Archive pour le 13 avril, 2007

buona notte

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Publié dans:immagini buon...notte, giorno |on 13 avril, 2007 |1 Commentaire »

apparizioni di Gesù risuscitato

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apparizioni di Gesù risuscitato

Publié dans:immagini sacre |on 13 avril, 2007 |Pas de commentaires »

oggi…io…beh..scusatemi…

Oggi, come ho scritto anche sotto, ho seguito la « diretta » della conferenza per la presentazione del libro del Papa su Gesù, è stata un bella presentazione, ma che mi fa venire la voglia di leggere quello che ha scritto il Papa e di valutarlo personalmente, forse – ma è una sensazione mia che amo Benedetto XVI – mi è sembrata un po’ « freddina » e, quindi voglio rileggere…con un altro amore;

poi, anche se non centra niente stammattina sono andata dal dentista, mi sta curando il molare destro, il più doloroso, il dentista è bravo non sento quasi niente di dolore, però sono un po’ stranita e un po’ stanca, scusatemi se faccio fatica a cercare qualcosa di bello e di attuale da presentarvi,

poi, data la conferenza ho cominciato alle 19 passate a mettermi al computer, quindi…scusatemi

Publié dans:con voi |on 13 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Sant’Agostino – omelia 122: l’apparizione del Risorto sul lago di Tiberiade

di Sant’Agostino, sul sito Ufficiale degli agostiniani ho preso il commento di Agostino al vangelo di oggi:

OMELIA 122 

L’apparizione del Risorto sul lago di Tiberiade. 

La pesca miracolosa adombra il mistero della Chiesa, quale sarà dopo la risurrezione dei morti. 

1. Dopo averci raccontato come il discepolo Tommaso, attraverso le cicatrici delle ferite che Cristo gli offrì da toccare nella sua carne, vide ciò che non voleva credere e credette, l’evangelista Giovanni inserisce questa osservazione: Molti altri prodigi fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi invece sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio e, credendo, abbiate vita nel suo nome (Gv 20, 30-31). Questa è come l’annotazione conclusiva di questo libro; tuttavia si narra ancora come il Signore si manifestò presso il mare di Tiberiade, e come nella pesca adombrò il mistero della Chiesa quale sarà nella futura risurrezione dei morti. Credo che sia per sottolineare maggiormente questo mistero che Giovanni pose le parole succitate come a conclusione del libro, in quanto servono anche di introduzione alla successiva narrazione, alla quale, in questo modo, dà maggiore risalto. Così comincia la narrazione: Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade; e si manifestò così. Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, e i figli di Zebedeo e altri due dei suoi discepoli. Dice loro Simon Pietro: Io vado a pescare. Gli rispondono: Veniamo anche noi con te (Gv 21, 1-3). 

2. Si è soliti chiedersi, a proposito di questa pesca dei discepoli, perché Pietro e i figli di Zebedeo siano tornati all’occupazione che avevano prima che il Signore disse loro: Seguitemi e vi farò pescatori di uomini (Mt 4, 19). Allora essi lo seguirono, lasciando tutto, per diventare suoi discepoli. Al punto che, quando quel giovane, al quale aveva detto: Va’, vendi ciò che possiedi e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi, si allontanò triste, Pietro poté dirgli: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito (Mt 19, 21-22 27). Perché, dunque, essi ora lasciano l’apostolato e ritornano a essere ciò che erano prima tornando a fare ciò cui avevano rinunciato, quasi non tenendo conto dell’ammonimento che avevano ascoltato dalle labbra del Maestro: Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno dei cieli (Lc 9, 62)? Se gli Apostoli avessero fatto questo dopo la morte di Gesù e prima della sua risurrezione, potremmo pensare che essi fossero stati spinti a ciò dallo scoraggiamento che si era impadronito del loro animo. Del resto essi non avrebbero potuto tornare a pescare il giorno in cui Gesù fu crocifisso, perché in quel giorno rimasero totalmente impegnati fino al momento della sepoltura, che avvenne sul far della sera; il giorno seguente era sabato e, secondo la tradizione dei padri, dovevano osservare il riposo; e finalmente nel terzo giorno, il Signore risorto riaccese in loro la speranza che avevano cominciato a perdere. Ora però, dopo che lo hanno riavuto vivo dal sepolcro, dopo che egli ha offerto ai loro occhi e alle loro mani la realtà evidente della sua carne rediviva, che essi non solo hanno potuto vedere ma anche toccare e palpare; dopo che essi hanno guardato i segni delle sue ferite, e dopo che perfino l’apostolo Tommaso, che aveva detto che non avrebbe creduto se non avesse veduto e toccato, anch’egli ha confessato; dopo che hanno ricevuto lo Spirito Santo, da lui alitato su di essi, e hanno ascoltato le parole: Come il Padre ha mandato me, così io mando voi; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti (Gv 20, 21 23), essi tornano a fare i pescatori, non di uomini ma di pesci. 

