Archive pour le 22 avril, 2007

ho visto in diretta la vista del Papa a Pavia e…

dato che è tanto recente che su internet c’è ancora poco scrivo qualcosa io:

Ho seguito fino a pochi minuti fa la visita del Papa a Pavia, non ho proprio visto tutto, tuttavia l’ultima omelia che Egli ha tenuto, e la vista “pellegrinaggio” alle reliquie di Sant’Agostino, hanno fatto fanno risuonare il pensiero più profondo ed intimo del Papa, o, perlomeno così l’ho percepito; 

 

l’amore del Papa per Agostino nasce da lungo tempo, dal suo dottorato che fece sul pensiero del santo, ma anche oggi sembra di rivedere in lui l’umiltà e la fedeltà a Cristo di Agostino, il suo faticoso cammino verso la fede cristiana, che, in Benedetto, pur essendo diverso – cristiano da piccolissimo – sembra che dai primissimi anni pensasse al sacerdozio, si assomiglia dove il pensiero di Benedetto rimanda a quel pellegrinaggio della fede, che fece Agostino, comunque difficile, questa sera il Papa ha ripetuto che la cosa più importante è “che Dio è amore” richiamandosi alla “Deus Caritas est”; 

 

è come un insistente ripetizione, non come un battere sopra un chiodo, ma come un ripensare e ripensare all’amore di Dio, e viverlo sempre di più nella sua partecipazione con gli altri che si fa sempre più calorosa e più dolce, una fedeltà al Signore che va dai piccoli gesti alle grandi affermazioni di fede, ma tutto si riduce come nelle parole del salmo che egli ripete spesso, io prendo ad esempio, e credo che sia nelle citazioni del Papa, il Salmo 27, 8: 

 “Di te ha detto il mio cuore: « Cercate il suo volto »; 

il tuo volto, Signore, io cerco.” 

 

anche oggi lo ha ripetuto: di cercare sempre il volto del Signore, e ha detto, non ricordo più quando, che il Paradiso non è un luogo statico ma dinamico, ossia che continua sempre questa ricerca del volto di Dio in modo sempre più sempre più perfetto; 

 

scrivo queste poche righe perché è difficile mettere insieme tutto, poi io proprio tutto non ho potuto seguirlo, spero che domani saranno pubblicate le altre omelie e, magari, qualche buon commento, come sapete mi affido sempre a persone che ho conosco personalmente, ho che conosco per la serietà delle loro ricerche; 

 

mi viene in mente un’altra cosa, in aggiunta, quello che ricordo e che mi ha colpito durante la diretta, ai studenti (e ai professori) ha detto che lo studio deve essere, sì scientifico, nel senso di approfondire i vari temi delle ricerche, ma, che alla fine, tutto deve portarsi ad una sintesi, una sintesi che non “spacchi” la ricerca ma che ritorni verso l’uomo e verso Dio, questo mi sembra – anche perché è una frase precedente l’omelia – un continuo riportare tutto sotto l’amore gratuito di Dio; 

 

mi fermo perché sto ritornando sugli stessi temi, domani potrò cercare i testi e i commenti migliori come ho detto, in modo da recuperare nella nostra vita questo percorso del Papa, perché mi sembra così: che egli personalmente sta facendo un pellegrinaggio verso una fede più piena, ma anche come Pastore della Chiesa Universale sta proponendo questo camminare alla ricerca del “volto” vero di Dio: quello dell’amore; 

 

Publié dans:con voi |on 22 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Omelia del Pontefice nella celebrazione eucaristica agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo

dal sito:

http://www.zenit.org/italian/

Data pubblicazione: 2007-04-22  Omelia del Pontefice nella celebrazione eucaristica agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo 

PAVIA, domenica, 22 aprile 2007 (ZENIT.org).- Riportiamo l’omelia pronunciata dal Vescovo di Roma questa domenica presiedendo la celebrazione della Santa Messa, svoltasi agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia, con i Vescovi della Lombardia, i sacerdoti della Diocesi e una rappresentanza dei Padri Agostiniani.


* * *

Cari fratelli e sorelle! Ieri pomeriggio ho incontrato la Comunità diocesana di Vigevano ed il cuore di questa mia visita pastorale è stata

la Concelebrazione eucaristica in Piazza Ducale; quest’oggi ho la gioia di visitare la vostra Diocesi e momento culminante di questo nostro incontro è anche qui

la Santa Messa. Con affetto saluto i Confratelli che concelebrano con me: il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, il Pastore della vostra diocesi, il Vescovo Giovanni Giudici, quello emerito, il Vescovo Giovanni Volta, e gli altri Presuli della Lombardia. Sono grato per la loro presenza ai Rappresentanti del Governo e delle Amministrazioni locali. Rivolgo il mio saluto cordiale ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, ai responsabili delle associazioni laicali, ai giovani, ai malati e a tutti i fedeli, ed estendo il mio pensiero all’intera popolazione di questa antica e nobile città e della Diocesi.

