Archive pour le 28 avril, 2007

Cipriano di Cartagine, L’orazione del Signore

 dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/elepreg.html

Questo pane sia dato a noi ogni giorno

 lo invece, una volta lavato i piedi,

ho bisogno di quel battesimo di cui il Signore ha detto:

« Quanto a me, con un altro battesimo

devo essere battezzato ».

Preghiamo che ogni giorno questo pane sia dato a noi,

che viviamo nella grazia di Cristo,

ed ogni giorno riceviamo l’Eucaristia

quale farmaco di salute,

affinche non ci avvenga che sospesi per qualche misfatto

dalla comunione del Pane celeste,

siamo separati dal corpo di Cristo.

Cipriano di Cartagine, L’orazione del Signore

Publié dans:preghiere |on 28 avril, 2007 |Pas de commentaires »

« L’imitazione di Cristo sofferente » dal sito della Parrocchia di Santa Melania

 il testo è interessante non so perché mi viene scritto in modo così strano, forse perché è un po’ lungo, ma è bello spero che lo apprezziate ugualmente,

« L’imitazione di Cristo sofferente »  di p. Tomáš Špidlík, sj   

Nelle scuole dell’antico impero romano c’era anche un programma di insegnamento morale. Lo si faceva in modo molto concreto.Si proponevano ai giovani esempi da seguire:dei saggi, degli eroi morti per la patria, dei grandi strateghi, e degli uomini di governo.Quando dopo la pace di Costantino l’impero divenne ufficialmente cristiano, questo programma non corrispondeva più alle esigenze dei tempi. Si cercarono quindi di sostituire questi esempi pagani con esempi cristiani, cioè con i santi  sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dei martiri e dei cristiani perfetti apparsi nella storia della Chiesa. Essi furono commemorati anche nella liturgia. Si è formato anche un calendario che propone l’esempio di un determinato santo quel giorno o quell’altro dell’anno.  Nello stesso tempo i fedeli furono convinti che i santi sono come “un riflesso del sole e dell’acqua”. Qui si può osservare la luce senza essere accecati dallo splendore. Ma resta pur vero che il primo esempio ad essere contemplato e seguito è  lo stesso Gesù Cristo.I suoi primi discepoli non avevano altro libro da imparare che tenere davanti ai loro occhi ciò che avevano veduto nel loro Maestro. Perciò nella storia della spiritualità il tema della imitazione di Cristo occupa un posto importante. “Un cristiano – dice San Giovanni Climaco – è uno che imita Cristo nella misura possibile all’uomo, in parole, in azioni, e in pensieri”.  Eppure ogni tanto venne qualche dubbio e qualche obiezione contro questo ideale. Lo espresse presempio Martin Lutero. Pensava che uno che imita un altro finisce per vederlo davanti a sè, separato da sè. In tal modo Cristo appare un ideale così sublime che l’uomo non può pretendere di essere capace imitarlo. Bisogna quindi che Cristo sia non “davanti a noi”, ma “dentro di noi”. In altre parole si dice, dobbiamo vivere non “secondo Cristo”, ma “in Cristo”, identificarci con Lui. Così si esprime già San Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).  La risposta a queste obiezioni è facile. E’certo che Cristo non si può imitare come qualche eroe umano. Non ne abbiamo la forza. Ma i cristiani sono consapevoli che Cristo vive in loro per mezzo del suo Spirito ricevuto nel battesimo ed è in forza di questo Spirito che possiamo imitarlo secondo le nostre possibilità, lasciando che Lui stesso compia la sua opera in noi. I predicatori amano illustrare questo aspetto con un esempio. Si racconta che un giovane pittore sia stato un grande ammiratore del famoso maestro Domenichino. Decise di imitare uno dei suoi quadri in una chiesa. Lavorava con successo fino a quando doveva riprodurre il volto della persona. Per quanti sforzi facesse, il risultato era sempre negativo, usciva fuori sempre un volto differente. Disperato, buttò il pannello per terra. In quel momento si avvicinò un vechio signore che già da lungo lo osservava, prese il pennello e con poca fatica finì il quadro. E questa volta era la vera riproduzione del grande maestro. Il giovane lo gurdò sbalordito: “Signore, lei è un angelo!”