3. A quanti dunque rimangono perplessi di fronte a questo fatto, si può fare osservare che non era affatto proibito agli Apostoli procurarsi di che vivere con il loro mestiere onesto, legittimo e compatibile con l’impegno apostolico, qualora non avessero avuto altra possibilità per vivere. Nessuno, certo, vorrà pensare o dire che l’apostolo Paolo era meno perfetto di coloro che avevano seguito Cristo lasciando tutto, per il fatto che egli, per non essere di aggravio a quelli che evangelizzava, si guadagnava da vivere con il lavoro delle sue mani (cf. 2 Thess 3, 8). Anzi, proprio in questo si nota la verità di quanto asseriva: Ho lavorato più di tutti costoro. E aggiungeva: non già io, bensì la grazia di Dio con me (1 Cor 15, 10), affinché risultasse evidente che doveva alla grazia di Dio se aveva potuto lavorare più degli altri spiritualmente e materialmente, predicando il Vangelo senza sosta. Egli tuttavia, a differenza degli altri, non si servì del Vangelo per vivere, mentre lo andava seminando più largamente e con più frutto attraverso tante popolazioni in mezzo alle quali il nome di Cristo non era stato ancora annunziato; dimostrando così che vivere del Vangelo, cioè trarre sostentamento dalla predicazione, non era per gli Apostoli un obbligo ma una facoltà. E’ di questa facoltà che parla l’Apostolo quando dice: Se abbiamo seminato in voi beni spirituali, è forse una cosa straordinaria se mietiamo i vostri beni materiali? Se altri si valgono di questo potere su di voi, quanto maggiormente non lo potremmo noi? Ma noi – aggiunge – non abbiamo fatto uso di questo potere. E poco più avanti: Quelli che servono all’altare – dice – partecipano dell’altare. Alla stessa maniera anche il Signore ordinò a quelli che annunziano il Vangelo di vivere del Vangelo; quanto a me non ho usato alcuno di questi diritti (1 Cor 9, 11-15). Risulta dunque abbastanza chiaro che il vivere unicamente del Vangelo e mietere beni materiali in compenso dei beni spirituali che seminavano annunziando il Vangelo, era per gli Apostoli non un precetto ma una facoltà: cioè essi potevano accettare il sostentamento materiale e, quali soldati di Cristo, ricevere dai Cristiani il dovuto stipendio, come i soldati lo ricevevano dai Governatori delle province. E’ a questo proposito che il medesimo generoso soldato di Cristo poco prima aveva detto: Chi mai si arruola a proprie spese? (1 Cor 9, 7). Tuttavia, proprio questo egli faceva, e perciò lavorava più di tutti gli altri. Se dunque il beato Paolo non volendo usare del diritto che aveva in comune con gli altri predicatori del Vangelo, e volendo militare a sue spese, onde evitare presso i non credenti in Cristo qualsiasi sospetto che il suo insegnamento fosse interessato, imparò un mestiere non confacente alla sua educazione, per potersi guadagnare il pane con le sue mani e non esser di peso a nessuno dei suoi ascoltatori; perché dobbiamo meravigliarci se il beato Pietro, che già era stato pescatore, tornò al suo lavoro, non avendo per il momento altra possibilità per vivere? 

