Archive pour le 15 avril, 2007

Da Borgia, Frammenti Eucaristici antichissimi: L’eucarestia, sorgente di grazia

dal sito: 

http://www.monasterovirtuale.it/preghiere.html#pc6

Da Borgia, Frammenti Eucaristici
antichissimi

L ‘Eucaristia, sorgente di ogni grazia

Il tuo sacramento, o Signore Gesù Cristo,
ci porti la vita e la remissione dei peccati:
per noi la passione è stata consumata.
Tu hai bevuto per noi il fiele
perché fosse spenta in noi ogni amarezza;
hai bevuto per noi il vino acido
per sollevare la nostra stanchezza;
sei stato vilipeso per noi
per poterci inondare
di una rugiada immortale;
hai lasciato che i bastoni ti colpissero
per assicurare alla nostra fragilità
la vita eterna;
sei stato coronato di spine
per coronare i tuoi fedeli
con i verdi allori della carità;
sei stato avvolto in un lenzuolo
per poterci rivestire della tua forza;
sei stato deposto nella tomba,
per darci una grazia nuova nei secoli nuovi.

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Il compleanno di Benedetto XVI nelle parole del segretario, mons. Gaenswein, del vaticanista Magister e di mons. Frisina

dal sito della Radio Vaticana: 

I5/04/2007 15.01.29

Il compleanno di Benedetto XVI nelle parole del segretario, mons. Gaenswein, del vaticanista Magister e di mons. Frisina

http://www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=128476

Con l’intensità che caratterizza in queste ore l’onda di affetto dei fedeli verso il Papa si esprimono anche coloro che più da vicino seguono, a vario titolo, la missione ma anche la quotidianità del Pontefice. A cominciare dal suo segretario particolare, mons. Georg Gaenswein, al microfono di Gudrun Sailer:**********D. – In un compleanno che si rispetti ci sono anche i regali: immagino che molti che vorrebbero fare un regalo al Papa, lo abbiano già fatto. Ci vuole raccontare quali doni sono già arrivati?R. – Es sind natürlich unzählig viele Briefe eingetroffen und sehr viele kleinere Geschenke …
Ovviamente, moltissime lettere e molti piccoli doni: CD, fiori, libri, scritti e sicuramente arriveranno ancora tante, tante cose. Per quanto riguarda i doni, il Papa ha detto esplicitamente che preferisce non accettare doni personali: chi vuole fargli un regalo può fare un’offerta che egli poi utilizzerà per uno scopo che renderà noto: ad esempio per la Terra Santa, o per altre aree di crisi del mondo o per l’Africa.

D. – Qual è il regalo più “curioso” che le è capitato tra le mani finora?R. – Das kurioseste war ein riesen Bär, …
Il regalo più curioso è stato un orso enorme. Si tratta di un animale di pezza, venuto dall’Italia, un esemplare bellissimo che il Santo Padre ha destinato all’ospedale pediatrico Bambin Gesù, con grandissimo entusiasmo dei piccoli: quelli che sanno scrivere, hanno ringraziato con una bellissima lettera, mentre per i più piccoli ha risposto il presidente dell’ospedale.
D. – Quali sono le cose che fanno veramente piacere al Papa? Quali sono le cose che Egli recepisce come “regalo”?R. – Der Heilige Vater freut sich vor allem darüber, wenn er sieht, dass Menschen, …
La gioia grande per il Santo Padre è quando vede che ci sono persone che accettano la Parola di Dio, che la Chiesa annuncia, e che questa Parola non è considerata un peso ma un aiuto, come ali che portano il fardello della vita, e che questa fede poi si radica nella vita personale del singolo. Si incontrano persone che dalla fede traggono grande giovamento. Questa è un’esperienza che dà grande gioia al Papa.

