Archive pour le 29 avril, 2007

Il Buon Pastore

buonpastore.jpg

il Buon Pastore, dal sito Maranathà

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di Gianfranco Ravasi: il presente

dal sito on line di « Avvenire »

 dal « Mattutino di Gianfranco Ravasi »:

 

22 Aprile 2007  

il presente 

 

Forse solo in paradiso l’umanità vivrà finalmente per il presente; finora, infatti, è sempre vissuta d’avvenire.
Una parabola ebraica racconta che un giorno Dio mandò l’angelo Gabriele sulla terra a offrire almeno a un uomo il dono puro della felicità. L’angelo, però, ritornò stringendosi ancora tra le mani quel regalo e a Dio che chiedeva spiegazioni replicò: «Ho trovato che tutti gli uomini  non avevano tempo di ascoltarmi perché avevano tutti un piede nel passato e uno nel futuro; nessuno badava al presente». Qualcosa del genere suggerisce anche il grande scrittore Anton Cechov in un appunto dei suoi diari, quello che abbiamo proposto per questa nostra riflessione. Effettivamente se osserviamo il nostro stesso comportamento, è raro il caso in cui ci fermiamo a gustare il presente, anche perché – come già notava s. Agostino – esso subito ci sfugge di mano.
Siamo, dunque, sospesi tra la nostalgia o il rimpianto per il passato e l’attesa di un futuro desiderato come migliore. Si genera, così, una sorta di alienazione che è fatta di scontentezza, di insoddisfazione, di delusione permanente. Cechov giustamente osserva che sarà proprio l’eternità del paradiso, « puntuale » nella sua pienezza, senza un prima o un poi ma perfetta nell’attimo (si ricordi il desiderio dell’istante pieno, bello e infinito che pervade l’anima del Faust di Goethe) a strapparci dalle illusioni e a immergerci nella gioia del presente. Ma già ora – forse proprio in questa domenica – potremmo fermarci per prendere in mano la nostra realtà attuale che è già sintesi di ciò che siamo stati e che contiene in germe ciò che saremo. È questa la vita reale, è ciò che siamo. 

 

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Prima lettura della Veglia Pasquale: Genesi 1, 1 – 2,2 Lo Stupore e La Meraviglia

Credo che valga la pena di ripercorrere le letture della notte pasquale, o perlomeno, sono io che vado in cerca di meditazioni in questo tempo, dal sito:  http://www.santamelania.it/ 

in quella notte le parole inutili non si dicono – 1

di don Franco Brovelli

 Riportiamo le meditazioni sulle letture della Veglia Pasquale tenute nel Corso di esercizi spirituali, a Villa Immacolata (Torreglia-Padova), dal 17 al 21 agosto 1998, da don Franco Brovelli, responsabile della formazione permanente del clero di Milano.
Il testo di ogni meditazione,Pro manuscripto ci è stato gentilmente concesso dal Servizio Formazione Permanente della Diocesi di Roma.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
 
 
30/03/2007 



Prima meditazione: Gen 1, 1 – 2,2  Lo Stupore e
La Meraviglia 
Ecco l’antichissimo testo della creazione. Nella notte-veglia della risurrezione del Signore, la chiesa, tutte le chiese (questo è un testo unanimemente ascoltato in tutte le tradizioni liturgiche dell’oriente e dell’occidente) questa parola irrompe nella storia dell’uomo e riconduce al senso. Ora vorrei aiutarvi a gustare questo testo, soprattutto nella preghiera. Accolgo qualche annotazione conclusiva di quei commenti puntuali e fecondi, che commentano questo brano. E’ troppo riduttivo dire che i primi undici capitoli di Genesi sono la creazione e la caduta. L’ascolto autentico della parola ci dice che questo e l’ascolto di ciò che spiega tutto il resto; è l’ascolto del fondamento che dà senso. Questo è il grande ingresso ai primi undici capitoli di Genesi, ciò che spiega quanto dopo avviene nella storia dell’umanità, dell’uomo e della donna. Mi limito ad alcune annotazioni. quelle che mi paiono le più feconde e cerco di dirle in maniera che possono già aiutare la vostra preghiera. Anzitutto: lo stupore e la meraviglia sono i sentimenti che animano questo magnifico inno alla creazione. Per sei volte ritorna il tema dominante: « Dio vide che era cosa buona! « . L’ultima volta questa espressione sfoggia come in un gran finale a tutta orchestra: « Dio vide quanto aveva fatto; ed ecco era cosa molto buona! « . E’ la stessa meraviglia che percorre il profondo sentimento poetico del salmo 8: « O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.! Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle, che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? « . Celebriamo questo salmo con l’intensità di fede, di attesa e di stupore con cui da sempre esso è attraversato nella tradizione orante del popolo di Dio. 

