Archive pour le 26 avril, 2007

L’Europa umiliata dalle falsità

dal giornale  »Avvenire on line » 

Operazioni indegne 

L’Europa umiliata dalle falsità 

Marco Tarquinio  

Siamo fra coloro che auspicano da tempo una seria crescita di ruolo del Parlamento europeo. Un salto di qualità democratico che chiuda definitivamente l’era in cui quell’assemblea è stata confinata in una dimensione istituzionalmente vaga e vana. Ma cominciamo a temere che alcuni dei nemici più insidiosi dell’autorevolezza, dell’attendibilità e della dignità stessa del Parlamento di Strasburgo operino stabilmente proprio sui suoi banchi. E ci rendiamo conto che quella speranza – nostra e di tutti coloro che si ostinano a coltivare un’idea alta e vera dell’Unione Europea – rischia di trasformarsi in amara disillusione.
Ce ne dà nuovo motivo l’inopinato lavorìo di un articolato gruppo di eurodeputati del Pse, della cosiddetta sinistra radicale e del gruppo liberaldemocratico nel quale si sono segnalati tre italiani – i comunisti del Prc Vittorio Agnoletto e Giusto Catania e la verde Monica Frassoni – che ha tentato di riesumare e di utilizzare nell’ambito di un documento sull’«omofobia» alcune incredibili e gravissime deformazioni del pensiero sui cosiddetti Dico del presidente della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco. Deformazioni che erano state compiute (e amplificate) da qualche organo di stampa nostrano. Deformazioni che, come purtroppo in Italia sappiamo bene, sono state prese tristemente a pretesto per imbrattare chiese e muri delle nostre città di insulti e minacce. Il tentativo di esportare immondizia – non riusciamo a considerare in altro modo il deliberato spaccio di menzogne – è alla fine fallito. E così è stato grazie alla responsabile attenzione di vari europarlamentari del Ppe, soprattutto italiani. Ma alcune scorie sono entrate ugualmente in circolazione e qualcuna è rimasta appiccicata anche al testo finale.
Verrebbe da dire: pazienza. Ma di pazienza con q uesta Europa della politica che s’allarga e che non cresce ne abbiamo sempre di meno. Soprattutto al cospetto di un’operazione come quella che è stata imbastita da eletti che non fanno niente per dimostrarsi onorevoli. L’ennesima manovra scellerata riconducibile alle solite lobby, quelle per le quali ogni mezzo e ogni terreno è utile pur di alimentare l’offensiva anti-religiosa e, soprattutto, anti-cattolica. Che cosa ci sarebbe di meglio, infatti, che riuscire a costringere a ripetizione (per «omofobia», per «familismo», per «antiprogressismo»…) su un ideale banco degli imputati coloro che si sono presi a bersaglio? Gli alleati, del resto, tra cronisti pressappochisti e propagandisti in malafede, non mancano. Manca però – e con sempre più clamorosa evidenza – la base di certe campagne mistificatorie. Soprattutto quando, come appunto nel fallito tentativo di tirare in ballo il presidente della Cei, emerge che si sarebbe stati pronti a mettere nero su bianco in un documento parlamentare un richiamo polemico che si sapeva benissimo essere capzioso e infondato. Soprattutto quando diventa palese che il reale obiettivo di certi politici (o politicanti, fate voi) è solo quello di scovare un modo per regolare in Europa – sede ulteriore e percepita come « più alta » – i conti aperti in sede nazionale.
Tutto questo non consente più noncuranze rispetto a certe limacciose derive che nell’emiciclo di Strasburgo vengono assecondate con frequenza ormai allarmante. Ne va, lo ripetiamo, dell’autorevolezza, dell’attendibilità e della dignità di quell’assemblea e delle battaglie che in essa possono e debbono essere ingaggiate. Non è ovviamente in questione l’impegno contro le discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali, ma gli argomenti con cui si ritiene di motivarlo. Se tra essi si cerca di infilarne di intollerabilme nte falsi e tendenziosi, il contraccolpo è inevitabile e devastante. Chi è disposto a umiliare la verità, umilia anche la causa che dice di difendere e soprattutto umilia l’Europa. Ci si pensi a Straburgo. E ci si pensi a Roma 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 26 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Tendenze contro la ricerca della carità e della giustizia internazionale, avverte il Vaticano

dal sito Zenith:  

Tendenze contro la ricerca della carità e della giustizia internazionale, avverte il Vaticano 

Presentazione della XIII Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali 

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 26 aprile 2007 (ZENIT.org).- Nonostante la consapevolezza comune che la ricerca della carità e della giustizia a livello internazionale sia di importanza fondamentale per la società odierna, si rilevano a volte segnali che agiscono in direzione opposta, avverte
la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.