D. – C’è, però, anche un dono che il Papa fa ai fedeli, nella forma del suo nuovo libro, “Gesù di Nazareth”. Immagino che – in quanto suo segretario – lei l’abbia già letto. Cosa ci dice questo libro?R. – Ich kenne das Buch, in der Tat. …
Effettivamente, l’ho letto. Quello che posso dire io, oggi, è che sono molto, molto grato per questo libro. E’ una lettura che arricchisce e che nutre. Posso sicuramente invitare chiunque a leggerlo.
**********Conosciuto in tutto il mondo per i suoi libri, già molti anni prima di essere eletto alla Cattedra di Pietro, Benedetto XVI ha messo al centro anche del suo Pontificato la parola. Ne è convinto il vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, che in questa intervista di Alessandro Gisotti si sofferma anche sul rapporto tra il Papa e i mezzi di comunicazione:

**********R. – Benedetto XVI ha una straordinaria capacità di comunicare in diretta. Quando le piazze sono piene davanti a lui, Benedetto XVI ha una capacità straordinaria di farsi ascoltare, di farsi ascoltare con attenzione da un pubblico semplice. Lui che sembrerebbe fatto apposta per parlare a delle accademie, in realtà sa parlare con molta efficacia alle persone non particolarmente preparate. Si fa ascoltare, ma si fa ascoltare argomentando, svolgendo un discorso in modo organico e, quindi, difficilmente questo discorso può essere sintetizzato. Il risultato è che i media hanno difficoltà a sintetizzare il discorso di fondo che questo Papa fa. In realtà, i media si limitano a cogliere dei passaggi, spesso molto marginali, che vengono ritrasmessi senza che si capisca qual è lo sfondo da cui nascono questi passaggi marginali.D. – Benedetto XVI compie 80 anni e almeno da 40, se prendiamo come data la pubblicazione della sua opera “Introduzione al cristianesimo”, è conosciuto per i suoi libri, che hanno affascinato credenti e non. Si può dire che la parola sia la cifra anche del suo Pontificato?R. – Direi che c’è del vero. Io ho colto in Benedetto XVI anche volutamente l’intenzione da parte sua di sfrondare tutto quello che egli fa per lasciare la parola al centro. La parola è davvero il centro dell’opera di questo Papa, del suo magistero. Ma è anche la sua essenza in sostanza.

D. – Cosa la colpisce della personalità di Joseph Ratzinger, magari anche pensando ad un ricordo personale?R. – Di Joseph Ratzinger, mi colpisce lo straordinario equilibrio. Quando parlando di se stesso ha unito questi due aggettivi, “mite” e “fermo”, invocando da Dio queste doti, devo dire che ha colto nel segno, perché questa effettivamente è l’endiadi, il binomio, che lo caratterizza. E’ un Papa di eccezionale linearità nello svolgimento del messaggio che espone al mondo, che è un messaggio straordinariamente centrato sulla vera essenza del cristianesimo, sul cuore del cristianesimo: « Deus caritas est”, Gesù di Nazareth vero Dio, vero uomo. Questa è l’essenza del suo messaggio. Nello stesso tempo, questo messaggio pur così lineare, pur così privo di cedimenti, di compromessi, di addomesticamenti, è espresso in forma mite, cioè in forma ragionevole. L’altro grande binomio “fede” e “ragione” che caratterizza il magistero di questo Papa è, secondo me, caratterizzante anche la sua personalità. **********Una passione coltivata sin da bambino: Joseph Ratzinger ha sempre amato la musica. Ogni “musica di qualità”, ha affermato durante il suo viaggio apostolico in Baviera del 2006, trascende “la sfera semplicemente umana” e “rimanda al divino”. L’80.mo compleanno di Benedetto XVI offre dunque anche l’occasione per approfondire questo amore del Papa per la musica. Alessandro Gisotti ha raccolto la riflessione di mons. Marco Frisina, direttore dell’Ufficio Liturgico del Vicariato di Roma: **********

R. – Innanzitutto, è una fortuna per la Chiesa. Questo significa che il Santo Padre ha una grande sensibilità artistica oltre che una profondità teologica, e questo lo si percepisce proprio dalla sua parola, dai suoi atteggiamenti. Significa anche, a mio avviso, che una sensibilità di questo genere è di grande aiuto anche per l’aspetto liturgico, per l’attenzione all’aspetto liturgico cui la musica dà un grosso contributo. Il Santo Padre meraviglia sempre per questa capacità sintetica di mettere insieme teologia, spiritualità liturgica, cultura, poesia e musica. D. – Peraltro, al Papa non piace soltanto ascoltare la musica, ma anche suonare…R. – Certo. Io credo che questo sia proprio frutto della sua preparazione giovanile. Da ragazzo ha ricevuto una preparazione musicale seria. Quindi, ha avuto modo di frequentare la musica in maniera diretta. Ha imparato a cantare e a suonare. E’ sempre bellissimo sentir cantare al Papa le parti della Messa, in questa maniera sempre intonata, sempre perfetta. Immagino che per lui la musica sia anche un modo per riposarsi, per riflettere e sia un aiuto per contemplare.