4. Ma qualcuno osserverà: E come mai non aveva altra possibilità per vivere, se il Signore aveva promesso: Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saran date in più (Mt 6, 33)? Questo episodio sta a dimostrare che il Signore mantiene la sua promessa. Chi altri infatti fece affluire i pesci nella rete perché fossero presi? E’ da credere che non per altro motivo li ridusse al bisogno, costringendoli a tornare alla pesca, se non perché voleva che fossero testimoni del miracolo che aveva predisposto per sfamare i predicatori del suo Vangelo, mentre mediante il misterioso significato del numero dei pesci, si proponeva di far crescere il prestigio del Vangelo stesso. E a proposito, vediamo ora che cosa il Signore ha riservato a noi. 

5. Dice Simon Pietro: Io vado a pescare. Gli rispondono – quelli che erano con lui -: Veniamo anche noi con te. Uscirono, e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Era ormai l’alba quando Gesù si presentò sulla riva; i discepoli tuttavia non si erano accorti che era Gesù. E Gesù disse loro: Figlioli, non avete qualcosa da mangiare? Gli risposero: No. Ed egli disse loro: Gettate la rete a destra della barca, e ne troverete. La gettarono, e non potevano più tirarla per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: E’ il Signore! Simon Pietro all’udire « è il Signore! » si cinse la veste, poiché era nudo, e si buttò in mare. Gli altri discepoli vennero con la barca, perché non erano lontani da terra se non duecento cubiti circa, tirando la rete con i pesci. Appena messo piede a terra, videro della brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: Portate dei pesci che avete preso adesso. Allora Simon Pietro salì nella barca, e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si strappò (Gv 21, 3-11). 

6. E’ un grande mistero questo, nel grande Vangelo di Giovanni; e, per metterlo maggiormente in risalto, l’evangelista lo ha collocato alla conclusione. Siccome erano sette i discepoli che presero parte a questa pesca: Pietro, Tommaso, Natanaele, i due figli di Zebedeo e altri due di cui si tace il nome; mediante il numero sette stanno ad indicare la fine del tempo. Sì, perché tutto il tempo si svolge in sette giorni. A questo si riferisce il fatto che sul far del giorno Gesù si presentò sulla riva: la riva segna la fine del mare, e rappresenta perciò la fine del tempo, la quale è rappresentata anche dal fatto che Pietro trasse la rete a terra, cioè sulla riva. Il Signore stesso, quando espose una parabola della rete gettata in mare, dette questa spiegazione: Una volta piena – disse – i pescatori l’hanno tirata a riva. E spiegò che cosa fosse la riva, dicendo: Così sarà alla fine del mondo (Mt 13, 48-49). 

[Il mistero della Chiesa adombrato nelle due scene di pesca.] 