Nel tempo pasquale la Chiesa ci presenta, domenica per domenica, qualche brano della predicazione con cui gli Apostoli, in particolare Pietro, dopo

la Pasqua invitavano Israele alla fede in Gesù Cristo, il Risorto, fondando così

la Chiesa. Nell’odierna lettura gli Apostoli stanno davanti al Sinedrio – davanti a quell’istituzione che, avendo dichiarato Gesù reo di morte, non poteva tollerare che questo Gesù, mediante la predicazione degli Apostoli, ora cominciasse ad operare nuovamente; non poteva tollerare che la sua forza risanatrice si facesse di nuovo presente e intorno a questo nome si raccogliessero persone che credevano in Lui come nel Redentore promesso. Gli Apostoli vengono accusati. Il rimprovero è: « Volete far ricadere su di noi il sangue di quell’uomo ». A questa accusa Pietro risponde con una breve catechesi sull’essenza della fede cristiana: « No, non vogliamo far ricadere il suo sangue su di voi. L’effetto della morte e risurrezione di Gesù è totalmente diverso. Dio lo ha fatto «capo e salvatore» per tutti, proprio anche per voi, per il suo popolo d’Israele ». E dove conduce questo « capo », che cosa porta questo « salvatore »? Egli conduce alla conversione – crea lo spazio e la possibilità di ravvedersi, di pentirsi, di ricominciare. Ed Egli dona il perdono dei peccati – ci introduce nel giusto rapporto con Dio.

Questa breve catechesi di Pietro non valeva solo per il Sinedrio. Essa parla a tutti noi. Poiché Gesù, il Risorto, vive anche oggi. E per tutte le generazioni, per tutti gli uomini Egli è il « capo » che precede sulla via e il « salvatore » che rende la nostra vita giusta. Le due parole « conversione » e « perdono dei peccati », corrispondenti ai due titoli di Cristo « capo » e « salvatore », sono le parole-chiave della catechesi di Pietro, parole che in quest’ora vogliono raggiungere anche il nostro cuore. Il cammino che dobbiamo fare – il cammino che Gesù ci indica, si chiama « conversione ». Ma che cosa è? Che cosa bisogna fare? In ogni vita la conversione ha la sua forma propria, perché ogni uomo è qualcosa di nuovo e nessuno è soltanto la copia di un altro. Ma nel corso della storia della cristianità il Signore ci ha mandato modelli di conversione, guardando ai quali possiamo trovare orientamento. Potremmo per questo guardare a Pietro stesso, a cui il Signore nel cenacolo aveva detto: « Tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli » (Lc 22,32). Potremmo guardare a Paolo come a un grande convertito. La città di Pavia parla di uno dei più grandi convertiti della storia della Chiesa: sant’Aurelio Agostino. Egli morì il 28 agosto del 430 nella città portuale di Ippona, allora circondata ed assediata dai Vandali. Dopo parecchia confusione di una storia agitata, il re dei Longobardi acquistò le sue spoglie per la città di Pavia, cosicché ora egli appartiene in modo particolare a questa città ed in essa e da essa parla a tutti noi in maniera speciale.

Nel suo libro « Le Confessioni« , Agostino ha illustrato in modo toccante il cammino della sua conversione, che col Battesimo amministratogli dal Vescovo Ambrogio nel duomo di Milano aveva raggiunto la sua meta. Chi legge Le Confessioni può condividere il cammino che Agostino in una lunga lotta interiore dovette percorrere per ricevere finalmente, nella notte di Pasqua del 387, al fonte battesimale il Sacramento che segnò la grande svolta della sua vita. Seguendo attentamente il corso della vita di sant’Agostino, si può vedere che la conversione non fu un evento di un unico momento, ma appunto un cammino. E si può vedere che al fonte battesimale questo cammino non era ancora terminato. Come prima del Battesimo, così anche dopo di esso la vita di Agostino è rimasta, pur in modo diverso, un cammino di conversione – fin nella sua ultima malattia, quando fece applicare alla parete i Salmi penitenziali per averli sempre davanti agli occhi; quando si autoescluse dal ricevere l’Eucaristia per ripercorrere ancora una volta la via della penitenza e ricevere la salvezza dalle mani di Cristo come dono delle misericordie di Dio. Così possiamo parlare delle « conversioni » di Agostino che, di fatto, sono state un’unica grande conversione nella ricerca del Volto di Cristo e poi nel camminare insieme con Lui.