D. – C’è un aneddoto che può raccontarci su questo amore del Papa per la musica, che magari la riguarda anche personalmente…R. – L’anno scorso, per la visita tradizionale del Papa al Seminario, scrissi un oratorio anche per lui, come ho fatto sempre per Giovanni Paolo II, su San Giuseppe. E’ una cosa semplice, perché è una cosa breve che si fa in un’occasione di questo genere. Ricordo che il Papa osservava ed ascoltava tutto con attenzione incredibile. Mi sentivo analizzato e alla fine, quando sono andato a salutarlo, mi ha detto grazie, perché era stata una bella meditazione. Questo mi ha tanto colpito, perché pensare alla musica, al nostro servizio musicale come un servizio per la meditazione, per la contemplazione, è importante. E ho capito anche cosa significhi la musica per il Papa: significa appunto una possibilità in più per approfondire il mistero della fede, da questo punto di vista poetico.D. – Quale musica dedicherebbe al Papa per il suo compleanno? Quale, secondo lei, rappresenta meglio l’umanità di Joseph Ratzinger?R. – Non so, forse gli dedicherei qualcuno dei brani bellissimi di Bach, presi da qualcuna delle cantate, magari da una di quelle cantate pasquali, che sono piene di quell’entusiasmo, di quella luce, che solo Bach sapeva dare alla sua musica. E poi, anche perchè credo che Bach si addica molto al Papa, per questa sua lucidità di pensiero, che assomiglia molto a quella lucidità di scrittura musicale, tipica di Bach.

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Papa: I miei 80 anni, illuminati dalla luce della Divina Misericordia

 dal sito della Radio Vaticana:

15/04/2007 12:42
VATICANO

Papa: I miei 80 anni, illuminati dalla luce della Divina Misericordia

Alla Messa in san Pietro Benedetto XVI dice grazie a tutta la Chiesa e agli ospiti – fra cui l’inviato di Bartolomeo I – ma soprattutto alla Misericordia di Dio che l’accompagna e che sostiene la sua “debolezza”. Il “Dio ferito” chi chiede di “lasciarci ferire a nostra volta per Lui”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “La liturgia non deve servire per parlare del proprio io, di se stesso; tuttavia, la propria vita può servire per annunciare la misericordia di Dio”: così Benedetto XVI ha introdotto alcune considerazioni sulla sua vita, nella celebrazione in piazza san Pietro per i suoi 80 anni. Con timidezza commossa, ma anche con fermezza, il pontefice ha letto i momenti salienti della sua vita, gli inizi in famiglia, la sua ordinazione sacerdotale, quella episcopale e il suo divenire papa, alla luce della Divina Misericordia, proprio nella festa ad Essa dedicata, istituita da Giovanni Paolo II. Il clima caldo e primaverile ha favorito la presenza di oltre 35 mila persone. Alla liturgia hanno partecipato almeno 60 fra cardinali, vescovi, membri della Curia romana e della diocesi di Roma, oltre a personalità politiche e del corpo diplomatico presso la Santa Sede.

Il papa ha salutato e ringraziato tutti, il card. Angelo Sodano per l’omaggio iniziale, ma soprattutto la presenza di sua eminenza Ioannis (Zizioulas), metropolita di Pergamo, inviato personale del Patriarca ecumenico Bartolomeo I esprimendo “apprezzamento per il gesto gentile e auspicando che il dialogo teologico cattolico-ortodosso possa proseguire con lena rinnovata”.