Coloro che hanno voluto questo testo come prima pagina di tutta la torah non si sono certo ingannati. Esso rappresenta veramente il preludio e il senso di tutta la storia umana, che il Dio dell’Esodo aveva intessuto con il suo popolo, Israele. In questo testo abbiamo un’autentica sintesi di teologia della storia – ci dicono i biblisti più bravi – il senso della creazione del mondo e dell’uomo, incamminati verso il compimento; il settimo giorno è il compimento: il riposo di Dio! E questo dà ragione nell’alternanza tra giorni lavorativi e giorni di riposo, tra tempo feriale e tempo festivo. Soprattutto è il brano che annuncia che Dio ha voluto il suo valido interlocutore a immagine e somiglianza di lui.    

La seconda annotazione: vv. 26-27. Abbiamo due sinonimi: immagine e somiglianza, che vogliono esprimere una similitudine, una possibilità di sintonia tra l’uomo e Dio. Decidendo di creare l’umanità a sua immagine e somiglianza, Dio volle creare un « tu », che potesse avere relazione con lui. Questo versetto di Genesi non esprime solo una qualche dimensione dell’essere umano, ma « !a » dimensione, quella fondamentale, quella che vive negli uomini e nelle donne, nel tempo e in ciascuno. Dio ha posto in essere una creatura che potesse rispondere a lui, libera, che potesse essere interlocutore. Ecco, è scritta qui dalle origini la possibilità di tutta la storia che seguirà. Potrebbe essere addirittura storia di alleanza ci dirà la vicenda dell’Esodo, storia di comunione e addirittura di alleanza sponsale. Ogni persona è stata pensata come interlocutore libero di Dio.    

Infine l’ultima annotazione per gustare il testo: il settimo giorno, all’inizio del capitolo secondo. Sta a significare il fine di tutta la creazione: non è 1′ ultimo giorno, è il  fne della creazione! il riposo di Dio è l’ultima opera che produce fecondità. La connessione tra la settimana dell’uomo e la settimana di Dio crea un legame profondo tra le due: quella umana diventa simboli di quella divina e quella divina dà senso a quella umana. Allora ti chiedi: qual è il senso della creazione, simbolicamente espresso dal settimo giorno di Dio? Il settimo giorno – dicono i biblisti – è il fine dell’uomo e di tutta la creazione. Quel riposo di Dio non è ozio, ma è attività nuova e perfezionamento del lavoro precedente. C’è una fecondità nuova del settimo giorno, del compimento che supera la fecondità dei giorni lavorativi e l’uomo ne può avere un anticipo nella festa e nel culto, quando nella gratuità impara a rendere lode, quando attraversa il tempo non per accumulare e per possedere, ma per rendere grazie, per recuperare il fondamento e per restituire se stesso alla sua vocazione di immagine e somiglianza di Dio. C’è un accenno di questa esegesi fugace, ma abbastanza chiaro nella lettera apostolica di Giovanni Paolo II sul Dies Domini. In tutta la sezione biblica si fa anche riferimento alla lettura esegetica di Genesi 1, che è appunto il tema del settimo giorno.    

