Archive pour le 24 avril, 2007

immagini: catacomba di San Callisto

callistobig.jpg

dal sito:

http://www.catacombe.roma.it/indice.html

CATACOMBE DI S. CALLISTO

Via Appia Antica, 110 – 00179 ROMA

Tel. 06.51.30.151 / 06.51.30.15.80; Fax 06.51.30.15.67

e-mail address: scallisto@catacombe.roma.it

Direttore: Don Piero Semprini, SDB

Riposo settimanale: mercoledì

Chiusura annuale: febbraio

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Il complesso di S. Callisto, fra il secondo ed il terzo miglio della via Appia antica, è costituito da aree cimiteriali sopra terra, con annessi ipogei databili già alla fine del II sec. d.C., in origine indipendenti fra loro e in seguito collegati a formare un’unica, vastissima rete catacombale comunitaria. Il complesso deve il nome al papa martire S. Callisto (217-222), che, prima del suo pontificato, fu preposto dal papa Zefirino (199-217) all’amministrazione del cimitero, considerato per eccellenza quello della Chiesa romana, luogo di sepoltura di numerosi pontefici e martiri. Delle molte strutture che occupavano il sopratterra, rimangono visibili solo due edifici funerari absidati: la tricòra orientale e quella occidentale. Quest’ultima ospitava probabilmente le sepolture di papa Zefirino e del martire Tarsicio.

Una delle più antiche ed importanti regioni della catacomba è quella dei Papi e di S. Cecilia: lungo una galleria di questa regione si aprono i cubicoli detti « dei Sacramenti » (primi decenni III sec. d.C.), fra le pitture più antiche delle catacombe. In una cripta della regione furono sepolti quasi tutti i pontefici del III sec.: Ponziano, Anterote, Fabiano, Lucio, Stefano, Sisto II, Dionisio, Felice ed Eutichiano. Accanto alla cripta dei Papi, si trova quella di S. Cecilia, cui fu attribuito un culto soprattutto in epoca altomedievale. Altre regioni catacombali di rilievo sono: quella di papa S. Cornelio (251-253), morto in esilio a Civitavecchia, quella di papa S. Milziade (311-314), quella dei papi SS. Gaio (283-296) ed Eusebio (309) e quella detta « liberiana », per le molte iscrizioni dell’epoca di papa S. Liberio (352-3 66).

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4. ABITARE L’ETERNITÀ

dal sito:

http://www.catacombe.roma.it/it/ricerche/ricerche.html

APPROFONDIMENTI E RICERCHE

4. ABITARE L’ETERNITÀ 


     I cristiani, come si diceva, vivevano come tutti. Ma c’è un punto che in modo particolarmente evidente li differenzia dagli altri, ed è la concezione della morte e della vita oltre la morte. Dalla fine del Il secolo, fu proprio la concezione della morte e dell’aldilà che li spinse a distinguersi decisamente dagli usi dei pagani che fino ad allora anche i cristiani avevano seguito. In tutto i cristiani accettavano la vita dei pagani, facevano il loro dovere di soldati, di commercianti, di schiavi. Ma davanti al concetto della morte si sentirono troppo diversi. Fino alla fine del Il secolo i cristiani non s’erano fatti un problema nell’essere sepolti insieme ai pagani nelle aree comuni. Lo stesso san Pietro, come è noto, venne sepolto a pochi metri di distanza da tombe pagane, così san Paolo sulla Ostiense. Ma alla fine del II secolo i cristiani vollero isolarsi nelle pratiche funerarie e separarono i loro cimiteri dal pagani. Perché?
     Il concetto della morte pagano era freddo, disperato: il pagano sapeva che esisteva la sopravvivenza e ci credeva, ma per lui era una sopravvivenza senza senso. Infatti per il paganesimo l’anima sopravviveva nei Campi Elisi o in altri ambienti ultraterreni, ma solo finché sarebbe stata ricordata. Non appena il defunto fosse stato dimenticato, sarebbe stato assorbito nella massa amorfa, senza senso, privo di personalità, degli dei Mani. È per questo, come facilmente si può osservare, che le tombe pagane sono tutte lungo le vie consolari. 1 lasciarono sono allineati per chilometri lungo tali strade (in particolare la via Appia) in grande evidenza appunto perché i titolari delle tombe volevano farsi ricordare: sapevano che fintanto c’era qualcuno che li vedeva, leggeva i propri nomi, li pensava, vedeva la loro immagine, essi sopravvivevano.
     Terminato il ricordo, era tutto finito. È per questo che facevano testamenti anche costosi, molto ricchi, per obbligare i posteri al ricordo. Abbiamo testi conservati nelle epigrafi dove si ricorda che i proprietari dei sepolcri lasciarono grosse cifre ai liberti perché ogni anno, nell’anniversario, andassero ad accendere una lucerna sulla loro tomba o facessero un sacrificio: tutto per essere ricordati. Per fare un solo esempio di grande sepolcro che attirava l’attenzione dei viventi, basti ricordare la tomba di Cecilia Metella sull’Appia.