Benedetto XVI ha iniziato la sua omelia ricordando il significato della giornata di oggi (domenica “in Albis”): “In questo giorno, i neofiti della veglia pasquale indossavano ancora una volta la loro veste bianca, simbolo della luce che il Signore aveva loro donato nel Battesimo. In seguito avrebbero poi deposto la veste bianca, ma la nuova luminosità ad essi comunicata la dovevano introdurre nella loro quotidianità; la fiamma delicata della verità e del bene che il Signore aveva acceso in loro, la dovevano custodire diligentemente per portare così in questo nostro mondo qualcosa della luminosità e della bontà di Dio”. La notazione è importante perché Benedetto XVI è venuto al mondo il Sabato Santo del 1927 (16 aprile) e battezzato con l’acqua benedetta proprio alla liturgia della Pasqua. “Ho sempre considerato – ha detto il papa – un grande dono della misericordia divina che la nascita e la rinascita siano state a me concesse, per così dire insieme, nello stesso giorno, nel segno dell’inizio della Pasqua. Così, in uno stesso giorno, sono nato membro della mia propria famiglia e della grande famiglia di Dio”

Da diversi anni la domenica in Albis viene definita “festa della Divina Misericordia”, per volere di Giovanni Paolo II che ha proposto a tutta la Chiesa le rivelazioni di Santa Faustina Kowalska.

Per il papa polacco, nella misericordia si trova “riassunto e nuovamente interpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione”. Mentre il pubblico applaudiva al nome di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ha ricordato il valore della misericordia divina nell’esperienza personale del defunto pontefice e negli avvenimenti della storia contemporanea: “Egli visse sotto due regimi dittatoriali e, nel contatto con povertà, necessità e violenza, sperimentò profondamente la potenza delle tenebre, da cui è insidiato il mondo anche in questo nostro tempo. Ma sperimentò pure, e non meno fortemente, la presenza di Dio che si oppone a tutte queste forze con il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere della misericordia. È la misericordia che pone un limite al male. In essa si esprime la natura tutta peculiare di Dio – la sua santità, il potere della verità e dell’amore. Due anni or sono, dopo i primi Vespri di questa Festività, Giovanni Paolo II terminava la sua esistenza terrena. Morendo egli è entrato nella luca della Divina Misericordia di cui, al di là della morte e a partire da Dio, ora ci parla in modo totalmente nuovo. Abbiate fiducia – egli ci dice – nella Divina Misericordia! Diventate giorno per giorno uomini e donne della misericordia di Dio! La misericordia è la veste di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo. Non dobbiamo lasciare che questa luce si spenga; al contrario essa deve crescere in noi ogni giorno e così portare al mondo il lieto annuncio di Dio”.

Nella vita del papa presente la misericordia si è anzitutto manifestata nella sua entrata alla vita e alla vita cristiana, nella famiglia naturale e nella famiglia di Dio: “Nascita e rinascita; famiglia terrena e grande famiglia di Dio – è questo il grande dono delle molteplici misericordie di Dio, il fondamento sul quale ci appoggiamo”.

“Sì – ha detto Benedetto XVI – ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza di che cosa significa « famiglia »; ho potuto fare l’esperienza di che cosa vuol dire paternità, cosicché la parola su Dio come Padre mi si è resa comprensibile dal di dentro; sulla base dell’esperienza umana mi si è schiuso l’accesso al grande e benevolo Padre che è nel cielo. Davanti a Lui noi portiamo una responsabilità, ma allo stesso tempo Egli ci dona la fiducia, perché nella sua giustizia traspare sempre la misericordia e la bontà con cui accetta anche la nostra debolezza e ci sorregge, così che man mano possiamo imparare a camminare diritti. Ringrazio Dio perché ho potuto fare l’esperienza profonda di che cosa significa bontà materna, sempre aperta a chi cerca rifugio e proprio così in grado di darmi la libertà. Ringrazio Dio per mia sorella e mio fratello che, con il loro aiuto, mi sono stati fedelmente vicini lungo il corso della vita. Ringrazio Dio per i compagni incontrati nel mio cammino, per i consiglieri e gli amici che Egli mi ha donato. Ringrazio in modo particolare perché, fin dal primo giorno, ho potuto entrare e crescere nella grande comunità dei credenti, nella quale è spalancato il confine tra vita e morte, tra cielo e terra; ringrazio per aver potuto apprendere tante cose attingendo alla sapienza di questa comunità, nella quale sono racchiuse non solo le esperienze umane fin dai tempi più remoti: la sapienza di questa comunità non è soltanto sapienza umana, ma in essa ci raggiunge la sapienza stessa di Dio – la Sapienza eterna”.