Questo è importante per penetrare e gustare il testo che ha davvero una sua solennità; quando quella notte il lettore scandisce le parole di Genesi si ha come la consapevolezza di un tempo che ritrova il suo centro, le sue origini e il suo perché. Pregate questo testo alla luce di quella grande ermeneutica cristiana, che ha preso 1′avvio dalla riflessione di Paolo, in particolare alla luce di Efesini 1.3-14. Il famoso inno di lode di Paolo: « Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo…  » Oramai . non è più pensabile dentro la memoria viva di Gesù di Nazaret e della sua Pasqua riascoltare il testo di Genesi a prescindere da quello scenario, tutto in cantemplazione della Pasqua di Gesù, che vada a compimento della storia dell’uomo e della creazione intera. Vi inviterei a lasciarvi portare dal testo biblico; tra l’altro anche i due salmi, che la liturgia propone il 103 e il 32, vi possono aiutare ad entrare in meditazione.    

Siamo al secondo momento più esistenziale e legato alla vicenda che ciascuno di noi sta vivendo. Certamente c’è un linguaggio previo in questo testo che a me pare oggi di eccezionale attualità. Oggi il tempo rischia di diventare solo un avversario dell’uomo, anzi un nemico, perché siamo costretti a riconoscere che non ci possiamo difendere dalla sua inarrestabilità. Questo è il tempo che ogni giorno ci costringe ad invecchiare, a riconoscere che abbiamo un giorno in più. un mese in più, un anno in più… e rischia di diventare un nemico; tant’è che in ogni modo si cerca di scantonarlo. pur con l’affanno delle cose, per cui si accumula, si accumula … e si riempiono i granai, nella illusione che così il tempo venga dominato oppure lo si subisce passivamente, magari con il tono gaudente, in una maniera che mortifica e impoverisce.    

Che senso diverso ti dà invece il racconto della creazione! Noi siamo situati nel tempo per riconoscere meglio qual è il fondamento, dove abita, che nome e che volto ha. Entrando in dialogo con noi stessi, chiediamoci: che cosa sta al principio della mia vita, della mia esperienza di discepolo, della mia chiamata alla fede e al ministero? Se dovessi dirla, ridirla, la parola fondatrice della mia vita, quale parola direi? Quali sono per me le parole che stanno al principio e che sono origine e fondamento del resto del cammino? Questo testo di Genesi un desiderio così te lo mette nel cuore e nell’aníma. Facciamo innanzitutto memoria di ciò che sta all’inizio della nostra vita, della nostra esperienza di discepoli del Signore [...]. Come la racconteremmo tale parola fondativa e creatrice;? In questo momento cosa sta davvero al centro della mia vita? Questa pagina ini costringe a questo interrogativo. E’ importante dialogare con tanto realismo e veridicità attorno a questo interrogativo, perché queste non sono risposte teoriche.    

Proviamo a pensare a fatti e situazioni concrete della nostra vita: è li che riusciamo a capire cosa per noi di fatto oggi davvero è al centro della vita. Qualche esemplificazione possibile. Quando ci siamo messi in cammino per dire di sì: perché abbiamo detto di sì? Che cosa abbiamo riconosciuto come certo nella nostra vita? Ognuno di noi avrà attraversato dei tempi di prova… Facciamo memoria dei tempi di prova, magari qualcuno avrà « la fortuna » di essere adesso nella prova… Nel tempo della, prova appare con evidenza che cos’è al centro della vita. A chi e a che cosa ti aggrappi e a chi fai riferimento? Oppure, in un tempo di canibíamento di situazioni, di trasloco., di cambiamento di destinazione. di compito… in questi momenti, quando è finito il capitolo degli scatoloni e in genere si fa un bilancio di ciò che sta alle spalle e la previsione di ciò che ci attende… Questo è un momento preziosissimo per capire che cosa di fatto per noi sta al centro della vita.  Questi sono elementi emblematici della vita, limpidissìmi : dicono davvero per chi si vive­e a chi ci si è dedicati. Quando facciamo un anniversario,un decennio, un venticinquesimo… che tipo di bilancio facciamo? Questo è un momento importante della vita! Facciamo 1′elenco delle cose realizzate o abbiamo un altro criterio per rileggere più a fondo la vita, ad esempio: quanto stiamo entrando nell’esperienza del settimo giorno, della comunione profonda con il Signore: e con la sua Parola? Quanto stiamo dedicandoci a lui? Quanto stiamo appartenendo al Signore? Questo testo di Genesi a me pare, sotto questo profilo, bellissimo. E’ testo evocativo, appunto degli inizi, di ciò che sta in origine.[...]. 