. Il vecchio sorrise: “No non sono un angelo, sono Domenichino”. I santi hanno una simile esperienza. Dopo tanti fallimenti e dopo tante debolezze, sentono che Cristo vive in loro e che Lui stesso dipinge la sua immagine nel loro cuore. I pittori umani insegnano ai loro discepoli il metodo da seguire, il Mestro divino comunica a loro anche il suo talento.  Allora la via della imitazione di Cristo diventa facile. Lo si può illustrare con un altro esempio. La leggenda racconta che il santo principe Venceslao portava ai poveri legna e cibo nel duro inverno e in questa occasione andava a piedi nudi attraverso la neve. Il paggio che lo seguiva non sopportava il freddo e si lamentava. Allora il santo gli consigliò di mettere i suoi piedi accuratamente nelle sue tracce, nelle impronte sulla neve. Facendo così il paggio si sentì meravigliosamente riscaldato.  Frequentemente nei luoghi di pellegrinaggio è costruita una Via Crucis in forma vistosa. Ad ogni “stazione”  è consacrata una cappella speciale. Le preghiere corrispondenti esortano i fedeli a meditare sui diversi momenti della passione del Salvatore e a riflettere sulla propria vita, perché anch’essa è un cammino doloroso, ad imitazione di Gesù. Del resto una Via crucis si osserva in tutte le chiese cattoliche di rito latino.  Ma si sentono anche voci contrarie. Alcuni fanno obiezioni contro questo « dolorismo » medievale e portano l’esempio delle icone delle Chiese orientali dove Cristo è rappresentato come glorioso, cioè come colui che ha vinto il male e tutte le sue conseguenze. Vederlo solo nella nella sua sofferenza diminuisce il suo valore e dissuade dalla gioia di seguirlo. Inoltre vi si nota un modo di pensare troppo analitico che separa due aspetti di per sé indivisibili. Nella vita di Cristo vi è una “umiliazione fino alla morte » e insieme la « glorificazione » infinita. Sarebbero una « dopo » l’altra, o vanno piuttosto insieme? Nella prima metà di questo secolo il teologo orientale Sergej Bulgakov propose la sua spiegazione della kenosi di Cristo interpretando il testo fondamentale di San Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina… spogliò se stesso (in greco ekenosen, letteralmente: evacuò se stesso), facendosi obbediente fino alla morte e alla morte della croce; per questo Dio l’ha esaltato…» (Fil 2,5 ss). L’autore non vuol negare 1′insegnamento tradizionale secondo il quale Cristo ha sofferto eroicamente come uomo. Tuttavia, per comprendere la sofferenza dell’uomo, si deve partire da Cristo Dio, non vi può essere una incoerenza fra l’atteggiamento umano e l’atteggiamento divino.  Anche nella vita divina in seno alla SS. Trinità il Figlio si « spoglia », non tiene niente come proprio, ricevendo tutto il pensiero, tutta la volontà dal Padre. Ma questa « umiliazione celeste » costituisce la sua gloria e la sua beatitudine infinita, senza qualsiasi traccia di sofferenza. Incarnandosi, facendosi uomo, Cristo trasferisce questo stesso atteggiamento nella realtà del mondo peccaminoso che si ribella al Padre.  Ed a causa di questa resistenza del mondo peccaminoso, l’umiliazione del Figlio di Dio comporta la sofferenza che è inseparabile da ogni situazione peccaminosa. Ma con questo non dobbiamo immaginarci che la beatitudine di Cristo Dio non esista più. In modo misterioso, la sofferenza e la beatitudine sono unite. La beatitudine è come un fuoco che progressivamente brucia la sofferenza per arrivare allo stato glorioso anche nell’umanità.  Questo vale solo per il Cristo individuale o anche per il Cristo mistico, per i suoi santi? I diari dei mistici ci insegnano che anche nella loro vita le grandi sofferenze si trasformavano in una gioia indicibile. Solo così poteva scrivere santa Teresa d’Avila: «O patire o morire», cioè senza la sofferenza la vita non mi interessa più. In altro luogo attesta che soffriva molto, ma che Dio non l’ha mai lasciata patire senza una consolazione particolare. I semplici cristiani non devono credere facilmente di essere capaci di stati mistici. Ma una cosa è certa. La meditazione di Cristo sofferente non deve degenerare in qualche « dolorismo » non naturale. Deve, al contrario, aiutarci a scoprire il senso positivo del dolore umano con la ferma convinzione che questo viene progressivamente superato dal fuoco divino, dalla luce splendente dello Spirito che risiede nei nostri cuori.  