7. Ma quella parabola consisteva nell’enunciazione di un pensiero, non veniva espressa mediante un fatto. Qui, invece, è mediante un fatto che il Signore ci presenta la Chiesa quale sarà alla fine del tempo, così come con un’altra pesca ha presentato la Chiesa quale è nel tempo presente. Il fatto che egli abbia compiuto la prima pesca all’inizio della sua predicazione, questa seconda, invece, dopo la sua risurrezione, dimostra che quella retata di pesci rappresentava i buoni e i cattivi di cui ora la Chiesa è formata; questa invece rappresenta soltanto i buoni che formeranno definitivamente la Chiesa, quando, alla fine del mondo, sarà compiuta la risurrezione dei morti. Inoltre, nella prima pesca, Gesù non stava, come ora, sulla riva del mare, quando ordinò di gettare le reti per la pesca; ma salito in una delle barche, quella che apparteneva a Simone, pregò costui di scostarsi un po’ da terra, poi, sedutosi, dalla barca istruiva le folle. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: Va’ al largo e calate le reti per la pesca (Lc 5, 3-4). E il pesce che allora pescarono fu raccolto nelle barche, perché non furono tirate le reti a terra come avviene ora. Per questi segni, e per altri che si potrebbero trovare, in quella pesca fu raffigurata la Chiesa nel tempo presente; in questa, invece, è raffigurata la Chiesa quale sarà alla fine dei tempi. E’ per questo motivo che la prima pesca fu compiuta prima della risurrezione del Signore, mentre questa seconda è avvenuta dopo; perché nel primo caso Cristo raffigurò la nostra vocazione, nel secondo la nostra risurrezione. Nella prima pesca le reti non vengono gettate solo a destra della barca, a significare solo i buoni, e neppure solo a sinistra, a significare solo i cattivi. Gesù dice semplicemente: Calate le reti per la pesca, per farci intendere che i buoni e i cattivi sono mescolati. Qui invece precisa: Gettate la rete alla destra della barca, per indicare quelli che stavano a destra, cioè soltanto i buoni. Nel primo caso la rete si strappava per indicare le scissioni; nel secondo caso, invece, siccome nella suprema pace dei santi non ci saranno più scissioni, l’evangelista ha potuto rilevare: e benché i pesci fossero tanti – cioè così grossi – la rete non si strappò. Egli sembra alludere alla prima pesca, quando la rete si strappò, per far risaltar meglio, dal confronto con quella, il risultato positivo di questa pesca. Nel primo caso presero tale quantità di pesce che le due barche, stracariche, affondavano (cf. Lc 5, 3-7), cioè minacciavano di affondare: non affondarono, ma poco ci mancò. Donde provengono alla Chiesa tutti i mali che deploriamo, se non dal fatto che non si riesce a tener testa all’enorme massa che entra nella Chiesa con dei costumi del tutto estranei alla vita dei santi e che minacciano di sommergere ogni disciplina? Nel secondo caso, invece, gettarono la rete a destra della barca, e non potevano più tirarla per la grande quantità di pesci. Che significa: non riuscivano più a tirarla? Significa che coloro che appartengono alla risurrezione della vita, cioè alla destra, e finiscono la loro vita nelle reti del cristianesimo, appariranno soltanto sulla riva, cioè alla fine del mondo, quando risorgeranno. Per questo i discepoli non riuscivano a tirare la rete per rovesciare nella barca i pesci che avevano presi, come invece avvenne di quelli per il cui peso la rete si strappò e le barche rischiarono di affondare. La Chiesa possiede tutti questi pesci che sono a destra della barca, ma che rimangono nascosti nel sonno della pace, come nel profondo del mare, sino alla fine della vita, allorché la rete, trascinata per un tratto di circa duecento cubiti, giungerà finalmente alla riva. Il popolo dei circoncisi e dei gentili, che nella prima pesca era raffigurato dalle due barche, qui è raffigurato dai duecento cubiti – cento e cento quanti sono gli eletti di ciascuna provenienza -, poiché facendo la somma, il numero cento passa a destra. Infine, nella prima pesca, non si precisa il numero dei pesci, e noi possiamo vedere in ciò la realizzazione della profezia che dice: Voglio annunziarli e parlarne, ma sono tanti da non potersi contare (Sal 39, 6); qui invece si possono contare: il numero preciso è centocinquantatré. Dobbiamo, con l’aiuto del Signore, spiegare il significato di questo numero. 

[Significato del numero 153.] 