   Ultimo punto: qual è la categoria chiamata in questione da un testo come Genesi 1? Ultimamente, perché questa pagina ci interpella? A me pare che questo testo sia una di quelle pagine formidabili nel dire la definitività dell’appartenenza al Signore. Questo testo dice che la vocazione scritta dagli inizi non è quella di un’appartenenza a Dio a intermittenza; non è un’appartenenza per prova, a stagioni, a capitoli, a esperienze… alcune sì, altre no! La parola che sta iscritta in Genesi 1 è quella di una definitività di appartenenza al Signore. Signore, sto vivendo e realizzando una definitività di appartenenza a te, al tuo vangelo, alla causa della tua parola? Amo il Signore con tutto il cuore, con tutte le,forze, con tutto me stesso? O c’è qualcosa che amo più di lui o fuori di lui, o a prescindere da lui? Questa è domanda è insidiosa ma formidabilmente corroborante.[...]. 

Sentimenti, passioni, emozioni, affetti… stanno in me percorrendo le strade purificanti di chi impara a legare se stesso e la sua vita al Signore, a tal punto che non riuscirei più a pensarmi slegato da lui? E’ lui il movimento irreversibile della mia vita, la perla preziosa, il tesoro nascosto nel campo per il quale sono disposto ad investire? Ecco la meditazione su ciò che sta agli inizi. E’ il testo introduttivo di Genesi: un testo che rimanda continuamente al fondamento. Mi piace concludere con la preghiera della liturgia: « Dio, onnipotente ed eterno, ammirabile in tutte 1e opere del tuo amore, illumina i fìgli da te redenti, perché comprendano che, se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione, nel sacrificio pasquale di Cristo Signore. Amen «  

Publié dans:Approfondimenti, meditazioni |on 29 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Sui cambiamenti climatici, la Chiesa respinge previsioni catastrofiche e misure contro lo sviluppo

 dal sito:

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-04-27 

Sui cambiamenti climatici,
la Chiesa respinge previsioni catastrofiche e misure contro lo sviluppo 

Conclusioni del Cardinale Martino al Seminario internazionale tenutosi in Vaticano 

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 27 aprile 2007 (ZENIT.org).- Questo venerdì, a conclusione del Seminario internazionale sul tema “Cambiamenti climatici e sviluppo”, il Cardinale Renato Raffaele Martino ha espresso la propria soddisfazione per il vivace e intenso dibattito svoltosi, e, pur ammettendo la realtà dei cambiamenti climatici, ed ha criticato certe “forme di idolatria della natura che perdono di vista l’uomo”.

“La natura è per l’uomo e l’uomo è per Dio”, ha sottolineato il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel tracciare le conclusioni a questo incontro che ha riunito in Vaticano 80 studiosi ed esperti provenienti da 20 Paesi dei cinque Continenti.

“Anche nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici – ha spiegato il porporato – si dovrà far tesoro della Dottrina Sociale della Chiesa”, che “non avvalla né l’assolutizzazione della natura, né la sua riduzione a mero strumento”.

Secondo il Cardinale Martino “la natura non è un assoluto, ma una ricchezza posta nelle mani responsabili e prudenti dell’uomo” e questo significa anche che “l’uomo ha una indiscussa superiorità sul creato e, in virtù del suo essere persona dotata di un’anima importante, non può essere equiparato agli altri esseri viventi, né tanto meno considerato elemento di disturbo dell’equilibrio ecologico naturalistico”.

In questo contesto “l’uomo non ha un diritto assoluto su di essa, ma un mandato di conservazione e sviluppo in una logica di universale destinazione dei beni della terra che è uno dei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa, principio che va soprattutto declinato con l’opzione preferenziale per i poveri e per lo sviluppo dei paesi poveri”.

Nella considerazione delle problematiche connesse ai cambiamenti climatici, il Presidente del Dicastero vaticano, ha rilevato che “
la Dottrina Sociale della Chiesa deve fare i conti con molte odierne forme di idolatria della natura che perdono di vista l’uomo”.