Vorrei parlare di tre grandi tappe in questo cammino di conversione, di tre « conversioni ». La prima conversione fondamentale fu il cammino interiore verso il cristianesimo, verso il « sì » della fede e del Battesimo. Quale fu l’aspetto essenziale di questo cammino? Agostino, da una parte, era figlio del suo tempo, condizionato profondamente dalle abitudini e dalle passioni in esso dominanti, come anche da tutte le domande e i problemi di un giovane. Viveva come tutti gli altri, e tuttavia c’era in lui qualcosa di particolare: egli rimase sempre una persona in ricerca. Non si accontentò mai della vita così come essa si presentava e come tutti la vivevano. Era sempre tormentato dalla questione della verità. Voleva trovare la verità. Voleva riuscire a sapere che cosa è l’uomo; da dove proviene il mondo; di dove veniamo noi stessi, dove andiamo e come possiamo trovare la vita vera. Voleva trovare la retta vita e non semplicemente vivere ciecamente senza senso e senza meta. La passione per la verità è la vera parola-chiave della sua vita. E c’è ancora una peculiarità. Tutto ciò che non portava il nome di Cristo, non gli bastava. L’amore per questo nome – ci dice – lo aveva bevuto col latte materno (cfr Conf 3,4,8). E sempre aveva creduto – a volte piuttosto vagamente, a volte più chiaramente – che Dio esiste e che Egli si prende cura di noi. Ma conoscere veramente questo Dio e familiarizzare davvero con quel Gesù Cristo e arrivare a dire « sì » a Lui con tutte le conseguenze –questa era la grande lotta interiore dei suoi anni giovanili. Egli ci racconta che, per il tramite della filosofia platonica, aveva appreso e riconosciuto che « in principio era il Verbo » – il Logos, la ragione creatrice. Ma la filosofia non gli indicava alcuna via per raggiungerlo; questo Logos rimaneva lontano e intangibile. Solo nella fede della Chiesa trovò poi la seconda verità essenziale: il Verbo si è fatto carne. E così esso ci tocca, noi lo tocchiamo. All’umiltà dell’incarnazione di Dio deve corrispondere l’umiltà della nostra fede, che depone la superbia saccente e si china entrando a far parte della comunità del corpo di Cristo; che vive con la Chiesa e solo così entra nella comunione concreta, anzi corporea, con il Dio vivente. Non devo dire quanto tutto ciò riguardi noi: rimanere persone che cercano, non accontentarsi di ciò che tutti dicono e fanno. Non distogliere lo sguardo dal Dio eterno e da Gesù Cristo. Imparare sempre di nuovo l’umiltà della fede nella Chiesa corporea di Gesù Cristo.

La seconda conversione Agostino ce la descrive alla fine del secondo libro delle sue Confessioni con le parole: « Oppresso dai miei peccati e dal peso della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu, però, me lo impedisti, confortandomi con queste parole: «Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per tutti» » (2 Cor 5,15; Conf 10,43,70). Che cosa era successo? Dopo il suo Battesimo, Agostino si era deciso a ritornare in Africa e lì aveva fondato, insieme con i suoi amici, un piccolo monastero. Ora la sua vita doveva essere dedita totalmente al colloquio con Dio e alla riflessione e contemplazione della bellezza e della verità della sua Parola. Così egli passò tre anni felici, nei quali si credeva arrivato alla meta della sua vita; in quel periodo nacque una serie di preziose opere filosofiche. Nel 391 egli andò a trovare nella città portuale di Ippona un amico, che voleva conquistare alla vita monastica. Ma nella liturgia domenicale, alla quale partecipò nella cattedrale, venne riconosciuto. Il Vescovo della città, un uomo di provenienza greca, che non parlava bene il latino e faceva fatica a predicare, nella sua omelia non a caso disse di aver l’intenzione di scegliere un sacerdote al quale affidare anche il compito della predicazione. Immediatamente la gente afferrò Agostino e lo portò di forza avanti, perché venisse consacrato sacerdote a servizio della città. Subito dopo questa sua consacrazione forzata, Agostino scrisse al Vescovo Valerio: « Mi sentivo come uno che non sa tenere il remo e a cui, tuttavia, è stato assegnato il secondo posto al timone… E di qui derivavano quelle lacrime che alcuni fratelli mi videro versare in città al tempo della mia ordinazione » (cfr Ep 21,1s). Il bel sogno della vita contemplativa era svanito, la vita di Agostino ne risultava fondamentalmente cambiata. Ora egli doveva vivere con Cristo per tutti. Doveva tradurre le sue conoscenze e i suoi pensieri sublimi nel pensiero e nel linguaggio della gente semplice della sua città. La grande opera filosofica di tutta una vita, che aveva sognato, restò non scritta. Al suo posto ci venne donata una cosa più preziosa: il Vangelo tradotto nel linguaggio della vita quotidiana. Ciò che ora costituiva la sua quotidianità, lo ha descritto così: « Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori… stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e amare tutti » (cfr Serm 340, 3). « Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti – è un ingente carico, un grande peso, un’immane fatica » (Serm 339, 4). Fu questa la seconda conversione che quest’uomo, lottando e soffrendo, dovette continuamente realizzare: sempre di nuovo essere lì per tutti; sempre di nuovo, insieme con Cristo, donare la propria vita, affinché gli altri potessero trovare Lui, la vera Vita.