Publié dans:meditazioni |on 28 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Basta con le stragi E stanotte si fa sul serio

Dal sito on line di “Avvenire”

Iniziativa simbolica per cambiare gli stili di vita 

Basta con le stragi E stanotte si fa sul serio 

Giovanni Ruggiero  

Si vedono sempre più spesso lungo le nostre strade quelle steli funerarie laiche che la polvere e i fumi di scappamento ingrigiscono, scolorando i fiori di plastica che lì qualcuno ha deposto. Queste lapidi senza una croce e senza una preghiera direbbero, come in una nostrana Spoon River: sono morto qui per un bicchiere di troppo e per provare un’ebbrezza in più. Con la spietatezza dei numeri, l’Istat ci dice che solo nel fine settimana in dieci anni sono morti sulle strade 8.000 ragazzi, quasi 200 dall’inizio del 2007: sono le stragi del sabato sera che rappresentano il 43 per cento di tutti gli incidenti stradali e la metà delle cause di morte tra i giovani. Su questi numeri riflettiamo, ma mai abbastanza, solo quando i giornali contano le vittime sull’asfalto. La soluzione, allora, appare a tutti delle volte ovvia e perfino immediata. La patente a punti, i maggiori controlli delle forze dell’ordine, la chiusura anticipata delle discoteche, la limitazione della somministrazione dell’alcol e dei decibel profusi nelle sale da ballo: sembrano tutte risposte possibili, efficaci e definitive. E lo sono, fino alla prossima strage.
Per riflettere su questo, proprio la prossima – stanotte – l’hanno battezzata « Una notte per la vita », per nutrire una speranza: svegliarsi domani senza contare altri morti e restare sgomenti per la violenza dell’urto, per la forza delle fiamme che hanno avvinto i corpi e per le lacrime di chi racconta. Questa notte, con lo stop alle auto per recarsi in discoteca, sostituite con taxi o con navette, dovrebbe dimostrare, secondo l’Associazione familiari vittime della strada che l’ha promossa, che è possibile la « mortalità zero » e che si può fermare la morte sul fronte del divertimento.
Questa notte ha un valore simbolico e, se vista nel complesso della Settimana mondiale per la sicurezza stradale promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è anche un’occasione per riflettere. All’iniziativa hanno aderito varie personalità de lla politica e il Forum delle associazioni familiari.
La Cei stessa, accogliendola come un segnale positivo, chiede che il problema sia posto in primo piano nell’impegno educativo delle comunità parrocchiali, delle famiglie e delle istituzioni.
Con ciò la prospettiva cambia: le stragi vanno fermate con gli strumenti di cui già disponiamo e con altri che si ipotizzano, come ad esempio l’uso gratuito di etilometri, così che il conducente possa appurare direttamente se può mettersi al volante, o anche l’introduzione di un tutore, una persona cioè che non beve e accompagna tutti a casa, come è costume in molti Paesi del Nord Europa. Ma basta? Il Papa ha di recente sollecitato le istituzioni pubbliche perché si adoperino «per mantenere le arterie stradali sicure», ma Benedetto XVI ha fatto anche appello al senso di responsabilità che ciascuno ha verso se stesso e verso la collettività.
Viene allora da chiedersi: la guida in stato di ubriachezza è solo la causa degli incidenti e dunque delle stragi, o è anche un sintomo di personalità che sono in ricerca di qualcosa che non trovano e che suppongono di aver conquistato con lo sballo di una notte? Diventa allora più difficile invertire la rotta e fermare le stragi, poiché resta alla base un problema educativo: educare ad amare la vita, la propria e quella degli altri. Una vita che è un bene da godere nella gioia, ma anche nel rispetto di regole che non sono soltanto quelle del codice della strada.

 

 

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