8. Volendo esprimere la legge mediante un numero, qual è questo numero se non dieci? Sappiamo con certezza che il Decalogo, cioè i dieci comandamenti furono per la prima volta scritti col dito di Dio su due tavole di pietra (cf. Dt 9, 10). Ma la legge, senza l’aiuto della grazia, ci rende prevaricatori, e rimane lettera morta. E’ per questo che l’Apostolo dice: La lettera uccide, lo Spirito vivifica (2 Cor 3, 6). Si unisca dunque lo spirito alla lettera, affinché la lettera non uccida coloro che non sono vivificati dallo spirito; ma siccome per poter adempiere i comandamenti della legge, le nostre forze non bastano, è necessario l’aiuto del Salvatore. Quando alla legge si unisce la grazia, cioè quando alla lettera si unisce lo spirito, al dieci si aggiunge il numero sette. Il numero sette, come attestano i venerabili documenti della sacra Scrittura, è il simbolo dello Spirito Santo. Infatti, la santità o santificazione è attribuita propriamente allo Spirito Santo; per cui, anche se il Padre è spirito e il Figlio è spirito (in quanto Dio è spirito: cf. Io 4, 24) ed anche se il Padre è santo e il Figlio è santo, tuttavia lo Spirito di ambedue si chiama con suo proprio nome Spirito Santo. E dov’è che per la prima volta nella legge si parla di santificazione, se non a proposito del settimo giorno? Dio infatti non santificò il primo giorno in cui creò la luce, né il secondo in cui creò il firmamento, né il terzo in cui separò il mare dalla terra e la terra produsse alberi e piante, né il quarto in cui furono create le stelle, né il quinto in cui Dio fece gli animali che si muovono nelle acque e che volano nell’aria, e neppure il sesto in cui creò gli animali che popolano la terra e l’uomo stesso; santificò, invece, il settimo giorno, in cui egli riposò dalle sue opere (cf. Gn 2, 3). Giustamente, quindi, il numero sette è il simbolo dello Spirito Santo. Anche il profeta Isaia dice: Riposerà in lui lo Spirito di Dio; passando poi ad esaltarne l’attività e i suoi sette doni, dice: Spirito di sapienza e d’intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, e lo riempirà dello spirito del timore di Dio (Is 11, 2-3). E nell’Apocalisse non si parla forse dei sette spiriti di Dio (cf. Ap 3, 1), pur essendo unico e identico lo Spirito che distribuisce i suoi doni a ciascuno come vuole (cf 1 Cor 12, 11)? Ma l’idea dei sette doni dell’unico Spirito è venuta dallo stesso Spirito, che ha assistito lo scrittore sacro perché dicesse che sette sono gli spiriti. Ora, se al numero dieci, proprio della legge, aggiungiamo il numero sette, proprio dello Spirito Santo, abbiamo diciassette. Se si scompone questo numero in tutti i numeri che lo formano, e si sommano tutti questi numeri, si ha come risultato centocinquantatré: se infatti a uno aggiungi due ottieni tre, se aggiungi ancora tre e poi quattro ottieni dieci, se poi aggiungi tutti i numeri che seguono fino al diciassette otterrai il risultato sopraddetto; cioè se al dieci, che hai ottenuto sommando tutti i numeri dall’uno al quattro, aggiungi il cinque, ottieni quindici; aggiungi ancora sei e ottieni ventuno; aggiungi il sette e avrai ventotto; se al ventotto aggiungi l’otto, il nove e il dieci, avrai cinquantacinque; aggiungi ancora undici, dodici e tredici, e sei a novantuno; aggiungi ancora quattordici, quindici e sedici, e avrai centotrentasei; e se a questo numero aggiungi quello che resta, cioè quello che abbiamo trovato all’inizio, il diciassette, avrai finalmente il numero dei pesci che erano nella rete. Non si vuol dunque indicare, col centocinquantatré, che tale è il numero dei santi che risorgeranno per la vita eterna, ma le migliaia di santi partecipi della grazia dello Spirito Santo. Questa grazia si accorda con la legge di Dio come con un avversario, affinché la lettera non uccida ciò che lo Spirito vivifica, e in tal modo, con l’aiuto dello Spirito, si possa compiere ciò che per mezzo della lettera viene comandato, e sia perdonato quanto non si riesce a compiere. Quanti partecipano di questa grazia sono indicati da questo numero, cioè vengono rappresentati in figura. Questo numero è, per di più, formato da tre volte il numero cinquanta con l’aggiunta di tre, che significa il mistero della Trinità; il cinquanta poi è formato da sette per sette più uno, dato che sette volte sette fa quarantanove. Vi si aggiunge uno per indicare che è uno solo lo Spirito che si manifesta attraverso l’operazione settenaria; e sappiamo che lo Spirito Santo fu mandato sui discepoli, che lo aspettavano secondo la promessa che loro era stata fatta, cinquanta giorni dopo la risurrezione del Signore (cf. At 2, 2-4; 1, 4). 