C’è ancora una terza tappa decisiva nel cammino di conversione di sant’Agostino. Dopo la sua Ordinazione sacerdotale, egli aveva chiesto un periodo di vacanza per poter studiare più a fondo le Sacre Scritture. Il suo primo ciclo di omelie, dopo questa pausa di riflessione, riguardò il Discorso della montagna; vi spiegava la via della retta vita, « della vita perfetta » indicata in modo nuovo da Cristo – la presentava come un pellegrinaggio sul monte santo della Parola di Dio. In queste omelie si può percepire ancora tutto l’entusiasmo della fede appena trovata e vissuta: la ferma convinzione che il battezzato, vivendo totalmente secondo il messaggio di Cristo, può essere, appunto, « perfetto ». Circa vent’anni dopo, Agostino scrisse un libro intitolato Le Ritrattazioni, in cui passa in rassegna in modo critico le sue opere redatte fino a quel momento, apportando correzioni laddove, nel frattempo, aveva appreso cose nuove. Riguardo all’ideale della perfezione nelle sue omelie sul Discorso della montagna annota: « Nel frattempo ho compreso che uno solo è veramente perfetto e che le parole del Discorso della montagna sono totalmente realizzate in uno solo: in Gesù Cristo stesso. Tutta la Chiesa invece – tutti noi, inclusi gli Apostoli – dobbiamo pregare ogni giorno: rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori » (cfr Retract. I 19,1-3). Agostino aveva appreso un ultimo grado di umiltà – non soltanto l’umiltà di inserire il suo grande pensiero nella fede della Chiesa, non solo l’umiltà di tradurre le sue grandi conoscenze nella semplicità dell’annuncio, ma anche l’umiltà di riconoscere che a lui stesso e all’intera Chiesa peregrinante era continuamente necessaria la bontà misericordiosa di un Dio che perdona; e noi – aggiungeva – ci rendiamo simili a Cristo, il Perfetto, nella misura più grande possibile, quando diventiamo come Lui persone di misericordia.

In quest’ora ringraziamo Dio per la grande luce che si irradia dalla sapienza e dall’umiltà di sant’Agostino e preghiamo il Signore affinché doni a tutti noi, giorno per giorno, la conversione necessaria e così ci conduca verso la vera vita. Amen 

Publié dans:Papa Benedetto XVI |on 22 avril, 2007 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi: « noi »

da Avvenire on line, di Gianfranco Ravasi « Il Mattutino »:

17Aprile 2007 

noi

Noi: è la solitudine che se ne va. Noi: è la tristezza che diventa felicità. Noi: sono le tue mani che cercano le mie. Noi: è essere insieme anche quando sono solo. Oggi, domani e ancora quando dirò «Noi», parlerò sempre di te.
Invitato a cena in casa di una coppia di cui ho celebrato anni fa le nozze, sento echeggiare nel salotto una voce che canta, anche se tenuta in sordina. Non mi è del tutto nuova e il marito mi spiega che è una canzone di Gino Paoli. Un po’ distrattamente ascolto le parole che leggo poi sul testo che accompagna il cd. Ecco, c’è quel pronome importante, usato e abusato, « noi »: enfatico, quando è impiegato per darsi un contegno coinvolgendo gli altri nel nostro pensiero, suggestivo quando indica una vera amicizia o un amore che non ti fa più dire « io » perché la tua vita è unita a quella dell’altro, in una comunione e intimità di affetti,  di scelte, di ideali.
Ha ragione Gino Paoli: se puoi dire con sincerità «noi», avendo accanto un’altra persona a cui vuoi bene, la solitudine se ne va, la tristezza svapora, le mani si stringono, l’isolamento cessa e la vita s’illumina. Aveva ragione anche Qohelet, sapiente biblico, quando ammoniva: «Guai a chi è solo: se cade, nessuno lo rialzerà; se dorme da solo, nessuno lo riscalderà; se è aggredito, nessuno lo aiuterà a resistere» (4, 10-12). Purtroppo molti non possono dire questo pronome perché, anche se convivono con un’altra persona sotto lo stesso tetto, non sono un « noi » ma due « io », soltanto accostati. E lo scrittore russo-americano Vladimir Nabokov giustamente diceva che «la solitudine è il campo da gioco di Satana».

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 22 avril, 2007 |Pas de commentaires »

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