     Per i cristiani tutto questo non aveva senso: credevano sul serio nell’altra vita, non in modo così disperato, freddo. È per questo che volevano crearsi aree cimiteriali proprie e distinte. Costruirono così i Koimeteria, termine che significa letteralmente dormitori. Questa parola era per i pagani del tutto incomprensibile. Essi, infatti, non capivano per nulla questo termine applicato alle aree funerarie. Ad esempio nell’editto di confisca dell’imperatore Valeriano nel 257, che ci è riportato da Eusebio di Cesarea, si dice che vengono confiscati ai cristiani beni e luoghi di riunione (qui a Trastevere vennero evidentemente confiscati i « titoli » di Callisto, Crisogono e Cecilia) che appartenevano alla comunità. Oltre a questi beni, vennero confiscati anche i cosiddetti Koimeteria, dormitori.
     I romani non capivano cosa ciò voleva dire. Per un pagano, infatti, « dormitorio » era la stanza dove ci si corica la sera e ci si alza la mattina. Per il cristiano era una parola che indicava tutto: si va a dormire per essere risvegliati; la morte non è una fine ma il luogo dove si riposa; e c’è risveglio sicuro.

     Troviamo altri concetti con cui i cristiani pensavano alla morte e li ritroviamo nelle catacombe: ad esempio il concetto di Depositio. Le lapidi ,con la parola Depositus, talvolta abbreviata (depo, Dep o solo D) si qualificano subito come cristiane. Infatti Deposìtio è un termine giuridico, usato dagli avvocati, che voleva dire « si dà in deposito : i morti venivano affidati alla terra come chicchi di grano, per essere poi restituiti nelle messi future. È un concetto che i pagani non avevano. 

     Per tutti questi motivi, per una teologia della morte così differente da quella dei pagani, i cristiani si vollero isolare e creare dei propri cimiteri. La stessa cosa sentirono gli ebrei, ma solo successivamente.
     Gli scavi di Villa Torlonia hanno dimostrato sicuramente che le catacombe ebraiche furono create almeno 50-60 anni dopo quelle cristiane. Sono gli ebrei che in questo tipo di sepoltura hanno imitato i cristiani.
     Questa concezione cristiana della morte, o meglio questo mondo dei morti che viene sentito come vivo, ci fa entrare nella mentalità dei primi cristiani, dei trasteverini di allora: esternamente erano vasai, mugnai, facchini, soldati, pescivendoli, barcaioli etc., come tutti gli altri (sappiamo anzi che erano stimati dai loro concittadini come gente che sapeva compiere il proprio dovere). Ma nell’intimo della loro coscienza avevano qualcosa di profondamente diverso dagli altri.
     È stata trovata nel Cimitero Maggiore della Nomentana, una bella epigrafe cristiana: esternamente è un piccolo marmetto che non presenta particolari caratteristiche, ma per i concetti che esprime la ritengo uno dei reperti più belli. Vi si parla di un siciliano morto a Roma il quale ha voluto ricordare in greco, con queste parole brevissime, la sua concezione di vita: « Ho vissuto come sotto una tenda (cioè ho vissuto provvisoriamente) per quaranta anni, adesso abito l’eternità ».
     Troviamo qui tutta la differenza nella concezione della vita tra i cristiani e i pagani. Per i primi si trattava di intendere il presente come un vivere provvisoriamente per andare verso la vera abitazione, la vera dimora; per i pagani la vita aveva un senso chiuso: la morte, infatti, ne era la fine. Il momento tragico della morte, diventava per i cristiani l’ingresso in un ambiente gioioso. Gesù lo paragona alla festa di nozze. È per questo che i cristiani nelle loro tombe dipingono rose, uccelli, farfalle: nelle decorazioni delle catacombe si ritrova spesso dipinto quest’ambiente gioioso, sereno, con dei simboli che esprimono serenità e tranquillità.

