con noi: la santità non si trova all’op­posto bensì al cuore stesso della tentazione, non ci aspetta al di là della nostra debolezza ma al suo interno. Sfuggire alla de­bolezza significherebbe sfuggire alla potenza di Dio che è all’o­pera solo in essa. Dobbiamo dunque imparare a dimorare nella nostra debolezza, ma armati di una fede profonda, accettare di essere esposti alla nostra debolezza e nello stesso tempo abban­donati alla misericordia di Dio. Solo nella nostra debolezza sia­mo vulnerabili all’amore di Dio e alla sua potenza. Dimorare nella tentazione e nella debolezza: ecco 1′unica via per entrare in con­tatto con la grazia e per diventare un miracolo della misericor­dia di Dio. 

E quanto è capitato a Pietro: aveva appena rinnegato il suo Maestro per la terza volta, che « il Signore, voltatosi, guardò Pie­tro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva det­to: `Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte’. E uscito, pianse amaramente » (Lc 22,61-62). Che cosa ha signifi­cato quello sguardo per Pietro, possiamo solo immaginarcelo. Non fu certo una condanna: « Non sono venuto per condannare », di­ce Gesù stesso (Gv 12,47). Non fu neanche un rimprovero, ma solo un amore dolce e ardente: « Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. (…) Come un padre è tenero con i suoi figli, così è tenero il Signore » (Sal 103,8.13). E que­sto proprio nel momento in cui Pietro è venuto meno nei con­fronti di Gesù e si scopre in flagrante delitto di tradimento. In quella precisa situazione lo sguardo d’amore di Gesù lo tocca e lo ferisce e, nello stesso istante, gli offre il suo perdono d’a­more. 

 E non si limita ad accordargli il perdono, ma chiama Pie­tro a una nuova vita: da quel momento, infatti, Pietro è diven­tato un altro uomo, il suo intimo vacilla, il suo cuore si scioglie, ora sa cos’è l’amore. « Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rm 5,8). Pietro scoppia in lacrime, lacrime che testimo­niano la ferita prodotta dallo sguardo di Gesù, lacrime amare, annota Luca. Questa è senz’altro l’impressione suscitata in co­loro che hanno sorpreso Pietro in singhiozzi, ma noi possiamo anche pensare che, nel fondo del suo cuore, sono state lacrime di gioia e di riconoscenza. Gesù infatti, con quello sguardo d’a­more, non ha abbandonato Pietro alla sua sofferenza e alla sua disperazione, ma gli ha fatto dono, di persona e all’istante, di un nuovo segno del suo amore. 

Non sarà l’ultima volta che lo sguardo di Gesù verrà a distur­bare Pietro in modo così salutare, sconvolgendolo in profondi­tà. L’occasione più commovente sarà nel giorno stesso di Pasqua, ma gli evangelisti non ci hanno lasciato alcun particolare sull’in­contro tra Pietro e Gesù risorto. Solo una breve testimonianza, che costituisce forse il kérygma, il più antico annuncio della re­surrezione: « Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Si­mone » (Le 24,34). Anche Paolo, quando elenca le apparizioni del risorto, vi include con risalto l’apparizione a Pietro, citata per prima: « Fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, ed è apparso a Cefa e quindi ai dodici » (1Cor 15,4-5). Secondo altre testimonianze, sembra che Gesù sia apparso dap­prima a Maria Maddalena (c£ Mc 16.9) e successivamente a due discepoli « mentre erano in cammino verso la campagna » (Mc 16,12). Ma proprio questi due, che noi conosciamo meglio – grazie al racconto di Luca – come i discepoli di Emmaus (cf. Le 24,13-35), tornano la sera stessa di Pasqua a Gerusalemme per ascoltarvi la buona novella dalla bocca degli apostoli: Gesù è ap­parso a Pietro. 

Ecco per Pietro un altro profondo sconvolgimento. Forse si trovava ancora sotto il peso della sua viltà e del rinnegamento di due giorni prima: Gesù era morto e sepolto, non solo per lui, ma anche per gli altri apostoli, e Pietro si sentiva responsabile di quella morte. Ben lungi dal seguire Gesù fino alla morte, co­me aveva promesso non senza temerarietà, l’aveva molto sem­plicemente abbandonato e proprio nel momento più critico. Al­l’alba del mattino di Pasqua c’era stato il problema della tomba vuota, e Pietro vi era corso assieme a Giovanni, per vedere e fare la stessa costatazione. Era vero: il Signore era scomparso e nessuno era in grado di dire chi l’avesse preso o dove l’avesse trasportato. Per Pietro tutto questo era ancor più sconcertante. Finché, all’improvviso… quella stessa voce calda, quello stesso sguardo traboccante d’amore: Pietro perdonato all’istante e per sempre e, nel contempo, guarito dalla sua debolezza più profonda e ristabilito al suo posto proprio a causa di quella debolezza. Le lacrime sgorgarono di nuovo, ma questa volta indubbiamente lacrime di gioia e di riconoscenza. Gesù amava quindi Pietro così intensamente da venire a cercarlo fin nel rinnegamento e nel tra­dimento per poterlo incontrare in profondità. In quel radioso mattino di Pasqua, Pietro fu il primo dei peccatori perdonati. 

Giovanni ha riservato 1′epílogo di questa avventura per la fi­ne del suo evangelo. Si tratta di quella scena così intima e commovente in cui Gesù, per tre volte, chiede a Pietro se lo ama più degli altri (Gv 21,15-17). E per tre volte anche Pietro può dichiarargli il proprio amore, così come per tre volte l’aveva rin­negato: « Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene! ». Con ogni probabilità, esattamente come quell’altra peccatrice dell’e­vangelo – Maria Maddalena – Pietro ora ama Gesù molto più di prima: anche a lui infatti è stato molto perdonato (Lc 7,47). Gesù ne trae immediatamente le conseguenze: « Pasci le mie pecorel­le ». Chi ha potuto esperimentare un simile sgorgare di amore e di misericordia sarà anche il primo e il migliore testimone del­l’amore. « E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » 

(Lc 22,32). 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 4 avril, 2007 |Pas de commentaires »
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