Questo giovedì, la presentazione della XIII Sessione Plenaria dell’organismo pontificio alla stampa – in Vaticano – ha dato l’opportunità di tracciare il panorama globale attuale.

L’ampia convocazione internazionale e multidisciplinare di esperti, dal 27 aprile al 1° maggio in Vaticano, indagherà sulla fattibilità di una collaborazione, tra Nazioni, nel campo della carità e della giustizia in un mondo globalizzato.

La riflessione deve affrontare i “nuovi segni dei tempi che risultano molto preoccupanti”, riconosce
la Pontificia Accademia.

Il « riemergere del nazionalismo” è uno di questi segni.

In questo senso, sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli avanzati “ci sono segnali di crisi circa due caratteristiche chiave del processo di globalizzazione: il primo è un problema umano legato all’accresciuta emigrazione internazionale legale e illegale e la conseguente resistenza politica ad essa; il secondo è economico ed è in relazione alle tensioni tra protezionismo e libero scambio”, ha spiegato.

Alle ombre del panorama attuale si aggiunge il fatto che “i segnali di convergenza economica e sociale” – ed educativa – tra Paesi ricchi e Paesi poveri si limitano ancora a pochi di questi ultimi.

“Allo stesso tempo, perfino in paesi con un’economia in rapida crescita, l’incidenza della povertà e della povertà estrema è ancora molto alta”, ha affermato
la Pontificia Accademia.

L’organismo avverte anche della “debolezza del multilateralismo”. “Il bilateralismo sta crescendo sempre più e molte istituzioni multilaterali, come l’ONU, il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), l’FMI (Fondo Monetario Internazionale),
la Banca Mondiale e persino alcune delle loro omologhe regionali, mostrano segnali di debolezza e di stanchezza. Nonostante ciò, nessuna istituzione sta attualmente emergendo per prendere il loro posto”.

Rispetto agli “Obiettivi del Millennio”, esistono “fondati dubbi” circa il loro conseguimento “entro i tempi previsti”. Questi obiettivi si basavano su un ampio consenso internazionale che sta “cominciando a sfaldarsi”, per cui
la Pontificia Accademia esorta a riflettere su meccanismi utili a raggiungere queste mete, insieme alla formulazione di nuove proposte.

Contraria alla ricerca della carità e della giustizia a livello internazionale è anche la realtà di “aiuti insufficienti e inefficaci”.

“L’aiuto fornito è stato molto inferiore rispetto all’obiettivo di stanziare lo 0,7% del PIL dei paesi sviluppati per gli aiuti internazionali”, oltre al fatto che questo aiuto è stato spesso mal distribuito e mal utilizzato da organizzazioni internazionali, Governi e agenzie locali, ha segnalato
la Pontificia Accademia.

Questo non fa dimenticare un altro aspetto: “l’inizio del nuovo secolo è stato caratterizzato da un rilevante incremento del flagello sociale e morale del terrorismo”, mentre “il mondo è ancora afflitto su larga scala da guerre e guerre civili”.

“Carità e Giustizia nelle relazioni tra popoli e Nazioni” si propone, quindi, come asse della Sessione Plenaria che inizierà venerdì
la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, cercando risposte agli interrogativi posti soprattutto alla luce del Magistero della Chiesa.

[Ulteriori informazioni, programma e partecipanti su: http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_academies/acdscien/documents/rc_pa_acdscien_doc_20070327_social_plenary-session-2007_programme_en.html ] 

 

La prima volta di Benedetto XVI in America latina

dal sito: la chiesa it 

La prima volta di Benedetto XVI in America latina
Molti si aspettano che il papa finalmente parli ai cinquecento milioni di cattolici del continente, che da lui si sono sentiti fin qui trascurati. Ad Aparecida il possibile inizio d’un secondo tempo del pontificato
di Sandro Magister 

ROMA, 26 aprile 2007 – A San Paolo del Brasile e al santuario dell’Aparecida, sul tropico del Capricorno, è autunno e le temperature sono miti. Ma il suo prossimo viaggio in quelle terre, dal 9 al 14 maggio, sarà per Benedetto XVI una prova del fuoco.