Da: Umberto Fasola, Le origini cristiane a Trastevere, Fratelli Palombi Editori, Roma, 1981, pp. 61 (per gentile concessione degli Editori)

Nota sull’autore. Umberto Fasola, padre Servita, licenziato in S. Teologia; laureato in Archeologia Cristiana, laureato in Lettere e Filosofia. Professore di Topografia cimiteriale della Roma Cristiana; già Rettore magnifico del Pontificio Isdtituto di Archeologia Cristiana e Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Curator del Collegium Cultorum Martyrum; scoperse e studiò diverse catacombe, tra cui il Coemeterium Majus sulla Via Nomentana, autore di molti libri ed articoli di Archeologia. ( †1989). 

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La vicenda del convertito ci interroga

Da Avvenire on line: 

Il senso di un viaggio 

La vicenda del convertito ci interroga 

Gian Maria Vian  

La chiave della tappa a Pavia di Benedetto XVI, che domenica ha venerato le reliquie di sant’Agostino, è il « pellegrinaggio »: quello di un vescovo che ha pregato davanti alla tomba di un suo predecessore nella fede e nella ricerca di Dio, mostrando così a ogni donna e a ogni uomo di oggi quanto questa fede e questa ricerca siano indispensabili. Una chiave che è autobiografica, certo, ma non solo, come ha indicato lo stesso Papa: giunto a Pavia «per esprimere sia l’omaggio di tutta
la Chiesa cattolica ad uno dei suoi « padri » più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore, ma direi prima ancora di uomo e di sacerdote».
Non è stato infatti solo l’adempimento di un desiderio dell’anima il viaggio di Benedetto, questo vescovo di Roma che con le sue parole semplici sa toccare il cuore di chi lo ascolta. E che domenica ha voluto indicare come sant’Agostino resti un modello per l’umanità di oggi. Modello significa esempio che colpisce e affascina, come il grande intellettuale e vescovo africano è stato ed è per Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. E come può essere per chiunque si accosti alla vicenda dell’autore di quella straordinaria autobiografia interiore che sono le Confessioni: vicenda di un convertito, anzi di «uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa», ha sottolineato il Papa che non ha avuto paura di usare una parola per il nostro tempo quasi scandalosa.
Ma perché questo convertito di sedici secoli fa può affascinare ancora oggi, quando sembra che più nulla sia vero? Perché la conversione di sant’Agostino «non fu un evento di un unico momento», ha spiegato Benedetto XVI, ma «un cammino»: ricerca inesausta del volto di Dio che continuò sino a quando il vescovo di Ippona morente fece attaccare alla parete i salmi penitenziali per poterli leggere dal letto nell’ultima preghiera. Ma sin da giovane Agostino aveva cercato, ha detto il Papa: «Non si accontent ò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita».
E la ricerca della verità non è, secondo Ratzinger, né una prerogativa né un lusso da intellettuali: «Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo». Come seppe fare Agostino, chiamato a tradurre il vangelo «nel linguaggio della vita quotidiana»: riconoscendo di continuo la necessità della «bontà misericordiosa di un Dio che perdona», nella consapevolezza che «ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia».
Di questo è convinto Benedetto XVI: «Solo chi vive nell’esperienza personale dell’amore del Signore è in grado di esercitare il compito di guidare e accompagnare altri nel cammino della sequela di Cristo. Alla scuola di sant’Agostino ripeto questa verità per voi come Vescovo di Roma, mentre, con gioia sempre nuova, la accolgo con voi come cristiano». Perché Agostino, come scrisse il suo amico Possidio, è vivo e parla ancora: al Papa come a chiunque di noi.

 

 

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân

dal sito Zenith:

Data pubblicazione: 2007-04-24 

Annunciato l’avvio della causa di beatificazione del Cardinale Van Thuân 

Quest’anno si celebra il quinto anniversario della morte del porporato vietnamita

 

 ROMA, martedì, 24 aprile 2007 (ZENIT.org).- Il 18 aprile a Roma, monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha annunciato che sta per essere avviata la causa di beatificazione del Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân.

Il contesto dell’annuncio è stato offerto dalla presentazione del saggio scritto dal Cardinale Vicario Camillo Ruini dal titolo “Verità di Dio e Verità dell’uomo. Benedetto XVI e le grandi domande del nostro tempo”, che esce per le Edizioni Cantagalli di Siena in una Collana particolare, curata e promossa dall’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuân” sulla Dottrina sociale della Chiesa.

Il Cardinale Van Thuân (1928-2002) è considerato a ragione un martire del cattolicesimo in Vietnam. Testimone della fede, della speranza cristiana, dell’amore per
la Chiesa e per i poveri, senza avere nessuna colpa è
stato detenuto per tredici anni nei campi di rieducazione comunista, nove dei quali in assoluto isolamento.