Riferendosi poi alla prima lettura di questa domenica (Atti 5,12-16), che narra delle guarigioni che avvenivano facendosi toccare dall’ombra di Pietro, il papa ha aggiunto: “L’ombra di Pietro, mediante la comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra buona – un’ombra risanatrice, perché, appunto, proviene in definitiva da Cristo stesso. Pietro era un uomo con tutte le debolezze di un essere umano, ma soprattutto era un uomo pieno di una fede appassionata in Cristo, pieno di amore per Lui. Per il tramite della sua fede e del suo amore la forza risanatrice di Cristo, la sua forza unificante, è giunta agli uomini pur frammista a tutta la debolezza di Pietro. Cerchiamo anche oggi l’ombra di Pietro, per stare nella luce di Cristo!”.

Nella “debolezza” di Pietro, rafforzata dalla misericordia di Dio, il pontefice vede la propria debolezza, accompagnata dalla compagnia di Gesù. Lo dice con molta chiarezza ricordando la sua ordinazione sacerdotale: “Nella festa dei santi Pietro e Paolo del 1951, quando noi – c’erano oltre quaranta compagni – ci trovammo nella cattedrale di Frisinga prostrati sul pavimento e su di noi furono invocati tutti i santi, la consapevolezza della povertà della mia esistenza di fronte a questo compito mi pesava. Sì, era una consolazione il fatto che la protezione dei santi di Dio, dei vivi e dei morti, venisse invocata su di noi. Sapevo che non sarei rimasto solo. E quale fiducia infondevano le parole di Gesù, che poi durante la liturgia dell’Ordinazione potemmo ascoltare dalle labbra del vecchio Vescovo: ‘Non vi chiamo più servi, ma amici’. Ho potuto farne un’esperienza profonda: Egli, il Signore, non è soltanto Signore, ma anche amico. Egli ha posto la sua mano su di me e non mi lascerà. Queste parole venivano allora pronunciate nel contesto del conferimento della facoltà di amministrare il Sacramento della riconciliazione e così, nel nome di Cristo, di perdonare i peccati. È la stessa cosa che oggi abbiamo ascoltato nel Vangelo: il Signore alita sui suoi discepoli. Egli concede loro il suo Spirito – lo Spirito Santo: ‘A chi rimetterete i peccati saranno rimessi…’. Lo Spirito di Gesù Cristo è potenza di perdono. È potenza della Divina Misericordia. Dà la possibilità di iniziare da capo – sempre di nuovo. L’amicizia di Gesù Cristo è amicizia di Colui che fa di noi persone che perdonano, di Colui che perdona anche a noi, ci risolleva di continuo dalla nostra debolezza e proprio così ci educa, infonde in noi la consapevolezza del dovere interiore dell’amore, del dovere di corrispondere alla sua fiducia con la nostra fedeltà”.

Il pontefice ha poi ricordato il brano evangelico di oggi, che racconta l’incontro dell’apostolo Tommaso con il Signore risorto. “All’apostolo – spiega il papa – viene concesso di toccare le sue ferite e così egli lo riconosce – lo riconosce, al di là dell’identità umana del Gesù di Nazaret, nella sua vera e più profonda identità: ‘Mio Signore e mio Dio!’ (Gv 20,28)”.