9. Con ragione dunque l’evangelista dice che i pesci erano grossi e tanti, e precisamente centocinquantatré. Egli dice infatti: e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. Il Signore, dopo aver detto: Non sono venuto per abolire la legge, ma per portarla a compimento (Mt 5, 17), con l’intenzione di dare lo Spirito Santo che consentisse di adempiere la legge (come aggiungendo il sette al dieci), poco dopo dice: Chi, dunque, violerà uno solo di questi comandamenti, anche i minimi, e insegnerà agli uomini a far lo stesso, sarà considerato minimo nel regno dei cieli; chi, invece, li avrà praticati e insegnati, sarà considerato grande nel regno dei cieli (Mt 5, 19). Quest’ultimo potrà far parte del numero dei grossi pesci. Il minimo invece, che distrugge con i fatti ciò che insegna con le parole, potrà far parte di quella Chiesa che viene raffigurata nella prima pesca, fatta di buoni e di cattivi, perché anch’essa viene chiamata regno dei cieli. Il regno dei cieli – dice il Signore – è simile a una gran rete gettata in mare e che raccoglie ogni genere di pesci (Mt 13, 47). Con questo vuole intendere tanto i buoni quanto i cattivi, che dovranno essere separati sulla riva, cioè alla fine del mondo. Inoltre, per far vedere che quelli che chiama minimi, cioè coloro che vivendo male distruggono il bene che insegnano con le parole, sono dei reprobi e quindi saranno completamente esclusi dal regno dei cieli, dopo aver detto: sarà considerato minimo nel regno dei cieli, immediatamente aggiunge: poiché vi dico che, se la vostra giustizia non sorpasserà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5, 20). Scribi e farisei sono quelli che siedono sulla cattedra di Mosè, e a proposito dei quali egli dice: Fate quello che vi dicono, non vi regolate sulle loro opere: dicono, infatti, e non fanno (Mt 23, 2-3); distruggono con i costumi quanto insegnano con le parole. Di conseguenza, chi è minimo nel regno dei cieli, cioè nella Chiesa del tempo presente, non entrerà nel regno dei cieli, cioè nella Chiesa futura, perché, insegnando ciò che poi trasgredisce, non potrà far parte della società di coloro che fanno ciò che insegnano. Costui, perciò, non farà parte del numero dei grossi pesci, in quanto solo chi farà e insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. E siccome sarà stato grande qui in terra, potrà essere anche là dove l’altro, il minimo, non potrà essere. La grandezza di coloro che qui sono grandi, lassù sarà tale, che il più piccolo di loro è maggiore di chi sulla terra è più grande di tutti (cf. Mt 11, 11). Tuttavia, coloro che qui sono grandi, coloro cioè che nel regno dei cieli, dove la rete raccoglie buoni e cattivi, compiono il bene che insegnano, saranno ancora più grandi nel regno eterno dei cieli; essi, che sono destinati alla risurrezione della vita, sono raffigurati nei pesci pescati dal lato destro della barca. Segue il racconto della colazione che il Signore consumò con questi sette discepoli, e di ciò che egli disse subito dopo, e infine della conclusione di questo Vangelo. Di tutto questo parleremo, se Dio vorrà; ma non possiamo farlo entrare in questo discorso. 