In due anni di pontificato né il Brasile né l’America latina sono mai apparsi al centro della sua attenzione, nonostante lì vivano cinquecento milioni di cattolici, quasi la metà del miliardo e cento milioni di cattolici di tutto il pianeta.

Lampi di passione per questo continente Joseph Ratzinger li aveva fatti balenare nei primi mesi dopo l’elezione a papa.

Aveva fissato lui, il 7 luglio del 2005, il tema della quinta conferenza generale dei vescovi dell’America latina e dei Caraibi: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo”. Quinta dopo quelle di Rio de Janeiro nel 1955, di Medellín nel 1968, di Puebla nel 1979 e di Santo Domingo nel 1992:

Aveva voluto lui che che l’altra frase del titolo: “Perché tutti abbiano la vita” finisse specificando: “in Lui”. E che fosse aggiunta l’affermazione dello stesso Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Aveva stabilito lui la data e il luogo. Nell’ottobre del 2005, durante il sinodo dei vescovi, incontrando alcuni cardinali sudamericani chiese loro a bruciapelo quale fosse in Brasile il più frequentato santuario della Madonna. “L’Aparecida”, gli risposero. E il papa: “Vi riunirete lì. Nel maggio del 2007. E io ci sarò”.

Poi però ha interamente delegato ad altri la fase preparatoria: in curia al cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione per i vescovi e presidente della pontificia commissione per l’America Latina, e oltre Atlantico al cardinale Francisco Javier Errázuriz Ossa, arcivescovo di Santiago del Cile e attuale presidente del CELAM, il consiglio episcopale latinoamericano.

Il cardinale Re è da anni il principale responsabile delle nomine dei nuovi vescovi in America latina, con questo e con il precedente papa. Si deve in buona parte a lui, quindi, se oggi l’episcopato latinoamericano è così povero di figure di spicco, di guide sicure e di grande visione. Le eccezioni sono rare. Il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio è una di queste: ma dalla preparazione della conferenza di Aparecida si è tenuto lontano e ha opposto un diniego insuperabile alla richiesta fattagli dallo stesso Benedetto XVI di trasferirsi a Roma a capo di un dicastero curiale.

In Vaticano il papa ha poi fatto venire, lo scorso ottobre, l’arcivescovo di San Paolo del Brasile, il cardinale Cláudio Hummes, come prefetto della congregazione per il clero. Ma senza alcun effetto visibile, sinora.

Hummes sa per esperienza diretta che il clero è uno dei punti critici della Chiesa del continente. Tranne che in Messico, Colombia, Cile e Argentina, in tutti gli altri paesi i preti indigeni sono pochissimi, uno ogni quindicimila battezzati, in proporzione dieci volte di meno che in Europa o nel Nordamerica dove pure il loro numero ha subito un forte ribasso.

Oltre che pochissimi, i preti sono male istruiti. Nelle aree rurali e sulle Ande il concubinato è prassi corrente. In molte chiese e parrocchie la messa domenicale è celebrata di rado e spesso in forma arbitraria: il che spiega i bassi indici di partecipazione regolare alla messa in questo continente pur così diffusamente cattolico.

I seminari sono anch’essi di qualità molto disuguale. Là dove le vocazioni al sacerdozio sono in ripresa – in qualche diocesi più viva, in qualche comunità carismatica – la difficoltà maggiore per il vescovo o il capo di comunità è trovare un seminario affidabile.

Tutto ciò è arcinoto, ma nei testi preparatori della conferenza di Aparecida e persino nella bozza del lunghissimo documento finale, predisposto in segreto negli uffici vaticani, se ne trova solo una flebile traccia.

Il 20 gennaio di quest’anno e poi il 17 febbraio Benedetto XVI ha letto i due soli discorsi fin qui da lui dedicati al tema: il primo rivolto ai membri della pontificia commissione per l’America Latina e il secondo ai nunzi di quel continente. Discorsi entrambi di routine, prodotti negli uffici del cardinale Re, senza un passaggio che denotasse la mano e la mente del papa, ben riconoscibili quando scrive di suo pugno.