“Simili ecologismi – ha precisato il porporato – emergono spesso nel dibattito sui problemi demografici e sul rapporto tra popolazione ambiente e sviluppo”.

Il Cardinale Martino ha raccontato che in occasione della Conferenza internazionale del Cairo su Popolazione e Sviluppo nel 1994, alla quale prese parte in veste di capo delegazione, “
la Santa Sede ha dovuto contrastare, assieme a molti paesi del terzo mondo, l’idea secondo cui l’aumento della popolazione nei prossimi decenni sarebbe stata tale da portare al collasso gli equilibri naturali del pianeta e impedirne lo sviluppo”.

“Queste tesi sono state ormai confutate e, per fortuna, sono in regressione”, ha affermato il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. “Nel contempo però – ha aggiunto – gli stessi che proponevano questa visione, sostenevano quale mezzo per impedire il supposto disastro ambientale, strumenti tutt’altro che naturali, come il ricorso all’aborto e alla sterilizzazione di massa nei paesi poveri ad alta natalità”.


La Chiesa propone una visione realistica delle cose”, ha sostenuto il Cardinale Martino. “Essa ha fiducia nell’uomo e nella sua capacità sempre nuova di cercare soluzioni ai problemi che la storia gli pone. Capacità che gli permettono di confutare spesso le ricorrenti, infauste e improbabili previsioni catastrofiche”.

Nella parte finale delle conclusioni, il porporato ha ricordato che “secondo la concezione di ecologia umana sviluppata dal pontefice Giovanni Paolo II, quella ecologica non è solo una emergenza naturale, ma è una emergenza antropologica, in cui conta il modo di rapportarsi dell’uomo con se stesso e soprattutto il modo di rapportarsi con Dio”.

“L’errore antropologico è quindi un errore teologico”, ha sottolineato il Cardinale, ed ha aggiunto: “Quando l’uomo vuole porsi al posto di Dio, perde di vista anche se stesso e la sua responsabilità di governo della natura”. 

 

buona notte

albatros.jpg

Albatros

Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 29 avril, 2007 |Pas de commentaires »

« Io do loro la vita eterna »

San Gregorio Magno (circa 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelia 14 sul vangelo ; PL 76, 1129-1130

« Io do loro la vita eterna »

Ecco che colui che è buono, non grazie a un dono ricevuto ma per natura, dice: « Io sono il buon Pastore ». E aggiunge, perché imitiamo il modello che egli ci ha dato nella sua bontà: « Il buon Pastore offre la vita per le pecore » (Gv 10,11). Egli ha attuato ciò che ha insegnato; egli ha mostrato ciò che ha comandato. Buon Pastore, ha dato la sua vita per le sue pecore, per cambiare il suo corpo e il suo sangue nel nostro sacramento, e saziare con il cibo della sua carne le pecore che aveva riscattate. La strada da seguire è indicata: questa strada è il disprezzo della morte. Ecco posto davanti a noi il modello al quale dobbiamo conformarci. Prima dedicarsi nei fatti con tenerezza alle proprie pecore; ma poi, se è necessario, offrire loro persino la propria morte.

Aggiunge poi: « Conosco le mie pecore », cioè le amo, « e le mie, pecore conoscono me ». Come a dire apertamente: corrispondono all’amore di chi le ama. La conoscenza precede sempre l’amore della verità. Domandatevi, fratelli carissimi, se siete pecore del Signore, se lo conoscete, se conoscete il lume delle verità. Parlo non solo della conoscenza della fede, ma anche di quella dell’amore; non del solo credere, ma anche dell’operare. L’evangelista Giovanni infatti spiega: « Chi dice: Conosco Dio, e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo » (1 Gv 2,4). Perciò in questo stesso passo, il Signore subito soggiunge: « come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore ». Come se dicesse esplicitamente: da questo risulta che io conosco il Padre e sono conosciuto dal Padre, perché offro la mia vita per le mie pecore; cioè io dimostro in quale misura amo il Padre dall’amore con cui muoio per le pecore.

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