 

Publié dans:Approfondimenti |on 13 avril, 2007 |Pas de commentaires »

Il “Gesù di Nazareth” di Ratzinger-Benedetto XVI

Ho seguito fino a pochi minuti fa la conferenza sul libro del Papa la cosa che mi è sembrata più importante, al di la dell’interessate conferenza, è di leggere personalmente il libro per insegnamento personale e per comprendere il pensiero del Papa: 

 

13/04/2007 16:05
VATICANO
Il “Gesù di Nazareth” di Ratzinger-Benedetto XVI
di Franco Pisano
“Frutto di un lungo cammino interiore” il libro del Papa, “non magisteriale” vuole proporre il Gesù “storico”, a partire dai Vangeli, superando le letture che ne hanno fatto un rivoluzionario o un mistico. E’ la prima parte di un’opera che si occuperà di tutta la vita terrena di Cristo, e vuole “favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto con Lui”.


 

Città del Vaticano (AsiaNews) – Il cristianesimo non è una teoria, ma l’incontro con una Persona. Questo principio, tante volte enunciato da Benedetto XVI, è in fondo all’origine del “Gesù di Nazaret”, il libro nel quale egli cerca di raccontare, scrive, “la mia ricerca personale del ‘volto del Signore’”, con il proposito di “favorire nel lettore la crescita di un vivo rapporto con Lui”. 

Presentato oggi in Vaticano e da lunedì 16 aprile – giorno dell’ottantesimo compleanno di Joseph Ratzinger – in 22 edizioni linguistiche in tutto il mondo, il volume – di 448 pagine, edito da Rizzoli al costo di 19,50 euro – è “frutto di un lungo cammino interiore” del quale rappresenta la prima parte, “i primi dieci capitoli che vanno dal battesimo nel Giordano alla confessione di Pietro ed alla trasfigurazione”, mentre la futura seconda parte si occuperà dell’infanzia di Gesù. L’opera, “non è in alcun modo un atto magisteriale”, per cui “ognuno è libero di contraddirmi”. 

L’oggetto dell’indagine del papa-teologo è, dunque, Gesù. Ma, si chiede, quale Gesù? Dagli anni ’50, rileva l’autore, “i progressi della ricerca storico-critica condussero a distinzioni sempre più sottili tra i diversi strati della tradizione”, offuscando l’immagine sulla quale poggia la fede: si è andati dal “rivoluzionario antiromano” al “mite moralista”. Sono, commenta il teologo Ratzinger, “molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di una icona fattasi sbiadita”. 

Ma proprio i “fatti storici” della vita di Gesù e la imprevedibile diffusione che solo a pochi anni dalla sua vicenda terrena aveva il cristianesimo indicano l’assoluta straordinarietà della sua figura. Che non si può capire se non a partire dal dato “veramente storico: l’essere relativo a Dio di Gesù e la sua unione con Lui”. “Questo è anche il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: considera Gesù a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità. Senza questa comunione non si può capire niente e partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi”. 

Il Gesù dei Vangeli è quello “storico” 

E poiché si parla di una persona, il metodo storico è irrinunciabile: la fede “si fonda sulla storia che è accaduta sulla superficie di questa terra”. Altrimenti “la fede cristiana viene eliminata e trasformata in un’altra religione”. 

Il Gesù del libro è dunque il Gesù dei Vangeli: “’Gesù storico’ in senso vero e proprio. Io – scrive Benedetto XVI – sono convinto, e spero che se ne possa rendere conto anche il lettore, che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni” offerte negli ultimi decenni. 