Formatosi a Roma e consacrato Vescovo di Nhatrang nel 1967, François-Xavier Nguyen Van Thuân è stato nominato da Paolo VI nel 1975 Arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale Ho Chi Minh). Il Governo comunista definì la sua designazione un complotto e tre mesi ne ordinò l’arrestò.

Dopo la sua liberazione è stato costretto ad abbandonare il Vietnam. Giovanni Paolo II lo ha accolto a Roma e gli ha affidato incarichi di grande responsabilità nella Curia romana.

Nel marzo 2000 ha commosso milioni di persone che hanno potuto leggere i frammenti delle meditazioni che ha pronunciato durante i suoi esercizi spirituali a Giovanni Paolo II e alla Curia Romana, nelle quali ha condiviso molte delle esperienze spirituali maturate in carcere. Il porporato vietnamita le ha poi pubblicate nel libro “Testimoni della speranza”, edito da “Città Nuova”.

Creato Cardinale nel febbraio 2001, è morto nel 2002 a 74 anni.

“Il libro – ha spiegato il Segretario del Pontificio Consiglio – mi ha spinto a collegare il tema della verità – di Dio e dell’uomo – cui è dedicato il testo del Cardinale Ruini con il tema della speranza, tanto caro al compianto Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân e perfino centrale nella sua spiritualità e nella sua esemplare condotta di vita umana e cristiana”.

“Il collegamento – ha sottolineato monsignor Crepaldi – è reso anche più immediato e significativo dal fatto che quest’anno ci accingiamo a ricordare il quinto anniversario della sua morte, avvenuta il 16 settembre 2002, e sta prendendo inizio la causa di beatificazione”.

Il presule che ha lavorato al fianco del porporato vietnamita ha spiegato come “la verità abbia con la speranza un legame profondo. L’intelligenza della fede mi rende fermamente convinto che la verità, nel suo darsi o svelarsi, rivela una vocazione e quindi induce a sperare”.

“Se riflettiamo con attenzione, vediamo che nella verità, anche nella più piccola e quotidiana, troviamo sempre di più di quanto pensavamo di trovarci. In ogni nostra buona azione troviamo del bene maggiore di quello che pensavamo di metterci”, ha aggiunto.

Monsignor Crepaldi, che è anche Presidente dell’Osservatorio Van Thuân, ha quindi concluso affermando che “la verità ci precede e ci chiama. La verità dell’essere mi dice: conoscimi; la verità del bene mi dice: desiderami; la verità del bello mi dice: contemplami”.

“La verità è, in fondo, meno una nostra conquista che non un suo svelarsi. La cosa diventa ancora più evidente se pensiamo che la verità richiede amore e senza passione per la verità non la si conosce veramente. La verità è attraente”, ha esclamato. 

buona notte

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« Signore, dacci sempre questo pane »

San Colombano (563-615), monaco, fondatore di monasteri
Istruzioni, 12,3

« Signore, dacci sempre questo pane »

Il profeta afferma: « Voi tutti assetati, venite all’acqua » (Is 55,1). Questa fonte è per chi ha sete, non per chi è sazio. Giustamente quindi chiama a sé quelli che hanno sete, che ha dichiarati beati nel discorso della montagna (Mt 5,6). Questi non bevono mai a sufficienza; anzi quanto più devono tanto più hanno sete. È dunque necessario, o fratelli, che noi sempre desideriamo, cerchiamo e amiamo la fonte della sapienza, il Verbo di Dio altissimo, nel quale, secondo le parole dell’apostolo Paolo, « sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza » (Col 2,3).

Se hai sete, bevi alla fonte della vita; se hai fame, mangia di questo pane di vita. Beati coloro che hanno fame di questo pane e sete di quest’acqua, perché, pur mangiandone e bevendone sempre, desiderano di mangiarne, e berne ancora. Deve essere senza dubbio indicibilmente gustoso il cibo che si mangia e la bevanda che si beve per non sentirsene mai sazi e infastiditi, anzi sempre più soddisfatti e bramosi. Per questo il profeta dice: « Gustate e vedete quanto è buono il Signore » (Sal 3,5). Per questo, o fratelli, seguiamo la nostra colui che ci chiama. La Vita, la sorgente di acqua viva, la fonte della vita eterna, la fonte della luce e sua sorgente ci invita in persona a venire e a bere (Gv 7,37). Lì troviamo la sapienza e la vita, la luce eterna. Lì troviamo l’acqua viva che zampilla per la vita eterna.

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