Il papa così attento alla ricerca “del volto del Signore” – come appare dal suo libro “Gesù di Nazaret”, pubblicato in occasione dei suoi 80 anni – non perde l’occasione di manifestare il volto di Dio misericordioso come “un Dio ferito”: “Il Signore – ha detto – ha portato con sé le sue ferite nell’eternità. Egli è un Dio ferito; si è lasciato ferire dall’amore verso di noi. Le ferite sono per noi il segno che Egli ci comprende e che si lascia ferire dall’amore verso di noi. Queste sue ferite – come possiamo noi toccarle nella storia di questo nostro tempo! Egli, infatti, si lascia sempre di nuovo ferire per noi. Quale certezza della sua misericordia e quale consolazione esse significano per noi! E quale sicurezza ci danno circa quello che Egli è: ‘Mio Signore e mio Dio!’ E come costituiscono per noi un dovere di lasciarci ferire a nostra volta per Lui!”.

Le sue ultime considerazioni mostrano quanto “le misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno”, anche nelle fatiche del pontificato. “Siamo troppo inclini – ha detto il papa – ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi. Con il peso accresciuto della responsabilità, il Signore ha portato anche nuovo aiuto nella mia vita”.

Benedetto XVI ha voluto citare come segno delle “misericordie quotidiane di Dio”, tutti i collaboratori e le persone nascoste che pregano per lui e il suo ministero: “Ripetutamente vedo con gioia riconoscente quanto è grande la schiera di coloro che mi sostengono con la loro preghiera; che con la loro fede e con il loro amore mi aiutano a svolgere il mio ministero; che sono indulgenti con la mia debolezza, riconoscendo anche nell’ombra di Pietro la luce benefica di Gesù Cristo. Per questo vorrei in quest’ora ringraziare di cuore il Signore e tutti voi”.

A conclusione dell’omelia, egli ha ricordato una preghiera del papa san Leone Magno, da lui usata 30 anni fa sull’immagine-ricordo della sua consacrazione episcopale: « Pregate il nostro buon Dio, affinché voglia nei nostri giorni rafforzare la fede, moltiplicare l’amore e aumentare la pace. Egli renda me, suo misero servo, sufficiente per il suo compito e utile per la vostra edificazione e mi conceda uno svolgimento del servizio tale che, insieme con il tempo donato, cresca la mia

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ancora buona notte

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buona notte

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La debolezza della fede di Tommaso, fonte di grazia per la Chiesa

dal sito francese Evangile au Quotidien:

Cardinale John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
PPS, vol. 2, n° 2, « Faith without Sight »

La debolezza della fede di Tommaso, fonte di grazia per la Chiesa

Non dobbiamo credere che san Tommaso fosse stato molto differente dagli altri apostoli. Tutti, più o meno, hanno perso fiducia nella promessa di Cristo quando l’hanno visto condotto per essere crocifisso. Quando è stato messo nel sepolcro, anche la loro speranza è stata seppellita con lui, e quando è stata annunciata loro la notizia della sua risurrezione, nessuno ha creduto. Quando è apparso a loro, « li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore » (Mc 16,14)… Tommaso si è convinto per ultimo perché ha visto Cristo per ultimo. Quel che è certo, é che non è stato un discepolo riservato e freddo: prima aveva espresso il desiderio di condividere il pericolo con il suo Maestro e di soffrire con lui: « Andiamo anche noi a morire con lui » (Gv 11,16). Tommaso ha spinto gli altri apostoli a rischiare la loro vita con il loro Maestro.

San Tommaso amava dunque il suo Maestro, come un vero apostolo, e si è messo al suo servizio. Ma quando l’ha visto crocifisso, la sua fede è venuta meno, per un tempo, come quella degli altri… e più degli altri. Si è isolato, rifiutando la testimonianza, non di una sola persona, ma dei dieci altri apostoli, di Maria Maddalena e delle altre donne… Sembra che avesse avuto bisogno di una prova visibile di ciò che è invisibile, di un segno infallibile venuto dal cielo, come la scala degli angeli di Giacobbe (Gen 28,12), per placare la sua angoscia che gli mostrasse la meta del cammino nel momento di incamminarsi. Un desiderio segreto di certezza lo abitava e questo desiderio si è risvegliato all’udire la notizia della risurrezione di Cristo.

Il nostro Salvatore consente alla sua debolezza, risponde al suo desiderio, ma gli dice: « Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno ». E così, tutti i suoi discepoli lo servono, pur nella loro debolezza, affinché egli la trasformi in parole di insegnamento e di conforto per la sua Chiesa.

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