Questo Gesù è quindi anche “l’ultimo profeta” preannunciato dall’Antico Testamento e precisamente il “nuovo Mosè”, che porterà la “vera liberazione” del suo popolo. Ma, più di Mosè che “come un amico”, aveva “parlato faccia a faccia” con Dio, ma non aveva avuto la facoltà di vederlo, Gesù “vive al cospetto di Dio, non solo come amico, ma come Figlio; vive in profonda unità con il Padre”. E’ da qui che viene la risposta alla domanda “dove Gesù abbia attinto la sua dottrina, dove sia la chiave per la spiegazione del suo comportamento”. Se ne avrà evidente conferma con le beatitudini. Del “discorso della montagna”, Benedetto XVI evidenzia numerosi particolari. A partire dalla “montagna”, che non viene geograficamente indicata dai Vangeli, “ma per il fatto che è il luogo del discorso di Gesù, è semplicemente ‘la montagna’, il nuovo Sinai” ed arrivando alla folla raccoltasi, che è di Galilea, “una striscia di terra che era considerata per metà pagana” , ed “è in realtà la prova della sua missione divina”, rivolta quindi a tutte le genti. Così, soprattutto per il discorso, “la nuova Torah, portata da Gesù”, che “riprende i comandamenti della Seconda tavola e li approfondisce, non li abolisce”. A ben guardare, poi, nei “paradossi” presentati da Gesù nelle beatitudini – beati i poveri, i piangenti, odiati e perseguitati – si esprime “ciò che significa discepolato”. Il significato delle Beatitudini “non può essere spiegato solo in modo teorico: viene proclamato nella vita, nella sofferenza e nella misteriosa gioia del discepolo che si è donato interamente al seguito del Signore”. 

Ma, ricorda il Papa, l’attività pubblica di Gesù – alla quale è dedicato questo volume – ha inizio col suo battesimo. Numerose, anche in questo iniziale capitolo, le sottolineature. A partire dalla possibilità – evocata da Benedetto XVI anche nel corso dell’ultima messa “in coena Domini” – che “Giovanni il Battista e forse anche Gesù e la sua famiglia” fossero “vicini” alla comunità degli esseni, fino al fatto che, nel suo battesimo da parte del Battista, c’è “l’accettazione della piena volontà divina”, il prendere il posto dei peccatori, l’anticipazione della morte sulla croce. 

Le sfide di Gesù per l’oggi 

“Gesù di Nazaret”, però, non è solo una profonda meditazione sulla figura e la vicenda del fondatore del cristianesimo, è anche una riflessione pastorale e quindi uno sguardo sull’oggi. Si va dall’accenno alla “terra purtroppo così tormentata” quando parla della Palestina, alla critica all’”egoismo” dell’uomo di Nietzsche, a quella – radicale – ai mali provocati dal “prescindere da Dio” da parte della società contemporanea. Così, quando ricorda le “tentazioni” di Gesù, a proposito della prima, “trasforma le pietre in pane”, chiede: “il problema dell’alimentazione del mondo – e, più in generale, i problemi sociali – non sono forse il primo e autentico criterio al quale deve essere commisurata la redenzione?”. “Il marxismo ha fatto  proprio di questo ideale – in modo comprensibilissimo – il cuore della sua promessa di salvezza: avrebbe fatto sì che ogni fame fosse placata”. E’ la sfida che anche oggi si pone alla Chiesa: “preoccupati anzitutto del pane del mondo”. Il racconto evangelico mostra che “Gesù non è indifferente di fronte alla fame degli uomini e ai loro bisogni, ma li colloca nel loro giusto contesto e dà loro il giusto ordine”. Che è quanto non si fa oggi. Neppure quando si vuole aiutare. “Gli aiuti dell’Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su principi  puramente tecnico-materiali, che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria, hanno fatto del Terzo Mondo il Terzo Mondo in senso moderno. Tali aiuti hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti e introdotto la loro mentalità tecnicistica nel vuoto. Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane. E’ in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessun’altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene”. 

 

Publié dans:Non classé |on 13 avril, 2007 |Pas de commentaires »

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