Altrettanto di routine è stata la nomina dei 266 partecipanti alla conferenza di Aparecida, tra membri, invitati, osservatori ed esperti. Dei sedici la cui scelta spettava a Benedetto XVI undici erano d’obbligo in quanto capi di altrettanti uffici curiali. Dei rimanenti cinque, l’unico di rilievo è il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, canadese ma molto più competente in materia di tanti suoi colleghi latinoamericani.

Eppure grossi ragioni ci sarebbero perché Aparecida entri nella storia, come – per altre ragioni – due delle riunioni continentali che l’hanno preceduta: Medellín, in Colombia, nel 1968 e Puebla, in Messico, nel 1979.

Il discorso che Giovanni Paolo II pronunciò a Puebla ebbe un impatto forte, inaugurò la decennale battaglia che Roma avrebbe poi combattuto e vinto, con l’apporto inflessibile dell’allora cardinale Ratzinger, contro l’utopia marxista nelle vesti della teologia della liberazione.

Da allora però moltissimo è cambiato. Quando Karol Wojtyla mise piede in Messico nel 1979 e l’anno dopo in Brasile, in vari paesi del continente erano al potere regimi reazionari e anche sanguinari. Oggi per
la Chiesa la sfida è opposta e per certi aspetti ancora più ardua.

In Brasile, Cile, Uruguay, Argentina governano i progressisti di Lula, Michelle Bachelet, Vázquez, Kirchner, portatori di una visione laica simile a quella del Nord secolarizzato del mondo. Mentre in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua domina il populismo di Chávez, Morales, Correa, Ortega. Il marxismo caro alla teologia della liberazione resiste solo a Cuba. La religione dei nuovi regimi populisti è semmai l’indigenismo, sono i miti dell’America precristiana.

Ma un cambiamento non meno forte è avvenuto sul terreno religioso. Nel 1980, quando Giovanni Paolo II si recò per la prima volta in Brasile, i cattolici avevano il quasi monopolio, erano l’89 per cento della popolazione. Al censimento del 2000 erano scesi al 74 per cento e oggi a San Paolo, a Rio e nelle aree urbane sono addirittura sotto il 60 per cento.

Contemporaneamente sono aumentati i senza religione – dall’1,6 per cento del 1980 al 7,4 per cento del 2000 – ma soprattutto i protestanti d’impronta pentecostale. Questi ultimi sono passati dal 5 per cento del 1980 al 15 per cento e nelle aree urbane anche al di sopra del 20.

Ma c’è di più: lo spirito del pentecostalismo raccoglie un numero crescente di seguaci anche tra chi continua ad appartenere alla Chiesa cattolica. Il Pew Forum on Religion & Public Life, in un’accurata indagine del 2006, ha accertato che in Brasile un cattolico su tre può essere oggi ascritto a questa tendenza. Che è in larga misura reattiva alla pressione secolarizzante e ama un cristianesimo puritano, comunitario, ispirato dall’alto, difensore della vita e della famiglia, impegnato sulla scena pubblica, con forte spirito di missione.

Giovanni Paolo II, a Santo Domingo nel 1992, bollò come “lupi rapaci” le comunità pentecostali protestanti, che in effetti sono spesso aggressive contro i simboli del cattolicesimo, dalla Madonna al papa.

Lo stesso Ratzinger, in una conferenza del 13 maggio 2004, accusò gli Stati Uniti di promuovere “la protestantizzazione dell’America latina e il dissolvimento della Chiesa cattolica”.

Ma da papa, lo scorso 17 febbraio, ha richiamato piuttosto
la Chiesa a interrogare se stessa.

Se tanti fedeli l’abbandonano e passano alle comunità pentecostali – fenomeno che interessa massicciamente anche l’Africa, l’Asia e il Nordamerica – è perché hanno sete di un Gesù vivo e vero che
la Chiesa annuncia troppo debolmente. Come il Gesù umanizzato e politicizzato dei libri di Jon Sobrino, il teologo della liberazione condannato lo scorso inverno dalla congregazione per la dottrina della fede.

In definitiva, per Benedetto XVI, la questione capitale è Gesù, anche per l’America latina. Chissà a San Paolo e ad Aparecida come saprà finalmente parlarle, e toccarla nel cuore.
 

Publié dans:Sandro Magister |on 26 avril, 2007 |Pas de commentaires »

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